domenica 27 febbraio 2011


UTOPIE

L’utopia, in generale, è un progetto teorico di modifica radicale dell’ordine sociale esistente, mediante una rappresentazione ideale di ciò che dovrebbe essere secondo una gerarchia di valori. Si distingue tra utopie assolute, del tutto irrealizzabili (come la descrizione del giardino di Alcinoo nel libro VII dell’Odissea di Omero o come i topos letterari della mitica “fonte della giovinezza” e del “paese di Cuccagna” di epoca medievale o del “paese di Bengodi”, menzionato dal Boccaccio nella Novella VIII), e utopie relative, se l’irrealizzabilità di un sistema politico-sociale alternativo a quello esistente è riferita a un determinato periodo storico (come i movimenti politici e ideologici radicali o i movimenti messianici e millenaristici). L’utopia, una volta realizzata ed istituzionalizzata, potrebbe trasformarsi in un’ideologia con cui giustificare il nuovo ordine sociale.

Opposto al termine utopia, la dispotia o antiutopia è l’autocritica dell’utopia. La dispotia nasce dalla paura dell’oppressione totalitaria di certe utopie con caratteri patologici. Intesa come utopia negativa, luogo indesiderabile, mondo invivibile, la dispotia è stata descritta in opere letterarie, quali il “Candido” di Voltaire, “La fattoria degli animali” e “1984” di G. Orwell. Una società indesiderabile potrebbe essere quella di tipo militarista spartana o quella di tipo collettivistico. Il pensiero utopico con tendenze assolutistiche (imposizione di mondi perfetti) si caratterizza con la rappresentazione di progetti politici totalitari.

E’ il bisogno di felicità e giustizia che spinge l’uomo ad immaginare luoghi straordinari in epoche passate o future. L’idealizzazione del paese di Cuccagna come luogo di eterna felicità lo rende assimilabile al Paradiso agognato dai cristiani e al Paradiso delle beatitudini promesso da Maometto ai suoi seguaci. Il concetto del luogo fantastico di Cuccagna appare per la prima volta in documenti successivi all’anno Mille. Di tale periodo sono anche le favolose peregrinazioni alla ricerca del paradiso terrestre (come la leggenda relativa alla “Navigazione di San Brandano”, che scopre l’isola di Antilia, popolata da perfetti cristiani). La medievale “Lettera del prete Gianni” descrive un favoloso regno cristiano dell’Estremo Oriente.

Esiodo, nel poema “Le opere e i giorni”, racconta la mitica “età dell’oro” (aurea aetas), caratterizzata da prosperità e abbondanza. Il Paradiso della mitologia greco-romana era un luogo immaginario dell’oltretomba (Campi Elisi o Isole dei beati o Isole fortunate), dove gli eroi vivevano un’eterna vita felice. La “Storia vera” di Luciano di Samosata narra l’immaginaria avventura di un viaggio oltre le Colonne d’Ercole e l’approdo nella misteriosa isola dei Beati. E’ il topos letterario della ricerca delle “isole felici”. Il navigatore greco Pitea di Marsiglia racconta il suo viaggio verso il Nord, fino ai limiti del mondo allora conosciuto, fino alla leggendaria isola di Thule. Platone, nei dialoghi, menziona il mito della leggendaria isola di Atlantide. Nella “Repubblica”, invece, Platone rappresenta la sua idea di “città ideale”, dunque un progetto politico utopico, fondato sulla giustizia, bene supremo. L’idea della “città ideale” trovò pieno sviluppo in età rinascimentale con esperienze realizzate ad Urbino, Pienza, Ferrara, Vigevano. Virgilio, nelle Ecloghe, idealizzerà il realismo pastorale dell’antico poeta greco siceliota Teocrito, mediante l’invenzione del paesaggio bucolico: il locus amoenus dell’Arcadia. Isole paradisiache sono menzionate nella letteratura attica e alessandrina (il “paese dei Meropi” di Teopompo di Chio, il “Paese degli Iperborei” di Ecateo di Abdera, l’ultima Thule del romanzo di Antonio Diogene, l’isola sacra di Pancaia decantata da Evemero, l’Isola Fortunata descritta dal filosofo stoico Giambulo).

L’utopia politica, che si sviluppa in opere del periodo rinascimentale, è da porre in correlazione con il diffuso malessere economico e sociale prodotto dall’incipiente modo di produzione capitalistico, che si sviluppa e si afferma in contrapposizione all’ordinamento politico-economico feudale. L’impulso di riforme politiche e sociali del primo Cinquecento trova un freno nell’oscurantismo della Controriforma, che spegne l’entusiastica fede umanistica nei valori dettati dall’umana ragione, nonché l’ottimismo spregiudicato ed eroico della vita vissuta in piena autonomia e secondo natura. Il razionalismo umanistico, critico nei confronti dell’ordinamento esistente, rivendica i diritti naturali della persona ed auspica sistemi economici egualitari, che contrastino il diffuso pauperismo attestato dall’esercito di accattoni e vagabondi, dediti al furto e al delitto, spinti dalla fame. La critica alla tradizione coinvolge quella alla nobiltà frivola e avida, al clero corrotto e ozioso, al parassitismo dei ceti privilegiati, all’eccessiva sperequazione delle ricchezze.

Il termine utopia, impiegato per la prima volta nell’opera omonima di T. More del 1516, ha doppia valenza di significato: luogo che non esiste (ou = non, topos = luogo) o luogo felice (eu = buono, topos = luogo), dunque “luogo felice inesistente”, modello ideale di vita, immagine di una dimensione diversa, alternativa a quella dell’esistenza. Moro descrive la struttura politico-sociale della repubblica ideale (introvabile, come irraggiungibile è la perfezione umana), evidenziandone le fondamentali caratteristiche: Stato democratico, dove il sovrano può essere deposto, se tende alla tirannide, e dove è ammessa la libertà religiosa non dogmatica; inoltre, lavoro obbligatorio per tutti, proprietà privata e pena di morte abolite, corruzione e vizio puniti, felicità cercata nella temperata gratificazione del corpo e nei piaceri della mente, istituto familiare consacrato quale pietra angolare del vivere associato. L’umanesimo cristiano, che in Moro e in Erasmo suo amico aveva avuto le sue voci più elevate, sarà soffocato dall’intransigenza dogmatica e disciplinare della Controriforma, che egemonizzerà l’ambito religioso, imponendo aprioristicamente e acriticamente i suoi precetti dottrinari ed etici. All’umanesimo cristiano non resta che rifugiarsi nell’utopia: una fuga del pensiero in una realtà impossibile, tra vagheggiamenti dottrinari, esercitazioni accademiche e tentativi di pratica attuazione (come l’esperimento del Campanella su di un monte calabrese).

Il mondo immaginario (savio e pazzo), che Anton Francesco Doni delinea nella sua opera i “Mondi” del 1552, è decisamente estremista e materialista: una società egualitaria dove il comunismo è non solo economico ma anche sessuale. Francesco Patrizi, nella “Città felice” del 1553, immagina una società organizzata a beneficio esclusivo di un’oligarchia di privilegiati (aristocratici, magistrati, militari, sacerdoti), tradendo l’utopismo rinascimentale, caratterizzato dalla ribellione all’ingiustizia sociale. La “Repubblica immaginaria” dell’Agostini, delineata nei dialoghi de “L’Infinito” del 1584, si fonda sull’equilibrio tra ordine civile e ordine religioso e sulla comune convivenza nelle abitazioni urbane, distinguendo i piani bassi per la plebe e i piani alti per la nobiltà. Lo Stato ideale per l’Agostini è quello aristocratico- paternalistico con pochi diritti riconosciuti alla plebe in virtù dell’amore cristiano. Il potere sovrano, essendo di diritto divino, è inoppugnabile: ogni ribellione è illecita. Con l’immaginaria “Repubblica di Evandria”, testo inserito nei “Dialoghi” del 1625 di Ludovico Zuccolo, tramonta l’entusiasmo morale dell’utopismo rinascimentale, sostituito dal rigido moralismo e dalla censura repressiva della Controriforma, che costringe Galilei all’abiura, al carcere e all’esilio Campanella, alla condanna al rogo Bruno. Il mito solare del Campanella, presentato nella “Città del Sole” (scritta nel 1602, pubblicata nel ’23, ristampata in testo definitivo del ’37), ripropone i temi utopistici rinascimentali, come il naturalismo religioso e il comunismo dei beni e sessuale, ma rifiuta l’agnosticismo e l’individualismo anarchico. Bacone, nella “Nuova Atlantide” del 1620, storicizza il mito dell’età felice, mediante l’aspirazione della ragione a dominare la natura. Nuovo moderno ideale è la scienza, che può garantire progresso e benessere all’umanità. Più che Bacone, sarà Galileo il vero scienziato moderno, che cercherà la soluzione di concreti problemi indagandoli con metodo. James Harrington, con il suo capolavoro “Oceania” del 1656, oppone alla monarchia assoluta di Hobbes un’utopia repubblicana di aspirazione egualitaria.

Il modello alternativo proposto dagli utopisti classici in un'epoca contraddistinta dal rigorismo della Controriforma e dai costi sociali subiti dalle classi subalterne in conseguenza delle trasformazioni prodotte dal modo di produzione capitalistico, si può riassumere nelle fondamentali aspirazioni al comunismo, all’abolizione della proprietà privata, alla riduzione della giornata lavorativa, alla regolamentazione della vita comunitaria, all’educazione scolastica obbligatoria per tutti.

Il processo di industrializzazione e lo sviluppo del capitalismo porterà alla nascita del movimento operaio ed alla prima teorizzazione del socialismo, che Marx ed Engels definiranno utopistico rispetto a quello scientifico da loro proposto. L’utopia comincia ad assumere un progetto che mira a promuovere forme concrete di socialismo e comunismo (come il “Viaggio in Icaria” del 1840 di Etienne Cabet). I socialisti utopisti (Owen, Fourier, Saint-Simon ed altri), pur delineando i nuovi ideali da perseguire, non indicano con quali mezzi attuarne la realizzazione. Marx, invece, indica, nell’ambito di un’analisi storica evolutiva, le condizioni di realizzabilità del socialismo, considerandolo come periodo di transizione politica verso la società comunista, caratterizzata dalla collettivizzazione dei mezzi di produzione e del lavoro, dall’abolizione delle classi sociali, dalla scomparsa di tutte le sovrastrutture borghesi, dall’abolizione dello Stato e da un’economia di produzione secondo le capacità di ciascuno e di distribuzione della ricchezza secondo le necessità di ciascuno. La caduta del muro di Berlino ha segnato definitivamente il crollo dell’utopia comunista.

La critica nei confronti della democrazia e del socialismo dei teorici elitisti, Mosca, Pareto, Michels, è caratterizzata da un evidente pessimismo: l’impossibilità di eliminare una minoranza organizzata dominante ed i conflitti di classe. La realtà degli Stati socialisti, caratterizzati da un’economia pianificata, burocratizzata e controllata centralmente da un’oligarchia dirigistica, trova una ferma opposizione nel pensiero di Weber, in quanto negatrice dei valori propri di una società genuinamente liberale e imprenditoriale. La più recente critica dei modelli di società utopiche riguarda la necessità, per la loro attuazione, di ricorrere all’uso della forza, della sopraffazione e del terrore, che porterebbero all’instaurazione di uno Stato totalitario, piuttosto che di una società liberale, democratica e aperta.

Fautore di una nuova concezione dell’utopia, Bloch vede nel “principio speranza” l’attesa di un mondo migliore, la possibilità concreta di anticipare il divenire storico nuovo, cogliendo in ogni attimo di vita il senso del nostro essere nel mondo. La speranza è stimolo per la ragione nel cercare ciò che ci soddisfa sempre. Ciò che conta per Bloch è imparare a sperare il meglio nel nuovo, a sperare qualcosa oltre il reale.

Critico dell’imponderabile speranza, Hans Jonas propone il “principio responsabilità”, ossia la progettazione nel presente di un mondo futuro fondato sull’etica della responsabilità dell’uomo tecnologico, disposto ad assumere sacrifici in vista di benefici futuri.

                                        Lucio Apulo Daunio

 

BIBLIOGRAFIA

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L. FIRPO, La città ideale nel Rinascimento; Lo Stato ideale della Controriforma

L. MUMFORD, Storia dell’utopia

N. BOBBIO, N. MATTEUCCI, G. PASQUINO, Dizionario di politica

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