domenica 27 febbraio 2011


LOGOS
PAROLA CREATRICE



Logos, inteso come entità metafisica, è la ragione di Dio, la molteplicità del pensiero raccolto nell'unità divina. Nel pensiero filosofico di Eraclito è l’Uno: entità che racchiude in sé tutte le cose (coincidentia oppositorum). Logos, inteso come arte di ragionare, è un metodo di ricerca della conoscenza, mediante argomentazioni logiche, tenuto conto della complessità dei vari approcci, sia metodici sia logici, relativi alla razionalità scientifica, filosofica, metafisica.

Ragionare significa mettere in questione le conoscenze, problematizzare le esperienze, cercare un’interpretazione accettabile della realtà e rifiutare di assolutizzare le conclusioni cui si perviene. La ragione scientifica cerca di spiegare il mondo, la ragione filosofica e metafisica, invece, cerca di dare un senso al mondo. L’etica si occupa di statuire le regole di comportamento, molte delle quali sono tramutate in norme giuridiche cogenti. La religione si occupa della fede in una credenza divina, non conoscibile, ancorché deducibile con argomenti razionali astratti. Ogni religione, in quanto fondata su credenze non conoscibili, può essere considerata portatrice di una propria verità. L’esperienza religiosa è mistica. La mistica religiosa, la razionalità scientifica, la filosofia possono, per vie diverse, produrre serenità ed equilibrio psichico. Il fanatismo religioso si manifesta allorquando la lotta contro il male non si limita all’aspetto interiore della persona, ma si estrinseca esternamente nell’altro da sé, portatore di credenze non condivisibili con i fondamenti imprescindibili di una fede religiosa assolutizzata. La convivenza tra culture diverse richiede la reciproca tolleranza, senza prevaricazione dell’una a danno dell’altra.

Logos, nel cristianesimo, è la parola creatrice di Dio, paradosso di un’inconsistenza pensante, scaturita dall’inventiva umana. La limitatezza dell’uomo, la sua precaria natura, lo induce a sublimare se stesso nell’impossibile perfezione di un essere trascendente. La pretesa rivelazione del Cristo Gesù, supposto Dio, elaborata e tramandata ai posteri da anonimi redattori delle comunità cristiane sparse nel mondo, è conoscenza mediata, ancorché si presuma corroborata dalla divina ispirazione dei sacri autori. Il cristianesimo è, fondamentalmente, speculazione teologica, avallata dalla dogmatica clericale. L’allegorismo teologico ha sostituito l’ingenuo antropomorfismo primitivo. L’essenza divina, indeterminata e imperscrutabile, nonché indipendente e differente da quella umana, è una costruzione teorica del pensiero umano. Essa è creduta esistente fuori dell’esperienza del mondo sensibile: un’essenza estranea, che trascende i dati misurabili e verificabili dell’unica controllabile conoscibile realtà. Il concetto del divino è dedotto mediante un ragionamento astratto ed è rappresentato, con la parvenza di attributi, nella fattispecie di un essere irreale, inautentico, la cui supposta esistenza non può essere provata mediante argomenti dimostrativi incontrovertibili, né può essere indagata con metodo scientifico. Non sono prove dell’esistenza di Dio: né il mito della creazione, come atto volontario di Dio (contraddetto dai principi dedotti dalla ricerca scientifica); né il mito della riconciliazione dell’umanità con Dio-Padre (mediante il riscatto di un’insulsa colpa originale, pagato con il sacrificio dello stesso offeso, nell’assurda persona del Figlio di Dio, risorto dalla morte e assunto in cielo alla destra del Padre); né il mito del compimento del regno di Dio sulla terra (non realizzato, perciò rimandato alla fine dei tempi e contraddetto da secoli di criminale potere cristiano). Nemmeno può dedursi l’esistenza reale di Dio, concependolo come l’essere di cui non si può pensare nulla di maggiore (prova ontologica d’Anselmo d’Aosta). Non possono ritenersi convincenti, da un punto di vista logico, neanche le vie argomentative tomistiche, fondate sull’intelligibilità della realtà, da cui desumere la necessaria esistenza del concetto di Dio, supposta entità oltre la realtà conoscibile. Il divenire dell’universo, però, non presuppone necessariamente una causa prima incausata, un essere sussistente, perfettissimo, creatore e ordinatore supremo del cosmo. I mali e le sofferenze del mondo smentiscono le incerte prove dell’esistenza di un essere sommamente buono, compassionevole, che tutto vede e a tutto provvede. Vano è attendere qualche utilità per l’umanità da un essere improvvido e impotente di fronte alle calamità della natura, da un Cristo amante della sofferenza più che della giovialità, dal mistero di un’assurda triste fede, divulgata dalla Chiesa come limpidezza di una concreta, storica, universale verità. Altrettanto illusoria si presenta la tanto decantata redenzione salvifica di un mitico figlio di Dio, soggetto del cristocentrismo della fede cristiana, spinta fino al punto di ritenere la creazione dell’universo in funzione di Cristo (cristo-monismo) e della redenzione dell’uomo. Solo assumendo un atto di fede si può credere esistente un ente ipotetico soprannaturale (concetto indotto da un bisogno emozionale e dall’eredità culturale del contesto storico in cui si vive), da cui desumere norme di vita. Se la credenza in un essere perfettissimo, onnisciente, trascendente, testimoniato in sacre scritture,  implica che in lui sia vero bene e che compiere il suo volere sia vera virtù, ne consegue che la virtù dell’uomo non è più collegata al valore delle proprie capacità, al convincimento dei propri sentimenti, alle necessità della vita individuale e collettiva, al rispetto della natura e delle sue limitate risorse, ma alla parvenza di una verità annunciata da uomini, che si arrogano il potere di interpretare una pretesa parola di Dio, manifestandola come verità assoluta. Secondo i Vangeli, i discepoli di Gesù, gente semplice, credevano che egli fosse onnisciente, giacché uscito da Dio (Gv 16, 27-30). Illuminato dalla divina sapienza, il Cristo Gesù veniva ad annunciare l’etica della salvezza dalla morte e la resurrezione nel regno dei cieli, minacciando pene eterne a chi non accoglieva la sua "buona novella". La presunta “rivelazione” di Gesù, trascritta dai suoi ispirati seguaci in testi sacralizzati, non rappresenta una prova certa né della sua autenticità, né dell'esistenza storica del Cristo, né tantomeno della sua pretesa divinità. La fede nella parola di un uomo, tramandata da discutibili testimonianze di parte, induce al dubbio. Fidarsi è bene, ma non fidarsi è meglio, soprattutto quando le prove che dovrebbero avvalorare la fiducia di certuni (come gli anonimi redattori dei sacri testi) si basano sulla fiducia di qualcun altro (come l’autorità della Chiesa), anziché sulla certezza di una realtà oggettiva e storica, che escluda ogni sospetto di finzione letteraria dei sacri testi. Le verità religiose, dedotte dalla fede nell’autenticità della parola di Dio, trascritta in Sacre Scritture, sono enunciazioni inverificabili. Non è lecito dubitare o negare o contestare o confutare con argomentazioni eterodosse la dottrina cristiana. Il reo incorrere nel crimine dell’eresia e nella pena dell’anatema per aver commesso sacrilegio. Chi abbandona l’ortodossia, la via retta (2 Pt 2, 15), in nome di una sapienza ritenuta superiore, stigmatizzata dalla Chiesa come “profondità di Satana”, non è degno di appartenere alla comunità cristiana, l’unica degna di rappresentare il genere umano. Ciò che Dio ha comandato, rivelandolo agli eletti discepoli tramite il Figlio e ispirando gli epigoni con i lumi dello Spirito Santo, è sempre vero, giusto, lecito. In verità, la presunta divina “rivelazione”, avvenuta in un determinato periodo, luogo, popolo e affidata alla testimonianza di un gruppo di sconosciuti analfabeti in contraddizione tra loro, non può essere ritenuta attendibile. La Bibbia (A.T. e N.T.) non contiene la “ragione” di Dio, la sua sapiente parola, scritta di suo pugno e con incommensurabile intelligenza, ma l’arrogante e arbitraria opinione di uomini detentori del sacro, che s’inebriano di possedere la Verità per divina ispirazione. I Vangeli non riportano la parola del Messia atteso dagli ebrei, soggiogati dalla presunzione d’essere il popolo eletto di un potente Dio, né tanto meno quella dell’Unto del Signore, il Cristo Gesù, assurda divinità incarnata, bensì i travisamenti degli epigoni di un mitico maestro ebreo in disaccordo con le altre sette religiose giudaiche. La Bibbia canonica, che ha ricevuto l’imprimatur (autorizzazione) della Chiesa, è ostentata come parola veritiera di Dio, che il fedele deve accogliere in buona fede e ubbidienza, anche se in odore di falsità e in contraddizione con i criteri della ragione. Il mitico, algido dio giudaico-cristiano, quantunque incommensurabile e incomprensibile, è spiegato e sviscerato con cognizione di causa e dovizie di vane parole dalla retorica teologica, la non-scienza sfoggiata dal nutrito stuolo degli intellettuali organici, clericali e pseudo-laici, retroguardia di una Chiesa elefantiaca e mondana, da cui ottengono il placet per ogni eloquente, sottile farneticazione sulle verità misteriose della fede. Del resto, le religioni misteriche, supposte “rivelate” da divine entità, non possono essere comprensibili, data la limitatezza della ragione umana, cui necessariamente soccorre la fede per la comprensione dell’arcano. Una religione senza misteri non può essere di origine divina. Il bianco e coronato monarca del colle Vaticano e i suoi subordinati e prezzolati accoliti, mistagoghi in corvine sottane, che propagano inverificabili verità, si prodigano nel recitare acriticamente sulla scena del mondo la farsa del dramma cristiano con ingenti mezzi finanziari e mass-mediali a beneficio dei creduli. La sacrosanta e ricca impresa cristiano-clericale prospera su povertà, ingiustizie sociali e infermità corporali, rafforzando il potere e il dominio sulle coscienze, penetrando subdolamente nelle più remote culture con l’epopea missionaria e il volontariato pseudo-laico soccorritore. Ancora attuale è il motto “Casa povera, Chiesa ricca” del vescovo di Chieti, Gianpietro Carafa, fondatore dei Padri teatini.

Il nostro corpo percepisce la realtà attraverso i sensi e la pratica dell’esperienza. La nostra mente interpreta il mondo mediante l’uso delle parole e dei concetti. L’uomo ha un limite nella sua natura. Dio invece, oggettivato in un essere ideale, è concepito come illimitatezza sovrannaturale: un ente irreale scaturito dalla mera inventiva umana. Colui che è, è ciò che l’uomo non è. Affermare che è, ciò che non è riscontrabile, è atto di fede. La dimostrazione della presunta esistenza di Dio, infatti, si fonda su una credenza, che non ha riscontro nella concreta realtà. Quando si argomenta che, se ogni divenire è l’effetto determinato da una causa e che dovrà pur esserci una causa prima incausata, tale causa però, supposta infinita e senza un limite temporale o spaziale, è posta fuori dall’evidenza della realtà fenomenica. Quando si definisce Dio eterno, immutabile, onnipresente, onnipervasivo, onnisciente, onnicomprensivo, onniveggente, onnipotente, si definisce un Tutto assoluto, ossia un Nulla. La innaturalezza di Dio, mistero imperscrutabile, lo rende inintelligibile. L’Invisibile divina astrattezza, nonostante la sua illimitata potenza, non parla con gli uomini apertamente, ma solo tramite presunti ispirati profeti. Il suo vicario in terra, monarca del cattolicesimo romano, eletto per cooptazione da un collegio cardinalizio, presume di essere l’eletto interprete della volontà di un dio, concepito trino, che lo illumina mediante l'evanescente ipostasi dello Spirito Santo. Le presunte verità che il dio trino rivelerebbe ai suoi eletti intermediari, non sono garanzia né dell’autenticità ed esistenza della fonte primaria, né tantomeno dell’assolutezza della verità medesima. Credere che ogni cosa provenga da Dio, porta a ritenere che tutto abbia origine non nelle cose medesime, ma nel volere di Dio, che le ha create dal nulla con la potenza della parola. Questa credenza, al vaglio dei modesti lumi della ragione, appare inattendibile, giacché fondata su un’idea inverificabile (Dio), da cui dedurre un’ipotesi incontrollabile (la creazione dal nulla). L’improbabile creazione dal nulla appare come un miracolo che la ragione umana non può spiegare; come non può spiegare il mistero cristiano della generazione del Figlio dal seno del Padre e della doppia, opposta sua natura, umana (Dio muore) e divina (Dio è immortale), e la credenza nella vita “post mortem”, eterna, immortale, atemporale, immutabile. I divini misteri, in quanto invenzioni elaborate dalla fervida fantasia di una casta sacerdotale, trascendono la realtà della natura, dileguandosi nel nulla.

Il sacramento del battesimo è un miracolo, perché cancella la macchia del peccato originale. L’acqua battesimale, simbolo di purezza, assume un significato diverso da quello naturale: all’effetto fisico, di pulizia del corpo, si sovrappone quello sacro, astratto, di pulitura dell’anima. Chi ha fede, ha la potenza di compiere miracoli (Mt 17, 20). Chi non aderisce all’obbedienza della fede in Cristo e non si fa battezzare, non può salvarsi, condannandosi all’eterna perdizione (Mc 16, 16). Dal miracolo della grazia scaturisce la fede per gli eletti. Questa, infatti, è un dono elargito dalla grazia divina, indipendentemente dal merito del beneficiato, dunque un miracolo, ma non a vantaggio di tutti. Paolo fu convertito alla fede, non per i suoi meriti, che non aveva, avendo in odio i seguaci di Cristo, ma in virtù della grazia divina, ricevuta nella visione di Cristo sulla via per Damasco. Il miracolo della fede sembra quindi non dipendere dalla libertà del volere dell’uomo, bensì dalla grazia divina, dono esclusivo per gli eletti. Il sacramento dell’eucaristia è la fede nel miracolo della transustanziazione del pane e del vino nel corpo e nel sangue di Cristo, mediante la consacrazione operata dal sacerdote durante il rito della Messa. La fede si carica di significati che la fantasia attribuisce alle cose. Il rito della consacrazione serve solo a rafforzare l’immaginazione. Il pane e il vino, cose reali, assumono un nuovo significato per effetto della fede, ossia dell’immaginazione, che li trasforma nella carne e nel sangue di un dio, ossia in un’illusoria sostanza di un ente inesistente. Mangiando un pasto reale, il cristiano immagina di incorporare Dio, sostentamento del suo animo, ricavandone un effettivo godimento psichico. In virtù della fede, ossia del significato che si dà alle cose, il reale (l’ostia) si trasforma nel simbolo di un ente irreale (il corpo di Dio), che a sua volta si concreta in un fenomeno (godimento psichico): onnipotenza della fede! Ciò che appare vero, in virtù della fede, si crede che lo sia veramente. L’immaginazione, in quanto apparenza di verità, è posta a fondamento della religione, della credenza assurda in una verità assoluta, che falsifica la realtà delle cose, carpendo con la pia frode la buona fede altrui. Il credente, che ha alienato la propria coscienza dalla ragione, per votarsi alla fede di una supposta superiore verità, si gloria d’essere servo di un misterioso Signore dei cieli e dei suoi prescelti sacri rappresentanti sulla terra, presumendo di possedere un’elevatezza morale superna. Nella conoscenza di una singolare verità, egli vede l’unica via che può condurlo all’eterna salvezza. La fede esclusiva e imperativa in verità dogmatiche obbliga il credente a compiere una scelta: o con Cristo o contro Cristo (tertium non datur). Chi rinnega Cristo è demonizzato, essendo condannato all’eterna dannazione. Chi odia Cristo ha un nemico non solo in lui, ma anche in ogni credente. Può esserci comprensione tra chi ha fede in principi indiscutibili e chi assume verità con riserva di dubbio? Tra chi onora Dio secondo i canoni di una religione e chi l’ignora non tributandogli l’onore dovuto? La fede dogmatica, purtroppo, può tramutarsi in odio per l’infedele e l’odio in persecuzione. Il fanatismo religioso ha il suo fondamento nell’estetismo della perfezione, nella credenza in un’unica, assoluta, indiscutibile verità.

Nel nome di Cristo-Dio dovrà sottomettersi ogni essere vivente, in cielo, in terra e negli abissi. Ciascuno dovrà proclamarlo Signore per la gloria del Padre (Fl 2, 10-11). In nome di Cristo, la Chiesa si è macchiata d'infamia per aver perpetrato orrendi delitti. Ha governato il suo popolo, in collaborazione con il braccio secolare, attuando un odioso regime totalitario, reprimendo le coscienze e il libero pensiero con la violenza fisica e morale. Non vi può essere concordia tra la grettezza della fede e l’amore per la ragione. Chi annuncia una diversa verità, parola di Paolo, è votato alla maledizione divina (Ga 1, 9). L’infedele vive nelle tenebre dell’empietà e non ama la luce della giustizia, perciò la vita dei cristiani è incompatibile con quella degli infedeli (2 Co 6, 14-17). La vendetta di Dio si abbatterà su chi fa tribolare i cristiani (2 Ts 1, 3- 10). Senza fede è impossibile piacere a Dio (e a suo Figlio) e ricevere rimunerazioni per i propri meriti (Eb 11, 6) né la vita eterna (Gv 3, 16 e 36). Gli uomini sono mossi dallo spirito di Dio o da Satana: chi conosce Dio si rende docile e prono all’ascolto degli insegnamenti della Chiesa; chi invece non crede alla parola di Dio è mosso dallo spirito di Satana (1 Gv 4, 1-6) ed è già condannato (Gv 3, 18). Chi non crede alla diade divina, del Padre e del Figlio, è l’Anticristo, il mentitore (1 Gv 2, 22). Il cristiano non deve ospitare in casa, né dare il saluto a chi non ha la dottrina di Cristo e non vive in comunione con Dio (2 Gv 9-11). Il ministro di Cristo, nutrito con la fede della buona dottrina evangelica, deve rigettare le favole profane, cose da vecchierelle (1 Tm 4, 6-7). Il cristiano deve riversare il suo amore e praticare il bene soprattutto verso gli altri cristiani (Ga 6, 10). Deve evitare l’eretico e metterlo al bando, consegnandolo a Satana (1 Tm 1, 20), qualora costui non ascolti gli ammonimenti della Chiesa, la pregiata setta dei Nazareni. L’eretico è un pervertito e continuerà a peccare condannandosi da sé (Tt 3,10-11; Mt 18, 15-17).  Chi non ama il Signore è maledetto (1 Co 16, 22). Gli intolleranti, infatti, maledicono chi non la pensa come loro. I tolleranti, invece, praticano le virtù della modestia e della pazienza e sopportano, entro certi limiti, gli intolleranti (peste li colga!). Quanto alle intemperanze degli intolleranti, meglio stare all’erta. Se un cristiano vuol continuare a credere alla favola di Cristo Gesù, nessuno deve ostacolarlo. Ciò che però appare inopportuno, è l’imposizione del suo credo al prossimo. Un credo fondato sulla pretesa rivelazione di un povero Cristo, un uomo deificato di un piccolo popolo di un minuscolo paese in un angolo di mondo. Dio sembra disperso tra le galassie dell’immenso universo. Se esistesse davvero, si sarebbe rivelato contemporaneamente a tutti i popoli della terra, apparendo in tutta la sua gloria, come si spera apparirà ai creduli cristiani alla fine dei tempi. É bene diffidare dei garbugli teologali infusi da un fantomatico Spirito Santo nelle teste gloriose del clero. Masse acritiche di fedeli sono quotidianamente soggiogate dalla sacralità di simbolismi, prediche pretesche e rituali liturgici.

Guardati uomo da chi elabora teoremi teologici, involandosi con il pensiero oltre il reale, tra le nubi infinite del non-senso. Guardati da chi afferma l’effettività di un Vero rivelato, non fallibile. Un Vero di consistenza verbale, non reale, imposto a creduli poveri di spirito, indotti a credere ciò che appare incredibile!



Lucio Apulo Daunio



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