ACCUMULAZIONE E CRISI NELLA TEORIA ECONOMICA MARXIANA
Nel modo di
produzione capitalistico le imprese tendono a introdurre innovazioni, che
riducono i costi e aumentano i profitti. In conseguenza dell’incremento di
produttività e della riduzione dei costi, le imprese innovatrici possono
fissare un prezzo inferiore a quello corrente sul mercato. La maggiore
competitività di queste imprese dinamiche danneggia quelle concorrenti, che
sono perciò indotte ad introdurre le innovazioni per adeguarsi alle imprese
efficienti ed evitare di essere estromesse dal mercato. La concorrenza tra le
imprese opera in modo tale che l’economia viaggi o verso l’equilibrio, quando i
prezzi tendono a coincidere con i valori delle merci, o verso il disequilibrio.
Quando nell’economia
si verificano squilibri settoriali con eccedenza di merci invendute, ne
consegue una riduzione del saggio di profitto e un disincentivo ad investire
nei settori in crisi. Qualora la crisi tenda a generalizzarsi all’intera
economia, la riduzione del saggio di profitto è attesa in tutti i settori. In
tal caso può verificarsi un arresto generale del processo di accumulazione e
una crisi generale di sovrapproduzione, dalla quale consegue una crisi
monetaria, in quanto i capitalisti preferiscono tenere i capitali nella forma
monetaria, piuttosto che immetterlo in circolazione.
Se un
determinato settore dell’economia è in crisi, perché l’offerta è superiore alla
domanda, l’interruzione delle vendite induce l’impresa a ridurre la produzione.
L’eccesso di offerta, in tal caso, si tramuterà in una riduzione di domanda
verso altri settori economici, innescando un processo a catena tra eccessi di
offerta e riduzione di domanda e allargando così la crisi all’intera economia.
La domanda
globale può risultare periodicamente insufficiente sia per l’interruzione degli
investimenti, nel caso in cui vi siano attese pessimistiche in relazione alla
massimizzazione del saggio di profitto, sia per la tendenza ad impiegare nel
processo produttivo una quantità di forza-lavoro minore rispetto
all’investimento in macchinari. La forza-lavoro, in quanto concorre a
determinare i costi di produzione, si tende a ridurla; ma, in quanto è il mezzo
per ottenere plusvalore, non si può sopprimerla del tutto ed occorre
necessariamente impiegarla anche quando è superflua: somma contraddizione,
secondo Marx, del modo di produzione capitalistico.
La concorrenza
e il progresso tecnologico spingono gli imprenditori ad introdurre nel processo
produttivo macchine che aumentano la produttività e quindi il saggio di
profitto. L’introduzione di macchine comporta una riduzione del numero di
lavoratori. La convenienza dell’imprenditore consiste nel minor costo dei
macchinari di nuovo impiego rispetto al costo del lavoro vivo. La crescita
della produttività che ne consegue, a lungo andare, porterà ad una crisi di
sovrapproduzione per insufficienza della domanda globale.
Quando il
processo di investimenti in macchinari è in rapida ascesa, anche la domanda di
forza-lavoro tende a crescere, riducendo il tasso di disoccupazione. In tali
circostanze il prezzo del lavoro vivo supera il valore del medesimo e porta ad
una riduzione del saggio di profitto. Tale riduzione, a sua volta, induce ad
introdurre nel processo produttivo innovazioni che risparmiano l’impiego della
forza-lavoro. Lo sviluppo economico, però, in quanto riduce la disoccupazione
ed aumenta il salario, è la situazione più favorevole per i lavoratori, prima
che inizi un nuovo periodo di crisi.
Contro
l’opinione degli economisti “classici”, che ritenevano i profitti come giusto
compenso per l’astinenza dai consumi dei capitalisti (cioè reddito risparmiato
e investito), Marx afferma che i profitti sono la necessaria conseguenza del
modo di produzione capitalistico, dello sfruttamento della forza-lavoro,
dell’accumulazione del capitale e dell’appropriazione, da parte dei
capitalisti, di tutto il plusvalore e di tutto il sovraprodotto.
L’analisi
economica di Marx, quindi, mira non solo a scoprire l’origine dello
sfruttamento del lavoro, ma anche le cause che determinano le crisi periodiche,
con la conseguenza, a suo dire inevitabile, del crollo del sistema
capitalistico.
Lucio Apulo Daunio
BIBLIOGRAFIA
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