domenica 27 febbraio 2011


IL MISTERO DELLA SINDONE SECONDO MARCO




L’episodio della resurrezione del Cristo Gesù, riferito dall’evangelista Marco (Mc 16, 1 seg.), non collima (manco a dirlo!) con quello di Matteo (il quale, peraltro, omette il riferimento al mitico racconto dell’ascensione in cielo del Risorto). Quanto alle apparizioni del Cristo dopo la risurrezione (Mc 16, 9-20), si ritiene che siano delle aggiunte posteriori alla prima stesura del Vangelo, desunte da fantasticherie circolanti nella tradizione popolare.

Tre sono, secondo Marco, le pie donne che il mattino del giorno seguente il sabato (coincidente in quell’anno con la Pasqua ebraica) comprarono gli aromi per andare ad imbalsamare la salma di Gesù, morto nell’ora nona (tre pomeridiane) di venerdì, giorno di vigilia. Giuseppe d’Arimatea, infatti, dopo aver chiesto e ottenuto da Pilato il cadavere di Gesù, lo fece deporre dalla croce, lo avvolse in un panno di lino e lo seppellì nella sua tomba. Essendo ormai prossima la sera in cui si consumava la cena pasquale, non c'era tempo sufficiente per procedere ad un’accurata preparazione funebre del cadavere, secondo gli usi ebraici (lavaggio e unzione con balsami). Pilato, d'altronde, si meravigliò che il condannato fosse già morto (era l’ora terza, circa le nove del mattino quando fu crocifisso). Le condanne sulla croce facevano subire al condannato una lunga agonia. Trascorso il giorno della Pasqua, Maria Maddalena (c.d. “apostola apostolorum”), accompagnata da un’altra Maria e da Salomè, vennero al sepolcro per completare la preparazione del cadavere secondo gli usi. Questa seconda Maria, che altrove è qualificata come madre di Giacomo e di Giuseppe (Mc 15, 40), fratelli del Signore (Mc 6, 3), potrebbe essere la madre di Gesù. Che fosse o no usanza ebraica l’imbalsamazione dei cadaveri, a che pro imbalsamare la salma di Gesù, se, come egli aveva predetto, sarebbe risorto dopo tre giorni e tre notti? Le pie donne, intanto, cammin facendo, si chiedevano chi avrebbe potuto aiutarle a rotolare la grossa pietra, che occludeva l’ingresso della tomba. Speravano forse che si compisse un prodigio? E prodigio ci fu. Arrivate che furono, osservarono che la pietra era stata già rimossa. Stupite, ebbero timore. Entrate dentro la tomba, furono colte da un forte spavento nel ravvisare una giovanile figura, ricoperta di candida veste, seduta sulla destra (la sinistra non è buon segno nei racconti evangelici). Era un messaggero divino (al pari del dio greco Ermes, portaordini di Zeus, provvisto d’ali ai piedi, che appariva con caduceo e petaso). L’angelo non si trovava davanti al sepolcro, come nel racconto di Matteo, ma all’interno. Il messo divino, osservando l’apprensione delle donne, cercò di rasserenarle, annunciando loro la risurrezione di Gesù. Esortò poi a portare la lieta notizia agli apostoli, specialmente a Pietro (non per altro, l’evangelista Marco era suo discepolo). L’angelo non poteva scomodarsi, andandoci di persona, perché doveva attenersi scrupolosamente alle divine disposizioni. Per vedere il Cristo risorto, inoltre, i discepoli dovevano affrettarsi a raggiungerlo in Galilea. Del resto, Gesù quando era ancora in vita (Mc 14, 27-28. 50), li aveva avvertiti che, dopo il suo arresto, si sarebbero dispersi e ritrovati in Galilea. Le pie donne, che stavano quatton quattoni nel sepolcro, pervase da tremore e stupore, con il cuore in gola ed i capelli drizzati, non si fecero ripetere due volte l’incarico impartito dall’angelo. Uscirono, senza esitare, raccomandandosi alle proprie gambe: la paura mette le ali ai piedi! Oltre l’angelo, null’altro videro nella tomba, né cadavere né sindone né bende né sudario: la tomba era vuota. Non credendo ai propri occhi e alle proprie orecchie per ciò che avevano visto e udito, mancò loro il coraggio di riferire agli apostoli gli avvenimenti occorsi. In verità, gli apostoli si erano dispersi dopo la cattura e la morte del Maestro, perciò non potevano trovarsi a Gerusalemme. Dimenticarono presto ciò che Gesù aveva predetto in vita circa la “passione” e la successiva risurrezione dopo tre giorni, né rammentavano quando paragonò se stesso al profeta Giona, che fu vomitato dal ventre del pesce, che l’aveva inghiottito per tre giorni, e come l’altro, anche lui sarebbe stato rimesso dalla morte alla vita dopo (quasi) tre giorni e tre notti (Mt 12, 40). Perché poi attendere tre giorni e tre notti per risorgere? Non poteva Gesù risorgere prima? Infatti, risorse prima del tempo predetto, ma, per non violare il sabato, attese ancora un giorno. Nel frattempo, nell’attesa di compiere il miracolo della resurrezione, fondamento del cristianesimo, discese agli inferi per annunciare la salvezza ai defunti (cfr. i simboli di fede cattolica, come il Simbolo romano o “Credo Apostolico”). Quelli del suo “entourage” pare non dessero molto credito alle sue meste profezie (Mc 8, 31 e 9, 30-32 e 10, 33-34). Gesù, ad ogni modo, non se la prese più di tanto per l’incredulità del suo seguito. Dopo aver atteso pazientemente il lento trascorrere del riposo sabbatico, risorse il mattino del primo giorno della settimana (la domenica cristiana). Intanto, a causa della titubanza delle pie donne, avendo constatato che le disposizioni impartite dall’angelo furono disattese, si presentò in persona da una di loro. La fortunata fu la solita Maria Maddalena, l’invasata da sette spiriti maligni, esorcizzata da Gesù (Lc 8, 2). Rincuorata dalla visione del suo amato Maestro (questa volta l’apparizione non ingenerò paura), la Maddalena si decise finalmente a riferire la notizia agli apostoli (l’evangelista non spiega come fece a rintracciarli, dopo la loro dispersione). Li trovò piagnucolanti e afflitti per il lutto del divino pedagogo. Potevano quei piagnoni prestar fede ad una donna? La Legge non attestava che la donna era inferiore all’uomo in ogni cosa? Dopotutto, si trattava di una femminella, facilmente impressionabile. Loro, però, non erano da meno, quanto a scetticismo: dubitavano della risurrezione del Cristo. Non si convinsero neanche dei segni apparsi al momento della morte di Gesù, quando scoppiò il finimondo. Nemmeno i lumi dello Spirito Santo convinsero quegli increduli. Erano gli eletti del Signore, mica dei mangiafagioli, leccapiatti e ramaioli! Gesù, che conosceva bene quei suoi amici, avrebbe fatto meglio ad incontrarli direttamente, senza ambasciate d’intermediari. Decise, invece, di avvicinare due di loro (come fece il risorto Apollonio di Tiana nella “Vita” raccontata da Filostrato, il retore ateniese che godette a Roma del mecenatismo dell’imperatore Settimio Severo e della moglie Giulia Domna, appassionata di studi filosofici e religiosi). Si presentò dunque a due suoi discepoli, mentre questi stavano raggiungendo la campagna, apparendo con altre sembianze (essendo un dio, se ne poteva permettere tante). Terminata la visione, i due ritornarono sui loro passi per annunciare agli apostoli il lieto evento. L’evangelista non spiega come fecero a riconoscerlo, essendosi presentato ai due in un diverso aspetto. Nemmeno loro, però, furono creduti (nonostante la maggiore efficacia probatoria della testimonianza, riportata da due persone di sesso maschile, come prescrive la Legge mosaica; cfr. Dt 19, 15 e Gv 8, 17). Non restò altro da fare a Gesù che rassegnarsi di fronte alla pervicacia di quei miscredenti suoi discepoli. Si portò lui stesso da loro, senz’altre ambasciate, incontrandoli in una località, che l’evangelista lascia indeterminata. Li trovò seduti a tavola (forse in una casa presso Gerusalemme o, forse, di Galilea). Li rimproverò aspramente, deplorando la loro dura cervice. Gesù, come uomo, quando si spazientiva e s’incocciava, non si esimeva dal fare una sfuriata liberatoria. Del resto, quella volta ben ci stava il rimprovero ai “suoi”. Passata la buriana, ritornò la pace di Dio. Dopo i convenevoli, riconciliatisi, Gesù ordinò agli apostoli di andare attraverso i paesi del mondo a convertire le genti alla novella fede per inquadrarle nell’edificante comunità cristiana (peregrinatio pro Christo). Chi non si convertiva alla verità del suo Vangelo e non si faceva battezzare, doveva sapere che non aveva più scampo e che si firmava la sua condanna all’eterna morte. Doni sovrumani e portenti stregoneschi egli promise per i creduli fedeli. Questi, infatti, sarebbero diventati “ipso facto” poliglotti, scaccia diavoli, guaritori, indenni alle bevande venefiche e ai morsi dei serpenti e degli scorpioni. Senza contare che potevano altresì, con la fermezza della fede, spostare montagne e gettarle in mare (Mt 17, 20; 21, 21). Chi non manifestava questi segni, perdio, avrebbe dovuto sentirsi un cristiano minorato? Per terminare la narrazione in sintonia con queste stravaganze, la fervida immaginazione mitopoietica dell’evangelista Marco si avvale del fantasioso episodio concernente l’ascensione di Gesù (rappresentato come il mitico “pavone” o la mitica “fenice”, simboli di immortalità) nel consesso degli dei, dove, assiso alla destra del Padre e in compagnia dello Spirito Santo, la fanno da padrone (gloria in excelsis Deo!). Un così gran prodigio, però, non ebbe testimoni attendibili. Del resto, d’ascensioni in cielo si favoleggia sia nei miti pagani sia in quelli ebraici. Romolo fu visto salire in gloria dopo la sua morte. Ganimede fu rapito da Giove e trasportato verso la sede olimpica per servire come coppiere. Enoch, il patriarca ebreo antidiluviano, fu trasportato in cielo senza soggiacere alla morte (cfr. Eb 11, 5; Gn 5, 24). Il profeta ebreo Elia salì al cielo in un turbine avente forma di un carro di fuoco trainato da infuocati cavalli (cfr. 2 Re 2, 1 seg.). Gesù anche svanì tra le nubi del mistero cristiano. I girovaghi di Dio, intanto, mascheratisi d’insano buonismo cristiano, s’apprestarono a compiere l’opera missionaria tra i paesi del mondo per catechizzare le genti, strabiliandole con magici segni, melliflue prediche e illusioni sul regno messianico di Dio di là da venire con il ritorno di Cristo trionfante. La letteratura medievale ha raccontato di favolosi viaggi, per terra e per mare, per opera di ardimentosi santi (come San Colombano e San Brandano) alla ricerca d’anime vive (d’asservire al regno della Chiesa) o d’anime già redente, supposte dimoranti presso una lontana “Isola dei Beati”, amena terra promessa ai savi. Il mito d’Ulisse rivivrà tra i missionari cristiani, non per appagare la sete di sapere, attraverso le scoperte, ma per conseguire la redenzione degli uomini, portando le genti del mondo su una pretesa “retta via”. Gli apostoli e i loro discepoli inizieranno l’indottrinamento di ciò che diverrà l’istituzione religiosa del cristianesimo: una professione di fede assoluta quanto inverosimile e indimostrabile, tacciata dai dotti romani come nuova e nociva superstizione. Pietro, in fede sua, ci assicura che gli apostoli furono testimoni oculari dei prodigi effettuati dal Cristo Gesù e che perciò non raccontarono fole, come sono i miti artefatti dei pagani (2 Pt 1, 16 seg.). Pur non avendo avuto il privilegio di vedere Dio Padre, gli apostoli ascoltarono la sua voce che elogiava il Figlio. Il Vangelo, fonte del pensiero unico del cristianesimo, è il metro, parola della Chiesa, per interpretare in modo corretto le profezie dell’Antico Testamento su Gesù, il Cristo atteso. Non è però il senso critico ad ispirare i commentatori dei sacri testi biblici, ma l’arbitraria interpretazione teologica e dottrinaria della Chiesa, avvalorata da pretesi lumi infusi da un evanescente Spirito di Dio.

           Lucio Apulo Daunio


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