GLI SCHEMI MARXIANI DELLA RIPRODUZIONE IN EQUILIBRIO
Il processo
ciclico dell’accumulazione di capitale, che caratterizza la complessa realtà
dell’economia capitalistica, genera una crescita economica squilibrata. Una
quota crescente di profitti realizzati è investita in macchinari
tecnologicamente avanzati, allo scopo di poter conseguire costi di produzione
decrescenti. Questa tendenza a sostituire il lavoro morto contenuto nei
macchinari con il lavoro vivo della forza-lavoro, determina disoccupazione.
L’efficienza
economica è la regola sovrana per battere la concorrenza e conseguire alti
profitti. Gli “splendidi tornei” eliminano dal mercato le imprese inefficienti
e favoriscono la concentrazione del capitale. Il progresso tecnologico,
nonostante il vincolo imposto dalla scarsità delle materie prime, garantisce
una relativa abbondanza di merci e un conseguente relativo benessere.
Per studiare
il meccanismo attraverso il quale questa complessa realtà della produzione
capitalistica possa raggiungere l’equilibrio e non crollare in uno stato
permanente di crisi, Marx elabora due schemi di riproduzione: l’uno, semplice,
che presuppone un’economia di tipo stazionario; l’altro, complesso, riferito ad
un’economia in sviluppo equilibrato.
Gli economisti
“classici” teorizzavano che lo sviluppo economico non avrebbe potuto perdurare
e che l’economia avrebbe raggiunto la situazione dello stato stazionario (dove
il tasso di crescita del capitale e quello della produzione non subiscono
variazioni). Marx utilizza questo schema dello stato stazionario per introdurre
lo schema relativo alla crescita economica in equilibrio. L’equazione di
equilibrio della riproduzione stazionaria descrive le condizioni di equivalenza
tra la domanda globale programmata e l’offerta globale programmata. Il valore
prodotto nel processo di produzione è interamente realizzato nel processo di
circolazione. In questo modello stazionario le decisioni dei soggetti economici
sono aggregate in due sezioni che rappresentano tutte le attività produttive:
l’una produce mezzi di produzione, l’altra produce mezzi di consumo. Una parte
del valore-lavoro dell’intera produzione viene consumata; l’altra viene
utilizzata per la sostituzione dei mezzi di produzione.
Quesnay fu il
primo economista a rappresentare nel “Tableau
economique” un’economia in equilibrio stazionario. Le classi sociali prese
in esame nel “Tableau” sono tre,
ripartite secondo la loro funzione economica: quella produttiva del settore
agricolo, quella sterile del settore industriale e quella dei proprietari
fondiari. Questi ultimi devono destinare il 50% del reddito per spese nel
settore produttivo e il restante 50% per spese nel settore manifatturiero.
Quesnay suppone che le merci siano vendute ai loro valori e che i prezzi si
mantengano costanti nel tempo. In tal caso, data la situazione di pieno impiego
delle risorse disponibili, il “reddito netto” non può essere ulteriormente
accresciuto. Egli prende in considerazione anche la possibilità di una crisi,
qualora i flussi monetari fossero interrotti per ritardo nella spesa. In tal
caso il “reddito netto” del ciclo successivo si sarebbe ridotto a causa di un
eccessivo risparmio.
Smith allarga
il processo di accumulazione a tutti i settori di produzione, però non affronta
il problema di un possibile squilibrio tra produzione e consumo. Riccardo e Say
sostengono che il valore di scambio e la produzione possono essere realizzati,
purché ogni settore produttivo rispetti determinate proporzionalità. Ciò è
garantito dal libero funzionamento delle forze di mercato e monetarie. Malthus,
assumendo che tutti i risparmi si trasformano in investimenti, esclude che la
carenza di domanda sia dovuta ad un eccesso di risparmio. Ritiene, invece, che
un alto tasso di accumulazione, finanziato da una riduzione dei consumi
improduttivi, determini una sovrapproduzione di merci. Perciò propugna la
necessità del consumo improduttivo. Mill, introducendo il concetto di credito,
ritiene che una domanda eccessiva di moneta provochi una temporanea eccedenza
di merci. La causa del temporaneo disequilibrio è causata dalla preferenza dei
capitalisti alla tesaurizzazione, cioè al risparmio per utilizzare il capitale
monetario in periodi futuri. La crisi che ne deriva, distruggendo gran parte
del capitale eccedente, pone le condizioni per la ripresa. Sismondi teorizza lo
squilibrio permanente tra produzione e consumo, per il fatto che il
valore-salario risulta insufficiente ad acquistare il plus-prodotto. Di qua la
necessità di creare un’equilibrata capacità di consumo presso tutte le classi
sociali in modo da assicurare sempre una domanda effettiva per tutte le merci.
Secondo
la “legge di Say”, l’offerta genera una domanda d’importo equivalente. Ciò
implica un meccanismo che assicura l’equilibrio sia nel settore monetario, tra
domanda ed offerta di denaro, sia nel settore reale, tra risparmi e
investimenti, dunque tra domanda ed offerta aggregate. Marx, invece, ritiene
che quantunque venga raggiunto il pieno utilizzo della capacità produttiva, non
per questo sarebbe garantita la piena occupazione, essendo necessaria una
riserva di lavoro non occupato per garantire lo sviluppo della produzione
capitalistica. La riserva di lavoro non solo è indispensabile per la crescita
economica, ma si alimenta quando l’economia attraversa una fase depressiva, o
quando l’aumento del tasso di crescita della popolazione (offerta di lavoro)
supera il tasso di crescita della domanda di lavoro, o quando si verifica la
tendenza alla concentrazione del capitale (monopoli ed oligopoli) con la
scomparsa di produttori indipendenti, ecc.
La critica di
Marx dell’economia politica consiste nell’interpretazione storico-ideologica
delle teorie degli economisti “classici”. In relazione alle crisi economiche,
Marx si oppone alla teoria del “laissez-faire”, secondo cui gli squilibri
interni si aggiustano automaticamente in virtù delle forze di mercato lasciate
a se stesse, per cui è impossibile una crisi generale di sovrapproduzione. Si
oppone altresì alla teoria di Sismondi, che riteneva impossibile la realizzazione
del plusvalore e quindi lo sviluppo del capitalismo. Marx, invece, sostiene che
il capitalismo può funzionare, quantunque in modo contraddittorio, in quanto
crea le condizioni per la propria esistenza. Nel contempo, però, si aggravano
quelle contraddizioni che a lungo andare ne provocheranno il crollo.
Diversamente
dai “classici”, che ponevano la caduta del saggio di profitto in relazione con
la riduzione della produttività del lavoro, Marx ritiene che sia la crescita
della produttività del lavoro la causa che determina la tendenziale caduta del
saggio di profitto. Il progresso tecnologico, infatti, determina un aumento
della composizione organica del capitale C/C+V, che a lungo andare risulterà
superiore all’aumento del saggio di plusvalore S/V. Vero è che ciascun
capitalista ha convenienza ad introdurre innovazioni, data la possibilità di
realizzare extra-profitti. La concorrenza, però, intensifica e generalizza il
processo innovativo fin quando la quantità di lavoro richiesto dal nuovo metodo
di produzione (inferiore a quello medio) tende a diventare il nuovo valore
medio. Ne consegue una caduta del saggio generale di profitto S/C+V, che a sua
volta influenza l’andamento ciclico dell’economia.
A differenza
dei “classici”, che svilupparono la loro teoria economica nella fase del
capitalismo caratterizzato dall’industria manifatturiera, Marx costruì la sua
teoria durante il periodo storico della rivoluzione industriale, caratterizzato
dal progresso tecnico e dal processo di meccanizzazione (fattori che influiscono
sul livello della capacità produttiva, rendendola variabile nel tempo). Egli
esamina un particolare tipo di progresso tecnico: quello relativo al risparmio
di forza-lavoro contro un maggior uso di macchinari, la cui diffusione aumenta
il valore dell’offerta di merci rispetto alla capacità d’acquisto, rendendo
inevitabile la crisi.
Il prezzo
delle merci, dunque, comprende due differenti elementi: il loro valore reale
(cioè la quantità di valore-lavoro in esse contenuto) e il profitto (essendo il
prezzo delle merci o valore di scambio superiore al valore reale). La dottrina
fisiocratica (Quesnay ed altri), avendo supposto che il sovrappiù o prodotto
netto fosse una prerogativa della classe produttiva (settore agricolo), ne
determinarono il valore in termini fisici, come eccedenza dei valori d’uso
prodotti, rispetto a quelli consumati dal contadino. Il sovrappiù è appropriato
dai proprietari terrieri che lo utilizzano per investimenti fondiari o consumi.
La classe sterile (industria e commercio), invece, non produce sovrappiù. Di
diverso avviso sono gli altri economisti “classici”, che estendono l’origine
del sovrappiù a tutte le attività produttive.
Secondo i
“classici”, il saggio di crescita del sistema economico a livello
macroeconomico, è determinato dal rapporto tra la massa dei profitti e delle
rendite e la massa dei salari, ossia dal rapporto tra il sovrappiù e il consumo
necessario (identificato dai “classici” come saggio di profitto). Tale rapporto
è considerato errato da Marx, in quanto non determinerebbe il saggio di
profitto, ma il saggio di sfruttamento: S/V. Secondo Marx, il saggio di
profitto è determinato dal rapporto tra il plusvalore o sovrappiù e la somma
del valore-lavoro incorporato nei macchinari e nei salari: S/C+V. Per Marx, i
prezzi di produzione sono determinati dalla somma del valore-lavoro contenuto
nei macchinari e nei salari più il plusvalore. Un aumento del valore-lavoro dei
salari, fermo restando il valore-lavoro della produzione, riduce il plusvalore
e ciò determina la caduta del saggio di profitto. L’antagonismo tra gli
interessi dei capitalisti e gli interessi dei salariati è lo scopo che Marx
intende mettere in rilievo. La sua critica però non si limita all’analisi delle
contraddizioni, ma si propone di scoprire i motivi per cui il capitalismo,
dopotutto, può continuare ad esistere e funzionare. Gli schemi marxiani della
riproduzione dimostrano la possibilità della circolazione e riproduzione del
capitale, da una parte, e la realizzazione e accumulazione del plusvalore, dall’altra
parte. Costruiti sulle relazioni di interdipendenza tra la sezione che produce
beni capitali e la sezione che produce beni di consumo finale, definiscono non
solo le condizioni di equilibrio macroeconomico, ma anche quello dello sviluppo
lungo il sentiero della crescita equilibrata. Tuttavia non vanno interpretati
come una conferma della legge di Say (l’offerta genera la propria domanda). Gli
schemi marxiani, infatti, descrivono, per quanto concerne la riproduzione
semplice, un’economia chiusa in cui si fa astrazione, fra l’altro, dalla
concorrenza, dal credito e dalle innovazioni tecniche. Nella riproduzione
allargata, in cui l’investimento netto è positivo, esso è in parte destinato ad
accrescere il capitale tecnico, in parte ad accrescere la forza-lavoro. Ne
consegue che il livello di occupazione cresce allo stesso saggio
dell’incremento del capitale tecnico. Gli schemi di Marx intendono dimostrare
che un’eventuale sproporzione nella produzione di valori d’uso pregiudica la
realizzazione dei valori di scambio sul mercato e rende inevitabile la crisi.
Ne consegue la necessità di un’economia pianificata tra i vari settori
economici.
L’analisi
marxiana trascura di considerare quei fattori che oggi si sono rivelati
fondamentali: il ruolo dello Stato, il potere dei monopoli e oligopoli, il
potere dei sindacati, l’imperialismo, ecc. La teoria economica di Marx, perciò, ha una
validità storica circoscritta al periodo in cui è vissuto. Il suo sviluppo necessita oggi di una
drastica revisione. Quanto all’interpretazione Keynesiana del modello marxiano,
esse resta una via obbligata per lo studioso che voglia analizzare la
connessione tra le crisi e la carenza di domanda effettiva, da una parte, e tra
le crisi e il processo di accumulazione, dall’altra parte.
BIBLIOGRAFIA
M. KALECKI, “Le equazioni della
riproduzione di Marx e l’economia moderna”. “Sulla dinamica dell’economia
capitalistica”.
D. HOROWITZ, “Marx, Keynes e i
neomarxisti”.
A. GIDDENS, “Capitalismo e teoria
sociale”.
E. MANDEL, “La formazione del pensiero
economico di Karl Marx”. “Che cos’è la teoria marxista dell’economia”.
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