giovedì 24 febbraio 2011


LA CRISI MONETARIA NELL’ANALISI ECONOMICA MARXIANA

 

Un’altra possibilità generale di crisi del sistema economico ha origine dalla funzione del denaro come mezzo di pagamento in seguito alla nascita del credito commerciale.

Il denaro, in questa funzione, non serve per acquistare, ma per pagare. Il credito separa il momento della cessione della merce dal momento del pagamento della medesima. In concreto, ci troviamo di fronte a due sfere di circolazione del denaro. Nella sfera dello scambio tra capitalisti, il denaro si presenta come mezzo di pagamento. Nella sfera dello scambio tra capitalisti e consumatori, esso si presenta come mezzo di acquisto.

I capitalisti, che operano nei vari stadi del ciclo produttivo, usano generalmente titoli di credito. Solamente nell’ultimo stadio, con la vendita del prodotto, il capitalista viene pagato con moneta. Qualora il venditore non realizzi il valore delle merci con la vendita sul mercato, scoppia la crisi. Se le merci restano invendute, il capitalista non può far fronte ai propri debiti. Per evitare il fallimento può essere indotto a vendere sotto costo, pur di accaparrarsi moneta e onorare le proprie obbligazioni. La circolazione creditizia s’interrompe, mentre aumenta la domanda di moneta. L’interruzione dei riflussi di denaro alle banche provoca un aumento del tasso d’interesse, indice di scarsità di capitale monetario per il prestito. La sovrapproduzione di merci invendute, quindi, in quanto paralizza il credito, provoca un aumento di richiesta di moneta che influisce sul tasso d’interesse. In altri termini, se la merce, nel momento della sua vendita, non vale tanto quanto valeva nel momento in cui il denaro funzionava come misura dei valori e quindi delle obbligazioni reciproche, la somma ricavata dalla merce non basta a far fronte alle obbligazioni e non può essere saldata tutta la serie delle precedenti transazioni creditizie. Dunque, secondo Marx, se si verifica una crisi, perché l’acquisto e la vendita si separano, essa si sviluppa come crisi monetaria nel mercato creditizio.

Marx critica con veemenza gli economisti “classici”, secondo i quali il processo produttivo genera redditi che vengono spesi nel medesimo periodo in cui sono prodotti. Perciò, secondo tali economisti, è inammissibile un’interruzione generale del processo di circolazione delle merci. La critica marxiana si basa sul seguente assunto: che lo scambio capitalistico è finalizzato non all’acquisto di valori d’uso, ma alla valorizzazione del denaro messo in circolazione all’inizio del processo produttivo. Le decisioni d’investimento, infatti, dipendono dalle attese dei capitalisti relative alla realizzazione del saggio di profitto. Se il denaro precedentemente immesso nel processo di circolazione non si valorizza secondo le aspettative, i capitalisti non investono. La moneta è rimessa continuamente in circolazione solo in funzione del profitto privato. E’ inevitabile allora lo scoppio della crisi. Nessuno può vendere senza che un altro comperi - fa notare Marx - ma nessuno ha bisogno di comprare subito per il sol fatto di aver venduto, conservando il denaro anziché immetterlo subito in circolazione sul mercato. Il capitalista, in altri termini, non compra mezzi di produzione e forza-lavoro se le attese relative al saggio di profitto fossero insoddisfacenti. Ne consegue, in termini macroeconomici, una riduzione del tasso di crescita degli investimenti, del reddito e della domanda globale. La crisi – fa notare Marx – non si presenta contemporaneamente su tutti i mercati, ma si propaga da un mercato ad un altro, fino ad estendersi all’intera economia. Il sottoconsumo e l’eccesso di produzione e di risparmio, frena il processo capitalistico di accumulazione. Prezzi e saggio di profitto si riducono a causa della crisi. I macchinari restano inutilizzati, mentre aumenta il tasso di disoccupazione.

Il rapporto di scambio capitalistico è finalizzato all’incremento del valore, espresso in denaro, in rapporto al valore del denaro messo in circolazione, secondo la formula:

                                                 D – M – “D”, dove “D” è maggiore di D.

In altri termini, scopo della produzione capitalistica è la massimizzazione del saggio di profitto S/(C+V), mediante la massimizzazione del saggio di plusvalore S/V, cioè, secondo Marx, del massimo sfruttamento della forza-lavoro.

Superata la crisi, l’economia riprende il processo di espansione allorquando le aspettative dei capitalisti sono ottimistiche. Con la ripresa degli investimenti aumenterà il reddito e la domanda globale. La crescita economica, però, potrebbe degenerare in una situazione inflazionistica cumulativa. La carenza di risparmio che verrebbe a determinarsi frenerebbe il processo di accumulazione. L’alternarsi di fasi di espansione alle fasi di contrazione è la causa del ciclo economico.

Condizione indispensabile per la crescita è l’unità tra il processo di produzione di valori e il processo di circolazione, mediante cui si realizzano i valori. Questa unità viene periodicamente interrotta dalle contraddizioni immanenti allo sviluppo del modo di produzione capitalistico. L’accrescimento della produttività per effetto dell’accumulazione e del progresso tecnologico, comporta una produzione eccedente di merci per il consumo rispetto al livello della domanda. Dal conflitto tra le condizioni di accumulazione capitalistica e quelle di valorizzazione sorgono, secondo Marx, la crisi e il cancro della disoccupazione.

        Lucio Apulo Daunio

 

BIBLIOGRAFIA

K. MARX, “Il capitale”, “Grundrisse”, “Storie delle teorie economiche”.

J. A. SCHUMPETER, “Storia dell’analisi economica”.

P. M. SWEEZY, “La teoria dello sviluppo economico”.

S. VECA, “Marx e la critica dell’economia politica”.

S. V. VYGODSKIJ, “Il pensiero economico di Marx”, “Introduzione ai 'Grundrisse'”.

 

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