IL MISTERO
DELLA SINDONE SECONDO MATTEO
Venerdì,
crocefisso e sepolto Gesù, al tramonto iniziava il sabato,
giorno che in quell'anno coincideva con la festività della Pasqua ebraica (Pesach).
Questa arcaica festa risalirebbe ai sacrifici che pastori nomadi offrivano per
onorare la propria divinità, trasformata poi nella celebrazione della
liberazione del popolo d’Israele dalla cattività d’Egitto. Durante questo
periodo, gli antichi popoli festeggiavano l’arrivo della primavera e la
rinascita della natura vittoriosa nella lotta contro il triste inverno (mito
del Sole ascendente). Diversa è la solennità liturgica della Pasqua
cristiana, con cui si celebra la resurrezione di Gesù, variabile d’anno in anno
e ricorrente nella domenica seguente al primo plenilunio successivo al giorno
21 marzo (Equinozio di Primavera).
Nel Vangelo
secondo Matteo si narra che, trascorso il giorno di Pasqua, all’alba del
successivo (la domenica cristiana, in cui si commemora la risurrezione di
Cristo, simbolo di vittoria contro la funesta morte; cfr. Rm 6, 9) due pie
donne: Maria Maddalena, guarita da Gesù da affezioni psicotiche, e Maria di
Giacomo (madre di quale Giacomo? Il Maggiore, il Minore o il Giusto?),
s’avviarono a far visita al Sacro Sepolcro, dove era stato inumato il “corpus
Domini” (Mt 28, 1 seg.). E’ il primo di ciò che in seguito saranno i
pellegrinaggi ai “loca marthyrii”. Le due pellegrine giunsero proprio
nel momento in cui (si dà il caso) un repentino terremoto scuoteva la terra.
L’assonnato corpo di guardia, che sorvegliava nei pressi della tomba, si destò
e ci fu subbuglio e spavento. Improvvisamente, apparve un angelo in candida
veste (in albis vestibus). Simile alla folgore, brillava di un
freddo fulgore adamantino. Si avvicinò al sepolcro e rimosse la pietra che
bloccava l’ingresso, adagiandosi sopra (forse era stanco, per via dello sforzo
compiuto e del lungo viaggio dall’aldilà). Gesù, che tutto poteva per la
potenza della sua fede, ridestatosi dal sonno della morte alquanto debilitato,
non si avvalse dell’aiuto dell’angelo per spostare la pietra tombale né volle
risorgere nella gloria in presenza di testimoni oculari. Lui, infatti, s’era
già involato attraverso le pareti, misteriosamente e segretamente, ancor prima
che l’angelo spostasse la pietra tombale. Intanto, l’acceso candore del messo
divino allucinò gli astanti. La celeste creatura parlò alle pie donne, che
ancora erano scioccate dal terremoto e invasate da quella repentina visione.
Rasserenandole, spiegò che il sepolcro era vuoto, perché Gesù era appena
risorto (primo mistero glorioso), come aveva predetto quand'era in vita. Gesù,
in verità, sarebbe dovuto restare nel cuore della terra (come il Giona biblico
nel ventre della balena) per tre giorni e tre notti (Mt 12, 38), invece,
risuscitò dopo circa quaranta ore dalla morte, avvenuta verso le quindici di
venerdì, e dopo aver scrupolosamente osservato la prescrizione del sabato,
coincidente in quell'anno con la festa pasquale. La morte e resurrezione di
Cristo ricalca il mito del Sole ascendente, dopo il solstizio d’inverno, quando
inizia il suo apparente cammino attraverso le dodici costellazioni dello
Zodiaco. (Quando Gesù morì, il sole si oscurò, come al solstizio d’inverno,
quando raggiunge la massima declinazione e appare immobile per circa tre giorni
prima di ascendere nuovamente verso l’alto). L’angelo esortò le donne a portare
la lieta notizia ai discepoli ed a riferire che il Risorto li avrebbe preceduti
in Galilea (luogo più sicuro della Giudea), giacché era impaziente di
rivederli. In verità, né le guardie né le pie donne videro il cadavere di
Cristo rianimarsi a guisa di uno zombi, dopo essersi ridestato dall'eterno
sonno, ineludibile destino dell’umana gente, per volatilizzarsi nel vasto
cielo.
La leggendaria fenice, che risorgeva dalle sue ceneri, e il pellicano, che s’involava in cielo, saranno i simboli con cui i cristiani rappresenteranno il sacrificio e la risurrezione di Cristo, trasformando il mito in realtà. La resurrezione di Cristo ricalca gli antichi fantastici racconti di eroi redivivi, che ritornano vittoriosi dalla cupa morte (Alcesti, Ippolito, Glauco, Romolo, ecc.), nonché il mito dei salvatori del mondo, nati da vergini donne, che muoiono, risorgono e varcano indenni la soglia degli inferi (come Dionisio, Attis, Osiride, Apollonio di Tiana, Marduk, ecc.). Il profeta biblico Ezechiele (cfr. 8, 14) si scandalizzava nel vedere le donne piangere nel Tempio la morte del dio Tammuz. Non sarebbe stato più consono per il Figlio di Dio risorgere in piena gloria e potenza, manifestandosi ai maggiorenti del paese, cioè proprio davanti a coloro che l’avevano oltraggiato e condannato? I misteri divini sono materia per speculazioni teologiche.
Frattanto le pie donne, che già tre giorni prima erano state testimone del finimondo scatenatosi alla morte del loro eroe, cercarono di riprendersi dallo spavento che il terremoto, prima, e la repentina apparizione dell’angelo, poi, avevano causato. Non erano avvenimenti di poco conto. In verità, l’animo agitato per aver trovato la tomba aperta e vuota ed il fervore amoroso e pietoso verso il Cristo carismatico defunto, chiuse la loro mente alla riflessione critica, facendole credere di aver visto e udito il “missus dominicus”. Senza indugio, lasciarono il cenotafio per portare la notizia agli apostoli. L’evangelista nulla dice riguardo al ritrovamento, nel sepolcro vuoto, della sindone (telo di lino) con cui Giuseppe, uomo ricco di Arimatea (località sconosciuta) e importante membro del Sinedrio, fattosi in segreto discepolo di Gesù, aveva avvolto il corpo deposto dalla croce. Verosimilmente, Giuseppe avrà osservato le usanze giudaiche relative al seppellimento dei cadaveri (Atti, 9, 37), lavando (sia pure superficialmente) la salma (come riporta il Vangelo apocrifo di Pietro, databile alla prima metà del secondo secolo), dopo aver tagliato barba e capelli, prima di seppellirla nella sua tomba. Le pie donne, infatti, secondo l’evangelista Matteo, vennero a far visita al sepolcro. L’evangelista non dice anche che vennero a completare il rito funebre, lasciato in sospeso da Giuseppe per l’approssimarsi del sabato (il giorno iniziava al tramonto). In verità, Gesù è morto verso le ore quindici del pomeriggio e il tempo per la preparazione del cadavere, prima che sopraggiungesse il tramonto, poteva essere sufficiente. Secondo il Talmud, inoltre, le cure esequiali sul defunto potevano essere effettuate, con particolare attenzione, anche di sabato. Dunque, se Giuseppe si è attenuto alle usanze giudaiche, l’uomo della Sindone di Torino non può essere Gesù, sia perché ha barba e capelli, sia perché il corpo, non essendo stato lavato, ha lasciato sul lenzuolo tracce di sangue, oltre l’immagine del cadavere in negativo. L’evangelista, peraltro, nulla dice riguardo all’immagine che il cadavere di Gesù avrebbe impresso sul lenzuolo funebre. Se ciò si fosse verificato, perché sarebbe stato omesso nei fantasiosi racconti dei quattro evangelisti, pregni di presunti fatti ed eventi miracolosi? Forse hanno taciuto perché i teli funebri erano considerati impuri (Nm 19, 11-16)? Forse perché era vietato, dal loro dio Jahvè, fare e prostrarsi davanti ad immagini e sculture (Es. 20, 4-6; Dt 5, 8)? Forse perché temevano che la reliquia potesse essere rubata o distrutta e per tal motivo la nascosero? Non è dato sapere.
Cammin
facendo verso la città, le pie donne videro apparire Gesù, che le esortava a
rallegrarsi per il suo avvento dal regno dei morti. Tramortite per lo spavento
e l’emozione, stramazzarono al suolo, abbarbicandosi timorose ai piedi del
redivivo. Lo adorarono come un padreterno. Passata la fifa, terminati i
salamelecchi, Gesù le sollecitò a portare a buon fine la missione apostolica,
di modo che i suoi fedelissimi potessero raggiungerlo in Galilea, dove
finalmente l’avrebbero potuto vedere in carne ed ossa (si lasciava alquanto
desiderare dai “suoi”). Perché non andò di persona ad annunziarsi ai discepoli,
invece di demandarne l’incombenza alle pie donne? Forse perché la ciarleria
femminile era più idonea a diffondere la notizia della sua resurrezione? E’ un
mistero di cui non è dato sapere. In quel torno di tempo e di eventi, alcune
guardie, che vigilavano presso il sepolcro, ripresesi dallo sbigottimento, si
recarono tosto in città per riferire tutto l’accaduto alle autorità religiose,
da cui dipendevano. Queste, ovviamente, non prestarono fede al loro esagitato
racconto, anche perché la credenza nella risuscitazione dalla morte era comune
superstizione popolare. Sospettarono qualcosa di losco, forse che le guardie
avessero le traveggole, forse che si fossero ubriacate, lasciandosi soffiare,
sotto il naso, la salma di Gesù dalla combriccola dei nazareni, forse che si
fossero fatte corrompere, consentendo ai suoi seguaci di trafugare la salma.
Noi, invece, potremmo sospettare che Gesù, caduto in catalessi sulla croce, fu
svegliato dalla morte apparente dai suoi discepoli, che lo portarono via dalla
tomba rimasta incustodita durante la notte tra il venerdì ed il sabato (Mt 27,
62 seg.). La morte dei condannati sulla croce, infatti, richiedeva un lungo
periodo di tempo. Quella di Gesù, invece, avvenne in poco tempo. Un’antica
tradizione lo vuole esiliato in Oriente. Le autorità giudaiche, comunque, per
evitare noie con l’autorità romana, addussero a discolpa delle guardie una
giustificazione plausibile. Compensandoli con una cospicua somma di denaro,
offrirono loro la possibilità di cavarsela, suggerendo una più credibile scusa.
Dovevano, infatti, divulgare la notizia del furto della salma, accusando i
discepoli di Gesù d’averla sottratta durante la notte, mentre loro dormivano,
colti dal sonno. Li assicurarono, inoltre, che, allorquando la notizia del
furto fosse giunta alle orecchie del governatore romano, potevano dissuaderlo
dal comminare una sanzione a loro carico per l’inadempimento dell’obbligo di
sorveglianza (la sottrazione di cadaveri era passibile di pena di morte). Le
guardie, corrotte dal denaro, si attennero alle istruzioni ricevute, tanto che
la diceria si diffuse rapidamente fra i giudei, screditando i seguaci del
Nazareno. S’ignora se Pilato, saputo dell’avvenuto furto del cadavere, abbia
preso dei provvedimenti punitivi nei confronti delle guardie ed abbia fatto
ricercare i presunti ladri. Gli undici apostoli, in ogni modo, raggiunsero
indisturbati la terra di Galilea, recandosi sul monte indicato loro da Gesù per
ricevere istruzioni. In verità, né l’angelo né Gesù avevano specificato il
luogo di ricongiunzione. Ad ogni modo, parola dell’evangelista Matteo, si
ritrovarono in un luogo a noi ignoto, dove il Risorto apparve, conferendo loro
il mandato missionario. Nel rivederlo, gli apostoli si prostrarono ai suoi
piedi, adorandolo come un dio. Tuttavia, alcuni dubitarono in cuor loro che un
uomo, morto e sepolto, sarebbe potuto risorgere in corpo e spirito e uscire con
i suoi piedi da una tomba chiusa, attraversando le pareti. Sospettarono che
fosse riuscito in qualche modo a farla franca con l’aiuto di qualcuno. Il
Cristo Gesù, dio potente sia in cielo sia in terra, non s’accorse (o finse) di
quel celato scetticismo di alcuni discepoli. In prosieguo di tempo, la Chiesa
ritenne necessario considerare meritevoli tutti coloro che credevano nella
resurrezione di Cristo, pur senza averlo visto risorgere (in realtà, nessuno lo
vide risorgere). Terminati i convenevoli, Gesù ordinò ai “suoi” di andare alla
conquista di tutte le genti fino alle getiche lande, ammaestrandole con la
“buona novella” e battezzandole nel nome della mitica trinità, gli dei superi,
Padre, Figlio e Spirito Santo. Questa pericope del Vangelo matteano, secondo
l’opinione di accreditati studiosi, si ritiene che sia un’aggiunta posteriore
alla stesura originale del testo. In verità, quando era ancora in vita, Gesù
raccomandò ai “suoi” di portare la parola di Dio solamente alle pecorelle
disperse della casa d’Israele (Mt 10, 5-6), per le quali il Padre l’aveva
mandato in missione sulla Terra (Mt 15, 24). Una volta risorto (il sonno della
morte porta consiglio), Gesù impose che il suo verbo fosse conosciuto per
l’intero mondo. La contraddizione dipende probabilmente dal fatto che la
comunità dei cristiani, dopo la morte di Gesù, ha dovuto adeguare il Vangelo
matteano al crescente successo dello Jihad paolino, cioè del
“massimo sforzo” intrapreso da Paolo e dai suoi accoliti, finalizzato alla
conversione dei pagani (Ef 3, 1 seg.). Dopo aver impartito disposizioni e
benedizioni, Gesù confortò gli apostoli, prima della definitiva dipartita.
Promise però che non li avrebbe mai abbandonati, perché sarebbe rimasto là con
loro come spirito invisibile (materialmente stava per ascendere verso la sua
dimora celeste). Sarebbe rimasto, parola sua, per tutti i giorni che Dio ha
fatto, sino alla fine del mondo, ormai imminente, essendo ormai giunto il tempo
del Regno di Dio (in verità, arriverà il Regno dispotico della Chiesa). Egli,
Figlio dell’uomo, sarebbe ritornato in carne e spirito alla fine dei tempi (Mt
24, 29-31) per giudicare i vivi e i morti. Lo si attende ancora.
Deo gratias!
Lucio Apulo Daunio
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