LA FALSA
RELIQUIA DI FILOMENA
Il
giorno 25 maggio 1802, scavando nelle catacombe romane per cercare reliquie di
santi (come allora era usanza), si scoprì nel cimitero di Priscilla (sulla via
Salaria) un loculo chiuso con tre mattoni, sui quali era dipinta in rosso
un’iscrizione.
I tre
mattoni risultavano disposti nel seguente ordine:
LUMENA - PAX TE - CUM FI
Dentro il
loculo si trovò un corpo, che fu attribuito ad una giovinetta, ed un’ampolla,
che si credette contenesse sangue. Le ampolle ritrovate nei sepolcri si
ritenevano allora segni indubitabili di martirio. Quel sepolcro, quindi, fu
giudicato frettolosamente appartenente ad una martire. Le ossa che si
rinvennero furono trasportate in città e collocate, insieme alle tegole con
l’iscrizione, nel deposito adibito a reliquiario, per essere poi trasferite in
qualche chiesa (come allora era usanza fare). Supponendo che le tegole fossero
state collocate in quel disordine per errore di coloro che seppellirono il
corpo della giovinetta, si ridisposero nel seguente ordine:
PAX TE - CUM FI - LUMENA.
Posti i
mattoni in tale ordine, si poteva leggere:
PAX TECUM FILUMENA.
Si concluse
che in quel luogo era stata tumulata una donna di nome Filumena. La si ritenne
perciò martire, anche perché sui mattoni erano dipinte, oltre la suddetta
iscrizione, un’ancora ed alcune frecce, che vennero (erroneamente) interpretate
come simbolo di martirio. In vero, una martire di tal nome, in Roma, era del
tutto ignota alla storia.
Nell’anno
1805, un tal canonico Di Lucia Francesco (n. 1772, m. 1847), desideroso di
possedere un “corpo santo”, ottenne (non senza una buona raccomandazione) la
reliquia in questione, che trasportò nel suo paesello, a Mugnano del Cardinale,
nella diocesi di Nola, presso Napoli. La reliquia, posta nella chiesa dedicata
alla Madonna delle Grazie, diede origine ad un culto assai popolare.
Trascorso
qualche tempo, seguendo alcune supposte rivelazioni di una pia religiosa
napoletana, una tal suor Maria Luisa di Gesù (n. 1799, m. 1875), terziaria
domenicana, il semplice e credulo canonico prestò fede allo stravagante
racconto di una vita di santa Filomena. Secondo la romanzesca rivelazione della
pia religiosa, l’eroina Filomena era contemporanea dell’imperatore Diocleziano
(n.240, m.313) e figlia di un re della Grecia. Questa assurda rivelazione,
messa per iscritto a cura di monsignore Navarro Luigi, cappellano della corte
borbonica di Napoli, fu pubblicata nell’anno 1833 con l’imprimatur (permesso)
del Sant’Ufficio.
Non mancarono
(manco a dirlo) i prodigi ed i miracoli. Una statua, dal giorno 10 agosto 1823,
trasudò per tre giorni consecutivi. Paolina Jaricot, fondatrice dell’Opera
della Propagazione della Fede e del Rosario vivente, volle, inferma, portarsi
dalla Francia a Mugnano, dove il 10 agosto 1835 ebbe completa guarigione.
Il papa
Leone XII, il 4 agosto 1827, donò la suddetta epigrafe, incisa sui mattoni, al
santuario di Mugnano, togliendola dal lapidario vaticano. Papa Gregorio XVI
(1831-1846), tramite la S. Congregazione dei Riti, concessa la messa e
l’ufficio c.d. “de communi” per il giorno 11 agosto, senza però nulla
affermare sulla vita della pretesa santa Filomena e del suo martirio. Non fu
estranea all’emissione del decreto pontificio la preservazione di Mugnano dall’epidemia
di colera dell’anno 1836.
Premesso che
dalle antiche fonti nulla risulta in relazione al martirio della presunta santa
Filomena, è stato dimostrato da valenti studiosi che né l’ampolla né gli altri
segni dipinti con l’epigrafe sui mattoni possano ritenersi simboli attestanti
il martirio. E’ stato altresì dimostrato che i mattoni in questione furono
intenzionalmente spostati. Essi, infatti, poiché appartenevano ad una tomba più
antica, furono adoperati come materiale di chiusura di un nuovo sepolcro e
perciò disposti in modo casuale per mostrare che non appartenevano alla persona
sepolta in quel loculo. Certamente quei mattoni racchiudevano in origine un
loculo ove venne sepolta una Filumena a noi sconosciuta e che, distrutto questo
loculo per una ragione a noi ignota, i mattoni furono adoperati come materiale
di chiusura di un altro loculo, ove fu sepolta un’altra persona a noi del pari
sconosciuta. Se ipotizziamo che i resti della giovinetta trovati dentro il
loculo, scoperto nel 1802, siano effettivamente di una martire, dovremmo chiederci
perché chi provvide alla sepoltura abbia storpiato in modo sconveniente
l’iscrizione sepolcrale di un’eroina della fede. Forse per fretta, per
ignoranza, per negligenza? Può darsi, ma allora perché non si provvide subito a
riparare l’errore?
É noto che
l’autorità ecclesiastica, dal XII secolo in avanti, per i riconoscimenti dei
corpi di martiri ritrovati nelle catacombe, si fondava sopra il giudizio di chi
allora si riteneva competente nello studio dei monumenti cimiteriali e asseriva
di essere certo degli indizi di martirio. Assai spesso allora si commisero
errori, pronunciando giudizi su presunti indizi di martirio, senza possedere
cognizioni sufficienti.
La S.
Congregazione dei Riti, nell’attuale riforma liturgica, togliendo dal
calendario liturgico il nome di Filomena, ha tenuto presenti le seguenti
conclusioni degli studiosi:
-il corpo
attribuito alla giovinetta del loculo scoperto nel 1802 non è lo stesso per il
quale fu scritta l’epigrafe;
-nessun
segno di martirio può correttamente dedursi dall’epigrafe;
-l’augurio “pax
tecum” non ricorre mai nelle epigrafi di martiri, in quanto sono già
possessori della pace;
-le tegole
con l’epigrafe, essendo state riutilizzate, non danno garanzia circa l’identità
della giovinetta;
-l’ampolla
non contiene sangue, ma aromi usati nelle sepolture dei primi cristiani.
Nell’anno
1946, il sereno giudizio del dotto bollandista H. Delehaye (appartenente alla
società dei gesuiti belgi, studiosi di agiografica critica, impegnati nell’edizione degli “Acta Sanctorum” dal 1643)
convalidava il declino delle “fortune” di santa Filomena.
A titolo di
cronaca, il culto della presunta santa si diffuse in tutto il mondo. Il
canonico Di Lucia, che ottenne la reliquia, fondò la Congregazione laicale
delle Monachelle della santa. Bartolo Longo, fondatore del santuario di Pompei,
la propose a modello e patrona delle sue orfanelle e ne scrisse la “Vita”
(Pompei, 1930). Altre “vite” di Filomena furono scritte dallo stesso Di Lucia e
da G. De Proveda. Tutte queste “vite”, per le ragioni sopra esposte, non sono
attendibili.
Il Belli,
poeta dialettale romano, negli anni 1834-36, compose quattro sonetti contro la
“Nova santa” e dieci anni dopo criticò la “Vita” scritta dal Di Lucia.
Ecco uno dei
sonetti del Belli:
Santa
Filomena
É arriscappata
fora un'antra santa
Battezzata
pe santa Filomena:
Che de
miracoloni è tanta piena,
Che in un
men d'un credo ve ne squaja ottanta.
Quello poi
ch 'è una buggera ch ‘'incanta
E che li fa
pe burla, ch è una scena!
A chi
annisconne er pranzo, a chi la cena...
E a
tant'antri accusì, novi de pianta;
Mò la senti
venì, mò tornà via:
Mò te se
mette a ride accap'al letto:
Mò te fa
quarcun'antra matteria,
Dicheno ch'è
una santa, e l'anno detto
puro li
preti; ma pe pparte mia
Io la
direbbe un spirito folletto
Lucio Apulo Daunio
Fonti consultate per la ricerca:
1 -
Dizionario ecclesiastico della UTET (ed. 1953)
2 -
Bibliotheca Sanctorum (Città Nuova editrice)
3 - Nuovo
Bullettino di archeologia cristiana di Orazio Marucchi “Studio archeologico
sulla celebre iscrizione di Filumena, scoperta nel
cimitero di Priscilla” (Roma, 1906, pagg. 253-309)
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