domenica 27 febbraio 2011


IL PROCESSO DI GESU’



PARTE PRIMA



Lo scopo di quest’articolo è una libera indagine critica e razionale su quanto testimoniano gli evangelisti riguardo al presunto processo di Gesù, detto il Cristo.

Il processo di Gesù, trasmesso dai quattro evangelisti, non è l’autentica relazione del suo svolgimento, ma una presunta ricostruzione del medesimo dal punto di vista religioso (e però incoerente rispetto alla legislazione e alla situazione storico culturale dell’epoca). Il processo non appare illegale o arbitrario, anche se dai vangeli non risulta che siano state rispettate le procedure di rito. Né può stabilirsi se la condanna di Gesù fu un errore giudiziario, giacché non è dimostrata l’infondatezza delle accuse a suo carico. Nella concezione cristiana, peraltro, il sacrificio di Gesù era necessario, in quanto, secondo le Scritture, era l’attuazione preordinata della volontà divina per riscattare una colpa originaria dell’umana gente. Tuttavia, nessuna rilevanza ebbe per i contemporanei la tragica vicenda umana di Gesù: un uomo che si fece (o i suoi seguaci han voluto fare) Dio.

La persecuzione dei Giudei contro il compatriota Gesù, narrata con liturgica drammatizzazione e commento apologetico, ebbe carattere essenzialmente religioso. L’intendimento degli evangelisti è far credere che Gesù doveva necessariamente morire, come annunciavano le Sacre Scritture. Queste, artatamente interpretate, testimonierebbero che Gesù, adempiendo supposte profezie, ha portato a compimento le rivelazioni che Dio annunciò ai precedenti profeti. Riguardo agli avvenimenti che portarono all’arresto di Gesù e al conseguente processo, si rilevano alcune anomalie procedurali. Il processo si celebra di notte, sia pure in via informale, davanti ai membri del Grande Sinedrio di Gerusalemme (organo giurisdizionale giudaico in difesa dell’ordine pubblico, avente potere esecutivo e giurisdizionale in materia religiosa e civile). Le sedute processuali formali, secondo la legislazione ebraica (cfr. il Talmud Babilonese, testo sacro dell’ebraismo), dovevano sempre tenersi durante il giorno, prima del tramonto, mai nei giorni festivi o di vigilia. Il mattino seguente l’arresto di Gesù, il Sinedrio formalizza la grave accusa contro di lui e lo consegna al tribunale romano, legittimato a pronunciare sentenze capitali (era consuetudine dei romani riservare a sé lo jus gladii, cioè l’attributo della sovranità sulle provincie sotto il loro dominio e il conseguente potere di mandare a morte un criminale). Si discute, per la mancanza di documenti storicamente attendibili, se il Sinedrio, sotto l’amministrazione romana, abbia conservato il diritto di infliggere la pena capitale in materia religiosa o se occorreva la convalida dell’autorità romana per eseguire la sentenza (cfr. Gv 18,31), oppure se la competenza a pronunciare sentenze capitali sia stata avocata dall’autorità romana (dal magistrato cum imperio), che agiva secondo il proprio diritto (jure proprio). Il Sinedrio era presieduto dal sommo sacerdote (nominato dalle autorità romane) e composto di settantun membri, reclutati tra il ceto sacerdotale, i Sadducei (partito religioso aristocratico), i Farisei (osservanti scrupolosi della Legge e della tradizione orale), gli Scribi (dottori della Legge) e gli Anziani (notabili). I capi d’accusa contro Gesù concernevano l’eresia (deviazione blasfema, per aver dichiarato ai membri del Sinedrio di essere lui il Messia) e la millanteria (per aver dichiarato di distruggere e ricostruire il Tempio in tre giorni; cfr. Mc 14,53 seg.). Il Talmud Babilonese, invece, riporta che Gesù fu condannato a morte (fu appeso sulla croce) per stregoneria (magia) e apostasia. La legge giudaica considerava bestemmiatore, passibile di pena di morte per lapidazione, chi violava le leggi del sabato o si proclamava “Figlio di Dio” (in aramaico, “bar-abba”, cioè Barabba, che è anche il nome del criminale liberato da Pilato durante il processo). Non erano capi d’accusa gravi per ottenere una sentenza di morte presso i tribunali romani. L’accusa di millanteria, però, implicava anche quella di sedizione (nella concezione di vita teocratica degli ebrei, politica e religione erano strettamente associate). Per dare legittima esecuzione alla pena capitale contro Gesù, il Sinedrio trasferì il processo presso l’autorità giudiziaria romana, riformulando le suddette accuse. Furono addotte imputazioni di natura politica, per garantire la ratifica della condanna a morte. Denunciato per essersi intrigato di politica e di volersi sostituire a Cesare, Gesù fu incriminato sia del delitto di lesa maestà, per essersi proclamato “re dei Giudei”, sia di sobillare il popolo, per aver ostacolato il pagamento dei tributi a Cesare, rifiutando così di riconoscerlo come sovrano d’Israele (Lc 23,2). Taluni passi dei vangeli inducono a pensare che Gesù sia stato sospettato di appartenere alla setta galilea degli zeloti, fomentatori di rivolte contro le esazioni fiscali romane (gli zeloti proclamavano che la sovranità spettasse esclusivamente a Jahvè, non a Cesare). Non è dunque improbabile che Gesù fosse a capo di un movimento messianico, che aveva molti elementi in comune con quello zelota. Quest’ultimo movimento, capeggiato da Giuda il Galileo, originario di Gamala, sedicente appartenente alla stirpe reale di Davide, aveva tempo prima fomentato sollevazioni contro i Romani. Forse, sotto l’identità di Gesù, prima che fosse spoliticizzato e de-giudaizzato dai revisionisti cristiani di scuola paolina, si è voluto nascondere un seguace (o parente) del suddetto ribelle.

La proclamazione del Regno di Dio, che faceva parte del programma riformatore di Gesù, implicava, a giudizio dei membri del Sinedrio, la restaurazione del regno d’Israele mediante una rivolta popolare in Giudea contro il governo romano e i loro collaboratori. Si ritenne dunque necessario intervenire drasticamente, procedendo a una preventiva repressione dei fermenti di rivolta popolare, mediante l’incriminazione del sobillatore Gesù e la sua condanna a morte tramite un formale processo presso l’autorità romana, accusandolo di reati religiosi e politici. I tentativi di Pilato di salvare il reo (del tutto inverosimili, come le leggende pro e contro fiorite intorno alla sua figura) trovarono un’accanita resistenza da parte dei Giudei. Questi, per aggravare le accuse contro Gesù, insinuarono che il Nazareno dichiarava di essere il re-messia d’Israele e che la sua liberazione avrebbe compromesso la fedeltà di Pilato a Cesare, l’unico re legittimo al quale i Giudei si dichiaravano soggetti. L’allusione non poteva certamente essere sottovalutata dal procuratore romano. La bega religiosa interna al giudaismo sarebbe potuta sfociare in una questione politica. I Giudei avrebbero potuto inviare un esposto a Roma, travisando i fatti a suo danno. Così, per evitare grane, è verosimile che Pilato abbia assecondato i capi giudei, convalidando le accuse politiche e la conseguente condanna del reo alla crocifissione, pur dubitando - secondo i Vangeli - della fondatezza delle medesime. In verità, assumendo per vero ciò che riferiscono talune fonti su Ponzio Pilato (governava la Giudea con metodi violenti e crudeli), non sembrerebbe che questi si lasciasse intimorire dalle autorità religiose giudaiche, qualora i capi d’accusa contro Gesù li avesse giudicati del tutto infondati. Si ritiene, invece, che l’immagine teologica di Cristo, così come presentata nei vangeli canonici dai messianici proto-cristiani, sia stata mistificata, edulcorando artatamente la versione dei fatti processuali per renderli compatibili con il riformismo neo-cristiano di stampo paolino, addossando la responsabilità della morte del Nazareno ai perfidi Giudei (cfr. 1Ts 2,15).

Le testimonianze su Gesù e sul relativo processo provengono quasi tutte da fonti apologetiche neotestamentarie. Un cenno (della cui autenticità si discute) si riscontra in Tacito (Annali 44,5), in Giuseppe Flavio (Antichità Giudaiche 18,64) e, con riferimento ai seguaci di Cristo (dove il Cristo più che un predicatore sembra un ribelle, propagatore di un’ideologia malefica), nelle Epistole di Plinio il Giovane e nelle Vite dei dodici Cesari di Svetonio. Paolo, fondatore del neo-cristianesimo messianico presso i “gentili”, in opposizione alla catechesi giudaico-cristiana, incolpava della morte di Gesù i Gerosolimitani e i loro capi religiosi (con conseguenze nefaste nei secoli successivi per gli ebrei della diaspora). Li riteneva incompetenti e faziosi circa l’interpretazione degli oracoli profetici, che, invece, trovavano puntuale adempimento in Gesù. I giudei, a parere di Paolo, non sapevano comprendere l’autentico significato delle Sacre Scritture, pur leggendole ogni sabato nel tempio (At 13,27-29). Il diacono Stefano (forse un greco, come lascia supporre il suo nome), seguace di Gesù, accusato di blasfemia da alcuni membri della sinagoga, fu condotto davanti al Sinedrio. Là ritorse l’accusa contro i suoi accusatori giudei e i loro padri, incolpandoli di aver perseguitato i profeti che avevano annunciato la venuta di Cristo, da loro tradito e fatto assassinare (At 7,52-53). Stefano fu lapidato seduta stante (primo martire cristiano). Pietro anche si scagliò contro i giudei, che rinnegavano Cristo, servitore del dio dei loro padri, nonostante che Jahvè l’avesse accreditato presso il popolo d’Israele con portenti e miracoli. Li accusò d’aver compiuto un misfatto, consegnando Gesù a Pilato, che pure cercava di liberarlo, affinché pronunciasse contro Gesù la sentenza di condanna a morte. A causa della loro malvagità e ostinazione, Pilato fu indotto a graziare, anziché il pio Gesù, un ribaldo, di nome Barabba. Questo personaggio, il cui nome (“bar-abba”) significa “figlio del Padre”, cioè “Figlio di Dio”, parola impronunciabile per gli ebrei, è anche l’appellativo attribuito al Cristo, il che lascia alquanto perplessi circa l’omonimia di questo personaggio con Gesù. Ad ogni modo, se Dio Padre aveva disposto “ab aeterno” che il Figlio Unigenito sarebbe stato perseguitato dai giudei e inchiodato sul patibolo (At 2,22-23; 3,13); se dunque era scritto che il Figlio dell’uomo doveva soffrire molto ed essere disprezzato per la redenzione degli uomini; se tale era l’acerbo fato del Cristo, tale l’inderogabile disegno divino, dov’è la colpa dei Giudei e dei carnefici di Gesù? Dov’è la colpa di Giuda, inconsapevole strumento della volontà di Dio? La tesi della non colpevolezza di Giuda è sostenuta nell’apocrifo “Vangelo di Giuda”, che ribalta l’accusa di tradimento, giustificando il suo atto come provvidenziale disegno nell’economia salvifica di Dio.

Il processo contro Gesù, svoltosi davanti a Ponzio Pilato, prefetto romano della Giudea durante il regno di Tiberio, ancorché iniquo dal punto di vista dei cristiani, appare formalmente legale, essendo conforme al diritto romano. Da escludere è l’ipotesi secondo la quale Ponzio Pilato si limitò a dare esecuzione alla delibera di condanna del Sinedrio. Vero è che la fase istruttoria, informale, del processo di Gesù appare inusuale, tenuto conto della legislazione ebraica del tempo (si svolse durante la notte, nelle abitazioni private dei sommi sacerdoti Anna e Caifa, alla presenza di tutti i membri del Sinedrio, riunitosi in un luogo diverso dalla sala del Tempio, in prossimità della festa di Pasqua). Peraltro, le risultanze del processo, così come descritte nei quattro vangeli, attestano la scarsa conoscenza degli autori circa le consuetudini giuridiche ebraiche. Da alcuni passi dei vangeli sembra possibile che Gesù capeggiasse una banda armata di zeloti e che istigasse alla rivolta contro la dominazione romana. In tal caso, per un verso si spiegherebbe l’invio di una coorte militare romana (decima parte di una legione) per arrestare Gesù, colto in flagranza di reato sul monte degli ulivi assieme ai suoi seguaci in armi (come documentano i vangeli); per un altro verso, si giustificherebbe la decisione del Sinedrio ad arrestare Gesù di notte, per evitare sommosse popolari. Non avendo però competenza giuridica per processarlo, il Sinedrio si limitò a formalizzare i capi d’accusa, in attesa di consegnarlo il mattino seguente all’autorità romana, aggiungendo a suo carico, oltre l’accusa di sedizione, quella contro la religione (era blasfemo e non osservava i precetti del sabato, del digiuno, delle abluzioni, ecc.). Se le accuse dei giudei fossero state prive di consistenza dal punto di vista politico, l’autorità romana non avrebbe mobilitato i pretoriani per reprimere i crimini contestati al caporione della setta messianica galilea. 

Non sempre però i romani avevano il controllo sugli atti delle autorità locali o potevano impedire i linciaggi da parte di folle inferocite. Gesù stesso aveva rischiato più volte la lapidazione (Gv 8,59; 10,31.39; Lc 4,28-30; Mc 3,6). Il re Erode Agrippa I, che governava con potestà consolare la Palestina (formalmente indipendente da Roma, poiché l’imperatore Claudio aveva abolito la provincia di Giudea), dopo aver determinato la messa a bando di Erode Antipa (il figlio di Erode il Grande, che aveva fatto decapitare Giovanni Battista e interrogato Gesù durante il processo a suo carico; cfr. At 12,1seg), poté far giustiziare l’apostolo Giacomo e arrestare Pietro (che riuscì poi a fuggire, liberato da un angelo, ma a costo della vita per i suoi custodi). Anche le autorità religiose giudaiche non sempre potevano controllare il fanatismo popolare. A furor di popolo, infatti, fu lapidato Stefano (At 6,11seg-7,1seg). Paolo fu perseguitato prima dai giudei di Damasco, dai quali riuscì a fuggire con l’aiuto dei discepoli (At 9,21-25), e poi da quelli d’Antiochia, i quali istigarono nobildonne e notabili del luogo, che lo scacciarono oltre i confini (At 13,50). Egli dovette fuggire da Iconio per evitare il linciaggio degli abitanti pagani, istigati dai giudei (At 14,2 seg.). A Listra fu lapidato e trascinato fuori della città come morto (At 14,19). Tumulti e sommosse contro di lui avvennero anche a Tessalonica e a Berea (At 17,5-13). A Gerusalemme rischiò la lapidazione, ma si salvò in extremis per l’intervento delle autorità romane (At 21,20seg.). A Filippi e a Efeso fu aggredito dalle folle pagane (At 16,9seg; 19,23seg). In seguito, anche i Romani perseguitarono i cristiani per motivi politici (sia perché ritenuti fomentatori di disordine, sia perché rifiutavano o di riconoscere la sovranità di Cesare o di sacrificare alla statua dell’imperatore o di giurare nel suo nome), ma anche religiosi (l’accusa concerneva l’empietà, poiché i cristiani si rifiutavano di sacrificare alle divinità pagane venerate dai Romani). L’offesa fatta a Cesare implicava un atteggiamento politico di ribellione: la liberazione dalla sottomissione al dominio di Roma. L’offesa fatta alle divinità pagane poteva mettere in pericolo l’impero, venendo a mancare la protezione divina, la “pax deorum”. L’unica autorità sovrana, che i cristiani della prima ora riconoscevano, era Dio. Accettare la subordinazione a un’autorità civile e religiosa pagana, significava per loro commettere sacrilegio.





PARTE SECONDA



Il complotto per uccidere Gesù avvenne nell’imminenza della festa della Pasqua ebraica. Il Gran Consiglio si riunì nel palazzo del sommo sacerdote Caifa per trovare una soluzione definitiva al problema Gesù, che perturbava l’ordine pubblico, aizzando il popolo alla disubbidienza verso le avite costumanze (Mt 26,1seg, Mc 14,1seg, Lc 22,1, Gv 11,45seg). I membri del Sinedrio temevano che il movimento del Nazareno potesse mettere in discussione la loro autorità, provocando un intervento repressivo dei romani. Perciò lo accusarono di pronunciare discorsi blasfemi, di sobillare il popolo, di proferire vituperi e maledizioni contro i suoi fratelli giudei e i loro rispettabili capi religiosi. Giudicarono che il vangelo che Gesù predicava era in palese contrasto con la Legge di Mosè e le tradizioni dei loro padri. Assurdo e inaccettabile era per loro ascoltare che si conclamava “Figlio del Benedetto” e in tale veste minacciava di togliere loro il regno di Dio per consegnarlo a un altro popolo (Mt 21,42-46). I seguaci di Gesù, invece, lo osannavano, considerandolo legittimo discendente di re Davide ed erede del suo trono. Pare comprensibile che i membri del Sinedrio temessero che l’opera di Gesù evolvesse nel messianismo politico e irritasse l’autorità romana. Persa ogni speranza che il settario Nazareno si desse una calmata, il massimo organo giudicante decretò di condannarlo a morte nell’interesse di tutta la nazione. Fu ordinato di trovarlo e arrestarlo “manu militari”, ma non durante la festività della Pasqua, nel timore di una sommossa popolare. Gesù, intanto, avendo avuto sentore dell’aria che aleggiava nella città santa, pensò bene di non comparire in pubblico per un po’ di tempo. Cercò rifugio in una località desertica, dove attendere gli eventi fatali. Fu comunque ritrovato e arrestato di notte in seguito alla delazione di un suo discepolo, Giuda Iscariota. Secondo l’evangelista Matteo, Giuda tradì Gesù per motivi economici (ebbe in compenso trenta monete d’argento). Alla sua cattura presero parte i militi di una coorte romana, che contava 500-600 uomini (ciò appare del tutto improbabile, salvo ammettere che Gesù fosse un ribelle, capo di una banda armata di zeloti messianici). Tutto ciò doveva accadere, affinché s’adempissero le Scritture dei Profeti (Mt 26,56). Era dunque predestinato che qualcuno lo tradisse e altri lo condannassero a morte. La coorte romana però non arrestò anche quella “dozzina” che lo seguiva, nonostante avesse tentato di reagire mettendo mano alle spade, tanto che uno di loro (Pietro, secondo l’evangelista Giovanni), sguainata la sua spada, colpì il servo del sommo sacerdote, staccandogli l’orecchio destro. Pare plausibile che Gesù, essendosi consegnato spontaneamente, ottenne in cambio la liberazione dei suoi discepoli. Terminato il tafferuglio, tutti gli apostoli abbandonarono il loro Maestro, dileguandosi nella notte. Le guardie condussero il reo dinanzi ad Anna (secondo la versione dell’evangelista Giovanni; cfr. 18,12seg), un ex sommo sacerdote, suocero di Caifa, capo del Sinedrio, che procedette a un accertamento informale. Lo interrogò riguardo ai suoi seguaci e alla sua dottrina settaria. Gesù rispose che non aveva nulla da aggiungere a quello che già era noto, atteso che il suo ministero lo compiva “coram populo”, nelle sinagoghe e nel Tempio, e non tramando di nascosto. Si buscò un ceffone da una guardia per la risposta impertinente (non sempre, infatti, conviene parlare con franchezza). Lo schiaffo non sortì l’effetto di abbonire la sua apparente protervia. Anna si spazientì, quando Gesù lo sfidò a dimostrare la fondatezza delle accuse a suo carico. Tagliò corto, ordinando alle guardie di condurlo dal genero, il sommo sacerdote Caifa, che convocò il Sinedrio in seduta plenaria notturna (Mc 14,53seg, Mt 26,57seg, Lc 22,54seg). Del tutto inattendibile appare questo procedimento processuale straordinario. Forse il Sinedrio aveva preferito procedere in maniera subdola all’arresto preventivo di un sobillatore, al fine di evitare non solo una sommossa popolare ma anche che lo stesso potesse sfuggire all’accertamento formale dei reati di cui era accusato. Era inoltre necessario affrettarsi per la prossimità della Pasqua (sembra però che il Sinedrio non si potesse riunire in tale periodo, salvo supporre che non fosse prossima la Pasqua ma un’altra festività). Furono perciò compiuti atti preparatori durante la notte per procedere al giudizio il mattino seguente. Furono chiamati e ascoltati vari testimoni, che si contraddissero tra loro fornendo testimonianze discordanti sul Galileo. Due di loro testimoniarono di averlo udito che avrebbe potuto distruggere il Tempio e ricostruirlo in solo tre giorni. I due testimoni, che sembrano concordare nell’accusa, forse non erano sufficienti per far emettere al Sinedrio una sentenza capitale.  L’evangelista Giovanni cerca di giustificare l’infelice e boriosa esagerazione, proferita da Gesù, sostenendo che intendeva riferirsi al santuario del suo corpo, che avrebbe fatto risorgere dalla morte dopo tre giorni (Gv 2,18-22). Questo pietoso escamotage non giustifica le tante millanterie proferite da Gesù e descritte nei vangeli. Caifa, dopo aver ascoltato le testimonianze contro di lui, gli consentì di difendersi (del tutto inattendibile è la mancanza di assistenza legale dell’imputato). Di fronte al silenzio dell’altro, insistette, ma invano. Non ottenendo da lui nessuna risposta, si spazientì. Gli intimò, per il Dio vivente, di confessare se era vero che dichiarava di essere il re-messia, il Figlio del Benedetto, inviato dall’Onnipotente. Gesù testimoniò a suo sfavore, dichiarando che proprio lui era il Messia atteso da Israele, l’unto di Jahvè. Subito dopo, con apparente atteggiamento da megalomane, soggiunse che stava ormai per terminare l’umiliazione che subiva, poiché si sarebbe rivelato a tutti come il Figlio dell’uomo, il Re messianico di cui aveva a suo tempo profetato Daniele (Dn 7,13-14). Sarebbe comparso, quanto prima, sospeso sulle nubi del cielo, seduto alla destra della Divina Potenza (la "destra" pare che sia il luogo destinato da Dio ai suoi eletti fiduciari). L’atteggiamento di Gesù esasperò il sommo sacerdote Caifa, indisponendolo. Questi, essendo ormai fuori dei gangheri per aver ascoltato gravi empietà, si stracciò le vesti in segno di orrore, dando palese sfogo alla propria esasperazione. A ragione tacciò Gesù di sacrilegio, imputandolo del reato di bestemmia, sanzionabile con la morte per lapidazione. Servi e soldati fecero di lui il loro zimbello, beffeggiandolo e percotendolo (ciò appare del tutto inattendibile, essendo tale condotta non conforme alle norme talmudiche di tutela dell’imputato durante il processo). L’anti-eroe Gesù non si conquistò l’imperitura gloria e l’immortalità in virtù del suo valore, al pari di Ercole e Achille o di altri fieri e bellicosi eroi pagani. Egli, invece, accettò il suo ineludibile destino, subendo l’umiliazione di essere appeso sulla croce come un malfattore. Questo era ciò che Dio-Padre aveva a lui riservato (cioè a se stesso, nella persona del Figlio-uomo) per riscattare le colpe degli umani (sublime creazione divina!).

Giuda, l’apostolo infedele, preso da rimorso per la sorte del suo Maestro, andò a restituire i denari ottenuti come pagamento per il suo tradimento (Mt 27,3-10). Poi si diede (o ebbe) una morte ignominiosa (il suicidio nella concezione cristiana rappresenta un grave peccato). Il racconto matteano sulla fine di Giuda (manco a dirlo!) non concorda con il resoconto di Pietro, riportato nel libro degli Atti (cfr. At 1,18seg). Giuda fu rappresentato in molte leggende. Pare possibile che sia stato giustiziato come traditore dalla vendetta messa in atto da alcuni seguaci del Nazareno, che lo trafissero al ventre con la spada e ne sparsero le viscere nel campo da lui comprato con i denari della delazione. Del tutto pretestuoso è voler ricercare, mediante un’interpretazione tipologica, il riferimento del tradimento di Giuda nel libro del profeta Zaccaria (Zc 11,12-13).

Pare, come già detto, che il Sinedrio, sotto il dominio romano, sebbene avesse ancora la competenza di supremo organo giudicante in materia di diritto religioso, non avesse anche l’autorità di pronunciare giudizi di rilevanza giuridica, né tanto meno di eseguire sentenze capitali. Fu necessario quindi spostare il procedimento giudiziario dal tribunale ebraico a quello romano, presso il praetorium, cui era riservata la cognitio extra ordinem (l’esame del crimine) e la esecutio (l’esecuzione della sentenza). Gesù, dunque, fu consegnato al prefetto Pilato, che in occasione della Pasqua si trovava in Gerusalemme per controllare l’ordine pubblico (Mc 15,1seg, Mt 27,11seg, Lc 23,1seg, Gv 18,28seg). Riformulati i capi d’accusa, gli furono addebitati non soltanto i reati religiosi ma anche politici (blasfemia, sedizione, evasione di tributi, alto tradimento contro l’autorità imperiale romana per essersi Gesù proclamato re dei giudei). Questi delitti erano passibili tutti di condanna a morte. Gesù stesso davanti a Pilato (che Giuseppe Flavio e Filone d’Alessandria, contemporanei scrittori ebrei, lo descrivono come persona priva di pietà) si auto-accusò di essere il re dei giudei, il Messia atteso dagli Ebrei. Il governatore romano (che nei vangeli appare inverosimilmente indulgente verso Gesù) comprese che il suo proclamarsi re si riferiva a un regno fuori del mondo. Dedusse, perciò, che era andato fuori di testa. Non trovando motivate le accuse a suo carico per “lesa maestà” e avendo appurato che Gesù era galileo, decise di trasferire il processo (secondo la versione di Luca) alla competenza giurisdizionale di Erode Antipa, amministratore della Galilea, che in quei giorni si trovava in Gerusalemme (è presumibile che l’evangelista abbia voluto discolpare in toto le autorità romane per addossare ai giudei la responsabilità della condanna a morte di Gesù). Giunto al suo cospetto, Erode Antipa se ne rallegrò. Aveva sentito parlare di lui (fama volat), perciò sperava di vederlo compiere qualche miracolo. Lo interrogò a lungo. Gesù però tacque di fronte a colui che tempo addietro aveva definito una volpe (Lc 13,31-33). Perché tacere? Non era in suo potere ribattere le tendenziose domande dell’altro con l’eloquenza dello Spirito Santo? Mistero fitto! Intanto, i sommi sacerdoti e i dottori della legge mosaica lo accusavano con veemenza, rafforzando il convincimento d’Erode, che già da qualche tempo voleva farlo uccidere. Non trovando però prove sufficienti per esprimere un giudizio di condanna (non pare credibile, stante le accuse infamanti addebitategli), dopo averlo insultato e fatto beffeggiare dai suoi soldati, lo rimandò alla competenza del tribunale romano. Il silenzio di Gesù al cospetto dei giudici potrebbe spiegarsi, dal punto di vista del revisionismo cristiano, come supina accettazione del suo amaro destino. Egli avrebbe potuto difendersi con sublime eloquio e dare un saggio di elevata sapienza. Avrebbe potuto invocare il soccorso di angeli e arcangeli, armati di tutto punto, e compiere prodigi. Tutte queste soprannaturali possibilità, però, il Padre non scrisse nel libro del fato riguardante il Figlio.

Pilato, anziché liberarlo, deliberando il non luogo a procedere, in base al giudizio di non colpevolezza espresso da Erode Antipa, concretizzò le accuse del Sinedrio, riassumendo il processo a carico di Gesù. Questo governatore romano, secondo gli evangelisti e secondo l’autore dell’apocrifo “Atti di Pilato”, appare inverosimilmente sottomesso alla volontà dei capi ebrei (anche l’autore dell’apocrifo “Vangelo di Pietro” attribuisce ai notabili ebrei la responsabilità per la morte di Gesù). Pilato cercò invano d’indurre il reo a discolparsi dalle accuse a suo carico. Infine, non ebbe altra possibilità che procedere verso la conclusione del giudizio. Accusato di fomentare torbidi politici contro l’autorità romana, Gesù fu condannato a morte. La leggenda, concernente le pressioni rivolte a Pilato da sua moglie, Claudia Procula, in favore dell’innocenza del Nazareno, è frutto dell’immaginazione dell’evangelista Matteo. La figura della moglie di Pilato fu circonfusa, come quella del marito, di fantastiche leggende che, fra l’altro, la vollero mezza cristiana (una “proselita della porta”, che, sia pure in parte, accettava il messaggio cristiano). Inattendibile è anche l’episodio che descrive l’usanza dei romani (non storicamente documentata) di liberare un prigioniero, reo di gravi crimini, in occasione delle festività dei popoli non latini (inattendibile è anche l’ipotesi che fosse una consuetudine particolare di Pilato, un uomo giudicato privo di scrupoli). Dovendo scegliere tra Gesù, accusato di essersi proclamato “Figlio di Dio”, e un tale chiamato Barabba (Mc 15,7), arrestato in concomitanza di una sommossa (era un sedizioso e omicida nella versione di Marco e di Lucca; un bandito in quella di Giovanni; una persona distinta in quella di Matteo), il popolo giudaico si pronunciò a favore di Barabba (Vox populi, vox Dei). Bar-Abba in aramaico può significare “Figlio del Padre” (padre in senso metaforico per riferirsi a Dio). Barabba potrebbe anche essere un patronimico (Abba = nome proprio di persona). Antichi manoscritti del Vangelo secondo Matteo documentano che il prigioniero Barabba si chiamava Gesù. Queste strane omonimie sono sospette e fanno dubitare che si tratti di due distinti personaggi: il bandito Gesù, detto Barabba e il Cristo Gesù, definito Bar-Abba, cioè Figlio di Dio. Si potrebbe ipotizzare che il ribelle messianico, soprannominato Barabba, condannato a morte per blasfemia, sia stato trasfigurato per motivi ideologici e dottrinari nel salvatore cristiano, in attuazione del revisionismo religioso operato dall’incipiente Chiesa paolina e dall’istituente cattedra pontificale dogmatica sul colle Vaticano. Dal punto di vista del revisionismo cristiano, si giustificherebbe la preferenza accordata dal popolo alla liberazione del patriota Barabba, giacché Gesù andava predicando di pagare l’odioso tributo a Cesare, offendendo in tal modo la sensibilità patriottica dei giudei. Leggendario è pure il racconto (Gv 19,1seg) relativo all’estremo tentativo di Pilato di far liberare il Cristo per acclamazione popolare, dopo averlo fatto flagellare, essendo del tutto improbabile che un giudice romano si affidi al giudizio della folla. Condotto Gesù davanti ad un’esagitata moltitudine di giudei e capi popolo, rivestito con un manto di porpora, con i segni della flagellazione (secondo mistero doloroso), incoronato di spine (terzo mistero doloroso), fu mostrato alla pietà della piazza (ecce homo!), capro espiatorio alla mercé del risentimento popolare. La messa in scena non sortì l’effetto di commuovere i duri del popolo giudaico. Questi, in preda ad una frenesia collettiva, urlando a squarciagola, chiesero la sua crocifissione (anziché la morte per lapidazione, come prescriveva la Legge). I giudei, maledicendosi, si assunsero la piena responsabilità per la condanna a morte del reo (Mt 27,24-25). Ancora più incredibile è che Pilato, non trovando capi d’accusa a carico di Gesù, lo consegni alla volontà dei giudei, decretando che fosse eseguita la loro richiesta (Lc 23,23-25), anziché pronunciare la sentenza di condanna alla crocifissione (come risulta dalle parallele pericopi degli altri evangelisti). Pare evidente che si è voluto addebitare ai Giudei la morte di Gesù, alleggerendo la responsabilità dei Romani, considerati meri esecutori di una sentenza già pronunciata. A essere messa in cattiva luce è soprattutto la setta dei Farisei, condannata severamente da Gesù per il loro formalismo religioso. In realtà, i membri di questa setta si consideravano sacerdoti e si comportavano scrupolosamente nell’espletamento delle cerimonie rituali, osservando con zelo le prescrizioni della Legge. Nazionalisti intransigenti e tradizionalisti, i Farisei non tolleravano chi come Gesù profanava il giorno sacro. Del resto, il formalismo rituale è insito nel concetto etimologico di “religione” (re-ligere, cioè ripetere il rito non svolto in modo scrupoloso). Peraltro, occorre tener conto che i vangeli sono stati redatti in un periodo in cui i cristiani, se per un verso temevano la persecuzione da parte delle autorità romane, per un altro verso stavano espandendo la loro influenza tra le comunità pagane, dominate dai Romani, perciò non volevano mettersi in cattiva luce, accusandoli della morte di Gesù. Ancora oggi, nella professione di fede cristiana (Credo) si attesta che Gesù fu crocefisso sotto (non condannato da) Ponzio Pilato (sub Pontio Pilato passus et sepultus est). Pura invenzione è altresì l’episodio del colloquio tra Gesù e Pilato, svoltosi all’interno del pretorio. Pilato cercava d’intimorirlo, ostentando che era in suo potere lasciarlo in vita o farlo morire. Gesù gli rispose che non poteva vantare alcun potere, che non gli fosse concesso dall’alto (omnis potestas a Deo). Ammetteva tuttavia che la maggior responsabilità per la sua triste sorte fosse da attribuire agli accusatori giudei. Appare del tutto inverosimile il timore manifestato da Pilato di fronte alle tesi accusatorie dei giudei. Quanto al popolo, che chiedeva a gran voce la condanna di Gesù, aizzato da capipopolo e facinorosi prezzolati al servizio delle autorità religiose, appare inattendibile il suo repentino cambiamento d’umore nel giro di pochi giorni (se tempo prima aveva osannato il Messia, ora ne chiedeva a gran voce il “crucifige!”). Gesù, infatti, aveva ricevuto (forse soltanto da parte di esseni e zeloti, non anche dai seguaci del partito farisaico) un’entusiastica e trionfale accoglienza presso la popolazione, quando era entrato in Gerusalemme a cavalcioni di un’asina, guidando (novello Dioniso) il tiaso mistico dei discepoli e facendosi acclamare come Messia, poiché in lui si compivano le antiche profezie. Quel giorno fu osannato, fino all’ingresso nel Tempio, da numerosissima gente, che stendeva i mantelli lungo la strada al suo passaggio, mentre il codazzo dei seguaci, esultando, lodava Dio per tutti i miracoli che avevano visto. Alcuni farisei, presenti al “trionfo” del prode nazareno, s’indignarono non poco. Invano cercarono di far tacere chi pronunciava lodi esaltatorie al Cristo. A questi guastafeste Gesù proclamò che, in quel giorno di giubilo e di gloria, qualora i suoi seguaci tacessero, al loro posto avrebbero gridato le pietre (c’è ancora chi non crede che esse abbiano un’anima?). Nel tripudio generale della festa, non mancò di farsi sentire la solita voce tonante del Padre per glorificare il diletto Figlio. L’evangelista Giovanni (Gv 12,28-30) garantisce (ma non convince chi non crede alla sua parola) che la voce udita in quella tripudiante baraonda fosse (manco a dirlo!) un segno di Dio alla folla gaudiosa che seguiva il Cristo. Quanto alla cavalcatura utilizzata da Gesù per tuffarsi nel bagno di folla plaudente, sembra che sia stata prelevata abusivamente dai suoi discepoli (Mc 11,1-10; Lc 19,29-40; Gv 12,12-16). Questi, infatti, dovettero faticare non poco per soddisfare la pretesa del Maestro, che volle “gratis et amore Dei”, per il suo glorioso tripudio in Gerusalemme, un’asina non ancora “montata”. Nel caso in cui i “suoi” fossero stati sorpresi nell’atto furtivo, avrebbero dovuto giustificarsi, affermando che si trattava di un prestito d’uso, a titolo gratuito, per urgente bisogno del loro Signore (e padrone). Secondo l’evangelista Matteo (Mt 20,21seg), non bastò l’asino ma pretese anche il puledro, sui quali montò in groppa (Dio sa come!) per l’osanna dei gerosolimitani.



PARTE TERZA



Pilato, dopo l’improbabile tira e molla tra lui e la piazza per salvare o condannare Gesù (verosimilmente, cercava il consenso del popolo, che tempo prima lo aveva osannato), lavatesi le mani in segno di scongiuro (è incredibile che un uomo come Pilato voglia scaricare ai giudei la responsabilità morale della condanna), lo dichiarò colpevole di ribellione e consegnò lo iettato profeta alle guardie, che umiliando e percuotendo il reo procedettero all’esecuzione della condanna ignominiosa della crocifissione (riservata dai romani agli schiavi e ai ribelli). Chi subiva tale condanna era considerato maledetto dalla legge ebraica (Dt 21,23).

I giudizi dei posteri su Pilato sono contrastanti. Nei vangeli, Pilato è trattato con indulgenza, senza recriminazioni. Tertulliano, nell’Apologetico (21,24), dice che Pilato dentro di sé era cristiano e annunziò al Cesare Tiberio gli avvenimenti riguardanti il Cristo. Tiberio, addirittura, parola di Tertulliano (Ap 5,2), chiese al Senato di accettare Gesù tra le divinità dell’impero. Il Senato, invece, rifiutò di divinizzare Gesù e dichiarò il cristianesimo superstizione illecita. Quanto ai sommi sacerdoti Anna e Caifa, Dante li ritenne degni di castigo (Inferno, canto XXIII), ma non anche Pilato, pur menzionandolo nel canto XX del Purgatorio (dove lo paragona, quanto a crudeltà, al re francese Filippo il Bello: l’uno per aver esercitato la sua cupidigia contro l’ordine monastico dei Templari, l’altro per aver saccheggiato il Tempio giudaico, profanandolo). Altre tradizioni e leggende condannano Pilato e lo vogliono suicida: o perché vinto dal rimorso o per sfuggire alle gravi pene a suo carico. L’apocrifo “Paradosi di Pilato” lo considera come martire, decapitato per ordine di Cesare dopo la sua conversione a Cristo. L’apocrifo “Vangelo di Gamaliele” specifica che la conversione di Pilato avvenne in coincidenza della resurrezione di Cristo. La chiesa copta (Alessandria d’Egitto) e quella etiopica considerano e venerano come santi Pilato e sua moglie Procula.

La scena tragica della “via crucis” si apre con la contemplazione del mistero dell’uomo-dio Gesù, che cammina inceppando sotto il pesante fardello del legno (patibulum) verso il luogo del supplizio per essere crocefisso (quarto mistero doloroso). Una scorta militare lo accompagna verso il Golgota, una collinetta presso Gerusalemme. In quel triste luogo (detto anche Calvario, che significa “luogo del cranio”) i romani eseguivano le condanne capitali. Questo luogo è rappresentato nelle chiese con il simbolo dell’altare, dove il sacerdote celebra la commemorazione del sacrificio di Cristo, simboleggiato nell’ostia, vittima immolata a Dio. Il legno della croce, “colonna infame” non più del reo ma dei persecutori, divenne nel medioevo simbolo della sofferenza e del riscatto dalla colpa originale. In quei secoli tristi, croci, rosari, reliquie e altri accessori cultuali assunsero poteri magici. I gerosolimitani, intanto, assistevano al penoso cammino del Cristo lungo la “via crucis” (drammatizzata dalla Chiesa in esercizio di pietà, da compiere presso quattordici “stazioni”, rappresentanti le scene della passione). Le guardie di scorta al condannato costrinsero un passante, Simone di Cirene, mentre tornava dal lavoro nei campi (dunque era un giorno lavorativo, non un sabato), ad aiutare Gesù a portare sul dorso il peso del patibulum (palo trasversale della croce), alleviandogli la fatica (episodio narrato solamente dai vangeli sinottici). Secondo una leggenda (tratta dagli apocrifi “Atti di Pilato”), una donna di nome Veronica (traslitterazione latina di Berenice), assunta dalla Chiesa agli onori dell’altare, asciugò con un velo il volto sudante di Gesù. L’immagine che s’impresse miracolosamente sul velo della Veronica (“Vera Icona” è l’etimologia popolare medievale di Veronica) si venera come reliquia del volto di Cristo a Manoppello, presso Chieti. Un’altra presunta raffigurazione del volto santo era quella impressa sul Mandylion, o Immagine di Edessa, scomparsa durante il saccheggio nel 1204 di Costantinopoli, dove era stata trasportata. Due presunti Mandylion si trovano tuttora l’uno a Genova (nella chiesa di San Bartolomeo degli Armeni), l’altro a Roma (in Vaticano). Queste sacre immagini sono dette acheropite, cioè non fatte dalla mano dell’uomo. Sulla via dolorosa verso il Golgota, una moltitudine di curiosi assisteva al dramma, piangendo la disgrazia del Nazareno e percotendosi il petto in segno di contrizione. Gesù, anziché mostrarsi riconoscente, esortò la gente a non piangere le sue disgrazie, riservando i funesti pianti per i giorni infelici, che stavano in procinto di arrivare e che avrebbero apportato disgrazie a chi non si fosse nel frattempo pentito dei peccati e abbracciato la buona novella giudaico-cristiana. La dolente processione del condannato terminò con il supplizio della crocifissione (quinto mistero doloroso). Secondo il Corano (sura 4,157), Gesù non fu crocefisso, bensì fu solo mostrato in effige sulla croce. Non è credibile che Gesù, come si riscontra in certe rappresentazioni iconografiche (non però nella Sacra Sindone di Torino), fosse appeso sulla croce mediante chiodi infissi nel palmo delle mani (e nei piedi), che non reggerebbero a lungo il peso del corpo. Verosimilmente, o i chiodi furono infissi nei polsi (non anche nei piedi, perché sarebbe morto dissanguato in breve tempo) o fu legato alla croce con la fune intorno ai polsi. In tal caso, le presunte stimmate sul palmo delle mani di taluni santi cristiani (san Francesco, san Pio, ecc.) e di altri mistici personaggi (come la calabrese Natuzza Evolo) sarebbero da ritenere, se non prodotte artificiosamente, indotte da forte emotività. Ne consegue che le testimonianze riportate sia dal Vangelo secondo Giovanni (Gv 20,24-29), in cui l’incredulo Tommaso volle vedere le mani piegate di Gesù risorto, sia dall’apocrifo “Vangelo di Pietro”, che attesta che a Gesù furono estratti i chiodi dalle mani, non appaiono attendibili. Del tutto pretestuoso è il riferimento dell’evangelista Giovanni (Gv 19,28-29), che giustifica la morte di Gesù in adempimento della Scrittura, senza citarne la fonte (che si vuole trovare nella preghiera del giusto morente del Salmo 22 o nelle parole del Salmo 69,21-22). Accanto a Gesù furono messi in croce anche due criminali (verosimilmente due patrioti zeloti, fomentatori della lotta armata contro gli oppressori romani, e da questi vituperati come “latrones”). L’uno scherniva il Nazareno, non credendo che fosse il Messia. Sosteneva, infatti, che qualora veramente lo fosse, avrebbe salvato se stesso e anche loro due. L’altro, invece, rimproverava il compare per le parole insensate e beffarde che proferiva. Poi, rivoltosi verso Gesù, lo pregò di rammentarsi di lui, quando avrebbe raggiunto il suo celeste Regno. Gesù promise che in quel medesimo giorno sarebbe giunto con lui in Paradiso. Dal Vangelo secondo Luca, dunque (cfr. 23,39-43), sembra che Gesù sia risorto il giorno stesso della morte per involarsi verso il Paradiso. In verità, il Vangelo secondo Giovanni (Gv 20,17), ritarda la salita al Padre di Gesù. Egli, infatti, come nelle leggende pagane relative alla catabasi, doveva ancora discendere agli Inferi (cfr 1Pt 3,19seg) a portare l’annuncio di salvezza ai “giusti”, vissuti sulla terra prima di Lui, portatore della redenzione. Si credeva che i “giusti” dimorassero nel limbo, luogo di riposo esente da pene (in seguito, si suppose che nel limbo dimorassero anche i bimbi morti senza battesimo). Il limbo è stato finalmente soppresso per decisione del Papa. I particolari leggendari abbondano nella martirizzata vicenda del Cristo sulla croce. Sopra la testa del suppliziato, i carnefici apposero le sue generalità (c.d. “titulum”, scritto in tre lingue: l’ebraica, la romana e la greca), aggiungendo per scherno “re dei giudei”. Ciò indispose i capi dei sacerdoti ebrei, che invano protestarono presso Pilato per far cancellare dall’iscrizione il titolo dissacratorio. Pilato rispose che ciò che aveva ordinato di scrivere era irrevocabile (quod scripsi scripsi). La motivazione formale della condanna capitale di Gesù (secondo gli evangelisti, Pilato cedette alle pressioni della piazza), aveva carattere politico (crimen maiestatis): era accusato di essere il re-messia rivoluzionario, che voleva liberare la Palestina dal dominio romano, passibile di pena di morte per tradimento e ribellione contro Roma. Durante l’immolazione dell’agnello di Dio, inchiodato (o legato) sulla trave, i militi vollero fargli bere una disgustosa mistura narcotizzante, per alleviare le sofferenze del supplizio, ma il condannato rifiutò, appena l’ebbe gustata (l’episodio sembrerebbe costruito sul già citato verso 69,22 dei Salmi). Gesù, vittima sacrificale (hostia), issato sulla croce come malfattore, pregava il Padre celeste affinché perdonasse l’ardire dei suoi aguzzini, che ignoravano con chi avevano a che fare. La soldataglia, infatti, lo scherniva, mentre si spartivano le vesti, giocandosi la tunica con i dadi. La croce rappresenta l’immagine della suprema “kènosis”, cioè della spogliazione di cristo non solo riguardo alle vesti, ma anche ai segni della divinità. Tutta la vicenda del Cristo Gesù doveva tragicamente accadere. Si cercarono conferme nelle Sacre Scritture. Il fatale destino del Figlio di Dio si era adempiuto per volere dell’inflessibile Padre. Durante la sacra rappresentazione del dramma cristiano sul Calvario, ai piedi della croce, dove si consumava l’agonia dolorosa del Cristo, stavano alcune pie donne gemendo. Erano, secondo l’evangelista Giovanni (Gv 19,25), la madre, la sorella della madre, Maria di Cleofa e l’immancabile Maria Maddalena. Le accompagnava il discepolo che Gesù amava. Secondo i vangeli sinottici, invece, le pie donne che stavano al suo seguito (della cui identificazione si discute, stante la confusione dei nomi nei testi evangelici) osservavano l’esecuzione della pena in lontananza. Altri spettatori, nelle vicinanze, si facevano beffe del Cristo, sfidandolo a dimostrare la sua potenza, che tante volte aveva conclamato durante le prediche. Si domandavano perché il Figlio di Dio non si schiodava dalla croce, vendicandosi dei suoi nemici. Un prodigio, compiuto in quel frangente, avrebbe certamente scosso l’incredulità dei religiosi giudei.

Tanto tuonò, che piovve! Infatti, allo scoccare dell’ora sesta, in un chiaro mezzogiorno, improvvisamente il cielo si rabbuiò e l’oscurità si estese su tutta la terra. Era, forse, un’eclissi di sole? No, perdio! Durante la Pasqua (periodo di luna piena) non poteva verificarsi. L’inspiegabile (e improbabile) fenomeno, comparso improvvisamente a mezzogiorno di una giornata assolata, lasciò tutti gli astanti attoniti. Gli autori dei vangeli sinottici, colmi di fervida inventiva, lo propagandarono come un prodigio (chissà, forse il padreterno era rabbuiato per la morte del Figlio). Un non ben identificato storico di nome Tallo, vissuto dopo qualche decennio dalla morte di Cristo (citato nella “cronografia” di Sesto Giulio Africano, a sua volta citato da uno storico bizantino), informa sulla terribile oscurità che si abbatté durante la crocifissione di Gesù (la notizia sarebbe stata raccolta da fonti scritte o testimonianze circolanti nell’ambiente in cui viveva). Ad ogni modo, circa l’autenticità degli episodi e degli eventi soprannaturali narrati nei vangeli, che non sono documenti storici, bensì resoconti di fede, non essendo essi suscettibili d’indagine fondata sull’obiettività e la dimostrabilità, ognuno è libero di pensarla come crede. Verso l’ora nona (tre pomeridiane), ormai esausto per le sofferenze, Gesù si disperava (a differenza di Socrate, che serenamente bevve la cicuta, disprezzando la morte, conservando intatta la serenità del suo spirito). Rimproverò persino il Padre (secondo Marco 15,34 e Matteo 27,46) per averlo abbandonato (cfr. Sl 22,2), anziché salvargli la pelle. Non più rammentava la profezia annunciata ai discepoli sulla necessità del suo salvifico sacrificio, né che aveva loro insegnato a non aver timore per quelli che possono uccidere il corpo, ma non l’anima (Mt 10, 28). Ebbe ancora un attimo di lucidità per affidare alla madre, lacrimante ai piedi della croce, il discepolo che lui amava. Poi, adempimento alla predizione della Scrittura, ebbe sete. Non sarebbe stato degno del Figlio di Dio sopportare divinamente la sete, come virilmente l’avrebbe sopportata un eroico figlio dell’uomo? Un soldato di guardia gli inumidì le labbra con una spugna imbevuta d’aceto. Finalmente, venute meno le forze del corpo, spirò l’anima, raccomandandola a Dio (Lc 23,46). A che pro, se egli stesso era Dio? Mah! Si compì così la trista vicenda del Figlio di Dio e il suo sacrificio espiatorio (sic transit gloria mundi). Ora il Padre, finalmente propiziato (cfr. Gv 19,30), poteva essere fiero del Figlio, che aveva umilmente portato a termine la sua missione terrena, bevendo il calice amaro del calvario e rimettendoci la pelle (consummatum est). Morì il 15 del mese di Nisan (primo mese di primavera), corrispondente alle idi di marzo del calendario romano, giorno coincidente con quello della morte del Divo Giulio, il Cesare eletto salvatore e benefattore del genere umano, dio visibile in terra, conclamato figlio di Marte e di Venere. Tra la vita del divo epifanico Cesare e quella del divo messianico Gesù alcuni studiosi hanno individuato molte coincidenze, da cui hanno desunto l’ipotesi di un debito del cristianesimo verso il culto di Cesare, anch’egli considerato Chrestos (= Buono), e taumaturgo, segnato da prodigi, clemente verso i nemici. Appena Gesù esalò lo spirito, emanando un urlo sovrumano, successe un finimondo (ossia, l’incontenibile esplosione di un’altra boriosa esagerazione narrata dagli evangelisti). In un’oscurità da tregenda, si spaccarono le rocce sulla terra terremotante. Il velo del tempio di Gerusalemme, che divideva il luogo santo dal Santissimo (accessibile ai sacerdoti solo una volta l’anno), si squarciò (per simboleggiare, secondo l’interpretazione cristiana, il libero accesso degli uomini a Dio in ogni luogo). Persino le tombe si scoperchiarono e i santi corpi ivi giacenti resuscitarono. Gli zombi redivivi uscirono dai loro sepolcri (Matteo, in 27,50-53, sostiene che ciò avvenne dopo la risurrezione di Cristo), avviandosi verso la città santa, dove apparvero a molti. Figuriamoci lo spavento che colse gli spettatori della sacra, movimentata rappresentazione per l’improvvisa apparizione delle salme, esumate dalle tombe! Ognuno, intimorito, si batteva il petto, bisbigliando il “miserere” e riconoscendo in Gesù il Cristo atteso. Persino i rudi militi pagani, che l’avevano giustiziato, s’intimorirono. Il centurione che li comandava si persuase della figliolanza divina del condannato. Gli apostoli, secondo quanto riportano gli evangelisti, non erano presenti sul luogo del Calvario (infatti, dopo l’arresto del Maestro, erano fuggiti; cfr. Mc 14,50 e Mt 26,56). Soltanto il discepolo prediletto stava nei pressi, assieme alle pie donne e alla madre di Gesù (stabat mater dolorosa iuxta crucem lacrimosa). Più modesti furono i prodigi che accaddero alla morte di Cesare, attestate da Virgilio nelle Georgiche (I, 463seg).

L’evangelista Giovanni (19,25), come già detto, afferma che nei pressi della croce c’erano i parenti stretti di Gesù, cioè la Mater Dolorosa, la sorella, Maria di Cleofa e l’immancabile Maria Maddalena, oltre il discepolo che Gesù amava (forse Giovanni apostolo o l’amico Lazzaro). Taluni studiosi ipotizzano che la Maddalena possa essere Maria di Betania, sorella di Lazzaro e sposa del rabbi Gesù (cfr. i libri apocrifi “Vangelo di Filippo” e “Vangelo di Maria”), e che Lazzaro sia il discepolo amato, giustificando così la loro presenza presso la croce. In onore di Maria Addolorata, madre di Gesù, i cristiani recitano il rosario dei sette dolori (assieme al rosario delle sette virtù e delle sette gioie). Mah!

Per affrettare la morte dei tre rei, fu ordinato alle guardie di rompere loro le gambe. A Gesù, che appariva morto, non gli furono spezzate. Un milite (il legionario Longino, secondo l’apocrifo “Atti di Pilato”) volle accertarne la morte, trafiggendo il costato di Gesù con un colpo di lancia (c.d. “lancia del destino”). Dalla ferita sgorgò sangue e acqua (che, secondo le leggende del Santo Graal, fu raccolto da Giuseppe d’Arimatea nella coppa utilizzata da Gesù nell’Ultima Cena). Tutto ciò doveva accadere, secondo l’evangelista Giovanni (19,24), affinché si adempisse la Scrittura. Del tutto pretestuoso è il riferimento al Salmo 22,19, “le mie vesti si dividono fra loro, sui miei abiti gettano la sorte”. Né appare congrua l’interpretazione tipologica della figura del “Servo”, descritto nel libro di Isaia (52,13 e 53,1-12), che rappresenta il popolo d’Israele in esilio. Lo stesso evangelista indica altresì un anonimo testimone oculare per attestare la veridicità del racconto sulla morte di Gesù. Non potendo costui essere identificato, essendo sconosciuto, ne consegue che la sua testimonianza è inattendibile e il racconto dell'evangelista ancora meno credibile. Qualora costui fosse identificabile, la sua testimonianza, in assenza di validi riscontri, si dovrebbe accettare col beneficio del dubbio. La tradizione ha voluto identificare nell’apostolo Giovanni il testimone oculare. L’incertezza dei fatti, concernenti la vita e il ministero di Gesù, rende verosimile l’ipotesi di manomissioni dei testi traditi, che non rispecchiano più la forma originaria della testimonianza (quantunque di parte) e che perciò possono essere ritenuti non degni di fede. Peraltro, nulla riguardo alla vicenda e alla dottrina del Nazareno è stato riportato dagli storici contemporanei, sia ebrei sia pagani. Eppure, all’epoca, l’evento della venuta al mondo de Figlio di Dio, che si prodiga in mirabilia, deve aver fatto chiasso, a prestar fede ai resoconti redatti dagli evangelisti! 

La morte di Gesù avvenne prima del tramonto, nel giorno di venerdì, vigilia della festa di Pasqua (secondo l’usanza ebraica, il giorno iniziava dopo il tramonto). La sepoltura della salma doveva essere portata a termine, prima che con il tramonto sopraggiungesse il sabato di Pasqua. Secondo l’uso ebraico, un uomo condannato alla maledizione della crocifissione doveva essere seppellito nel medesimo giorno, prima del tramonto (Dt 21,22-23). Giuseppe d’Arimatea (Gv 19,38), uomo ricco, membro autorevole del Sinedrio, convertitosi in segreto alla “buona novella” per timore dei giudei (il coraggio, se uno non lo ha, non se lo può dare), chiese a Pilato il permesso di seppellire Gesù in una tomba di sua proprietà (anziché, secondo l’usanza, in un campo comune, dove, però, sarebbe stato difficoltoso sostenere la resurrezione). Giuseppe d’Arimatea, secondo Luca (23,50), non si era associato alla deliberazione del Sinedrio contro Gesù; invece, secondo Matteo (27,1) e Marco (14,64), partecipò al consiglio e giudicò Gesù reo di morte. Pilato, informato della subitanea morte di Gesù (Mc 15,44), si meravigliò (non risulta che fosse altrettanto stupito dei presunti eventi soprannaturali occorsi). Dopo averne chiesta conferma al centurione, accolse la richiesta di Giuseppe, che andò subito verso il Calvario per deporre dalla croce il frale di Cristo, straziato e piagato. Lo accompagnava Nicodemo (Gv 19,38seg), un fariseo membro del Sinedrio, simpatizzante di Gesù, che frequentava in segreto, timoroso di esercitare pubblica professione di fede nel Cristo. Poco si preoccupò, invece, della reazione del Sinedrio per essersi preso cura della salma di un reo condannato per il grave reato di blasfemia. Il movimento messianico capeggiato da Gesù pare avesse simpatizzanti autorevoli tra i sacerdoti del Tempio, tra i membri del Sinedrio e tra gli appartenenti alla famiglia degli erodiani. Nicodemo, tempo avanti, di notte (cioè di nascosto, da nicodemita), aveva portato a Giuseppe circa 35 kg di una mistura di mirra e aloe per imbalsamare il cadavere di Cristo (evidentemente, i due non credevano alla sua resurrezione). Lo avvolsero, secondo l’evangelista Giovanni, tra le bende assieme agli aromi (non si accenna al lavaggio del cadavere, secondo l’usanza ebraica), e lo deposero nel sepolcro di Giuseppe. Secondo gli evangelisti Marco, Matteo e Luca, invece, il corpo esamine di Gesù fu avvolto subito in un panno di lino per essere imbalsamato (secondo Marco e Luca) il giorno successivo dalle pie donne venute con lui dalla Galilea. Se supponiamo che il cadavere fu prima cosparso di aromi, poi bendato, poi avvolto in una sindone, è del tutto improbabile che abbia marcato in essa l’immagine del corpo (come quella impressa sulla reliquia venerata nel duomo di Torino, della cui autenticità si discute). Se invece supponiamo credibile la versione esposta dagli altri tre evangelisti (che attestano che il cadavere, prima di essere sepolto, fu avvolto in un lenzuolo o panno di lino o sindone), perché i vangeli non fanno cenno dell’impronta rimasta impressa sul lenzuolo? Perché le pie donne, recatesi al sepolcro per imbalsamare la salma di Gesù (nelle versioni secondo Marco e Matteo) e lo stesso Pietro, accorso per accertare la scomparsa della salma (nella versione secondo Luca), non hanno notato il prodigio? Quanto all’immagine percepibile nella reliquia conservata nel duomo di Torino, non è possibile accertare, per mancanza di documentazione, che sia proprio quella di Cristo. Potrebbe invece ritenersi che sia il prodotto di un’abile contraffazione, verosimilmente di marca medievale (come l’analogo Sudario di Oviedo, in Spagna, presunto telo che avvolgeva il capo di Cristo morto, o come la scomparsa Sindone di Besancon, in Francia). Una copia della Sindone di Torino, identica all’originale (misteriosamente ottenuta mediante un decalco effettuato nel 1655 con un lenzuolo di lino di uguale misura), è custodita e venerata nella chiesa di san Francesco ad Arquata del Tronto, in Provincia di Ascoli Piceno.


Il sepolcro di Gesù, per richiesta dei sommi sacerdoti e dei farisei, dopo esser stato sigillato con una pesante pietra tombale, fu vigilato da un corpo di guardia. I capi giudei temevano che il corpo del seduttore fosse trafugato di notte dai suoi seguaci, i quali avrebbero potuto così far credere al popolo che Gesù era risorto dai morti dopo tre giorni di sepoltura (come l’araba fenice sorgeva dalle proprie ceneri), avverandosi ciò che aveva predetto in vita (post fata resurgam). In verità, a detta degli evangelisti, i discepoli non erano persuasi della resurrezione di Cristo. Del resto, loro preferirono dileguarsi, salvando la pelle, piuttosto che seguire il loro Maestro lungo la dolorosa “via crucis”. E’ evidente che i racconti di risurrezione di Cristo, novello Dioniso, e le apparizioni ai suoi intimi amici (e non anche ai nemici, che avrebbero potuto, con testimonianza non di parte, attestarne la divinità) appaiono delle grossolane imposture, imbastite con inverosimili episodi (apparve a più di cinquecento fratelli in una volta, secondo Paolo; cfr. 1Co 15,6). La fede nella (presunta) resurrezione di Cristo Gesù è la pietra angolare sulla quale si fonda il cristianesimo. Secondo la tradizione islamica, i Romani crocifissero un simulacro, giacché Gesù fu assunto in cielo da Allah senza morire. Secondo una tradizione gnostica, Gesù sarebbe fuggito verso l’India. Tra le leggende medievali spicca quella del Santo Graal: il sangue reale di Cristo, sedicente membro della dinastia dei figli di Davide, raccolto in una coppa da Giuseppe d’Arimatea (cfr. il ciclo letterario del Graal e quello arturiano, nonché la “Leggenda Aurea” di Jacopo da Varagine). Secondo il revisionismo apportato dal recente catechismo della chiesa cattolica, la morte di Gesù non deve più essere imputata agli ebrei (ancorché Paolo abbia sentenziato che i Giudei non piacciono a Dio e sono nemici a tutti gli uomini per aver ucciso il Signore Gesù; cfr. 1Ts 2,13-16), bensì al genere umano peccatore.
Lucio Apulo Daunio


Nessun commento:

Posta un commento