LA CRISI MONETARIA NELL’ANALISI ECONOMICA MARXIANA
Un’altra
possibilità generale di crisi del sistema economico ha origine dalla funzione
del denaro come mezzo di pagamento in seguito alla nascita del credito
commerciale.
Il denaro, in
questa funzione, non serve per acquistare, ma per pagare. Il credito separa il
momento della cessione della merce dal momento del pagamento della medesima. In
concreto, ci troviamo di fronte a due sfere di circolazione del denaro. Nella
sfera dello scambio tra capitalisti, il denaro si presenta come mezzo di
pagamento. Nella sfera dello scambio tra capitalisti e consumatori, esso si
presenta come mezzo di acquisto.
I capitalisti,
che operano nei vari stadi del ciclo produttivo, usano generalmente titoli di
credito. Solamente nell’ultimo stadio, con la vendita del prodotto, il
capitalista viene pagato con moneta. Qualora il venditore non realizzi il
valore delle merci con la vendita sul mercato, scoppia la crisi. Se le merci
restano invendute, il capitalista non può far fronte ai propri debiti. Per
evitare il fallimento può essere indotto a vendere sotto costo, pur di
accaparrarsi moneta e onorare le proprie obbligazioni. La circolazione
creditizia s’interrompe, mentre aumenta la domanda di moneta. L’interruzione
dei riflussi di denaro alle banche provoca un aumento del tasso d’interesse,
indice di scarsità di capitale monetario per il prestito. La sovrapproduzione
di merci invendute, quindi, in quanto paralizza il credito, provoca un aumento
di richiesta di moneta che influisce sul tasso d’interesse. In altri termini,
se la merce, nel momento della sua vendita, non vale tanto quanto valeva nel
momento in cui il denaro funzionava come misura dei valori e quindi delle
obbligazioni reciproche, la somma ricavata dalla merce non basta a far fronte
alle obbligazioni e non può essere saldata tutta la serie delle precedenti
transazioni creditizie. Dunque, secondo Marx, se si verifica una crisi, perché
l’acquisto e la vendita si separano, essa si sviluppa come crisi monetaria nel
mercato creditizio.
Marx critica
con veemenza gli economisti “classici”, secondo i quali il processo produttivo
genera redditi che vengono spesi nel medesimo periodo in cui sono prodotti.
Perciò, secondo tali economisti, è inammissibile un’interruzione generale del
processo di circolazione delle merci. La critica marxiana si basa sul seguente
assunto: che lo scambio capitalistico è finalizzato non all’acquisto di valori
d’uso, ma alla valorizzazione del denaro messo in circolazione all’inizio del
processo produttivo. Le decisioni d’investimento, infatti, dipendono dalle
attese dei capitalisti relative alla realizzazione del saggio di profitto. Se
il denaro precedentemente immesso nel processo di circolazione non si valorizza
secondo le aspettative, i capitalisti non investono. La moneta è rimessa
continuamente in circolazione solo in funzione del profitto privato. E’
inevitabile allora lo scoppio della crisi. Nessuno può vendere senza che un
altro comperi - fa notare Marx - ma nessuno ha bisogno di comprare subito per
il sol fatto di aver venduto, conservando il denaro anziché immetterlo subito
in circolazione sul mercato. Il capitalista, in altri termini, non compra mezzi
di produzione e forza-lavoro se le attese relative al saggio di profitto
fossero insoddisfacenti. Ne consegue, in termini macroeconomici, una riduzione
del tasso di crescita degli investimenti, del reddito e della domanda globale.
La crisi – fa notare Marx – non si presenta contemporaneamente su tutti i
mercati, ma si propaga da un mercato ad un altro, fino ad estendersi all’intera
economia. Il sottoconsumo e l’eccesso di produzione e di risparmio, frena il
processo capitalistico di accumulazione. Prezzi e saggio di profitto si
riducono a causa della crisi. I macchinari restano inutilizzati, mentre aumenta
il tasso di disoccupazione.
Il rapporto di
scambio capitalistico è finalizzato all’incremento del valore, espresso in
denaro, in rapporto al valore del denaro messo in circolazione, secondo la
formula:
D – M – “D”, dove “D” è maggiore di D.
In altri
termini, scopo della produzione capitalistica è la massimizzazione del saggio
di profitto S/(C+V), mediante la massimizzazione del saggio di plusvalore S/V,
cioè, secondo Marx, del massimo sfruttamento della forza-lavoro.
Superata la
crisi, l’economia riprende il processo di espansione allorquando le aspettative
dei capitalisti sono ottimistiche. Con la ripresa degli investimenti aumenterà
il reddito e la domanda globale. La crescita economica, però, potrebbe
degenerare in una situazione inflazionistica cumulativa. La carenza di
risparmio che verrebbe a determinarsi frenerebbe il processo di accumulazione.
L’alternarsi di fasi di espansione alle fasi di contrazione è la causa del
ciclo economico.
Condizione
indispensabile per la crescita è l’unità tra il processo di produzione di
valori e il processo di circolazione, mediante cui si realizzano i valori.
Questa unità viene periodicamente interrotta dalle contraddizioni immanenti
allo sviluppo del modo di produzione capitalistico. L’accrescimento della
produttività per effetto dell’accumulazione e del progresso tecnologico,
comporta una produzione eccedente di merci per il consumo rispetto al livello
della domanda. Dal conflitto tra le condizioni di accumulazione capitalistica e
quelle di valorizzazione sorgono, secondo Marx, la crisi e il cancro della
disoccupazione.
BIBLIOGRAFIA
K. MARX, “Il capitale”,
“Grundrisse”, “Storie delle teorie economiche”.
J. A. SCHUMPETER, “Storia
dell’analisi economica”.
P. M. SWEEZY, “La teoria dello
sviluppo economico”.
S. VECA, “Marx e la critica
dell’economia politica”.
S. V. VYGODSKIJ, “Il pensiero
economico di Marx”, “Introduzione ai 'Grundrisse'”.
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