DOTTRINE POLITICHE CLASSICHE DELLE FORME DI GOVERNO
La teoria
antica classica delle forme di governo (secondo Erodoto, Platone, Aristotele),
distingue tre forme corrette nelle quali prevale l’interesse generale: la monarchia
o governo di uno solo, l’aristocrazia o governo dei migliori, la democrazia o
governo della moltitudine, a vantaggio di tutti. Queste tre forme possono
degenerare, rispettivamente, nella tirannide (governo dispotico e assoluto),
nell’oligarchia o governo di pochi cittadini abbienti, nella demagogia o
governo delle masse popolari nullatenenti, che si avvantaggiano a discapito
dell’interesse comune. In queste tre forme corrotte, infatti, prevale
l’interesse di parte.
Nella
tradizione giuridica medievale la sovranità appartiene al popolo, anche se
viene esercitata mediante la rappresentanza. Secondo i giuristi medievali il
potere supremo del principe deriva dal popolo, che glielo ha conferito.
Titolare della sovranità e del diritto è dunque il popolo, anche se lo delega
al principe sotto forma di mandato revocabile (concessio imperii), riservandosi comunque il potere di creare il
diritto consuetudinario. Secondo un’opposta concezione, il potere deriva dal
principe, che lo trasmette mediante delega. Secondo la concezione teocratica
della Chiesa, l’autorità dell’imperatore (imperium)
è subordinata all’autorità spirituale (sacerdotium),
in quanto solo quest’ultima deriva direttamente da Dio. Al pontefice, dunque,
spettano sia il potere spirituale sia quello temporale e politico. Quest’ultimo
può essere delegato ai vari sovrani. Al pontefice, monarca universale, spetta
quindi il diritto di nominare o deporre sovrani e sciogliere i sudditi al
dovere di obbedienza.
Tommaso
d’Aquino (1225-1274) pone a fondamento della teoria politica la legge di
natura, riflesso di quella divina, che governa l’universo. La legge naturale,
fondata sulla natura dell’uomo, si esplica in una serie di principi etici
inalienabili (alla vita, alla libertà, alla proprietà, all’identità personale,
alla famiglia, ecc.). Queste fondamentali inclinazioni dell’uomo si risolvono
in un canone valutativo del diritto positivo nonché in un obbligo morale oltre
che giuridico. Diritto positivo è l’insieme delle norme, poste in essere dalle
istituzioni umane, vigenti in un dato periodo storico. Secondo il pensiero di
Tommaso, la legge umana deve tener conto della legge naturale, in quanto questa
è la prima regola della ragione. Per Tommaso, la migliore forma di governo è la
monarchia, in quanto più simile al governo divino. Il governo civile, inoltre,
deve subordinarsi a quello religioso del pontefice, vicario di Cristo sulla
terra.
Machiavelli
(1469-1527), fondatore della scienza politica, fautore di una politica
realistica, rivolta alla verità effettuale, pone il problema di come possa
costituirsi saldamente uno Stato e come possa conservarsi. Per la sua
costituzione occorrono le virtù del principe (capacità, forza, assenza di
scrupoli morali). Per la sua conservazione sono rilevanti le qualità di un
popolo. Egli distingue la repubblica dalla monarchia. La repubblica (preferita
da Machiavelli rispetto al principato) può assumere la forma democratica o
aristocratica. L’ideale posto da Machiavelli, però, è l’unificazione politica
dell’Italia sotto la guida di un principe illuminato.
Bodin
(1529-1596) è il primo teorico dello stato sovrano assoluto. Egli abbandona la
concezione della sovranità per diritto divino e distingue la titolarità della
sovranità dello Stato dall’esercizio di tale sovranità, che può assumere una
forma democratica o dispotica. Il potere sovrano, nella sfera pubblica, non è
soggetto alla legge (legibus solutus),
ancorché debba rispettare i diritti naturali stabiliti da Dio e le norme e i
diritti inviolabili vigenti nella sfera privata.
Hobbes
(1558-1679), il padre della filosofia politica moderna, teorico
dell’assolutismo, parte dal presupposto che nello stato di natura ogni
individuo è titolare di diritti su tutto e su tutti. La scarsità dei beni
disponibili porta alla guerra di tutti contro tutti. Per ovviare allo stato di
guerra perenne, gli uomini hanno stipulato un contratto sociale (norme
giuridiche che regolano e tutelano i rapporti umani), mediante il quale hanno
costituito una società civile e politica, dove ciascun individuo rinuncia ad
una parte dei propri diritti naturali in favore di un’autorità sovrana. Con la
costituzione dello Stato (paragonato al Leviatano, il mostro biblico del libro
di Giobbe) la libertà di ciascuno trova un limite nell’altrui libertà. La
differenza delle forme di governo dipende dalla diversità delle persone cui è
affidato il potere sovrano. Nella monarchia il governo è detenuto nelle mani di
uno solo; nell’aristocrazia è detenuto da pochi notabili; nella democrazia
dalla popolazione. Hobbes non prende in considerazione le forme di governo
corrotte, perché, essendo il potere sovrano assoluto, non vi sono criteri per
distinguere l’uso dall’abuso del potere, ossia il governo buono da quello
cattivo. Le tendenze assolutistiche dell’epoca in cui è vissuto Hobbes
influenzavano le persone a parteggiare per la monarchia.
Il
contrattualismo (teorizzato da Hobbes, Locke, Rousseau, e altri) è quella
dottrina politica che teorizza la formazione della società mediante un accordo,
tacito o espresso, tra più persone (pactum
societatis), da cui consegue la costituzione della società politica
mediante un contratto fra i governanti e i governati (pactum subiectionis).
Ugo Grozio
(1583-1645) pose le basi del diritto internazionale, fondato sulla legge
naturale. Egli identifica ciò che è naturale con la ragione umana, che indica
il valore o il disvalore morale di un’azione, indipendentemente da ogni
principio divino (c.d. giusnaturalismo razionalistico). Ulpiano, giurista
romano del II secolo, definì il diritto naturale con ciò che la natura ha
insegnato a tutti gli uomini. L’idea di natura, però, si presta a diverse
interpretazioni, storicamente determinate dai valori propri di una data
società. Così l’uguaglianza dei sessi può essere difesa o condannata sul
fondamento della naturale differenza sessuale. Così la schiavitù può essere
condannata o difesa sul fondamento della naturale inferiorità di alcune razze
rispetto alle altre. Così la proprietà può essere difesa o condannata sul
fondamento della naturale comunanza dei beni. Così il diritto alla vita può
essere difeso o condannato sul fondamento della libertà di autodeterminazione
del tempo e del modo della morte.
Spinoza
(1632-1677) sosteneva che l’uomo, uscendo dallo stato di natura, si priva dei
propri diritti per riacquistarli come membro di una comunità. Egli critica lo
Stato autoritario assoluto, dove i cittadini sono privati della libertà di
parola, di pensiero, di religione, preferendo lo Stato liberal-democratico,
dove sono garantiti i diritti inalienabili della persona e sono tollerate tutte
le confessioni religiose. L’autorità religiosa, secondo Spinoza, non si deve
intromettere nelle convinzioni che riguardano la coscienza delle persone. La
ragione filosofica mira a conoscere la verità, mentre la fede a perseguire la
virtù. Le Sacre Scritture non hanno origine divina, essendo un prodotto storico
dell’uomo, non la rivelazione di Dio. Esse si configurano come un insieme di
testi redatti da uomini in diverse epoche storiche.
Locke
(1632-1704), fondatore dell’empirismo inglese, critica l’innatismo, cioè
l’esistenza di idee innate nella mente umana, che invece è come una “tabula
rasa”, cioè priva di idee innate. La conoscenza deriva quindi dall’esperienza
sensibile. Egli prosegue con la critica dell’assolutismo, elaborando una teoria
liberale dello Stato, fondata sia sul diritto naturale di ciascun individuo in
relazione a qualcosa sia sulla derivazione del potere politico dal consenso
degli individui, mediante la stipulazione di un contratto. Egli afferma che il
diritto di proprietà ha carattere naturale, in quanto fondato sul lavoro
personale e sul legittimo possesso dei suoi frutti. Ne consegue, secondo la
teoria elaborata da Marx, che il valore di una cosa sta nel valore-lavoro
impiegato per la sua produzione. Con la costituzione dello Stato politico, gli
uomini rinunciano al diritto naturale di farsi giustizia da sé, delegando allo
Stato il compito di dirimere i conflitti e garantire quei diritti già esistenti
nello stato di natura. Contro lo Stato assoluto, i cittadini hanno il diritto
di resistere e di provvedere al suo mutamento.
Per
Montesquieu (1654-1713) esistono tre specie di governo: il repubblicano (nel
quale o tutto il popolo o una parte di esso detiene il potere supremo), il
monarchico (dove solo uno governa in base alle leggi), il dispotico (dove solo
uno governa in modo arbitrario). Il primo si fonda sulla virtù civica del
popolo e sulla moderazione dei nobili. Il secondo sul senso dell’onore. Il
terzo sul timore. La libertà dei cittadini non dipende dalla forma di governo,
ma dalla limitazione dei poteri garantiti dallo stato di diritto. La
separazione dei poteri statali è un principio fondamentale e consiste
nell’individuazione e separazione delle tre funzioni pubbliche: legislativa
(del parlamento), esecutiva (del governo), giudiziaria (dei giudici).
Il
costituzionalismo è la dottrina politica che teorizza la separazione e la
limitazione dei poteri dello Stato a garanzia dei diritti e delle libertà dei
cittadini. La separazione dei poteri si attua mediante la distinzione di tre
poteri: legislativo, esecutivo, giudiziario. Il legislativo, inoltre, deve
garantire la rappresentanza di tutte le formazioni politiche. La limitazione
dei poteri si attua mediante la formazione di una costituzione, cioè della
legge fondamentale dello Stato, che limita i rapporti tra i tre poteri e
definisce la forma di governo. Le costituzioni a carattere rigido prevedono le
modifiche mediante maggioranze qualificate. Il processo di formazione della
volontà politica da parte dei cittadini (espressione della libertà positiva,
ossia dell’autodeterminazione dei cittadini), attraverso il pluralismo sia dei
partiti (che hanno la funzione di aggregazione e trasmissione della domanda
politica, traducendola in indirizzo politico) sia dei rappresentanti
parlamentari, culmina nell’azione di governo, limitata dalla legge
costituzionale (espressione della libertà negativa, cioè del non impedimento da
parte del governo all’espletamento dei diritti di libertà dei cittadini).
Rousseau
(1712-1778) inizia la sua analisi partendo dallo stato di natura primitivo e
prosegue considerando che, con la formazione dei primi nuclei sociali, si sono
create condizioni di diseguaglianza a causa di eventi casuali che hanno
determinato l’accaparramento dei beni di produzione da parte di alcuni,
costringendo gli altri a vendere il proprio lavoro per sopravvivere. Su questa
base iniqua si è formato lo Stato, sancendo l’ineguaglianza sociale. In verità,
afferma Rousseau, gli uomini nascono liberi ed eguali e tali desiderano restare
(contrariamente ad Aristotele, Hobbes, Grozio, secondo i quali gli uomini non
sono tutti eguali, ma alcuni di loro nascono per essere schiavi e altri per
comandare). Con il passaggio dallo stato di natura allo stato civile per mezzo
di un contratto sociale, gli uomini rinunciano alle proprie libertà,
delegandole ad un’istituzione, che rappresenta la volontà generale e agisce
nell’interesse di tutti, garantendo la giustizia. Le tre forme classiche di
governo: monarchia, aristocrazia, democrazia, pur essendo tutte legittime, in
quanto governate dalla legge, espressione della volontà generale, non per
questo sono anche perfette. La forma di
governo democratico è quella che si adatta meglio nelle piccole comunità, dove
la volontà dei singoli trova maggiore espressione; quella aristocratica,
elettiva, si adatta meglio nelle medie comunità; quella monarchica, non
dispotica, negli Stati di grande dimensione. Rousseau critica la religione
cristiana e la Chiesa cattolica: l’una in quanto è la religione degli sconfitti
e degli schiavi, l’altra in quanto pretende di avere i medesimi poteri dello
Stato.
Kant
(1724-1804) afferma che lo Stato si costituisce mediante un contratto per porre
fine alla situazione dello stato di natura, dove l’uomo è portato al male,
all’egoismo, alla violenza. Vivendo nello Stato, l’uomo è costretto a
comportarsi in maniera civile e ragionevole. La tendenza a prevaricare sugli
altri è frenata dal diritto normativo, sanzionatorio. La visione repubblicana e
democratica di Kant si fonda, per un verso, nella divisione dei poteri e nella
rappresentanza legislativa, per un altro verso, sui concetti di autonomia ed
uguaglianza dei cittadini, sottomessi alla legge che da sé si sono dati. Quanto
al diritto internazionale, esso deve essere fondato su un federalismo di liberi
Stati, che, pur non rinunciando alla propria sovranità, si accordano tra loro
per una cooperazione internazionale (utopia della pace perpetua).
Il liberalismo
è la dottrina politica che teorizza la difesa dell’autonomia dei singoli
cittadini dall’invadenza autoritaria dello Stato. Il liberismo, invece, è la
dottrina economica che teorizza il disimpegno dello Stato dall’economia,
lasciata alla libera concorrenza. Lo Stato liberale è la premessa per la
formazione di regimi democratici parlamentari (dove l’esecutivo è emanazione
del legislativo, che a sua volta è espressione del voto popolare) o
presidenziali (dove il capo dell’esecutivo è eletto dal popolo e ad esso deve
rispondere del suo operato). Fondamento di una democrazia è il riconoscimento
dei diritti fondamentali delle persone. Scopo della democrazia è garantire le
condizioni per la soluzione pacifica dei conflitti politici, sociali,
economici. Il metodo democratico consiste nella partecipazione dei cittadini,
direttamente o indirettamente, alle libere discussioni per assumere decisioni
politiche, prese a maggioranza, secondo disposizioni di legge. L’ideale per una
democrazia è il coinvolgimento dei cittadini alle discussioni e decisioni in
tutti i centri di potere. Il socialismo è la dottrina politica che pone
l’accento sull’uguaglianza di tutti i cittadini sul piano economico, sociale,
giuridico. Esso mira al rafforzamento della base popolare dello Stato, al
controllo del potere dal basso, sui luoghi di produzione, all’autogestione
(c.d. democrazia consiliare), allo scopo di pervenire alla trasformazione
radicale della società. Il socialismo ad indirizzo riformista, integratosi nei
sistemi politici liberali, democratici, capitalistici, ha dato vita al
socialismo democratico, alla socialdemocrazia, al liberalsocialismo,
prefiggendosi quale scopo ultimo la giustizia sociale e l’uguaglianza formale e
sostanziale delle persone. Il socialismo rivoluzionario ha dato vita al
comunismo ed alle sue varie correnti, in base ai postulati dottrinali marxisti.
Esso è caratterizzato dal partito unico, dal superamento dello Stato liberale e
pluriclasse, dalla proprietà comune dei mezzi di produzione,
dall’organizzazione collettiva del lavoro, dalla c.d. “democrazia popolare” in
opposizione alla democrazia liberale e parlamentare.
Bibliografia
N. BOBBIO, Lezioni; Liberalismo e
democrazia; Enciclopedia del Novecento.
N. BOBBIO, N. MATTEUCCI, G.
PASQUINO, Il dizionario di politica.
G. DE RUGGIERO, Storia del
liberalismo europeo.
J. TALMON, Le origini della
democrazia totalitaria.
F. NEUMANN, Lo Stato democratico
e lo Stato totalitario.
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