IL MISTERO
DELLA SINDONE SECONDO LUCA
PARTE PRIMA
Si narra,
nel Vangelo secondo Luca (23, 50-56; 24, 1 seg.), che a ritornare di buon
mattino al sepolcro, dopo l’osservanza del sabato, furono le donne che stavano
al seguito di Gesù e lo servivano, sovvenzionandolo per la sua divina missione.
Tra queste c’erano: l’onnipresente Maria Maddalena, Giovanna (moglie di Cusa,
sovrintendente del palazzo di Erode, cfr. Lc 8, 3) e Maria di Giacomo (cioè,
moglie di un Giacomo? O madre di Giacomo il Minore e di Giuseppe, come indicano
Marco e Matteo? E se Giacomo, Giuseppe, Giuda e Simone sono detti fratelli di
Gesù - cfr. Mt 13, 56 e Mc 6, 3 - quest’altra Maria potrebbe essere la madre di
Gesù?).
Le pie donne
avevano comprato giorni prima aromi e unguenti per poter imbalsamare la salma
di Gesù. Al riguardo, appare del tutto improbabile che si possa imbalsamare un
cadavere in corso di decomposizione, in un luogo dove il clima è caldo, essendo
già trascorse oltre quaranta ore dalla morte. Non essendosi fatte accompagnare
da uomini robusti, chi avrebbe potuto spostare la pesante pietra che sigillava
l’ingresso della tomba? Mistero fitto. Fatto sta che, al loro arrivo, la tomba
la trovarono aperta e l’interno vuoto. Allo stupore delle pie donne
sopraggiunse anche il timore, quando, improvvisamente, apparvero due individui,
abbigliati con splendide vesti. Le pie donne, abbacinate dalla visione,
chinarono il capo. Gli spettri annunciarono che non dovevano cercare il vivente
Gesù tra i morti, perché egli era già risorto, come aveva predetto in vita.
Rinfrescatasi la memoria, le pie donne se ne ritornarono sui loro passi, alla
volta di Gerusalemme, dove incontrarono gli undici apostoli, ai quali
riferirono l’accaduto. Manco a dirlo, non furono credute. Il loro racconto
parve allucinante. Pietro volle togliersi lo sfizio di andare personalmente a
controllare la tomba. Si precipitò sul sacro luogo. Arrivò trafelato. Entrò
nell’avello. La salma era scomparsa. Intravide solo le bende, non anche il
lenzuolo (o sindone) con cui Giuseppe d’Arimatea, uomo giusto e buono, membro
dissidente del Sinedrio (si opponeva alle deliberazioni assunte e alle azioni
intraprese dall’alto consesso contro Gesù), avvolse il cadavere dopo averlo
deposto dalla croce. Le bende, verosimilmente, dovevano servire a fasciare il
corpo di Gesù, dopo il lavaggio e l’unzione con gli aromi, che le pie donne
stavano portando per completare il trattamento del cadavere lasciato incompiuto
per l’approssimarsi del sabato (il giorno iniziava al tramonto). Il racconto
delle donne era dunque vero. Pietro ritornò mogio mogio verso Gerusalemme.
Forse, in cuor suo, era contrariato che il Risorto non si era ancora degnato di
apparire innanzi tutto a lui, pietra angolare della sorgente Chiesa romana,
antesignano dei Santi Padri istitutori della c.d. “Cathedra Petri”,
servi dei servi di Dio (titolo stimato poco onorifico dai successivi pretesi
successori di Pietro, che si arrogheranno quello più influente di “vicarius
Christi” o “vicarius Dei”). Gesù non tarderà ad appagare il
desiderio del roccioso apostolo, anche se l’evangelista omette di descrivere i
particolari dell’apparizione (non per altro, Luca è il compagno missionario di
Paolo, interprete di un movimento cristiano-ellenistico, antagonista a quello
prettamente giudaico seguito da Pietro e dagli altri notabili di Gerusalemme).
L’evangelista prosegue il racconto, descrivendo l’apparizione di Gesù a due
suoi discepoli in cammino verso Emmaus, villaggio nei dintorni di Gerusalemme.
Questi stavano discorrendo sugli ultimi avvenimenti che avevano sconvolto la
città santa. Uno dei due si chiamava Cleopa (forse era marito di quella Maria
di Cleopa, che stava vicina alla croce di Gesù con altre pie donne, cfr. Gv
19,25). Gesù si affiancò ai due, che non lo riconobbero, intromettendosi nella
discussione. Avevano un aspetto triste e furono sorpresi nell’apprendere che lo
straniero non era informato sui fatti straordinari accaduti in quei giorni. Gli
riferirono che era stato condannato a morte un gran profeta “homo novus”
d’Israele, potente in opere e in parole. Trascorsi tre giorni dalla morte (non
72 ore, ma circa 40), la salma era misteriosamente scomparsa. Si era intanto
diffusa la voce che egli era risorto, però nessuno l’aveva visto redivivo.
Avevano sperato che fosse proprio lui, artefice di “mirabilia”, il
liberatore d’Israele, e che arrivasse finalmente l’atteso regno messianico.
Gesù, nell’ascoltare quei discorsi, reagì con stizza, sbottando in una
“reprimenda”. Stolti e testardi reputò i due discepoli, che non si prestavano a
credere alle parole dei profeti sancite nei sacri testi. Si profuse in discorsi
illuminanti sulle Sacre Scritture, spiegando ai due quanto lo riguardava e
infiammando i loro cuori con una proluvie di sacre parole. Impressionati dalla
divina prolusione, i due non vollero privarsi della sua compagnia, invitandolo
a trascorrere con loro la serata. Durante la cena, Gesù spezzettò il pane e lo
benedì, porgendolo poi ai commensali. L’effetto del sacro rito portò al
riconoscimento del Maestro. Scopertosi, Gesù disparve ai loro sguardi. I due
discepoli non esitarono a ritornare con passo spedito a Gerusalemme per
riferire agli undici apostoli l’apparizione di Cristo. Li trovarono riuniti
assieme ad altri compagni di fede, mentre stavano commentando l’avvenuta
(finalmente!) apparizione di Gesù a Pietro e contemplando il mistero glorioso
del Risorto. Ecco che, nel bel mezzo dell’animata discussione e contemplazione,
comparve il Salvatore, che salutò gli astanti con l’augurio di pace. La
repentina intrusione dell’inclita presenza divina scosse gli astanti,
sconvolgendo persino Pietro, che aveva già fatto tale esperienza. Temettero di
vedere uno spettro. Gesù cercò di fugare il loro turbamento e li esortò a non
avere dubbi su di lui: era vivo e vegeto, in carne ed ossa, e potevano toccarlo
per accertarsene (altro che il “noli me tangere” imposto alla Maddalena
quando le apparve). Pieni di stupore, riacquistata un po’ di fiducia,
iniziarono a manifestare segni di gioia. Per rendersi più credibile, Gesù disse
di aver fame (erano quasi tre giorni che digiunava, perbacco). Gli offrirono
del pesce arrostito, che mangiò indubbiamente con gusto. Terminato che fu il
quaresimale magro pasto, iniziò il discorso simposiaco cristiano. Gesù istruì
gli apostoli a dovere, preparandoli alla missione di predicatori della celeste
dottrina. Dovevano arrivare fino ai confini del mondo (oltre Tule!) per
convertire non solo i giudei, ma anche tutti i popoli della terra, pagani e
iperborei. Dovevano pazientare, prima di mettersi in viaggio, e attendere che
il Padre celeste dall’alto li caricasse in potenza. Chi tra le genti rifiutava
di condividere il suo credo e non si pentiva con sincerità dei peccati
commessi, se la sarebbe veduta con lui nell’altro mondo, al momento di
presentare il “redde rationem”. Terminata che fu la predica, fatte le
debite raccomandazioni, li condusse con sé, fuori, alla volta di Betania.
Cammin facendo, prima li benedisse, poi si accomiatò, involandosi tra le nubi
del cielo in spirito e corpo, trasformandosi in puro essere invisibile.
L’accolta dei fedelissimi si prostrò per adorare l’eletto Figlio di Dio (rara
avis in terris). Ritornarono poi sui loro passi, colmi di gioia,
alleluiando e lodando il Cristo in gloria. Nell’attesa di ricevere i poteri
dall’alto, trascorsero nel Tempio intere giornate a pregare e a ringraziare Dio
per cotanto onore ricevuto. Occorre infine notare che non in Galilea, come
riportato nei vangeli di Marco e Matteo, ma in Gerusalemme e dintorni il
Risorto apparve agli apostoli, che, dopo essersi dispersi, pare che si
ritrovassero lì riuniti in gran segreto.
PARTE SECONDA
L’evangelista
Luca, presunto autore anche degli Atti degli Apostoli, fa dire a Paolo (At 13,
26-29) che gli abitanti di Gerusalemme ed i loro capi chiesero a Pilato di
uccidere Gesù e, dopo la sua morte sulla croce, lo deposero dal patibolo e lo
misero in un sepolcro. Sembrerebbe, diversamente dal racconto degli altri
evangelisti, che la sepoltura di Gesù sarebbe da attribuire ai suoi nemici, anziché
ai suoi amici. In verità, nel Vangelo, Luca non dice che
Giuseppe d’Arimatea fosse suo discepolo, né dice che lo depose in un sepolcro
di sua proprietà. Ne consegue, dal combinato disposto dei due racconti, che
Giuseppe potrebbe esser stato un addetto del Sinedrio alla sepoltura dei corpi.
Luca, inoltre, negli Atti (1, 1 seg.) asserisce che Gesù risorto fu assunto in
cielo dopo quaranta giorni dalla morte (non il giorno medesimo della
risurrezione, come appare nel suo Vangelo). Insomma, non solo Luca si
contraddice del tutto nei suoi scritti, ma anche tutti e quattro gli
evangelisti e l’apostolo Paolo, nella Prima Lettera ai Corinzi, si
contraddicono tra loro in merito ai racconti della risurrezione e dei
successivi avvenimenti, Il che fa dubitare circa la fondatezza delle loro
testimonianze.
In quei quaranta
giorni, secondo la versione degli “Atti”, prima di risalire nel suo regno
celeste, Gesù si mostrò redivivo agli apostoli, i fedelissimi scelti con
l’aiuto del terzo dio, lo Spirito Santo (Ruah, in ebraico, è di genere
femminile, cfr. Vangelo apocrifo di Filippo, c.12, e rappresenta la potenza di
Dio quale dimensione femminea e materna, cfr. Edith Stein, “Con la Croce sul
cuore”, cap. VII). Molte e convincenti furono le prove esibite da Gesù per
dimostrare il miracolo del ritorno alla vita del suo martoriato cadavere; ciò
nonostante, i suoi dubitarono non poco. Prima d’involarsi verso il cielo, Gesù
li riunì intorno al desco e impartì loro varie disposizioni. Dovevano
attendere, in Gerusalemme, la discesa dello Spirito Santo, che li avrebbe
battezzati non con acqua, come faceva il Battista, ma con la potenza
santificante dei lumi divini. I discepoli, come al solito, fraintesero le sue
parole, credendo, da zelanti messianisti, che fosse imminente la restaurazione
della potenza d’Israele e la rivalsa del popolo eletto, perciò gli chiesero se
stesse per compiersi l’avvento atteso. Gesù tagliò corto, rispondendo che non
dovevano impicciarsi degli affari di suo Padre: ogni cosa sarebbe arrivata a
tempo debito. Intanto, appena avrebbero ricevuto i lumi divini, dovevano alzare
i tacchi e di buona lena dare testimonianza di lui per il mondo. Dapprima in
Gerusalemme, poi in Giudea e in Samaria, e, “dulcis in fundo”, l’amaro calice
dovevano divulgarlo fino all’estremità della terra (la quale, essendo simile ad
una sfera, non ha termini estremi). Dopo aver dato le ultime disposizioni, Gesù
lievitò nell’alto dei cieli fra lo stupore dei commensali (secondo mistero
glorioso). Una nube infine lo sottrasse ai loro sguardi (non è chiaro come
avrebbero potuto vedere nubi e cieli, stando chiusi tra le mura di una casa,
salvo credere nel solito miracolo). Mentre gli apostoli stavano immobili, con
sguardo attonito e naso all’insù, la comparsa improvvisa di due uomini vestiti
di bianco li scosse dal torpore mistico. I due celesti messi assicurarono
l’afflitta compagnia gesuana che un giorno o l’altro Gesù sarebbe ritornato in
tutta la sua potenza (c.d. parusia). Rassegnatisi alla perdita del Maestro,
nell'attesa di ricevere i doni spirituali del Paraclito, terzo dio consolatore,
rincasarono, lasciandosi alle spalle il monte Oliveto, poco distante da
Gerusalemme (l’assunzione in cielo, come appare adesso, sembra che sia avvenuta
sul monte Oliveto, non in casa degli apostoli a Gerusalemme, né sulla strada
per Betania, come testimoniato altrove). Gli apostoli rimasero nella città
santa ad attendere l’adempimento delle promesse di Gesù. Con loro stavano le
pie donne insieme alla madre ed ai fratelli del Signore. In quei giorni
d’attesa, trascorsi tra costanti e ferventi preghiere, Pietro sentenziò che la
morte ignominiosa di Giuda, l’apostolo traditore, era stata predetta dalle
Scritture (ancora un’ennesima, arbitraria interpretazione). Si rendeva quindi
necessario procedere a eleggere un nuovo apostolo mediante cooptazione. Si
scelsero due fedelissimi della prima ora, lasciando alla sorte la scelta del
sostituto, non senza aver prima invocato l’aiuto dello Spirito Santo. La sorte
cadde su Mattia. Quanto alla madre di Gesù, le comunità cristiane dei primi
secoli non la insignirono d’attributi divini né fu oggetto di culto o di
venerazione. La mariolatria (indebita divinazione della madre di Gesù) dovrà
attendere il quinto secolo e l’affermazione degli studi teologici, di cui la
mariologia sarà parte integrante.
Paolo,
l’apostolo che testimonia, in fede sua, di aver ricevuto direttamente dal
Signore l’insegnamento del Vangelo (1 Co 11, 23), nell’Epistola ai Corinzi (1
Co 15, 1 seg.) attesta che Gesù risorto apparve prima a Pietro, poi ai Dodici
(che, invece, erano undici, dopo il tradimento di Giuda, di cui Paolo forse non
era stato informato). In seguito, apparve a più di cinquecento fratelli
in una volta, molti dei quali ancora viventi, poi anche al pio Giacomo,
fratello del Signore, e nuovamente a tutti i suoi apostoli. Infine, dopo gli altri,
apparve finalmente anche a lui, Paolo, che dichiara di essere l’ultimo tra gli
apostoli, un aborto, indegno di tanto onore. Questa sua (falsa) modestia
contrasta con l’esaltazione della missione che, parola sua, ebbe il privilegio
di ricevere direttamente da Cristo, durante una fulminante visione sulla via
per Damasco. Egli, infatti, assicura di esser stato costituito araldo ed
apostolo dell’uomo Cristo Gesù, mediatore tra Dio e l’umana gente. Si esalta
nel definirsi maestro delle genti (1 Tm 2, 5-7; 2 Tm 1, 11), avendo avuto il
privilegio di ricevere direttamente da Cristo la rivelazione del Vangelo,
affinché lo annunziasse ai gentili (Ga 1, 15-17). Fin da allora egli non ha
avuto bisogno di recarsi a Gerusalemme per consultare chi prima di lui era stato
costituito apostolo. Il Signore stesso lo aveva scelto come strumento per
evangelizzare pagani, giudei e re della terra (At 9, 15), e tanto poteva
bastare. Paolo, dunque, ignora che, ancor prima che a Pietro, il Risorto
apparve alle pie donne; invece menziona ciò che non è detto nei Vangeli, cioè
l’apparizione, oltre che per ultimo a lui, a più di cinquecento fedeli e a
Giacomo il Giusto, fratello di Gesù (quest’ultima apparizione, secondo san
Girolamo, era testimoniata dall’apocrifo Vangelo degli ebrei, non pervenuto
fino a noi). Quanto alla contemporanea apparizione a più di cinquecento
seguaci, molti dei quali ancora viventi (il che lascia supporre che
l’avvenimento doveva essere di comune conoscenza nelle varie comunità dei
seguaci di Cristo), potrebbe trattarsi, se non di un fenomeno d’isterismo
collettivo, di estasi o visione interiore, non di apparizione vera e propria.
Se l’uomo
Gesù era l’unico mediatore idoneo a rappacificare Dio con le sue creature, ne
consegue che la finitezza dell’uomo non poteva compensare, con un’offerta
adeguata, l’offesa fatta all’infinita maestà di Dio. Solamente un essere,
avente superiore e divina natura, avrebbe potuto raggiungere lo scopo. Questi
era Gesù, il Figlio di Dio, fattosi uomo per la nostra salvezza. In virtù della
sua divinità, egli offrì volontariamente al Padre il sacrificio della sua umana
esistenza, ricevendone in cambio il riscatto di tutta l’umanità. C’è stata
quindi una mediazione tra due parti, in cui una (il Padre), sdoppiandosi
nell’altra parte (il Figlio) avente la sua stessa natura (un alter ego),
ha preteso un sacrificio di se stesso nella persona del Figlio, come
soddisfazione per una (pretestuosa quanto ridicola) offesa ricevuta dalle sue
creature. E’ questo un vero e proprio assurdo rompicapo, partorito dalle
gloriose menti clericali, allo scopo di attribuire all’uomo Gesù, divinizzato,
una qualità unica di mediatore, diversa da quella attribuita a Mosè, avendo
anche lui patteggiato l’alleanza tra Dio e il suo popolo eletto (cfr. Ga 3,
19-20).
Bisogna
credere per comprendere i sacri misteri della religione cristiana. Per poter
credere, però, occorre assumere a criterio di verità ciò che appare assurdo.
Lucio Apulo Daunio
Nessun commento:
Posta un commento