domenica 20 febbraio 2011


GLI SCHEMI MARXIANI DELLA RIPRODUZIONE IN EQUILIBRIO

 

Il processo ciclico dell’accumulazione di capitale, che caratterizza la complessa realtà dell’economia capitalistica, genera una crescita economica squilibrata. Una quota crescente di profitti realizzati è investita in macchinari tecnologicamente avanzati, allo scopo di poter conseguire costi di produzione decrescenti. Questa tendenza a sostituire il lavoro morto contenuto nei macchinari con il lavoro vivo della forza-lavoro, determina disoccupazione.

L’efficienza economica è la regola sovrana per battere la concorrenza e conseguire alti profitti. Gli “splendidi tornei” eliminano dal mercato le imprese inefficienti e favoriscono la concentrazione del capitale. Il progresso tecnologico, nonostante il vincolo imposto dalla scarsità delle materie prime, garantisce una relativa abbondanza di merci e un conseguente relativo benessere.

Per studiare il meccanismo attraverso il quale questa complessa realtà della produzione capitalistica possa raggiungere l’equilibrio e non crollare in uno stato permanente di crisi, Marx elabora due schemi di riproduzione: l’uno, semplice, che presuppone un’economia di tipo stazionario; l’altro, complesso, riferito ad un’economia in sviluppo equilibrato.

Gli economisti “classici” teorizzavano che lo sviluppo economico non avrebbe potuto perdurare e che l’economia avrebbe raggiunto la situazione dello stato stazionario (dove il tasso di crescita del capitale e quello della produzione non subiscono variazioni). Marx utilizza questo schema dello stato stazionario per introdurre lo schema relativo alla crescita economica in equilibrio. L’equazione di equilibrio della riproduzione stazionaria descrive le condizioni di equivalenza tra la domanda globale programmata e l’offerta globale programmata. Il valore prodotto nel processo di produzione è interamente realizzato nel processo di circolazione. In questo modello stazionario le decisioni dei soggetti economici sono aggregate in due sezioni che rappresentano tutte le attività produttive: l’una produce mezzi di produzione, l’altra produce mezzi di consumo. Una parte del valore-lavoro dell’intera produzione viene consumata; l’altra viene utilizzata per la sostituzione dei mezzi di produzione.

Quesnay fu il primo economista a rappresentare nel “Tableau economique” un’economia in equilibrio stazionario. Le classi sociali prese in esame nel “Tableau” sono tre, ripartite secondo la loro funzione economica: quella produttiva del settore agricolo, quella sterile del settore industriale e quella dei proprietari fondiari. Questi ultimi devono destinare il 50% del reddito per spese nel settore produttivo e il restante 50% per spese nel settore manifatturiero. Quesnay suppone che le merci siano vendute ai loro valori e che i prezzi si mantengano costanti nel tempo. In tal caso, data la situazione di pieno impiego delle risorse disponibili, il “reddito netto” non può essere ulteriormente accresciuto. Egli prende in considerazione anche la possibilità di una crisi, qualora i flussi monetari fossero interrotti per ritardo nella spesa. In tal caso il “reddito netto” del ciclo successivo si sarebbe ridotto a causa di un eccessivo risparmio.

Smith allarga il processo di accumulazione a tutti i settori di produzione, però non affronta il problema di un possibile squilibrio tra produzione e consumo. Riccardo e Say sostengono che il valore di scambio e la produzione possono essere realizzati, purché ogni settore produttivo rispetti determinate proporzionalità. Ciò è garantito dal libero funzionamento delle forze di mercato e monetarie. Malthus, assumendo che tutti i risparmi si trasformano in investimenti, esclude che la carenza di domanda sia dovuta ad un eccesso di risparmio. Ritiene, invece, che un alto tasso di accumulazione, finanziato da una riduzione dei consumi improduttivi, determini una sovrapproduzione di merci. Perciò propugna la necessità del consumo improduttivo. Mill, introducendo il concetto di credito, ritiene che una domanda eccessiva di moneta provochi una temporanea eccedenza di merci. La causa del temporaneo disequilibrio è causata dalla preferenza dei capitalisti alla tesaurizzazione, cioè al risparmio per utilizzare il capitale monetario in periodi futuri. La crisi che ne deriva, distruggendo gran parte del capitale eccedente, pone le condizioni per la ripresa. Sismondi teorizza lo squilibrio permanente tra produzione e consumo, per il fatto che il valore-salario risulta insufficiente ad acquistare il plus-prodotto. Di qua la necessità di creare un’equilibrata capacità di consumo presso tutte le classi sociali in modo da assicurare sempre una domanda effettiva per tutte le merci.

                Secondo la “legge di Say”, l’offerta genera una domanda d’importo equivalente. Ciò implica un meccanismo che assicura l’equilibrio sia nel settore monetario, tra domanda ed offerta di denaro, sia nel settore reale, tra risparmi e investimenti, dunque tra domanda ed offerta aggregate. Marx, invece, ritiene che quantunque venga raggiunto il pieno utilizzo della capacità produttiva, non per questo sarebbe garantita la piena occupazione, essendo necessaria una riserva di lavoro non occupato per garantire lo sviluppo della produzione capitalistica. La riserva di lavoro non solo è indispensabile per la crescita economica, ma si alimenta quando l’economia attraversa una fase depressiva, o quando l’aumento del tasso di crescita della popolazione (offerta di lavoro) supera il tasso di crescita della domanda di lavoro, o quando si verifica la tendenza alla concentrazione del capitale (monopoli ed oligopoli) con la scomparsa di produttori indipendenti, ecc.

La critica di Marx dell’economia politica consiste nell’interpretazione storico-ideologica delle teorie degli economisti “classici”. In relazione alle crisi economiche, Marx si oppone alla teoria del “laissez-faire”, secondo cui gli squilibri interni si aggiustano automaticamente in virtù delle forze di mercato lasciate a se stesse, per cui è impossibile una crisi generale di sovrapproduzione. Si oppone altresì alla teoria di Sismondi, che riteneva impossibile la realizzazione del plusvalore e quindi lo sviluppo del capitalismo. Marx, invece, sostiene che il capitalismo può funzionare, quantunque in modo contraddittorio, in quanto crea le condizioni per la propria esistenza. Nel contempo, però, si aggravano quelle contraddizioni che a lungo andare ne provocheranno il crollo.

Diversamente dai “classici”, che ponevano la caduta del saggio di profitto in relazione con la riduzione della produttività del lavoro, Marx ritiene che sia la crescita della produttività del lavoro la causa che determina la tendenziale caduta del saggio di profitto. Il progresso tecnologico, infatti, determina un aumento della composizione organica del capitale C/C+V, che a lungo andare risulterà superiore all’aumento del saggio di plusvalore S/V. Vero è che ciascun capitalista ha convenienza ad introdurre innovazioni, data la possibilità di realizzare extra-profitti. La concorrenza, però, intensifica e generalizza il processo innovativo fin quando la quantità di lavoro richiesto dal nuovo metodo di produzione (inferiore a quello medio) tende a diventare il nuovo valore medio. Ne consegue una caduta del saggio generale di profitto S/C+V, che a sua volta influenza l’andamento ciclico dell’economia.

A differenza dei “classici”, che svilupparono la loro teoria economica nella fase del capitalismo caratterizzato dall’industria manifatturiera, Marx costruì la sua teoria durante il periodo storico della rivoluzione industriale, caratterizzato dal progresso tecnico e dal processo di meccanizzazione (fattori che influiscono sul livello della capacità produttiva, rendendola variabile nel tempo). Egli esamina un particolare tipo di progresso tecnico: quello relativo al risparmio di forza-lavoro contro un maggior uso di macchinari, la cui diffusione aumenta il valore dell’offerta di merci rispetto alla capacità d’acquisto, rendendo inevitabile la crisi.

Il prezzo delle merci, dunque, comprende due differenti elementi: il loro valore reale (cioè la quantità di valore-lavoro in esse contenuto) e il profitto (essendo il prezzo delle merci o valore di scambio superiore al valore reale). La dottrina fisiocratica (Quesnay ed altri), avendo supposto che il sovrappiù o prodotto netto fosse una prerogativa della classe produttiva (settore agricolo), ne determinarono il valore in termini fisici, come eccedenza dei valori d’uso prodotti, rispetto a quelli consumati dal contadino. Il sovrappiù è appropriato dai proprietari terrieri che lo utilizzano per investimenti fondiari o consumi. La classe sterile (industria e commercio), invece, non produce sovrappiù. Di diverso avviso sono gli altri economisti “classici”, che estendono l’origine del sovrappiù a tutte le attività produttive.

Secondo i “classici”, il saggio di crescita del sistema economico a livello macroeconomico, è determinato dal rapporto tra la massa dei profitti e delle rendite e la massa dei salari, ossia dal rapporto tra il sovrappiù e il consumo necessario (identificato dai “classici” come saggio di profitto). Tale rapporto è considerato errato da Marx, in quanto non determinerebbe il saggio di profitto, ma il saggio di sfruttamento: S/V. Secondo Marx, il saggio di profitto è determinato dal rapporto tra il plusvalore o sovrappiù e la somma del valore-lavoro incorporato nei macchinari e nei salari: S/C+V. Per Marx, i prezzi di produzione sono determinati dalla somma del valore-lavoro contenuto nei macchinari e nei salari più il plusvalore. Un aumento del valore-lavoro dei salari, fermo restando il valore-lavoro della produzione, riduce il plusvalore e ciò determina la caduta del saggio di profitto. L’antagonismo tra gli interessi dei capitalisti e gli interessi dei salariati è lo scopo che Marx intende mettere in rilievo. La sua critica però non si limita all’analisi delle contraddizioni, ma si propone di scoprire i motivi per cui il capitalismo, dopotutto, può continuare ad esistere e funzionare. Gli schemi marxiani della riproduzione dimostrano la possibilità della circolazione e riproduzione del capitale, da una parte, e la realizzazione e accumulazione del plusvalore, dall’altra parte. Costruiti sulle relazioni di interdipendenza tra la sezione che produce beni capitali e la sezione che produce beni di consumo finale, definiscono non solo le condizioni di equilibrio macroeconomico, ma anche quello dello sviluppo lungo il sentiero della crescita equilibrata. Tuttavia non vanno interpretati come una conferma della legge di Say (l’offerta genera la propria domanda). Gli schemi marxiani, infatti, descrivono, per quanto concerne la riproduzione semplice, un’economia chiusa in cui si fa astrazione, fra l’altro, dalla concorrenza, dal credito e dalle innovazioni tecniche. Nella riproduzione allargata, in cui l’investimento netto è positivo, esso è in parte destinato ad accrescere il capitale tecnico, in parte ad accrescere la forza-lavoro. Ne consegue che il livello di occupazione cresce allo stesso saggio dell’incremento del capitale tecnico. Gli schemi di Marx intendono dimostrare che un’eventuale sproporzione nella produzione di valori d’uso pregiudica la realizzazione dei valori di scambio sul mercato e rende inevitabile la crisi. Ne consegue la necessità di un’economia pianificata tra i vari settori economici.

L’analisi marxiana trascura di considerare quei fattori che oggi si sono rivelati fondamentali: il ruolo dello Stato, il potere dei monopoli e oligopoli, il potere dei sindacati, l’imperialismo, ecc.  La teoria economica di Marx, perciò, ha una validità storica circoscritta al periodo in cui è vissuto.  Il suo sviluppo necessita oggi di una drastica revisione. Quanto all’interpretazione Keynesiana del modello marxiano, esse resta una via obbligata per lo studioso che voglia analizzare la connessione tra le crisi e la carenza di domanda effettiva, da una parte, e tra le crisi e il processo di accumulazione, dall’altra parte.

         Lucio Apulo Daunio

BIBLIOGRAFIA

M. KALECKI, “Le equazioni della riproduzione di Marx e l’economia moderna”. “Sulla dinamica dell’economia capitalistica”.

D. HOROWITZ, “Marx, Keynes e i neomarxisti”.

A. GIDDENS, “Capitalismo e teoria sociale”.

E. MANDEL, “La formazione del pensiero economico di Karl Marx”. “Che cos’è la teoria marxista dell’economia”.

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