domenica 27 febbraio 2011


IL MISTERO DELLA SINDONE SECONDO LUCA




PARTE PRIMA


Si narra, nel Vangelo secondo Luca (23, 50-56; 24, 1 seg.), che a ritornare di buon mattino al sepolcro, dopo l’osservanza del sabato, furono le donne che stavano al seguito di Gesù e lo servivano, sovvenzionandolo per la sua divina missione. Tra queste c’erano: l’onnipresente Maria Maddalena, Giovanna (moglie di Cusa, sovrintendente del palazzo di Erode, cfr. Lc 8, 3) e Maria di Giacomo (cioè, moglie di un Giacomo? O madre di Giacomo il Minore e di Giuseppe, come indicano Marco e Matteo? E se Giacomo, Giuseppe, Giuda e Simone sono detti fratelli di Gesù - cfr. Mt 13, 56 e Mc 6, 3 - quest’altra Maria potrebbe essere la madre di Gesù?).

Le pie donne avevano comprato giorni prima aromi e unguenti per poter imbalsamare la salma di Gesù. Al riguardo, appare del tutto improbabile che si possa imbalsamare un cadavere in corso di decomposizione, in un luogo dove il clima è caldo, essendo già trascorse oltre quaranta ore dalla morte. Non essendosi fatte accompagnare da uomini robusti, chi avrebbe potuto spostare la pesante pietra che sigillava l’ingresso della tomba? Mistero fitto. Fatto sta che, al loro arrivo, la tomba la trovarono aperta e l’interno vuoto. Allo stupore delle pie donne sopraggiunse anche il timore, quando, improvvisamente, apparvero due individui, abbigliati con splendide vesti. Le pie donne, abbacinate dalla visione, chinarono il capo. Gli spettri annunciarono che non dovevano cercare il vivente Gesù tra i morti, perché egli era già risorto, come aveva predetto in vita. Rinfrescatasi la memoria, le pie donne se ne ritornarono sui loro passi, alla volta di Gerusalemme, dove incontrarono gli undici apostoli, ai quali riferirono l’accaduto. Manco a dirlo, non furono credute. Il loro racconto parve allucinante. Pietro volle togliersi lo sfizio di andare personalmente a controllare la tomba. Si precipitò sul sacro luogo. Arrivò trafelato. Entrò nell’avello. La salma era scomparsa. Intravide solo le bende, non anche il lenzuolo (o sindone) con cui Giuseppe d’Arimatea, uomo giusto e buono, membro dissidente del Sinedrio (si opponeva alle deliberazioni assunte e alle azioni intraprese dall’alto consesso contro Gesù), avvolse il cadavere dopo averlo deposto dalla croce. Le bende, verosimilmente, dovevano servire a fasciare il corpo di Gesù, dopo il lavaggio e l’unzione con gli aromi, che le pie donne stavano portando per completare il trattamento del cadavere lasciato incompiuto per l’approssimarsi del sabato (il giorno iniziava al tramonto). Il racconto delle donne era dunque vero. Pietro ritornò mogio mogio verso Gerusalemme. Forse, in cuor suo, era contrariato che il Risorto non si era ancora degnato di apparire innanzi tutto a lui, pietra angolare della sorgente Chiesa romana, antesignano dei Santi Padri istitutori della c.d. “Cathedra Petri”, servi dei servi di Dio (titolo stimato poco onorifico dai successivi pretesi successori di Pietro, che si arrogheranno quello più influente di “vicarius Christi” o “vicarius Dei”). Gesù non tarderà ad appagare il desiderio del roccioso apostolo, anche se l’evangelista omette di descrivere i particolari dell’apparizione (non per altro, Luca è il compagno missionario di Paolo, interprete di un movimento cristiano-ellenistico, antagonista a quello prettamente giudaico seguito da Pietro e dagli altri notabili di Gerusalemme). L’evangelista prosegue il racconto, descrivendo l’apparizione di Gesù a due suoi discepoli in cammino verso Emmaus, villaggio nei dintorni di Gerusalemme. Questi stavano discorrendo sugli ultimi avvenimenti che avevano sconvolto la città santa. Uno dei due si chiamava Cleopa (forse era marito di quella Maria di Cleopa, che stava vicina alla croce di Gesù con altre pie donne, cfr. Gv 19,25). Gesù si affiancò ai due, che non lo riconobbero, intromettendosi nella discussione. Avevano un aspetto triste e furono sorpresi nell’apprendere che lo straniero non era informato sui fatti straordinari accaduti in quei giorni. Gli riferirono che era stato condannato a morte un gran profeta “homo novus” d’Israele, potente in opere e in parole. Trascorsi tre giorni dalla morte (non 72 ore, ma circa 40), la salma era misteriosamente scomparsa. Si era intanto diffusa la voce che egli era risorto, però nessuno l’aveva visto redivivo. Avevano sperato che fosse proprio lui, artefice di “mirabilia”, il liberatore d’Israele, e che arrivasse finalmente l’atteso regno messianico. Gesù, nell’ascoltare quei discorsi, reagì con stizza, sbottando in una “reprimenda”. Stolti e testardi reputò i due discepoli, che non si prestavano a credere alle parole dei profeti sancite nei sacri testi. Si profuse in discorsi illuminanti sulle Sacre Scritture, spiegando ai due quanto lo riguardava e infiammando i loro cuori con una proluvie di sacre parole. Impressionati dalla divina prolusione, i due non vollero privarsi della sua compagnia, invitandolo a trascorrere con loro la serata. Durante la cena, Gesù spezzettò il pane e lo benedì, porgendolo poi ai commensali. L’effetto del sacro rito portò al riconoscimento del Maestro. Scopertosi, Gesù disparve ai loro sguardi. I due discepoli non esitarono a ritornare con passo spedito a Gerusalemme per riferire agli undici apostoli l’apparizione di Cristo. Li trovarono riuniti assieme ad altri compagni di fede, mentre stavano commentando l’avvenuta (finalmente!) apparizione di Gesù a Pietro e contemplando il mistero glorioso del Risorto. Ecco che, nel bel mezzo dell’animata discussione e contemplazione, comparve il Salvatore, che salutò gli astanti con l’augurio di pace. La repentina intrusione dell’inclita presenza divina scosse gli astanti, sconvolgendo persino Pietro, che aveva già fatto tale esperienza. Temettero di vedere uno spettro. Gesù cercò di fugare il loro turbamento e li esortò a non avere dubbi su di lui: era vivo e vegeto, in carne ed ossa, e potevano toccarlo per accertarsene (altro che il “noli me tangere imposto alla Maddalena quando le apparve). Pieni di stupore, riacquistata un po’ di fiducia, iniziarono a manifestare segni di gioia. Per rendersi più credibile, Gesù disse di aver fame (erano quasi tre giorni che digiunava, perbacco). Gli offrirono del pesce arrostito, che mangiò indubbiamente con gusto. Terminato che fu il quaresimale magro pasto, iniziò il discorso simposiaco cristiano. Gesù istruì gli apostoli a dovere, preparandoli alla missione di predicatori della celeste dottrina. Dovevano arrivare fino ai confini del mondo (oltre Tule!) per convertire non solo i giudei, ma anche tutti i popoli della terra, pagani e iperborei. Dovevano pazientare, prima di mettersi in viaggio, e attendere che il Padre celeste dall’alto li caricasse in potenza. Chi tra le genti rifiutava di condividere il suo credo e non si pentiva con sincerità dei peccati commessi, se la sarebbe veduta con lui nell’altro mondo, al momento di presentare il “redde rationem”. Terminata che fu la predica, fatte le debite raccomandazioni, li condusse con sé, fuori, alla volta di Betania. Cammin facendo, prima li benedisse, poi si accomiatò, involandosi tra le nubi del cielo in spirito e corpo, trasformandosi in puro essere invisibile. L’accolta dei fedelissimi si prostrò per adorare l’eletto Figlio di Dio (rara avis in terris). Ritornarono poi sui loro passi, colmi di gioia, alleluiando e lodando il Cristo in gloria. Nell’attesa di ricevere i poteri dall’alto, trascorsero nel Tempio intere giornate a pregare e a ringraziare Dio per cotanto onore ricevuto. Occorre infine notare che non in Galilea, come riportato nei vangeli di Marco e Matteo, ma in Gerusalemme e dintorni il Risorto apparve agli apostoli, che, dopo essersi dispersi, pare che si ritrovassero lì riuniti in gran segreto.
































PARTE SECONDA



L’evangelista Luca, presunto autore anche degli Atti degli Apostoli, fa dire a Paolo (At 13, 26-29) che gli abitanti di Gerusalemme ed i loro capi chiesero a Pilato di uccidere Gesù e, dopo la sua morte sulla croce, lo deposero dal patibolo e lo misero in un sepolcro. Sembrerebbe, diversamente dal racconto degli altri evangelisti, che la sepoltura di Gesù sarebbe da attribuire ai suoi nemici, anziché ai suoi amici. In verità, nel Vangelo, Luca non dice che Giuseppe d’Arimatea fosse suo discepolo, né dice che lo depose in un sepolcro di sua proprietà. Ne consegue, dal combinato disposto dei due racconti, che Giuseppe potrebbe esser stato un addetto del Sinedrio alla sepoltura dei corpi. Luca, inoltre, negli Atti (1, 1 seg.) asserisce che Gesù risorto fu assunto in cielo dopo quaranta giorni dalla morte (non il giorno medesimo della risurrezione, come appare nel suo Vangelo). Insomma, non solo Luca si contraddice del tutto nei suoi scritti, ma anche tutti e quattro gli evangelisti e l’apostolo Paolo, nella Prima Lettera ai Corinzi, si contraddicono tra loro in merito ai racconti della risurrezione e dei successivi avvenimenti, Il che fa dubitare circa la fondatezza delle loro testimonianze.

In quei quaranta giorni, secondo la versione degli “Atti”, prima di risalire nel suo regno celeste, Gesù si mostrò redivivo agli apostoli, i fedelissimi scelti con l’aiuto del terzo dio, lo Spirito Santo (Ruah, in ebraico, è di genere femminile, cfr. Vangelo apocrifo di Filippo, c.12, e rappresenta la potenza di Dio quale dimensione femminea e materna, cfr. Edith Stein, “Con la Croce sul cuore”, cap. VII). Molte e convincenti furono le prove esibite da Gesù per dimostrare il miracolo del ritorno alla vita del suo martoriato cadavere; ciò nonostante, i suoi dubitarono non poco. Prima d’involarsi verso il cielo, Gesù li riunì intorno al desco e impartì loro varie disposizioni. Dovevano attendere, in Gerusalemme, la discesa dello Spirito Santo, che li avrebbe battezzati non con acqua, come faceva il Battista, ma con la potenza santificante dei lumi divini. I discepoli, come al solito, fraintesero le sue parole, credendo, da zelanti messianisti, che fosse imminente la restaurazione della potenza d’Israele e la rivalsa del popolo eletto, perciò gli chiesero se stesse per compiersi l’avvento atteso. Gesù tagliò corto, rispondendo che non dovevano impicciarsi degli affari di suo Padre: ogni cosa sarebbe arrivata a tempo debito. Intanto, appena avrebbero ricevuto i lumi divini, dovevano alzare i tacchi e di buona lena dare testimonianza di lui per il mondo. Dapprima in Gerusalemme, poi in Giudea e in Samaria, e, “dulcis in fundo”, l’amaro calice dovevano divulgarlo fino all’estremità della terra (la quale, essendo simile ad una sfera, non ha termini estremi). Dopo aver dato le ultime disposizioni, Gesù lievitò nell’alto dei cieli fra lo stupore dei commensali (secondo mistero glorioso). Una nube infine lo sottrasse ai loro sguardi (non è chiaro come avrebbero potuto vedere nubi e cieli, stando chiusi tra le mura di una casa, salvo credere nel solito miracolo). Mentre gli apostoli stavano immobili, con sguardo attonito e naso all’insù, la comparsa improvvisa di due uomini vestiti di bianco li scosse dal torpore mistico. I due celesti messi assicurarono l’afflitta compagnia gesuana che un giorno o l’altro Gesù sarebbe ritornato in tutta la sua potenza (c.d. parusia). Rassegnatisi alla perdita del Maestro, nell'attesa di ricevere i doni spirituali del Paraclito, terzo dio consolatore, rincasarono, lasciandosi alle spalle il monte Oliveto, poco distante da Gerusalemme (l’assunzione in cielo, come appare adesso, sembra che sia avvenuta sul monte Oliveto, non in casa degli apostoli a Gerusalemme, né sulla strada per Betania, come testimoniato altrove). Gli apostoli rimasero nella città santa ad attendere l’adempimento delle promesse di Gesù. Con loro stavano le pie donne insieme alla madre ed ai fratelli del Signore. In quei giorni d’attesa, trascorsi tra costanti e ferventi preghiere, Pietro sentenziò che la morte ignominiosa di Giuda, l’apostolo traditore, era stata predetta dalle Scritture (ancora un’ennesima, arbitraria interpretazione). Si rendeva quindi necessario procedere a eleggere un nuovo apostolo mediante cooptazione. Si scelsero due fedelissimi della prima ora, lasciando alla sorte la scelta del sostituto, non senza aver prima invocato l’aiuto dello Spirito Santo. La sorte cadde su Mattia. Quanto alla madre di Gesù, le comunità cristiane dei primi secoli non la insignirono d’attributi divini né fu oggetto di culto o di venerazione. La mariolatria (indebita divinazione della madre di Gesù) dovrà attendere il quinto secolo e l’affermazione degli studi teologici, di cui la mariologia sarà parte integrante.

Paolo, l’apostolo che testimonia, in fede sua, di aver ricevuto direttamente dal Signore l’insegnamento del Vangelo (1 Co 11, 23), nell’Epistola ai Corinzi (1 Co 15, 1 seg.) attesta che Gesù risorto apparve prima a Pietro, poi ai Dodici (che, invece, erano undici, dopo il tradimento di Giuda, di cui Paolo forse non era stato informato).  In seguito, apparve a più di cinquecento fratelli in una volta, molti dei quali ancora viventi, poi anche al pio Giacomo, fratello del Signore, e nuovamente a tutti i suoi apostoli. Infine, dopo gli altri, apparve finalmente anche a lui, Paolo, che dichiara di essere l’ultimo tra gli apostoli, un aborto, indegno di tanto onore. Questa sua (falsa) modestia contrasta con l’esaltazione della missione che, parola sua, ebbe il privilegio di ricevere direttamente da Cristo, durante una fulminante visione sulla via per Damasco. Egli, infatti, assicura di esser stato costituito araldo ed apostolo dell’uomo Cristo Gesù, mediatore tra Dio e l’umana gente. Si esalta nel definirsi maestro delle genti (1 Tm 2, 5-7; 2 Tm 1, 11), avendo avuto il privilegio di ricevere direttamente da Cristo la rivelazione del Vangelo, affinché lo annunziasse ai gentili (Ga 1, 15-17). Fin da allora egli non ha avuto bisogno di recarsi a Gerusalemme per consultare chi prima di lui era stato costituito apostolo. Il Signore stesso lo aveva scelto come strumento per evangelizzare pagani, giudei e re della terra (At 9, 15), e tanto poteva bastare. Paolo, dunque, ignora che, ancor prima che a Pietro, il Risorto apparve alle pie donne; invece menziona ciò che non è detto nei Vangeli, cioè l’apparizione, oltre che per ultimo a lui, a più di cinquecento fedeli e a Giacomo il Giusto, fratello di Gesù (quest’ultima apparizione, secondo san Girolamo, era testimoniata dall’apocrifo Vangelo degli ebrei, non pervenuto fino a noi). Quanto alla contemporanea apparizione a più di cinquecento seguaci, molti dei quali ancora viventi (il che lascia supporre che l’avvenimento doveva essere di comune conoscenza nelle varie comunità dei seguaci di Cristo), potrebbe trattarsi, se non di un fenomeno d’isterismo collettivo, di estasi o visione interiore, non di apparizione vera e propria.

Se l’uomo Gesù era l’unico mediatore idoneo a rappacificare Dio con le sue creature, ne consegue che la finitezza dell’uomo non poteva compensare, con un’offerta adeguata, l’offesa fatta all’infinita maestà di Dio. Solamente un essere, avente superiore e divina natura, avrebbe potuto raggiungere lo scopo. Questi era Gesù, il Figlio di Dio, fattosi uomo per la nostra salvezza. In virtù della sua divinità, egli offrì volontariamente al Padre il sacrificio della sua umana esistenza, ricevendone in cambio il riscatto di tutta l’umanità. C’è stata quindi una mediazione tra due parti, in cui una (il Padre), sdoppiandosi nell’altra parte (il Figlio) avente la sua stessa natura (un alter ego), ha preteso un sacrificio di se stesso nella persona del Figlio, come soddisfazione per una (pretestuosa quanto ridicola) offesa ricevuta dalle sue creature. E’ questo un vero e proprio assurdo rompicapo, partorito dalle gloriose menti clericali, allo scopo di attribuire all’uomo Gesù, divinizzato, una qualità unica di mediatore, diversa da quella attribuita a Mosè, avendo anche lui patteggiato l’alleanza tra Dio e il suo popolo eletto (cfr. Ga 3, 19-20).

Bisogna credere per comprendere i sacri misteri della religione cristiana. Per poter credere, però, occorre assumere a criterio di verità ciò che appare assurdo.


Lucio Apulo Daunio

Nessun commento:

Posta un commento