mercoledì 23 febbraio 2011


LA FALSA RELIQUIA DI FILOMENA



           Il giorno 25 maggio 1802, scavando nelle catacombe romane per cercare reliquie di santi (come allora era usanza), si scoprì nel cimitero di Priscilla (sulla via Salaria) un loculo chiuso con tre mattoni, sui quali era dipinta in rosso un’iscrizione.

I tre mattoni risultavano disposti nel seguente ordine:

LUMENA  -  PAX  TE  -  CUM  FI

Dentro il loculo si trovò un corpo, che fu attribuito ad una giovinetta, ed un’ampolla, che si credette contenesse sangue. Le ampolle ritrovate nei sepolcri si ritenevano allora segni indubitabili di martirio. Quel sepolcro, quindi, fu giudicato frettolosamente appartenente ad una martire. Le ossa che si rinvennero furono trasportate in città e collocate, insieme alle tegole con l’iscrizione, nel deposito adibito a reliquiario, per essere poi trasferite in qualche chiesa (come allora era usanza fare). Supponendo che le tegole fossero state collocate in quel disordine per errore di coloro che seppellirono il corpo della giovinetta, si ridisposero nel seguente ordine:

PAX  TE  -  CUM  FI  -  LUMENA.

Posti i mattoni in tale ordine, si poteva leggere:

PAX  TECUM  FILUMENA.

Si concluse che in quel luogo era stata tumulata una donna di nome Filumena. La si ritenne perciò martire, anche perché sui mattoni erano dipinte, oltre la suddetta iscrizione, un’ancora ed alcune frecce, che vennero (erroneamente) interpretate come simbolo di martirio. In vero, una martire di tal nome, in Roma, era del tutto ignota alla storia.

Nell’anno 1805, un tal canonico Di Lucia Francesco (n. 1772, m. 1847), desideroso di possedere un “corpo santo”, ottenne (non senza una buona raccomandazione) la reliquia in questione, che trasportò nel suo paesello, a Mugnano del Cardinale, nella diocesi di Nola, presso Napoli. La reliquia, posta nella chiesa dedicata alla Madonna delle Grazie, diede origine ad un culto assai popolare.

Trascorso qualche tempo, seguendo alcune supposte rivelazioni di una pia religiosa napoletana, una tal suor Maria Luisa di Gesù (n. 1799, m. 1875), terziaria domenicana, il semplice e credulo canonico prestò fede allo stravagante racconto di una vita di santa Filomena. Secondo la romanzesca rivelazione della pia religiosa, l’eroina Filomena era contemporanea dell’imperatore Diocleziano (n.240, m.313) e figlia di un re della Grecia. Questa assurda rivelazione, messa per iscritto a cura di monsignore Navarro Luigi, cappellano della corte borbonica di Napoli, fu pubblicata nell’anno 1833 con l’imprimatur (permesso) del Sant’Ufficio.

Non mancarono (manco a dirlo) i prodigi ed i miracoli. Una statua, dal giorno 10 agosto 1823, trasudò per tre giorni consecutivi. Paolina Jaricot, fondatrice dell’Opera della Propagazione della Fede e del Rosario vivente, volle, inferma, portarsi dalla Francia a Mugnano, dove il 10 agosto 1835 ebbe completa guarigione.

Il papa Leone XII, il 4 agosto 1827, donò la suddetta epigrafe, incisa sui mattoni, al santuario di Mugnano, togliendola dal lapidario vaticano. Papa Gregorio XVI (1831-1846), tramite la S. Congregazione dei Riti, concessa la messa e l’ufficio c.d. “de communi” per il giorno 11 agosto, senza però nulla affermare sulla vita della pretesa santa Filomena e del suo martirio. Non fu estranea all’emissione del decreto pontificio la preservazione di Mugnano dall’epidemia di colera dell’anno 1836.

Premesso che dalle antiche fonti nulla risulta in relazione al martirio della presunta santa Filomena, è stato dimostrato da valenti studiosi che né l’ampolla né gli altri segni dipinti con l’epigrafe sui mattoni possano ritenersi simboli attestanti il martirio. E’ stato altresì dimostrato che i mattoni in questione furono intenzionalmente spostati. Essi, infatti, poiché appartenevano ad una tomba più antica, furono adoperati come materiale di chiusura di un nuovo sepolcro e perciò disposti in modo casuale per mostrare che non appartenevano alla persona sepolta in quel loculo. Certamente quei mattoni racchiudevano in origine un loculo ove venne sepolta una Filumena a noi sconosciuta e che, distrutto questo loculo per una ragione a noi ignota, i mattoni furono adoperati come materiale di chiusura di un altro loculo, ove fu sepolta un’altra persona a noi del pari sconosciuta. Se ipotizziamo che i resti della giovinetta trovati dentro il loculo, scoperto nel 1802, siano effettivamente di una martire, dovremmo chiederci perché chi provvide alla sepoltura abbia storpiato in modo sconveniente l’iscrizione sepolcrale di un’eroina della fede. Forse per fretta, per ignoranza, per negligenza? Può darsi, ma allora perché non si provvide subito a riparare l’errore?

É noto che l’autorità ecclesiastica, dal XII secolo in avanti, per i riconoscimenti dei corpi di martiri ritrovati nelle catacombe, si fondava sopra il giudizio di chi allora si riteneva competente nello studio dei monumenti cimiteriali e asseriva di essere certo degli indizi di martirio. Assai spesso allora si commisero errori, pronunciando giudizi su presunti indizi di martirio, senza possedere cognizioni sufficienti.

La S. Congregazione dei Riti, nell’attuale riforma liturgica, togliendo dal calendario liturgico il nome di Filomena, ha tenuto presenti le seguenti conclusioni degli studiosi:

-il corpo attribuito alla giovinetta del loculo scoperto nel 1802 non è lo stesso per il quale fu scritta l’epigrafe;

-nessun segno di martirio può correttamente dedursi dall’epigrafe;

-l’augurio “pax tecum” non ricorre mai nelle epigrafi di martiri, in quanto sono già possessori della pace;

-le tegole con l’epigrafe, essendo state riutilizzate, non danno garanzia circa l’identità della giovinetta;

-l’ampolla non contiene sangue, ma aromi usati nelle sepolture dei primi cristiani.

Nell’anno 1946, il sereno giudizio del dotto bollandista H. Delehaye (appartenente alla società dei gesuiti belgi, studiosi di agiografica critica, impegnati nell’edizione degli “Acta Sanctorum” dal 1643) convalidava il declino delle “fortune” di santa Filomena.

A titolo di cronaca, il culto della presunta santa si diffuse in tutto il mondo. Il canonico Di Lucia, che ottenne la reliquia, fondò la Congregazione laicale delle Monachelle della santa. Bartolo Longo, fondatore del santuario di Pompei, la propose a modello e patrona delle sue orfanelle e ne scrisse la “Vita” (Pompei, 1930). Altre “vite” di Filomena furono scritte dallo stesso Di Lucia e da G. De Proveda. Tutte queste “vite”, per le ragioni sopra esposte, non sono attendibili.

Il Belli, poeta dialettale romano, negli anni 1834-36, compose quattro sonetti contro la “Nova santa” e dieci anni dopo criticò la “Vita” scritta dal Di Lucia.

Ecco uno dei sonetti del Belli:

Santa Filomena

É  arriscappata fora un'antra santa

Battezzata pe santa Filomena:

Che de miracoloni è tanta piena,

Che in un men d'un credo ve ne squaja ottanta.

Quello poi ch 'è una buggera ch ‘'incanta

E che li fa pe burla, ch è  una scena!

A chi annisconne er pranzo, a chi la cena...

E a tant'antri accusì, novi de pianta;

Mò la senti venì, mò tornà via:

Mò te se mette a ride accap'al letto:

Mò te fa quarcun'antra matteria,

Dicheno ch'è una santa, e l'anno detto

puro li preti; ma pe pparte mia

Io la direbbe un spirito folletto



Lucio Apulo Daunio
         



Fonti consultate per la ricerca:

1 - Dizionario ecclesiastico della UTET (ed. 1953)

2 - Bibliotheca Sanctorum (Città Nuova editrice)

3 - Nuovo Bullettino di archeologia cristiana di Orazio Marucchi “Studio archeologico sulla     celebre iscrizione di Filumena, scoperta nel cimitero di Priscilla” (Roma, 1906, pagg. 253-309)


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