IL MISTERO
DELLA SINDONE SECONDO MARCO
Lucio Apulo Daunio
L’episodio
della resurrezione del Cristo Gesù, riferito dall’evangelista Marco (Mc 16, 1
seg.), non collima (manco a dirlo!) con quello di Matteo (il quale, peraltro,
omette il riferimento al mitico racconto dell’ascensione in cielo del Risorto).
Quanto alle apparizioni del Cristo dopo la risurrezione (Mc 16, 9-20), si
ritiene che siano delle aggiunte posteriori alla prima stesura del Vangelo,
desunte da fantasticherie circolanti nella tradizione popolare.
Tre sono,
secondo Marco, le pie donne che il mattino del giorno seguente il sabato (coincidente
in quell’anno con la Pasqua ebraica) comprarono gli aromi per andare
ad imbalsamare la salma di Gesù, morto nell’ora nona (tre pomeridiane) di
venerdì, giorno di vigilia. Giuseppe d’Arimatea, infatti, dopo aver chiesto e
ottenuto da Pilato il cadavere di Gesù, lo fece deporre dalla croce, lo avvolse
in un panno di lino e lo seppellì nella sua tomba. Essendo ormai prossima la
sera in cui si consumava la cena pasquale, non c'era tempo sufficiente per
procedere ad un’accurata preparazione funebre del cadavere, secondo gli usi
ebraici (lavaggio e unzione con balsami). Pilato, d'altronde, si meravigliò che
il condannato fosse già morto (era l’ora terza, circa le nove del mattino
quando fu crocifisso). Le condanne sulla croce facevano subire al condannato
una lunga agonia. Trascorso il giorno della Pasqua, Maria Maddalena (c.d. “apostola
apostolorum”), accompagnata da un’altra Maria e da Salomè, vennero al
sepolcro per completare la preparazione del cadavere secondo gli usi. Questa
seconda Maria, che altrove è qualificata come madre di Giacomo e di Giuseppe
(Mc 15, 40), fratelli del Signore (Mc 6, 3), potrebbe essere la madre di Gesù.
Che fosse o no usanza ebraica l’imbalsamazione dei cadaveri, a che pro
imbalsamare la salma di Gesù, se, come egli aveva predetto, sarebbe risorto
dopo tre giorni e tre notti? Le pie donne, intanto, cammin facendo, si
chiedevano chi avrebbe potuto aiutarle a rotolare la grossa pietra, che occludeva
l’ingresso della tomba. Speravano forse che si compisse un prodigio? E prodigio
ci fu. Arrivate che furono, osservarono che la pietra era stata già rimossa.
Stupite, ebbero timore. Entrate dentro la tomba, furono colte da un forte
spavento nel ravvisare una giovanile figura, ricoperta di candida veste, seduta
sulla destra (la sinistra non è buon segno nei racconti evangelici). Era un
messaggero divino (al pari del dio greco Ermes, portaordini di Zeus, provvisto
d’ali ai piedi, che appariva con caduceo e petaso). L’angelo non si trovava
davanti al sepolcro, come nel racconto di Matteo, ma all’interno. Il messo
divino, osservando l’apprensione delle donne, cercò di rasserenarle,
annunciando loro la risurrezione di Gesù. Esortò poi a portare la lieta notizia
agli apostoli, specialmente a Pietro (non per altro, l’evangelista Marco era
suo discepolo). L’angelo non poteva scomodarsi, andandoci di persona, perché
doveva attenersi scrupolosamente alle divine disposizioni. Per vedere il Cristo
risorto, inoltre, i discepoli dovevano affrettarsi a raggiungerlo in Galilea.
Del resto, Gesù quando era ancora in vita (Mc 14, 27-28. 50), li aveva
avvertiti che, dopo il suo arresto, si sarebbero dispersi e ritrovati in
Galilea. Le pie donne, che stavano quatton quattoni nel sepolcro, pervase da
tremore e stupore, con il cuore in gola ed i capelli drizzati, non si fecero
ripetere due volte l’incarico impartito dall’angelo. Uscirono, senza esitare,
raccomandandosi alle proprie gambe: la paura mette le ali ai piedi! Oltre l’angelo,
null’altro videro nella tomba, né cadavere né sindone né bende né sudario: la
tomba era vuota. Non credendo ai propri occhi e alle proprie orecchie per ciò
che avevano visto e udito, mancò loro il coraggio di riferire agli apostoli gli
avvenimenti occorsi. In verità, gli apostoli si erano dispersi dopo la cattura
e la morte del Maestro, perciò non potevano trovarsi a Gerusalemme.
Dimenticarono presto ciò che Gesù aveva predetto in vita circa la “passione” e
la successiva risurrezione dopo tre giorni, né rammentavano quando paragonò se
stesso al profeta Giona, che fu vomitato dal ventre del pesce, che l’aveva
inghiottito per tre giorni, e come l’altro, anche lui sarebbe stato rimesso
dalla morte alla vita dopo (quasi) tre giorni e tre notti (Mt 12, 40). Perché
poi attendere tre giorni e tre notti per risorgere? Non poteva Gesù risorgere
prima? Infatti, risorse prima del tempo predetto, ma, per non violare il
sabato, attese ancora un giorno. Nel frattempo, nell’attesa di compiere il
miracolo della resurrezione, fondamento del cristianesimo, discese agli inferi
per annunciare la salvezza ai defunti (cfr. i simboli di fede cattolica, come
il Simbolo romano o “Credo Apostolico”). Quelli del suo “entourage” pare non
dessero molto credito alle sue meste profezie (Mc 8, 31 e 9, 30-32 e 10,
33-34). Gesù, ad ogni modo, non se la prese più di tanto per l’incredulità del
suo seguito. Dopo aver atteso pazientemente il lento trascorrere del riposo
sabbatico, risorse il mattino del primo giorno della settimana (la domenica
cristiana). Intanto, a causa della titubanza delle pie donne, avendo constatato
che le disposizioni impartite dall’angelo furono disattese, si presentò in
persona da una di loro. La fortunata fu la solita Maria Maddalena, l’invasata
da sette spiriti maligni, esorcizzata da Gesù (Lc 8, 2). Rincuorata dalla
visione del suo amato Maestro (questa volta l’apparizione non ingenerò paura),
la Maddalena si decise finalmente a riferire la notizia agli apostoli
(l’evangelista non spiega come fece a rintracciarli, dopo la loro dispersione).
Li trovò piagnucolanti e afflitti per il lutto del divino pedagogo. Potevano
quei piagnoni prestar fede ad una donna? La Legge non attestava che la donna
era inferiore all’uomo in ogni cosa? Dopotutto, si trattava di una femminella,
facilmente impressionabile. Loro, però, non erano da meno, quanto a
scetticismo: dubitavano della risurrezione del Cristo. Non si convinsero
neanche dei segni apparsi al momento della morte di Gesù, quando scoppiò il
finimondo. Nemmeno i lumi dello Spirito Santo convinsero quegli increduli.
Erano gli eletti del Signore, mica dei mangiafagioli, leccapiatti e ramaioli!
Gesù, che conosceva bene quei suoi amici, avrebbe fatto meglio ad incontrarli
direttamente, senza ambasciate d’intermediari. Decise, invece, di avvicinare
due di loro (come fece il risorto Apollonio di Tiana nella “Vita” raccontata da
Filostrato, il retore ateniese che godette a Roma del mecenatismo
dell’imperatore Settimio Severo e della moglie Giulia Domna, appassionata di
studi filosofici e religiosi). Si presentò dunque a due suoi discepoli, mentre
questi stavano raggiungendo la campagna, apparendo con altre sembianze (essendo
un dio, se ne poteva permettere tante). Terminata la visione, i due ritornarono
sui loro passi per annunciare agli apostoli il lieto evento. L’evangelista non
spiega come fecero a riconoscerlo, essendosi presentato ai due in un diverso
aspetto. Nemmeno loro, però, furono creduti (nonostante la maggiore efficacia
probatoria della testimonianza, riportata da due persone di sesso maschile,
come prescrive la Legge mosaica; cfr. Dt 19, 15 e Gv 8, 17). Non restò altro da
fare a Gesù che rassegnarsi di fronte alla pervicacia di quei miscredenti suoi
discepoli. Si portò lui stesso da loro, senz’altre ambasciate, incontrandoli in
una località, che l’evangelista lascia indeterminata. Li trovò seduti a tavola
(forse in una casa presso Gerusalemme o, forse, di Galilea). Li rimproverò
aspramente, deplorando la loro dura cervice. Gesù, come uomo, quando si
spazientiva e s’incocciava, non si esimeva dal fare una sfuriata liberatoria.
Del resto, quella volta ben ci stava il rimprovero ai “suoi”. Passata la
buriana, ritornò la pace di Dio. Dopo i convenevoli, riconciliatisi, Gesù
ordinò agli apostoli di andare attraverso i paesi del mondo a convertire le
genti alla novella fede per inquadrarle nell’edificante comunità cristiana (peregrinatio
pro Christo). Chi non si convertiva alla verità del suo Vangelo e non si
faceva battezzare, doveva sapere che non aveva più scampo e che si firmava la
sua condanna all’eterna morte. Doni sovrumani e portenti stregoneschi egli
promise per i creduli fedeli. Questi, infatti, sarebbero diventati “ipso facto”
poliglotti, scaccia diavoli, guaritori, indenni alle bevande venefiche e ai
morsi dei serpenti e degli scorpioni. Senza contare che potevano altresì, con
la fermezza della fede, spostare montagne e gettarle in mare (Mt 17, 20; 21,
21). Chi non manifestava questi segni, perdio, avrebbe dovuto sentirsi un
cristiano minorato? Per terminare la narrazione in sintonia con queste
stravaganze, la fervida immaginazione mitopoietica dell’evangelista Marco si
avvale del fantasioso episodio concernente l’ascensione di Gesù (rappresentato
come il mitico “pavone” o la mitica “fenice”, simboli di immortalità) nel consesso
degli dei, dove, assiso alla destra del Padre e in compagnia dello Spirito
Santo, la fanno da padrone (gloria in excelsis Deo!). Un così
gran prodigio, però, non ebbe testimoni attendibili. Del resto, d’ascensioni in
cielo si favoleggia sia nei miti pagani sia in quelli ebraici. Romolo fu visto
salire in gloria dopo la sua morte. Ganimede fu rapito da Giove e trasportato
verso la sede olimpica per servire come coppiere. Enoch, il patriarca ebreo
antidiluviano, fu trasportato in cielo senza soggiacere alla morte (cfr. Eb 11,
5; Gn 5, 24). Il profeta ebreo Elia salì al cielo in un turbine avente forma di
un carro di fuoco trainato da infuocati cavalli (cfr. 2 Re 2, 1 seg.). Gesù
anche svanì tra le nubi del mistero cristiano. I girovaghi di Dio, intanto,
mascheratisi d’insano buonismo cristiano, s’apprestarono a compiere l’opera
missionaria tra i paesi del mondo per catechizzare le genti, strabiliandole con
magici segni, melliflue prediche e illusioni sul regno messianico di Dio di là
da venire con il ritorno di Cristo trionfante. La letteratura medievale ha
raccontato di favolosi viaggi, per terra e per mare, per opera di ardimentosi
santi (come San Colombano e San Brandano) alla ricerca d’anime vive
(d’asservire al regno della Chiesa) o d’anime già redente, supposte dimoranti
presso una lontana “Isola dei Beati”, amena terra promessa ai savi. Il mito
d’Ulisse rivivrà tra i missionari cristiani, non per appagare la sete di
sapere, attraverso le scoperte, ma per conseguire la redenzione degli uomini,
portando le genti del mondo su una pretesa “retta via”. Gli apostoli e i loro
discepoli inizieranno l’indottrinamento di ciò che diverrà l’istituzione
religiosa del cristianesimo: una professione di fede assoluta quanto
inverosimile e indimostrabile, tacciata dai dotti romani come nuova e nociva
superstizione. Pietro, in fede sua, ci assicura che gli apostoli furono
testimoni oculari dei prodigi effettuati dal Cristo Gesù e che perciò non
raccontarono fole, come sono i miti artefatti dei pagani (2 Pt 1, 16 seg.). Pur
non avendo avuto il privilegio di vedere Dio Padre, gli apostoli ascoltarono la
sua voce che elogiava il Figlio. Il Vangelo, fonte del pensiero unico del
cristianesimo, è il metro, parola della Chiesa, per interpretare in modo
corretto le profezie dell’Antico Testamento su Gesù, il Cristo atteso. Non è
però il senso critico ad ispirare i commentatori dei sacri testi biblici, ma
l’arbitraria interpretazione teologica e dottrinaria della Chiesa, avvalorata
da pretesi lumi infusi da un evanescente Spirito di Dio.
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