UTOPIE
L’utopia, in
generale, è un progetto teorico di modifica radicale dell’ordine sociale
esistente, mediante una rappresentazione ideale di ciò che dovrebbe essere
secondo una gerarchia di valori. Si distingue tra utopie assolute, del tutto
irrealizzabili (come la descrizione del giardino di Alcinoo nel libro VII
dell’Odissea di Omero o come i topos letterari della mitica “fonte della
giovinezza” e del “paese di Cuccagna” di epoca medievale o del “paese di Bengodi”,
menzionato dal Boccaccio nella Novella VIII), e utopie relative, se
l’irrealizzabilità di un sistema politico-sociale alternativo a quello
esistente è riferita a un determinato periodo storico (come i movimenti
politici e ideologici radicali o i movimenti messianici e millenaristici).
L’utopia, una volta realizzata ed istituzionalizzata, potrebbe trasformarsi in
un’ideologia con cui giustificare il nuovo ordine sociale.
Opposto al
termine utopia, la dispotia o antiutopia è l’autocritica dell’utopia. La
dispotia nasce dalla paura dell’oppressione totalitaria di certe utopie con
caratteri patologici. Intesa come utopia negativa, luogo indesiderabile, mondo
invivibile, la dispotia è stata descritta in opere letterarie, quali il
“Candido” di Voltaire, “La fattoria degli animali” e “1984” di G. Orwell. Una
società indesiderabile potrebbe essere quella di tipo militarista spartana o
quella di tipo collettivistico. Il pensiero utopico con tendenze assolutistiche
(imposizione di mondi perfetti) si caratterizza con la rappresentazione di
progetti politici totalitari.
E’ il bisogno
di felicità e giustizia che spinge l’uomo ad immaginare luoghi straordinari in
epoche passate o future. L’idealizzazione del paese di Cuccagna come luogo di
eterna felicità lo rende assimilabile al Paradiso agognato dai cristiani e al
Paradiso delle beatitudini promesso da Maometto ai suoi seguaci. Il concetto
del luogo fantastico di Cuccagna appare per la prima volta in documenti
successivi all’anno Mille. Di tale periodo sono anche le favolose
peregrinazioni alla ricerca del paradiso terrestre (come la leggenda relativa
alla “Navigazione di San Brandano”, che scopre l’isola di Antilia, popolata da
perfetti cristiani). La medievale “Lettera del prete Gianni” descrive un
favoloso regno cristiano dell’Estremo Oriente.
Esiodo, nel
poema “Le opere e i giorni”, racconta la mitica “età dell’oro” (aurea aetas), caratterizzata da
prosperità e abbondanza. Il Paradiso della mitologia greco-romana era un luogo
immaginario dell’oltretomba (Campi Elisi o Isole dei beati o Isole fortunate),
dove gli eroi vivevano un’eterna vita felice. La “Storia vera” di Luciano di
Samosata narra l’immaginaria avventura di un viaggio oltre le Colonne d’Ercole
e l’approdo nella misteriosa isola dei Beati. E’ il topos letterario della
ricerca delle “isole felici”. Il navigatore greco Pitea di Marsiglia racconta
il suo viaggio verso il Nord, fino ai limiti del mondo allora conosciuto, fino
alla leggendaria isola di Thule. Platone, nei dialoghi, menziona il mito della
leggendaria isola di Atlantide. Nella “Repubblica”, invece, Platone rappresenta
la sua idea di “città ideale”, dunque un progetto politico utopico, fondato
sulla giustizia, bene supremo. L’idea della “città ideale” trovò pieno sviluppo
in età rinascimentale con esperienze realizzate ad Urbino, Pienza, Ferrara,
Vigevano. Virgilio, nelle Ecloghe, idealizzerà il realismo pastorale
dell’antico poeta greco siceliota Teocrito, mediante l’invenzione del paesaggio
bucolico: il locus amoenus dell’Arcadia.
Isole paradisiache sono menzionate nella letteratura attica e alessandrina (il
“paese dei Meropi” di Teopompo di Chio, il “Paese degli Iperborei” di Ecateo di
Abdera, l’ultima Thule del romanzo di Antonio Diogene, l’isola sacra di Pancaia
decantata da Evemero, l’Isola Fortunata descritta dal filosofo stoico
Giambulo).
L’utopia
politica, che si sviluppa in opere del periodo rinascimentale, è da porre in
correlazione con il diffuso malessere economico e sociale prodotto
dall’incipiente modo di produzione capitalistico, che si sviluppa e si afferma
in contrapposizione all’ordinamento politico-economico feudale. L’impulso di
riforme politiche e sociali del primo Cinquecento trova un freno
nell’oscurantismo della Controriforma, che spegne l’entusiastica fede
umanistica nei valori dettati dall’umana ragione, nonché l’ottimismo
spregiudicato ed eroico della vita vissuta in piena autonomia e secondo natura.
Il razionalismo umanistico, critico nei confronti dell’ordinamento esistente,
rivendica i diritti naturali della persona ed auspica sistemi economici
egualitari, che contrastino il diffuso pauperismo attestato dall’esercito di
accattoni e vagabondi, dediti al furto e al delitto, spinti dalla fame. La
critica alla tradizione coinvolge quella alla nobiltà frivola e avida, al clero
corrotto e ozioso, al parassitismo dei ceti privilegiati, all’eccessiva
sperequazione delle ricchezze.
Il termine
utopia, impiegato per la prima volta nell’opera omonima di T. More del 1516, ha
doppia valenza di significato: luogo che non esiste (ou = non, topos = luogo) o
luogo felice (eu = buono, topos = luogo), dunque “luogo felice inesistente”,
modello ideale di vita, immagine di una dimensione diversa, alternativa a
quella dell’esistenza. Moro descrive la struttura politico-sociale della
repubblica ideale (introvabile, come irraggiungibile è la perfezione umana),
evidenziandone le fondamentali caratteristiche: Stato democratico, dove il
sovrano può essere deposto, se tende alla tirannide, e dove è ammessa la
libertà religiosa non dogmatica; inoltre, lavoro obbligatorio per tutti,
proprietà privata e pena di morte abolite, corruzione e vizio puniti, felicità
cercata nella temperata gratificazione del corpo e nei piaceri della mente,
istituto familiare consacrato quale pietra angolare del vivere associato.
L’umanesimo cristiano, che in Moro e in Erasmo suo amico aveva avuto le sue
voci più elevate, sarà soffocato dall’intransigenza dogmatica e disciplinare
della Controriforma, che egemonizzerà l’ambito religioso, imponendo
aprioristicamente e acriticamente i suoi precetti dottrinari ed etici.
All’umanesimo cristiano non resta che rifugiarsi nell’utopia: una fuga del
pensiero in una realtà impossibile, tra vagheggiamenti dottrinari,
esercitazioni accademiche e tentativi di pratica attuazione (come l’esperimento
del Campanella su di un monte calabrese).
Il mondo
immaginario (savio e pazzo), che Anton Francesco Doni delinea nella sua opera i
“Mondi” del 1552, è decisamente estremista e materialista: una società
egualitaria dove il comunismo è non solo economico ma anche sessuale. Francesco
Patrizi, nella “Città felice” del 1553, immagina una società organizzata a
beneficio esclusivo di un’oligarchia di privilegiati (aristocratici,
magistrati, militari, sacerdoti), tradendo l’utopismo rinascimentale,
caratterizzato dalla ribellione all’ingiustizia sociale. La “Repubblica
immaginaria” dell’Agostini, delineata nei dialoghi de “L’Infinito” del 1584, si
fonda sull’equilibrio tra ordine civile e ordine religioso e sulla comune convivenza
nelle abitazioni urbane, distinguendo i piani bassi per la plebe e i piani alti
per la nobiltà. Lo Stato ideale per l’Agostini è quello aristocratico-
paternalistico con pochi diritti riconosciuti alla plebe in virtù dell’amore
cristiano. Il potere sovrano, essendo di diritto divino, è inoppugnabile: ogni
ribellione è illecita. Con l’immaginaria “Repubblica di Evandria”, testo
inserito nei “Dialoghi” del 1625 di Ludovico Zuccolo, tramonta l’entusiasmo
morale dell’utopismo rinascimentale, sostituito dal rigido moralismo e dalla
censura repressiva della Controriforma, che costringe Galilei all’abiura, al
carcere e all’esilio Campanella, alla condanna al rogo Bruno. Il mito solare
del Campanella, presentato nella “Città del Sole” (scritta nel 1602, pubblicata
nel ’23, ristampata in testo definitivo del ’37), ripropone i temi utopistici
rinascimentali, come il naturalismo religioso e il comunismo dei beni e
sessuale, ma rifiuta l’agnosticismo e l’individualismo anarchico. Bacone, nella
“Nuova Atlantide” del 1620, storicizza il mito dell’età felice, mediante
l’aspirazione della ragione a dominare la natura. Nuovo moderno ideale è la
scienza, che può garantire progresso e benessere all’umanità. Più che Bacone,
sarà Galileo il vero scienziato moderno, che cercherà la soluzione di concreti
problemi indagandoli con metodo. James Harrington, con il suo capolavoro
“Oceania” del 1656, oppone alla monarchia assoluta di Hobbes un’utopia
repubblicana di aspirazione egualitaria.
Il modello
alternativo proposto dagli utopisti classici in un'epoca contraddistinta dal
rigorismo della Controriforma e dai costi sociali subiti dalle classi
subalterne in conseguenza delle trasformazioni prodotte dal modo di produzione
capitalistico, si può riassumere nelle fondamentali aspirazioni al comunismo,
all’abolizione della proprietà privata, alla riduzione della giornata
lavorativa, alla regolamentazione della vita comunitaria, all’educazione
scolastica obbligatoria per tutti.
Il processo di
industrializzazione e lo sviluppo del capitalismo porterà alla nascita del
movimento operaio ed alla prima teorizzazione del socialismo, che Marx ed
Engels definiranno utopistico rispetto a quello scientifico da loro proposto.
L’utopia comincia ad assumere un progetto che mira a promuovere forme concrete
di socialismo e comunismo (come il “Viaggio in Icaria” del 1840 di Etienne
Cabet). I socialisti utopisti (Owen, Fourier, Saint-Simon ed altri), pur
delineando i nuovi ideali da perseguire, non indicano con quali mezzi attuarne
la realizzazione. Marx, invece, indica, nell’ambito di un’analisi storica
evolutiva, le condizioni di realizzabilità del socialismo, considerandolo come
periodo di transizione politica verso la società comunista, caratterizzata
dalla collettivizzazione dei mezzi di produzione e del lavoro, dall’abolizione
delle classi sociali, dalla scomparsa di tutte le sovrastrutture borghesi,
dall’abolizione dello Stato e da un’economia di produzione secondo le capacità
di ciascuno e di distribuzione della ricchezza secondo le necessità di
ciascuno. La caduta del muro di Berlino ha segnato definitivamente il crollo
dell’utopia comunista.
La critica nei
confronti della democrazia e del socialismo dei teorici elitisti, Mosca,
Pareto, Michels, è caratterizzata da un evidente pessimismo: l’impossibilità di
eliminare una minoranza organizzata dominante ed i conflitti di classe. La
realtà degli Stati socialisti, caratterizzati da un’economia pianificata,
burocratizzata e controllata centralmente da un’oligarchia dirigistica, trova
una ferma opposizione nel pensiero di Weber, in quanto negatrice dei valori
propri di una società genuinamente liberale e imprenditoriale. La più recente
critica dei modelli di società utopiche riguarda la necessità, per la loro
attuazione, di ricorrere all’uso della forza, della sopraffazione e del
terrore, che porterebbero all’instaurazione di uno Stato totalitario, piuttosto
che di una società liberale, democratica e aperta.
Fautore di una
nuova concezione dell’utopia, Bloch vede nel “principio speranza” l’attesa di
un mondo migliore, la possibilità concreta di anticipare il divenire storico
nuovo, cogliendo in ogni attimo di vita il senso del nostro essere nel mondo.
La speranza è stimolo per la ragione nel cercare ciò che ci soddisfa sempre.
Ciò che conta per Bloch è imparare a sperare il meglio nel nuovo, a sperare
qualcosa oltre il reale.
Critico
dell’imponderabile speranza, Hans Jonas propone il “principio responsabilità”,
ossia la progettazione nel presente di un mondo futuro fondato sull’etica della
responsabilità dell’uomo tecnologico, disposto ad assumere sacrifici in vista
di benefici futuri.
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Il sogno dell’Occidente da Platone ad Aldous Huxley
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Rinascimento; Lo Stato ideale della Controriforma
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PASQUINO, Dizionario di politica
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