APOCALISSE
“Apocalisse” è la rivelazione (di cose
segrete o future) che Dio fa a un veggente sugli sconvolgimenti che renderanno
giustizia ai giusti e castighi agli empi all’avverarsi dell’imminente fine del
mondo e della ricomparsa (parusia = presenza) di Cristo sulla terra. In vero,
ciò che si è rivelato è il fallimento della profezia di Cristo riguardo
all’imminenza della parusia, che si sarebbe dovuta realizzare già durante la
sua generazione (Mc 9, 1; Mt 16 27-28; Lc 9, 27).
Nonostante
l’inganno di Cristo, i proseliti continuano ancora a credere (e a far credere)
alla realizzazione dell’evento, invocando nella preghiera del “Pater Noster”
la venuta del Regno di Dio, giustificando il ritardo come prova della costanza
della fede in lui. Unica consolazione, in attesa della parusia, è l’illusione
di incorporare Cristo nell’ostia somministrata dal prete durante la messa
(miracolo della transustanziazione). Composta sul modello delle apocalissi
ebraiche del tempo (come il libro di Daniele, che ha ispirato le profezie
apocalittiche dei Vangeli e la visione profetica giovannea), l’opera ricalca le
speranze giudaiche annunciate dai profeti, interpretate secondo l’orientamento
cristiano. La sua canonicità fu discussa fino al VI secolo. Sarà il concilio
tridentino nel 1545 a sancirne la definitiva canonicità.
Giovanni,
l’unico apostolo sopravvissuto alle persecuzioni di Nerone e Domiziano,
presunto autore del libro “Apocalisse”, caduto in estasi mentre si trovava
nell’isola di Patmos, descrive catastrofici eventi, che sarebbero dovuti
accadere a breve, svelati per mezzo di visioni e col simbolismo delle immagini
e della geometria dei numeri. L’autore, che s’identifica con il nome di
Giovanni, non può essere il presbitero omonimo indicato nelle tre lettere
cattoliche, dato che lo stesso non si attribuisce questo titolo; né vi è
unanime consenso che sia l’apostolo Giovanni. Verosimilmente, è uno scritto
pseudo-epigrafico (scritto sotto falso nome), d’ispirazione giovannea, redatto
alcuni decenni successivi alla violenta repressione romana in Palestina (70
d.C.) da un carismatico zelota di scuola profetica, che dichiara di aver
ricevuto una rivelazione da Dio (in particolare, da un angelo inviato a lui dal
Cristo, che a sua volta ha ricevuto la rivelazione dal Padre: divina
burocrazia!).
L’apocalittico
autore minaccia tremendi castighi a chi s’arrischia a manomettere quanto da lui
scritto (Ap 22, 18-19). Probabilmente, era consapevole dei tentativi di molti
cristiani di falsificare le Sacre Scritture, spacciando menzogne a fini di
propaganda, anziché affermare l’autentica parola di Dio, come quella (presunta)
da lui ricevuta nella mistica allucinazione. L’angelo apparsogli nella visione
dovrebbe garantire la provenienza divina della profezia, fonte di salvezza per
i credenti. Cristo, tramite il messo angelico, gli ordina di scrivere alle
sette chiese dell’Asia Minore (Smirne, Efeso, Pergamo, Sardi, Laodicea,
Filadelfia, Tiatira) per metterle in guardia dai seri pericoli, presenti e
futuri, che le minacciano. Tra i maggiori pericoli, rilevante era quello della
perdita della fede nella divinità di Cristo, negata dalle comunità ebraiche, e
quello dell’abbandono della morale cristiana per la propensione dei neo
convertiti a contaminarsi con i costumi del paganesimo. Altro pericolo era
rappresentato dalla latente persecuzione, cui sembra alludere l’autore,
iniziata con la menzogna di Nerone nel 64 (Ap. 6, 9-11; 17, 6) e rimessa in
auge vent’anni dopo dalla cupidigia di Domiziano. Nella sua visione egli vede
il trono divino e un libro chiuso con sette sigilli, contenente i tristi
destini dell’umanità, che solo Cristo, Agnello sgozzato, primo martire, astro
lucente del mattino, è degno di svelare. L’apertura dei sette sigilli scatenerà
una serie di flagelli sulla terra, fino a quando avverrà la definitiva
sconfitta delle forze del male (rappresentate dal dominio imposto all’eletto
popolo di Dio dai conquistatori romani, depredatori di ricchezze) e il
compimento della messa in scena del giudizio universale. Le genti saranno
frantumate come i vasi d’argilla con verga di ferro e saranno massacrate 7.000
persone per vendicare due profeti. Al termine del combattimento escatologico
tutti i nemici di Dio saranno sterminati a fil di spada e i loro cadaveri
divorati da tutti gli uccelli (altro che amore per il prossimo e per il nemico!
Altro che umiltà cristiana!). Saranno salvati dall’orgia della collera divina
solo 144.000 eletti, vergini non contaminati con donne (misoginia cristiana).
Il potere di Roma (la prostituta, la corruttrice), su cui divampa l’odio del
visionario autore, è rappresentato simbolicamente (cfr. i capitoli 13 e 17),
sotto forma di una bestia (l’imperatore Domiziano) con sette teste (in analogia
ai sette re e ai sette colli di Roma, su cui è adagiata la meretrice). Contro
la nuova Babilonia (come metaforicamente indica Roma - cfr. il cap. 18 - forse
in connessione alla deportazione subìta dagli ebrei al tempo di Nabucodonosor
II) impreca veementi invettive: morte, lutto, fame, flagelli, prima che Dio
possa distruggerla col fuoco. Dopo la scomparsa del mondo, sconfitto e
incatenato Satana per mille anni (“chilia ete”, da cui la dottrina c.d.
“chiliasmo” o millenarismo), inizierà una nuova era, priva di sofferenze,
rappresentata da una nuova Gerusalemme, circonfusa della gloria di Dio (cfr. Ap
20 e 21).
I primi
diciotto capitoli dell’Apocalisse (un’opera d’impostazione bellica, che nulla
ha in comune con gli altri testi canonici del N.T.) si concentrano sulla
rovinosa fine di Babilonia, mentre i restanti quattro inneggiano al trionfo di
Cristo e del suo Regno giudaico di mille anni. La vicenda descritta nei primi
tre capitoli è ambientata nell’isola di Patmos e riguarda i messaggi di Dio
alle sette Chiese d’Asia Minore. Dal capitolo quarto in poi, la vicenda si
sposta in cielo, nella casa di Dio, dove Giovanni è invitato a salire per
contemplare la visione futura dei destini del mondo. L’Apocalisse influenzerà
le speranze escatologiche dei movimenti millenaristici cristiani dei secoli
successivi, l’attesa imminente del regno di Dio sulla terra (utopia del
Paradiso terrestre, come luogo di pace e di abbondanza sotto il governo di
Cristo Giudice). Pregna di linguaggio simbolico, l’Apocalisse si è prestata a
varie interpretazioni (allegorica, spirituale, mitologica, ecc.). L’agire di un
dio terribile, sterminatore di nemici, è espresso mediante i numeri,
soprattutto il sette, segno di perfezione e pienezza. Gioacchino da Fiore (XII
sec.) vi scorse la storia della Chiesa, che suddivise in sette periodi, l’ultimo
dei quali sarebbe dovuto coincidere con il regno millenario di Cristo, prima
del giudizio universale (il millenarismo gioachimita fu condannato dalla Chiesa
come eresia). La fine dei tempi avverrà al termine di un periodo di mille anni
di pace, riservata ai soli cristiani giusti. Il tempo della storia, fermo
restando i suoi andamenti ciclici, è concepito in termini lineari, con un
inizio e una fine, e assume un significato di progresso verso una meta da
raggiungere, indicata dalla rivelazione divina. Una diversa interpretazione ha
scorto nell’Apocalisse una storia simbolica degli avvenimenti della Chiesa
delle origini. Un’altra interpretazione ha riconosciuto nell’Apocalisse
l’annuncio della fine del mondo, preceduta da eventi preparatori. Questi
ultimi, secondo una quarta interpretazione, erano iniziati con l’incarnazione
di Cristo e termineranno nel giorno della parusia.
Lucio Apulo Daunio
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