SACRE
SCRITTURE
"Non
avrai altro dio!"
PARTE PRIMA
Fonte della
fede cristiana cattolica è la Chiesa romana docente, indefettibile, in quanto
presume di permanere, immutabile, sino alla fine del mondo. Adornatasi con
l’aureola della sacralità della natura divina, divulga la “rivelazione”
desunta dalle testimonianze di Sacre Scritture, di cui garantisce
l’autenticità. Documenti dell’alleanza dell’uomo con la divinità sarebbero i
libri del Nuovo e dell’Antico Testamento.
I libri
dell’A.T., accolti nel canone cattolico, divergono in parte dalla Bibbia
ebraica, della cui indebita appropriazione la Chiesa si è avvalsa. La Bibbia
cattolica è stata congegnata, durante rissosi concili, a immagine e somiglianza
del credo cattolico ed è stata difesa contro gli oppositori mediante
scomuniche e roghi. I sacri libri sono le preziosissime fonti da cui con
commenti esegetici il clero attinge divine ispirazioni, principi
etici-dottrinari e dogmi di fede. Sono soprattutto intesi come un dono della
divinità per la salvezza degli uomini. Differenti punti di vista o discordanti
interpretazioni, rispetto alla “lectio divina” sancita dalla santa madre
Chiesa, detentrice esclusiva dell’autentica esegesi biblica, sono considerati
deviazioni eretiche. Il Concilio Vaticano I, nel ribadire quanto già a suo
tempo affermato dal Concilio di Trento circa l’ispirazione divina degli autori
dei sacri testi, ha affermato che i medesimi vanno accolti nella loro integrità
e totalità, in quanto scritti nei minimi particolari sotto l’ispirazione dello
Spirito Santo. Il Concilio Vaticano II, con il fondamentale documento “Dei
Verbum” (costituzione dogmatica sulla Divina Rivelazione), ha sancito che la
Bibbia va letta e interpretata con lo stesso Spirito con cui fu scritta dagli
agiografi. Dio, parola della Chiesa, ha disposto che i suoi misteri fossero
autorevolmente ed esclusivamente chiariti dal magistero dei suoi più eminenti
fedeli, deputati alla retta e genuina interpretazione dei sacri autori
attraverso il tempo (diacronia), la cui divina ispirazione escluderebbe ogni
errore (inerranza), salvo quelli attribuibili ai copisti durante la
trascrizione e traduzione degli antichi manoscritti (codici). In verità, si
dubita quanto all'autenticità e bontà del messaggio divino trasmesso dalla
Chiesa, invasata dal culto di una presunta “verità”, posto che la storia del
cristianesimo documenta la liceità dell’inganno e della menzogna (pseudos), come
strumenti di salvezza (medicina), in nome e in onore di un supposto dio
uni-trino. Ne danno testimonianza autorevoli scrittori cristiani, come
l’apostolo Paolo (Rm 3. 7), il teologo Origene (cfr. la confutazione “Contro
Celso”) e il suo epigono, Eusebio di Cesarea (cfr. “Storia Ecclesiastica”, III,
20), teologo al servizio dell’imperatore Costantino, archetipo del legame tra
Stato e Chiesa (cesaropapismo). Per non parlare delle contrastanti
testimonianze delle numerose sette giudeo-cristiane (gnostici, ebioniti, ecc.),
considerate eretiche, perciò duramente combattute e represse; delle pseudo
attribuzioni dei libri canonici; delle false donazioni e delle false decretali,
spacciate dal clero a profitto della Chiesa; della falsità dei libri apocrifi,
rispetto alla pretesa ortodossia dei libri canonici.
La storia
relativa alla formazione dei testi biblici, in mancanza di documenti probanti,
deve procedere mediante congetture. Le massime (logia), le predizioni, le
profezie e le prodezze attribuite a un ebreo, che si pretende essere Dio
incarnato in Gesù, detto “Cristo” (cioè l’Unto di Jahvè o Messia), portatore
della salvezza per l’uomo nell'aldilà, sono trascritte in forma
mistico-retorica (persuasiva) nei quattro Vangeli canonici, negli Atti e nelle
Epistole degli Apostoli, e nel libro Apocalisse: miscellanea di sacre scritture
denominate Nuovo Testamento, per distinguerle da quelle dell’Antico Testamento.
Nell’uno e nell’altro caso ci si trova di fronte ad una raccolta di scritti di
vario argomento. Sia l’uno che l’altro Testamento non è esente da errori e
contraddizioni. Redatti in epoche diverse, sono difformi per stile, contenuto e
lingua (greca per i testi tràditi del N.T., ebraica per quelli dell'A.T.). Le
Sacre Scritture cristiane (c.d. Bibbia, da “byblos” = papiro:
materiale scrittorio diffuso nell’antichità), da un punto di vista
aconfessionale, costituiscono il nocciolo della letteratura religiosa
giudaico-cristiana; mentre, da un punto di vista strettamente religioso, sono
un insieme di regole di vita per affrancarsi dalla perversione del male,
ereditato da un atavico peccato originale, e poter conseguire la salvezza
nell’aldilà. Unica condizione richiesta al credente è la sottomissione alla
“verità rivelata” dallo Spirito Santo, il trismegisto dio della Trinità
cristiana, attraverso l’ispirazione da lui indotta ai sacri autori dei libri.
Per il credente, la Bibbia esprime la parola di Dio, fonte assoluta di verità.
In realtà, è la parola interpretata come divina dal magistero ecclesiastico,
che la desume da ispirate testimonianze di parte, trascritte in antichi testi
sacralizzati. Dunque, è la costruzione di una vicenda umana, ambientata in un
contesto storico credibile, animata da un personaggio ebreo, il mitico Cristo
Gesù, spoliticizzato, sacralizzato e divinizzato durante l’epoca costantiniana,
artefice dell’istituzionalizzazione del cristianesimo. Le Sacre
Scritture, quindi, sono il manifesto ideologico di un cattolicesimo imperante,
ancorché camuffato in tematiche teologiche, risalenti a schemi concettuali
medievali, le cui verità di fede, enunciate come divine illuminazioni, sono
spacciate per verità assolute al fine di soddisfare i bisogni e le attese dei
fedeli.
I libri
della Bibbia cristiana non sono documenti storici, giacché non scritti da
storici di formazione. Sono invece testimonianze di fede, finalizzate alla
catechesi e all’esaltazione del Cristo Gesù. Queste testimonianze sono state
tramandate oralmente dalle prime comunità cristiane. Successivamente, sono
state redatte in forma scritta con la tecnica della “scriptio” continua
(senza punteggiatura) e con le lettere senza accento. Non sono perciò esenti da
alterazioni accidentali (errori tecnici) o volontarie (introdotte
deliberatamente). Reinterpretazioni, manipolazioni, omissioni, aggiunte
d’inverosimili episodi e di sacri discorsi (hieroi logoi), hanno dato
luogo ad una trasmissione anormale del testo. I libri del N.T. non sono fonti
letterarie primarie, cioè redatte da Gesù, un leggendario profeta divinizzato,
né sono le testimonianze dei suoi apostoli (ancorché una tradizione cristiana
abbia voluto attribuirne la redazione). Il testo trascritto nel quadruplice
Vangelo, dove ognuno presenta numerose divergenze ed incoerenze rispetto agli
altri, è una traccia del presumibile pensiero di un maestro ebreo di nome Gesù,
di volta in volta reinterpretato da coloro che lo hanno trasmesso ai posteri,
attingendolo da precedenti testimonianze e tramandandolo con discutibile
fedeltà. Tali scritture sono finalizzate, mediante l’apporto dell’enfasi
miracolistica e delle visioni apocalittiche, a suggestionare e convertire
uditori e lettori. I libri del N.T. sono quindi reinterpretazioni di
presumibili fatti storici, tramandati ai posteri dalle memorie delle varie
comunità cristiane, sparse in diverse regioni e culture del mondo greco-romano.
Sono permeati di simbolismo, misticismo, miracolismo, nonché caratterizzati da
teofanie, avvenimenti soprannaturali, esaltazione religiosa, visioni
moralistiche, profezie apocalittiche. Non testimoniano la Verità, bensì
interpretazioni e reinterpretazioni di una dubbia e stantia verità, che pervade
la cultura del mondo cristianizzato. Una “verità”, peraltro, che la Chiesa
adegua faticosamente all’evolversi dei costumi e delle convinzioni della
società civile. Le Sacre Scritture cristiane, dunque, in quanto non scritte
direttamente dal Cristo Gesù, presunta ipostasi di un dio trinitario, non hanno
valore veritativo della parola di Dio, né tantomeno possono essere accreditate
come scritture ispirate da Dio. Il messaggio di un ebreo chiamato Gesù,
trasmesso oralmente (verba volant) nelle vesti di un sedicente Messia
d’Israele, è in realtà il pensiero degli epigoni, spacciato per autentico
messaggio divino. Durante la trasmissione per via orale, le storie del
taumaturgo Gesù, verosimilmente, possono essere state accresciute con episodi
leggendari e meraviglie miracolistiche per allettare maggiormente le persone da
convertire. I testi tràditi, infatti, hanno una struttura stratificata (un
affastellamento di diverse tradizioni, con correzioni, interpolazioni e
manipolazioni varie). Dei tanti e diversi documenti pervenuti sulla drammatica
vicenda dell’uomo di Nazareth e dei suoi compagni di sventura, solo alcuni di
essi sono stati dichiarati canonici, cioè autenticamente ispirati
dall’uni-trino dio cristiano. I libri inclusi nel canone, peraltro, variano a
seconda delle differenti confessioni cristiane. Si discute
sull’autorevolezza e antichità del “canone muratoriano”, presunta prima lista
dei libri canonici.
PARTE
SECONDA
A differenza
delle scritture cristiane apocrife (non sacre, in quanto ritenute non
ispirate), quelle ascritte nel canone cattolico (27 scritti del N.T. e 46 libri
dell’A.T.) sono ritenute “dogma de fide
definita”, fonte autentica della nuova alleanza mediata dal Cristo Gesù,
che ha reso antiquata quella precedente dell’Antico Testamento, vicina a
scomparire (Eb 8, 6-13), stipulata da Dio con il popolo d’Israele. Le scritture
canoniche, dunque, sono norme di fede e di vita per i cristiani. Un decreto del
Concilio di Trento (1546) ha sancito l’anatema per chi non accetta la sacralità
e la canonicità delle suddette scritture, così come emendate nell’edizione
latina volgata da san Girolamo (successivamente revisionata sui testi
originali). Il Concilio Vaticano I (1870) non solo ha ribadito quanto sopra, ma
ha anche aggiunto che le Sacre Scritture hanno Dio come autore, essendo state
scritte su ispirazione dello Spirito Santo. Destinatario della sacra, ispirata,
dogmatica scrittura è il popolo della nuova alleanza, guidato dal santo
pontefice della Chiesa cattolica romana docente, la cui infallibilità
(inerranza) è garantita dallo Spirito Santo. Del resto, la contraddizione tra
Antico Testamento (l’immutabile parola di Dio, cui nulla poteva essere aggiunto
o tolto) e Nuovo Testamento è nelle parole stesse di Gesù (Mt 5, 17 seg.). Egli
intendeva perfezionare la Legge mosaica e gli oracoli dei Profeti, senza
invalidare le rigide norme veterotestamentarie. In verità, le invalidò tutte le
volte che non si raccordavano con la sua "buona novella",
relativizzando l’assoluto proferito dal Padre. Gesù,
infatti, criticava la religiosità formalistica dei Farisei (rigorosi
“compagni” di fede legalistica), poiché la riteneva antitetica alla sua nuova
concezione religiosa, volta più all’impegno etico che all’osservanza cultuale
(Mt 9, 14 seg.). I Farisei erano i difensori dell’ortodossia e
dell’interpretazione letterale della Legge mosaica e della relativa tradizione
orale, in contrapposizione al partito dei Sadducei (sacerdoti dell’aristocrazia
ebraica, che riconoscevano solo i libri mosaici del Pentateuco, rinnegando la
validità della tradizione e interpretazione orale della Legge). In seguito, i
discepoli di Gesù, sotto l’impulso dell’evangelizzazione paolina, dovettero
rompere definitivamente con il giudaismo, riadattando le parole del Maestro ai
costumi dei non giudei. Le testimonianze tramandate dalle diverse culture delle
comunità cristiane sparse nel mondo, adattate ed emendate secondo i tempi e i
luoghi, espunte o distrutte quelle ritenute meno utili allo scopo (come i
primitivi vangeli dei giudeo-cristiani, perché non conformi alla prevalente
ortodossia paolina), costituirono in seguito l’insieme dei testi canonici del
cristianesimo. Il Nuovo Testamento, espressione del pensiero delle costituenti
comunità cristiane di cultura ellenistica, accoglie i precetti fondamentali
della fede cristiana di stampo paolino, secondo l’interpretazione dottrinaria
decretata dalla dogmatica ecclesiale. La Rivelazione del Cristo-Dio, dunque, è vincolata
all’interpretazione della Chiesa istituzionalizzata e all’apporto della
speculazione teologica. La dottrina che ne deriva si adegua in concomitanza con
i mutamenti culturali e sociali. Ne consegue che, con l’andar del tempo,
dottrine e precetti non espressi direttamente nel N.T. sono (arbitrariamente)
decretati dalla Chiesa, portavoce della volubile Trimurti cristiana, da cui
attinge l’ispirazione per sacrosante, assolute verità. L’immodestia clericale è
pari al talento inventivo, tant’è che presume di parlare in nome della Divina
Trinità, interpretando la volontà a suo tempo manifestata dal Padre e quella
successivamente integrata dal Figlio, mediante i lumi dello Spirito Santo,
imponendola come dogma e mistero da accogliere con fede abramitica.
Il “Nuovo
Testamento” è il prezioso scrigno da cui la Chiesa attingere verità
(regressive) di fede. Esso descrive il gratuito intervento di Dio, non più a
favore di un popolo, ma esteso a tutti i popoli della Terra (il che implica la
necessità dell’opera missionaria di conversione). Dio, infatti, ha portato a
compimento la promessa messianica al popolo eletto d’Israele ed ha instaurato,
per mezzo del mediatore Cristo Gesù, una nuova Alleanza con un nuovo popolo.
Questo nuovo patto, parola di Paolo (2 Co 3, 14), è contrapposto all’antico
patto: l’alleanza stipulata con il mediatore Mosè sul monte Sinai, a favore
delle (mitiche) dodici tribù d’Israele, liberate con il suo aiuto dalla
cattività egiziana e guidate verso la terra denominata Canaan (attuale
Palestina), già promessa ad Abramo, dove avrebbe dovuto scorrere, non
sangue, ma latte e miele. In verità, quella terra, quando il popolo ebraico
mise piede in quel luogo, era già occupata da nomadi mercanti cananei. Giosuè,
successore di Mosè, dovette conquistarla, intraprendendo una guerra di
sterminio contro i popoli che vi risiedevano. Dio e Mosè, dunque, si erano
impegnati con una nuova reciproca promessa, successiva a quella stipulata da
Dio con il patriarca Abramo, e poi con i suoi discendenti. YHWH (colui che è
eterno), impronunciabile sacro tetragramma dell’ineffabile nome del temuto e
onnipotente dio dei patriarchi ebrei, si era impegnato con un patto di
solidarietà (alleanza), garantendo la sua protezione al popolo d’Israele,
purché esso a sua volta si obbligasse verso di lui con assoluta fedeltà e
obbedienza. Il patto contratto con Mosè vincolava il popolo eletto
all’osservanza del decalogo, i dieci comandamenti sanciti da YHWH e incisi con
il suo dito sulla pietra. Ogni aspetto della vita individuale e collettiva, sia
quello religioso sia quello civile, era minuziosamente regolato. Ogni singolo
atto umano assumeva carattere religioso. La benevolenza di YHWH era subordinata
alla stretta ubbidienza e ottemperanza ai suoi comandamenti. La fedeltà al patto
era premiata con il benessere e con le vittorie; l’infedeltà con le sconfitte e
le persecuzioni. In questo modo erano giustificate vittorie e sconfitte di un
popolo alla conquista di una terra occupata da altre tribù di diversa
religione. Il loro monolitico dio, Jahvè (pronuncia del tetragramma sacro
YHWH), elargiva premi e castighi durante la vita terrena (a fare i conti
nell’altro mondo, bisognerà attendere la venuta del Figlio, il Cristo, e
l’affermazione della sua Chiesa). La colpa dei padri era punibile fino alla
quarta generazione (Es 20,5). Solamente dopo l’annuncio della nuova Alleanza,
sancita con il sacrificio di Cristo, fondata su una nuova legge, finalmente
l’umanità, soggetta alla morte fisica a causa della colpa dei primi avi, può
sperare nell’immortalità dopo la morte. Premi e castighi saranno
definitivamente elargiti nell’aldilà.
La
presunzione del cristianesimo (come delle altre fedi monoteistiche) di
possedere l’unica verità di fede, porta all’intolleranza verso altre credenze
religiose, ritenute menzognere, se non addirittura opera del demonio.
L’esclusiva dottrina cristiana, non solo non si concilia con altre fedi, ma
neanche trova concordanze con gli scritti attribuiti a Mosè, nei quali non vi è
alcun riferimento né umano né divino al Cristo Gesù. Tanto meno si accorda con
il ricorso alla “auctoritas” della tradizione profetica, della quale, in
modo improprio, fanno ampio uso gli evangelisti. Tanto più che i libri
dell’A.T., dapprima tramandati oralmente con l’apporto di diverse tradizioni,
successivamente redatti con interpolazioni e modifiche in tempi diversi, non
nella lingua corrente aramaica, ma in ebraico antico, rappresentano un insieme
composito, acritico e contraddittorio di precetti e racconti leggendari,
ancorché rappresentati in una cornice storica. Quanto al profetismo biblico, si
tratta di oracoli che prospettano una visione futura, consolatrice e salvifica,
come reazione alla triste condizione d’Israele, sottoposta al dominio di
potenze straniere, la cui causa è cercata nell'inottemperanza al patto
stabilito con il temuto Jahvè. Le altre profezie, ancorché ascritte al futuro,
sono annunci di vicende presumibilmente verificatesi in passato (vaticinia
ex eventu). Fallaci si dimostreranno, dopo la distruzione di Gerusalemme
nel 70 e la repressione della rivolta giudaica nel 135 (che diede avvio alla
grande diaspora del popolo ebraico), le profezie sul trionfo di Jahvè, che
avrebbe dovuto regnare nella sua dimora in Gerusalemme su tutti i popoli
asserviti ad Israele. Persino il Tempio non sarà più ricostruito (resta il
“muro del pianto”, risalente all’epoca del primo Tempio di Salomone, segno del
perenne legame di Jahvè con il popolo ebraico), né sarà più costituita la casta
sacerdotale, né saranno più ripristinati i quotidiani olocausti. Lo stesso
Jahvè sarà trasformato da divinità antropomorfa e sanguinaria ad entità
immateriale e paterna. Molte delle prescrizioni mosaiche cadranno in
desuetudine e con esse anche l’antico giudaismo.
PARTE TERZA
Negli
antichi manoscritti del N.T., il sacro tetragramma JHWH, l’impronunciabile nome
di Dio, è sostituito con altre espressioni (Regno dei cieli, Figlio del
Benedetto, Figlio dell’Uomo, Potenza, Signore mio, ecc.). Lo stesso Gesù se ne
guardava bene dal citare il nome divino, perché avrebbe suscitato una violenta
reazione da parte dei Farisei. Paolo, l’inventore del cristianesimo,
predicatore di un suo personale vangelo a beneficio dei gentili (i popoli privi
di fede e cultura giudaica), sarà l’artefice della definitiva separazione del cristianesimo
dal giudaismo. Persino il Decalogo, scritto con il dito di Jahvè, sarà soggetto
a manipolazioni dalla costituenda Chiesa cristiana. Così il precetto di non
commettere adulterio si trasformerà in divieto di commettere atti impuri. Ciò
implica altresì il divieto di fornicazione (con la conseguenza psicologica del
senso di colpa per gli atti e i rapporti sessuali commessi fuori del
matrimonio, elevato a sacramento). Così il sabato, giorno di riposo, benedetto
e sacralizzato da Jahvè, osservato scrupolosamente dagli ebrei, sarà sostituito
dai cristiani con la domenica, giorno di festa rituale in cui si celebra la
Santa Messa. Il Decalogo cristiano, infatti, non prescriverà più il sabato
quale settimo giorno dedicato al riposo, limitandosi a ricordare genericamente
di santificare tutte le feste (tante) che la Chiesa (non Dio) comanda. La
prescrizione del riposo settimanale in onore di Jahvè (forse, un’usanza di
origine babilonese) trova una giustificazione sia perché il Creatore si
concesse un meritato riposo dopo sei giorni di lavoro creativo (cfr. il libro
“Esodo”), sia perché si vuole onorare chi nelle alte sfere liberò gli ebrei
dalla cattività egiziana (cfr. il libro “Deuteronomio”). Questo giorno, presso
gli ebrei della diaspora, sarà trasformato da obbligo cultuale in festa
rituale. Il Decalogo di Mosè, inoltre, comanda di non rappresentare Dio con
idoli o immagini; quello riadattato dai cristiani, invece, tace. Poiché chi tace
acconsente, la Chiesa ha favorito la propagazione d’idoli e immagini, fonte
d’oboli in denaro da parte di devoti, frequentatori di ricche chiese, volti ad
intercedere le grazie a santi e madonne che popolano l’Olimpo feticistico
cristiano.
La nuova
Alleanza, voluta e concessa gratuitamente da Dio-Padre, realizzata con la
mediazione del Figlio, il Verbo incarnato nell’uomo Gesù, si connette
all’antica Alleanza mediante il mitico personaggio del Messia (= Cristo),
promesso da Jahvè e annunziato dai profeti all’antico popolo giudeo. Gesù non è
solo il Messia atteso, ma è anche il Figlio di un Dio uno e trino, venuto nel
mondo con l’umana natura, che sacrifica al Padre per redimere l’umanità dal
peccato originale. Con il suo sangue egli suggella un nuovo patto con un nuovo
popolo. Davvero incredibile appare che un dio si ritenga offeso dall’umanità
per una colpa risibile imputata ai nostri primi avi, e che riscatti tale colpa
con il suo sacrificio, nella persona del Figlio, l’Unigenito generato dal Padre
e rigenerato nell’umana natura per mezzo di una sempre vergine donna immacolata
(tale per decreto conciliare), sulla quale discende ad ingravidarla con la
potenza a-sessuale di una terza persona, lo Spirito Santo. Ad ogni modo, chi
vorrà essere cristiano e far parte della nuova Alleanza, dovrà sottoporsi al
rito purificatorio del battesimo. Per entrare a far parte dell’antica Alleanza,
invece, era sufficiente la nascita come membro del popolo eletto, segnato dalla
circoncisione. I fondamenti morali della nuova legge evangelica, cui deve
conformarsi la condotta del discepolo di Cristo (parenesi), sono contenuti non
solo nei libri che costituiscono il Nuovo Testamento, ma anche nella catechesi
ecclesiale e nelle disposizioni papali. Il lieto annuncio di salvezza (cherigma),
cioè la promessa della risuscitazione dalla morte e la vita eterna nel Regno di
Dio, richiede la fede incondizionata in Gesù, dispensatore della necessaria
Grazia. La speranza della salvezza e dell’immortalità è dunque subordinata, per
un verso, alla chiamata alla leva nel gregge del padreterno per grazia
ricevuta, per un altro verso, alla condotta di vita cristiana, improntata alla
fede e alla speranza nell’uni-trino Dio (ma anche all’obbedienza verso chi
presume di rappresentarlo in terra) nonché alla carità verso il prossimo per
amore di Dio. L’annuncio di salvezza, tramite la redenzione, presuppone quindi
un’originaria colpa umana, conseguenza di una remota farsa, rappresentata in un
giardino fiorito in Eden, da due disubbidienti creature. Il destino ultimo
dell’uomo, alla fine dei tempi, sarà la dannazione (castigo) o la salvezza
(premio). Nell’uno o nell’altro caso, sofferenze e beatitudini saranno eterne.
L’insegnamento
trasmesso oralmente da Gesù, così come tramandato dalle prime comunità cristiane
e come in seguito elaborato dalla Chiesa mediante speculazioni teologico -
dottrinarie, costituisce il fondamento del cristianesimo. Simbolismi, senso del
mistero, ostensioni d’ostie consacrate, pervadono le Sacre Scritture e i
rituali liturgici. Immagini variopinte di madonne e cristi, icone e statue di
santi, lugubri croci, reliquie di ogni genere, abbondano nelle sante chiese
cattoliche a profitto dell’inveterato dominio clericale. L’annuncio della
salvezza escatologica permea tutti gli scritti neo-testamentari. Tale annuncio
si intende (artatamente) già contenuto nelle profezie dell’A.T. (1 Pt 1, 10).
La prima buona notizia (c.d. protovangelo) sarebbe la promessa di Dio ad Adamo
ed Eva riguardo all’inimicizia tra il demonio e la donna, dalla cui stirpe
nascerà il Cristo vittorioso del male e della morte. In verità, le profezie
dell’A.T., citate di volta in volta nel N.T., riguardano avvenimenti accaduti
nel passato, annunci di speranza, oracoli di salvezza riferibili al popolo
ebraico, vessato nelle sofferenze dell’esilio. L’annuncio profetico è una
speranza, un presagio, un “signum pronosticum”, che indica un probabile
evento attingendolo dagli accadimenti del tempo. Il cristianesimo ha
semplicemente reinterpretato quelle antiche profezie, volgendole ai suoi fini.
I due “testamenti”, ritenuti entrambi ispirati da Dio, non sono necessariamente
l’uno in funzione dell’altro. I libri dei Profeti, i Salmi e le altre Scritture
sono per l’ebraismo un commento ai libri del Pentateuco (c.d. Torah = Legge suprema
di Dio). L’insieme delle Scritture dell’ebraismo non ha alcun nesso con l’annuncio
messianico di Gesù. Vera e propria forzatura interpretativa del cristianesimo è
voler desumere dall’A.T. le testimonianze a favore di Gesù. Gli evangelisti
Luca (24,44) e Giovanni (5,39), infatti, affermano (infondatamente) che tutto
di Gesù è stato già predetto dalle Scritture. I cristiani perciò, confortati
dall’infallibile parola della Chiesa, credono che la Scrittura, antica e nuova,
annunci la parola di Dio e del suo Unigenito Figlio. Al tempo di Gesù, gli
ebrei credevano che il Messia promesso dalle profezie escatologiche discendesse
dalla reale casa di Davide. L'ebreo re messia (l’Unto di Jahvè) era un essere
mortale (non soprannaturale né, tanto meno, Figlio di Dio), che avrebbe regnato
in nome di Jahvè sul monte Sion (simbolo di Gerusalemme, in quanto ivi fu
edificato il Tempio, santuario nazionale) e avrebbe instaurato un regno eterno
di giustizia sulla Terra, liberando l’eletto popolo ebraico dalla servitù del dominio
straniero. Gesù, al contrario, pur proclamandosi Cristo (ossia, il liberatore
consacrato da Dio), non annunciava un tempo di ricchezza e di pace sulla terra
per il popolo d’Israele. Il Regno di Dio, da lui annunciato, non aveva
carattere politico, non era di questo mondo, perché era un regno spirituale
oltremondano, il cui accesso richiedeva la conversione alla nuova fede,
mediante la liberazione dalle catene del peccato. Nel delirio del mistero
cristiano, la dignità umana originaria è degenerata nel risibile peccato del
furto di un frutto proibito, compiuto dai nostri primi avi, passibili di colpa
grave per aver irrimediabilmente offeso il permaloso dio Jahvè. Grazie alla sua
tardiva misericordia, ora finalmente l’umanità (sempre che sia meritevole di
ricevere la sua grazia) può sperare nella salvazione dalla morte e dalle pene
della vita, rigenerandosi nell’altro mondo. L’Uni-trino si è fatto uomo,
degradandosi nella trivialità del sacrificio, non per recuperare la dignità
dell’uomo, ma per renderlo degno suddito del suo fantomatico regno
oltremondano. Il cristianesimo non aiuta l’uomo a ritrovare se stesso nella
quotidianità del vivere nel mondo, né a renderlo libero di assumere la cura
della propria esistenza, bensì s’insinua nel suo animo per ammaliarlo,
ammansendolo alla ragione di Dio, ossia all’obbedienza verso la Chiesa, sua
fededegna interprete. Nel sonno della mente sedata dal cristianesimo spuntano i
sogni illusori d’immortalità e d’eterna felicità nell’aldilà.
PARTE QUARTA
I libri sacri,
che costituiscono il Nuovo Testamento, redatti verso la fine del I secolo, sono
pervenuti in copie e frammenti, scritti nella lingua greca ellenizzata (koinè
diàlektos). Non sono traduzioni da originali testi scritti in aramaico
(lingua parlata correntemente ai tempi di Gesù). Nessun testo neotestamentario
è pervenuto in originale, ma soltanto copie di copie. Si ritiene che il ritardo
nel trascrivere l’insegnamento orale di Gesù e gli episodi indicativi della sua
vita sia stato determinato dalla credenza nella profezia dell’imminente “fine
dei tempi” (Mc 1, 15; 9, 1; 13, 30; Mt 10, 23; 16, 28). La delusione per la
mancata attuazione della profezia indusse le varie comunità cristiane sparse
nel mondo a redigere numerosi vangeli. Gli attuali libri canonici, costituenti
il N.T., sono traduzione da manoscritti pervenuti in lingua greca (si discute
sull’esistenza di presunti originali in aramaico), risalenti al II secolo. I
quattro Vangeli ritenuti canonici, peraltro, non sono menzionati dagli
scrittori cristiani prima della metà del II secolo. Nella sostanza, sono
elaborazioni dogmatico-teologiche, provenienti da precedenti fonti scritturali
ed orali, in cui l’insegnamento di Gesù non è nettamente distinguibile dai
successivi commenti e adattamenti dei vari redattori, giacché nessuno di loro
era stato discepolo di Gesù. Essi risentono dell’area culturale delle varie
scuole cristiane sparse per il mondo, in cui le testimonianze degli apostoli
sono state reinterpretate e tramandate ai posteri con l’aggiunta di leggende
accreditate dalle varie comunità (chiese). Riflettono inoltre le diverse e
divergenti fonti da cui sono stati tratti, fondandosi per la maggior parte sul
sentito dire che i redattori hanno attinto dalle tradizioni delle varie chiese
locali e reso funzionale alle loro argomentazioni teologiche. I detti e i fatti
della vita di Gesù, narrati nei quattro vangeli canonici (gli apocrifi non sono
ritenuti libri ispirati da Dio), denotano riferimenti spazio-temporali
imprecisi e generici. La non plausibilità dei fatti riportati,
l’inattendibilità dei testimoni che li hanno narrati, la scarsa conoscenza dei
luoghi descritti e degli usi ebraici, inducono ad una rigorosa analisi critica
dei testi in questione. Ne consegue che i suddetti racconti, in quanto appaiono
inaffidabili e pieni di mistica tensione, riflettono più l’inventiva
mistico-simbolica degli autori, testimoni non oculari dei fatti descritti, che
l’ispirazione divina. Peraltro, sembra che gli scritti canonici siano
sconosciuti ai primi “padri della chiesa”, che invece preferivano la tradizione
orale ed erano informati circa l’esistenza della letteratura apocrifa e del
gran numero di opere false messe in circolazione da autori cristiani (c.d. “pia
frode”). Provvederà lo Spirito Santo, nel IV secolo, ad illuminare i
padri conciliari nella cernita dei vangeli per distinguere quelli (presunti)
autentici da quelli ritenuti falsi.
Per
“vangelo” s’intende il lieto annuncio del Messia. Egli porta a compimento la
storia antica per iniziare quella del Regno di Dio: una nuova era improntata
dalla venuta del Cristo, Figlio di Dio, per redimere i peccati dell’umanità,
liberandola dalla colpa originaria con il sacrificio della sua vita. In lui si
suppone realizzata l’attesa messianica del popolo ebraico, l’evento salvifico
preannunziato dalle antiche Scritture. La sua testimonianza di fede è stata
accolta dagli apostoli e tramandata oralmente alle varie comunità di fedeli (le
chiese giudaico-cristiane e quelle dei gentili convertiti). In seguito, le
varie tradizioni orali dei messaggi e delle opere di Gesù sono state raccolte
in redazioni scritte, in conformità alle esigenze di ciascuna comunità. Prima
di raggiungere l’attuale definitiva forma, i Vangeli hanno avuto un lungo
processo formativo durante il quale sono stati oggetto di manipolazioni:
adattamenti, ampliamenti, omissioni, ecc. causate dagli influssi apportati
dalle diverse culture delle comunità cristiane e dalle diverse fonti consultate
dai redattori. Una distorsione del messaggio autentico del Vangelo s’è
verificata, verosimilmente, già durante la trasmissione in forma orale. I
quattro Vangeli, ufficialmente riconosciuti dalla Chiesa, non sono reputati
alla stregua di documenti storici. Sono semplici testimonianze di fede,
narrazioni di fatti in forma trasfigurata, simbolica, carica di mistero, che
trovano spesso riscontro nelle rappresentazioni mitologiche della cultura
ebraica. Si presentano come un insieme di piccole unità di vario genere e forma
letteraria, privi di un’esplicita cronologia, il cui contenuto è
prevalentemente mistico e simbolico. Inoltre, essendo inzeppati di non sensi e
reciprocamente contraddittori, sono suscettibili di varie interpretazioni
(quella giusta, ovviamente, è fornita dalla Chiesa cattolica). I Vangeli
secondo Marco, Matteo e Luca, redatti sulla base della più antica tradizione
orale, sono detti sinottici, perché somiglianti. L’affinità non dipende
dall’ipotesi che i tre autori sono (o si rapportano a) testimoni oculari, ma
dal fatto che, per un verso, risalgono ad una comune fonte, per un altro, sono
interdipendenti tra loro. Se così è, in assenza di valide garanzie e riscontri
storici, si dubita che l’autentico annuncio del Cristo Gesù (della cui
esistenza storica si discute, non essendo menzionato nelle fonti storiografiche
coeve) sia quello trascritto nei testi canonici, ornati di episodi miracolosi,
selezionati tra una serie di testi in circolazione dai vescovi riuniti nel
Concilio di Nicea (325 d.C.) Solamente chi ha fede non dubita, argomentando che
la sua fede è riposta nella testimonianza di scrittori cristiani, della cui
autenticità crede. Questa però è una fede comprovata da un testo, che si
ritiene veritiero, perché si crede che riporti l’autentico messaggio rivelato
dall’autorità di un sedicente Cristo, Figlio di Dio, e che tale messaggio sia
stato fedelmente trasmesso dalla sua Chiesa. Non pare sufficiente questa
testimonianza di parte per stabilire la verità, sia riguardo alla non
manomissione dei testi tràditi, sia riguardo all’autenticità del messaggio. Gli
enunciati evangelici, insomma, procedono dalla parola di Dio o da quella
decretata dai consessi clericali? Si può credere nell’esistenza di Dio,
basandosi sulla testimonianza di uno scritto, che si presume redatto su
ispirazione divina? Desumere l’esistenza di Dio da un testo, che si presume
essere veritiero, perché manifesta la parola di Dio, è un modo circolare di
ragionare che non prova nulla. In altri termini, è come dire che la prova
dell’esistenza ultraterrena di un ente è desunta dall’autorità (inattendibile)
di ciò che si trova scritto in testi sacralizzati (credo quia scriptum),
e che questi sono veritieri, perché riportano la parola autorevole rivelata dal
suddetto ente (credo quia dictum). Questo è un ragionamento non
dimostrativo, stante l’impossibilità di addurre prove concrete a conferma di
ciò che si afferma per fede. Non vi sono prove che attestano che la Bibbia è la
parola di Dio, quantunque mediata dalla divina ispirazione dei sacri scrittori.
Infondate sono le argomentazioni a sostegno della perfezione del creato e
quelle a sostegno di un disegno intelligente. Né dalla presunta perfezione
dell’universo può desumersi l’esistenza di una causa intelligente, artefice del
creato. Quale valore attribuire ad una fede, fondata su presupposti ipotetici,
che afferma assolute, indimostrabili certezze?
PARTE QUINTA
I libri
della Bibbia, ritenuti sacri ed ispirati secondo il canone della Chiesa
cattolica definito nel IV secolo, sono documenti della storia religiosa
cristiana, non di Cristo, del quale poco conosciamo. Sporadiche notizie,
riscontrabili nella storiografia dell’epoca, sono sospettate d’essere
interpolazioni attuate da mani ecclesiastiche. L’invenzione del dio cristiano
appare una pia illusione, ancorché resa lecita in forza di una credenza in una
suprema trascendente entità, la cui verificabilità potrà essere accertata
solamente “post mortem”. Conferme dall’oltretomba, però, non si hanno.
Il vescovo Eusebio e gli altri apologisti cristiani non hanno avuto scrupoli
nell’uso della dissimulazione in onore di Dio e a beneficio di coloro che
volevano essere ingannati. Il teologo e catechista Origene, che si evirò da sé
per il regno dei cieli, ammetteva la liceità della menzogna come mezzo di
salvezza, dato che persino Dio poteva mentire per amore. Che gli evangelisti
fossero mentitori non pareva possibile ad Agostino, nonostante le palesi
dichiarazioni contraddittorie desunte dai Vangeli. Quelle apparenti
contraddizioni, invece, bisognava - a suo giudizio - ritenerle in accordo. In
realtà, nulla l’ebreo Gesù scrisse di suo pugno, né col dito di Dio. Non dettò
per iscritto ai suoi apostoli l’autentico messaggio che questi avrebbero dovuto
annunciare alle genti. Egli, verosimilmente, qualora sia storicamente esistito,
sarà stato uno dei tanti rabbini, che svolgevano attività religiosa
riformatrice all’interno dell’ebraismo. Il suo presunto insegnamento, trasmesso
oralmente, come si rileva dalle scritture canoniche, deriva da una libera
lettura interpretativa della Bibbia ebraica (A.T.). Egli annunciava il Regno di
Dio, ossia un nuovo modo di vivere il rapporto religioso con un dio protettore
di un popolo eletto. Non dichiarava d’essere infallibile, come poi si
proclameranno i suoi vicari. Come maestro ebreo, egli ragionava da giudeo,
osservando sostanzialmente i rituali cultuali e non avversando la pratica della
circoncisione. Tale comportamento seguì in linea di massima anche la prima
comunità governata dagli apostoli. Lo sganciamento delle comunità cristiane
dall’ortodossia giudaica avvenne verso la fine del I secolo, in conseguenza
della conversione di pagani e giudei della diaspora (ellenisti). A metà del I
secolo si cercò, col Concilio di Gerusalemme, di ricucire le diverse tendenze
delle comunità cristiane, viventi in Palestina e nel mondo pagano. In verità,
una Chiesa unitaria e perfetta, attestante l’attuazione del Regno di Dio sulla
terra, non è stata ancora realizzata, stante la moltitudine e diversità di
sette, movimenti e confessioni cristiane nel mondo. Del resto, Gesù non ha
fondato alcuna Chiesa né ha redatto una Bibbia cristiana, dato che nell’esporre
il suo insegnamento ha citato esclusivamente fonti della Sacra Scrittura
ebraica. Le pericopi inerenti al primato di Pietro (Mt 16, 17-19) e alla
correzione fraterna delle offese (Mt 18, 15-18), nelle quali si prospetta il
concetto di “chiesa”, sono da considerare frutto d’interpolazioni. L’edificante
comunità cristiana, peraltro, non brillerà per l’osservanza dei fondamentali
precetti evangelici. Il clero, invece, abusando della credulità popolare, non
si asterrà da imposture, mistificazioni e falsificazioni letterarie, mentre
metterà al bando quelle degli avversari. Persino i dieci comandamenti dettati
da Jahvè nel decalogo (Es 20, 2-17) furono adeguati al revisionismo cristiano:
abrogato il secondo (che proibiva l’idolatria); sostituiti il quarto (che
imponeva l’osservanza del sabato) e il settimo (che proibiva l’adulterio) con
il terzo (che obbliga di santificare la domenica e le altre feste comandate) e
con il sesto (che vieta di compiere atti impuri); suddiviso il decimo
dell’antico decalogo con gli attuali nono (che vieta di desiderare la donna
altrui, ma non anche l’uomo altrui) e decimo (che vieta di desiderare la roba
d’altri, ma non di arricchirsi a dismisura). Da perseguitata, uscita dalla
clandestinità nel IV secolo, la Chiesa perseguiterà prima gli ebrei, poi anche
gli eretici, instaurando un imperio dogmatico e poliziesco e consolidando
l’infausto connubio “trono-altare”. Avverserà la cultura pagana ad essa ostile.
Sopprimerà i giochi olimpici e le annesse feste (IV sec.) nonché l’insegnamento
dell’antica filosofia (VI sec.) e della prestigiosa cultura pagana, demonizzata
e stravolta dall’irrazionale dottrina cristologica. Assumerà, sotto pseudo
parvenze di cristianizzazione formale e per convenienza politica, aspetti e
usanze dei culti pagani e delle idolatrie popolari. Nel lungo, interminabile
medioevo cristiano, gli “intellettuali organici”: padri, dottori, teologi,
predicatori, santi e monache ispirate ottenebreranno la mente degli uomini con
un velo intessuto di fede, di superstizione e di vane speranze nell’aldilà.
L’intellighenzia clericale rinsalderà e perpetuerà l’alleanza tra potere
temporale e spirituale, mediante “giochi” teologici e politici, mitologemi
dogmatici, false decretali e false donazioni. Contrasterà i movimenti
pauperistici di riforma, sopprimerà le eresie con metodi inquisitori e
soffocherà nel sangue le rivolte del popolo contro la prepotenza clericale. Nel
sec. XVI la Congregazione della santa romana e universale inquisizione
pubblicherà l’indice dei libri proibiti. Avventurieri cristiani, clero e
braccio secolare, distruggeranno e annienteranno, nelle terre esplorate del
“nuovo mondo”, culture e civiltà antiche, stigmatizzate come opere del demonio.
Nel nome del dio esclusivo giudaico-cristiano, sterminatore e intransigente,
idolo dello strapotere ecclesiastico, la Chiesa, strutturata in signorili e
sfarzosi vescovati e patriarcati, vorrà dominare il mondo, governandolo con
l’assolutismo regale del pontefice romano, retaggio di un impero dissolto. In
tempi più vicini ai nostri, la Chiesa osteggerà il modernismo e insabbierà le
caute aperture del Concilio Vaticano II. Impegnerà le sue schiere in battaglie
di retroguardia, rispolverando la medievalista dottrina scolastica,
pietrificandosi nell’immobilismo del tomismo, ingabbiandosi in un autoritarismo
totalitaristico, portatore di un’etica ideologica, astratta, di presunta
origine divina, valevole “erga omnes”, scevra dai concreti bisogni della
gente. In verità, il Regno di Dio, annunciato da Gesù, strombazzato da una
Chiesa matrigna, invasiva e possessiva, protesa a costruire la propria somma
autorità a colpi di dogmi, è stato trasformato nell’impero clericale,
totalitario ed esclusivo, di una Chiesa mercato. Gli ideali di Cristo sono
stati calpestati dai suoi stessi seguaci, membri carrieristi di un’istituzione
gerarchizzata e sacralizzata, premiata fabbrica di alienante ideologia. Quanto
al mondo cristianizzato, esso è rimasto violento per buona pace dell’auspicato
e mai attuato Regno di Dio sulla Terra. La religione cristiana, fatta la debita
eccezione della buona fede di molti, sta perdendo i connotati di una fede
popolare, intimamente sentita e vissuta, divenendo una pratica sociale, un
costume adottato pubblicamente vuoi per abitudine o per quieto vivere (da chi
finge di credere), vuoi per convenienza elettorale (da politicanti opportunisti
e codini). Un giorno, forse, gli uomini e i loro dei s’ignoreranno
vicendevolmente, come già fecero in epoche remote per milioni d’anni. Quel
giorno non sarà lontano se l’umanità saprà:
-
sciogliersi dai vincoli di una cultura religiosa, inculcata dal vigente sistema
educativo, accettata abitudinariamente per un comune sentire della società;
-
emanciparsi dal sacro, rifiutando le sciocche fiabe di qualsiasi fede
religiosa, riappropriandosi della libertà di pensiero, del ragionamento
critico, dell’etica della responsabilità, della calpestata umana dignità;
- provvedere
con intelligenza alle proprie esigenze spirituali, mediante scelte culturali
aconfessionali;
-
districarsi nella cernita di utili indicazioni, sperdute nell’oceano procelloso
dell’informazione e della contro-informazione.
L’uomo del
futuro deve essere costruito nel presente, con la progressiva emancipazione
apportata dalla cultura scientifica, razionale, e dall’educazione civica
improntata ai valori della laicità. L’uomo deve liberarsi da ipoteche e
condizionamenti ultramondani, irreali, responsabilizzandosi e impegnandosi per
quelle politiche da cui dipende il progresso del concreto divenire.
L’irrazionalità e l’assolutismo religioso, sotto qualsiasi forma si presentano,
sono responsabili non solo del regresso culturale e del fanatismo, ma anche del
riflusso nell’astrattismo del divino, immanente o trascendente, deistico o
teistico, alieno dalla concreta, impegnativa, faticosa realtà di essere nel
mondo.
L’uomo
razionale rifugge da vaneggiamenti di speranza nell’aldilà. Affronta la
crudezza della vita con responsabilità e con l’eccellenza dell’antica virtù (aretè).
Respinge consolatorie illusioni d’inesistenti luoghi d’eterna felicità.
Lucio Apulo Daunio
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