domenica 27 febbraio 2011


ACCUMULAZIONE E CRISI NELLA TEORIA ECONOMICA MARXIANA

 

Nel modo di produzione capitalistico le imprese tendono a introdurre innovazioni, che riducono i costi e aumentano i profitti. In conseguenza dell’incremento di produttività e della riduzione dei costi, le imprese innovatrici possono fissare un prezzo inferiore a quello corrente sul mercato. La maggiore competitività di queste imprese dinamiche danneggia quelle concorrenti, che sono perciò indotte ad introdurre le innovazioni per adeguarsi alle imprese efficienti ed evitare di essere estromesse dal mercato. La concorrenza tra le imprese opera in modo tale che l’economia viaggi o verso l’equilibrio, quando i prezzi tendono a coincidere con i valori delle merci, o verso il disequilibrio.

Quando nell’economia si verificano squilibri settoriali con eccedenza di merci invendute, ne consegue una riduzione del saggio di profitto e un disincentivo ad investire nei settori in crisi. Qualora la crisi tenda a generalizzarsi all’intera economia, la riduzione del saggio di profitto è attesa in tutti i settori. In tal caso può verificarsi un arresto generale del processo di accumulazione e una crisi generale di sovrapproduzione, dalla quale consegue una crisi monetaria, in quanto i capitalisti preferiscono tenere i capitali nella forma monetaria, piuttosto che immetterlo in circolazione.

Se un determinato settore dell’economia è in crisi, perché l’offerta è superiore alla domanda, l’interruzione delle vendite induce l’impresa a ridurre la produzione. L’eccesso di offerta, in tal caso, si tramuterà in una riduzione di domanda verso altri settori economici, innescando un processo a catena tra eccessi di offerta e riduzione di domanda e allargando così la crisi all’intera economia.

La domanda globale può risultare periodicamente insufficiente sia per l’interruzione degli investimenti, nel caso in cui vi siano attese pessimistiche in relazione alla massimizzazione del saggio di profitto, sia per la tendenza ad impiegare nel processo produttivo una quantità di forza-lavoro minore rispetto all’investimento in macchinari. La forza-lavoro, in quanto concorre a determinare i costi di produzione, si tende a ridurla; ma, in quanto è il mezzo per ottenere plusvalore, non si può sopprimerla del tutto ed occorre necessariamente impiegarla anche quando è superflua: somma contraddizione, secondo Marx, del modo di produzione capitalistico.

La concorrenza e il progresso tecnologico spingono gli imprenditori ad introdurre nel processo produttivo macchine che aumentano la produttività e quindi il saggio di profitto. L’introduzione di macchine comporta una riduzione del numero di lavoratori. La convenienza dell’imprenditore consiste nel minor costo dei macchinari di nuovo impiego rispetto al costo del lavoro vivo. La crescita della produttività che ne consegue, a lungo andare, porterà ad una crisi di sovrapproduzione per insufficienza della domanda globale.

Quando il processo di investimenti in macchinari è in rapida ascesa, anche la domanda di forza-lavoro tende a crescere, riducendo il tasso di disoccupazione. In tali circostanze il prezzo del lavoro vivo supera il valore del medesimo e porta ad una riduzione del saggio di profitto. Tale riduzione, a sua volta, induce ad introdurre nel processo produttivo innovazioni che risparmiano l’impiego della forza-lavoro. Lo sviluppo economico, però, in quanto riduce la disoccupazione ed aumenta il salario, è la situazione più favorevole per i lavoratori, prima che inizi un nuovo periodo di crisi.

Contro l’opinione degli economisti “classici”, che ritenevano i profitti come giusto compenso per l’astinenza dai consumi dei capitalisti (cioè reddito risparmiato e investito), Marx afferma che i profitti sono la necessaria conseguenza del modo di produzione capitalistico, dello sfruttamento della forza-lavoro, dell’accumulazione del capitale e dell’appropriazione, da parte dei capitalisti, di tutto il plusvalore e di tutto il sovraprodotto.

L’analisi economica di Marx, quindi, mira non solo a scoprire l’origine dello sfruttamento del lavoro, ma anche le cause che determinano le crisi periodiche, con la conseguenza, a suo dire inevitabile, del crollo del sistema capitalistico.

      Lucio Apulo Daunio

 

BIBLIOGRAFIA

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K. KORSCH, “Karl Marx”.

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