INIZIAZIONE
AI SACRI MISTERI
"Rari
e felici i tempi in cui è permesso di pensare ciò che si vuole, e di dire ciò
che si pensa" (Tacito, Historiae, I,1)
LA CRITICA NON CONOSCE TESTI INFALLIBILI (Ernest Renan)
LA CRITICA NON CONOSCE TESTI INFALLIBILI (Ernest Renan)
PARTE PRIMA
I Vangeli
secondo Marco e Giovanni espongono la vicenda dell’uomo-dio Gesù secondo una
visione teologica piuttosto che storica. La narrazione marciana inizia “ex
abrupto”, quando Gesù in piena maturità intraprende il pubblico ministero in
veste di Messia (Christòs), dopo aver ricevuto il battesimo dal profeta
Giovanni Battista (suo parente, secondo la versione di Luca) e l’attestazione
di Figlio di Dio, mediante la discesa dello Spirito Santo durante il sacro
rito. La versione giovannea del vangelo, invece, inizia inneggiando il Verbo di
Dio, fautore della creazione e della missione salvifica.
L’iniziazione
al battesimo rappresenta, nelle religioni misteriche, la rigenerazione in una
nuova dimensione. Nel cristianesimo, tale iniziazione riguarda il passaggio
allo stato di figliolanza divina, generata dallo Spirito di Dio (Gv 1, 12-13).
I due sacri autori nulla riferiscono riguardo al periodo intercorrente tra la
nascita leggendaria di Gesù (narrata dagli evangelisti denominati Matteo e
Luca) e l’inizio del suo ministero in età adulta (durato circa tre anni,
secondo l’evangelista Giovanni, o un anno, secondo i Vangeli sinottici).
L’oscurità che avvolge le origini del cristianesimo induce al mistero.
L’esoterismo dottrinario che ne deriva caratterizza il cristianesimo come via
iniziatica alla conoscenza dell’arcano trascendente. L’iniziazione al
battesimo, in origine, era preceduta da una lunga preparazione del neofita.
Quello per immersione nelle acque del Giordano, impartito dal Battista, mirava
alla purificazione morale in attesa del messia, che avrebbe battezzato con il
fuoco dello Spirito. Forse il Battista intendeva rievocare gli oracoli di
purificazione dalla corruzione morale con il fuoco, citati nell’A.T. (Is 1, 25;
Zc 13, 9). Il dramma cristiano, narrato nei vangeli, si conclude
contrapponendo l’ingloriosa morte dell’eroe con la sua gloriosa ascesa al regno
del Padre, dopo la resurrezione e l’apparizione ai discepoli. Per saperne di
più, riguardo alla biografia di Gesù, occorre compulsare gli autori dei libri
apocrifi, ai quali non difettava l’immaginazione.
Il Vangelo
secondo Marco (Mc 1, 1-8) inizia con un’affermazione apodittica: Gesù è il
Cristo, Figlio di Dio (che potremmo intendere come un ente divino). Tale
dichiarazione, non sostenuta da una valida dimostrazione della figliolanza
spirituale e carnale di Gesù con il Padre celeste e dell’effettiva esistenza
delle due entità divine, richiede un atto di fede da parte del credente. Le
verità fondate sulla fede, ancorché inintelligibili, sono verità che si
presumono rivelate da Dio tramite testimonianze di uomini ispirati. Sono perciò
verità ritenute assolute, non criticabili, valide in ogni tempo e in ogni luogo
(dottrina cattolica). Tali verità, tuttavia, in quanto derivate dalla mente
dell’uomo (non di Dio) in un determinato contesto storico, ancorché sorrette da
pretese divine ispirazioni (2 Timoteo, 3, 16), di cui però fanno fede solamente
la Scrittura e l'autorità della Chiesa riguardo all'attestazione di veridicità,
non possono essere accettate come universali. La fede è credere in ciò che si
spera, ma che essa sia anche prova delle cose che non si vedono (Lettera agli
Ebrei 11, 1), appare evidente solo a chi è imbevuto di fideismo. La fede
religiosa, infatti, si basa sulla credenza in verità concettuali, metafisiche, dogmatiche,
non su verità di fatto, che, peraltro, per quanto siano fondate su metodologie
scientifiche ed abbiano un elevato grado di attendibilità, sono sempre
criticabili e falsificabili. Certe affermazioni di verità, quanto non hanno
riscontro nella realtà, sono illazioni fondate su presupposti illusori. La
credenza religiosa in cose che si ritengono possibili, può trascendere nella
fede in cose che si accettano per vere, indipendentemente dalle prove
empiriche, perché scritte su testi sacralizzati e legittimati, che attestano
entità trascendenti, anche se non verificabili. La fede non ammette il dubbio
(stigmatizzato come tradimento, eresia, ecc.) e può eccedere nel fanatismo e
nella paranoia.
L’evangelista
Marco prosegue il racconto con la drammatica apparizione sulla scena dello
stralunato profeta Giovanni Battista (citato dallo storico ebreo Giuseppe
Flavio in “Antichità giudaiche”), che vagola attraverso le desertiche contrade
della Giudea, predicando il battesimo di penitenza, nell’attesa di un imminente
evento messianico. Si tratta di un rito purificatorio mediante immersione in
“acqua viva”, che libererebbe il corpo dalla contaminazione prodotta dalla
trasgressione alla legge divina. Una colpa, però, non espiabile, secondo
l’ortodossia ebraica del tempo. Tutti gli abitanti della Giudea – parola
sacrosanta di Marco - si fanno battezzare da Giovanni nelle acque del fiume
Giordano, dopo aver ascoltato un predicozzo mistagogico sull’arcano e aver
confessato pubblicamente i propri peccati. L’evangelista, per dimostrare che il
Battista è il precursore di Cristo, cita (impropriamente) la profezia d'Isaia,
mestandola con quella di Malachia (Ml 3, 1). Nei luoghi frequentati dal
Battista viveva, presso Qumran, una comunità di Esseni, un movimento apocalittico
- messianico. Nelle vicinanze di Qumran, infatti, sono stati trovati i c.d.
“Manoscritti del Mar Morto”, attribuiti alla comunità essena, da cui si
rilevano analogie con gli scritti testamentari, atteso il comune contesto
culturale di Esseni e dei discepoli del Battista e del Cristo.
L’evangelista
Matteo (Mt 3, 1-12) apre la scena successiva a quella della leggendaria
Natività, animandola con lo stravagante personaggio del Battista, foriero
dell’imminenza del Regno dei cieli e dell’attuazione dell’attesa messianica.
Egli è intento a svolgere la sua missione nel deserto della Giudea a masse di
penitenti accorsi dalle zone limitrofe. Predica la conversione mediante il
pentimento dei peccati e il battesimo purificatore. Preconizza l’imminenza del
Regno messianico: l’arrivo del Cristo, prossimo a scendere dalle elevate dimore
celesti tra i bassi fondi della terra per liberarla dalle potenze malefiche
(non solo demoni, ma anche membri della corrotta aristocrazia sacerdotale,
collaborazionista degli oppressori e invasori romani). Era di comune credenza,
nella concezione cosmologica di quei tempi, collocare la sede di Dio oltre le
sovrastanti sfere dei sette cieli. Non è credibile che folle di peccatori
giudei accorressero ad ascoltare il santone Giovanni, incamminandosi per una
desolata e assolata regione, dove il termometro spesso supera i quaranta gradi
di calore, allo scopo di implorare il perdono dei loro peccati, mediante un
bagno purificatorio, immergendosi nelle scarse acque del fiume Giordano. Appare
ammissibile supporre che la parola espressa a voce, artefatta con l’uso di
termini minacciosi e apocalittici, suggestioni facilmente menti incolte. Matteo
ricorre ad un artificio per accreditare il Battista: cita la profezia d'Isaia
(Is 40, 3), in cui una voce misteriosa grida di preparare nel deserto la via
del Signore (il Messia liberatore). Questa consuetudine degli evangelisti di
appigliarsi ai passi delle Sacre Scritture giudaiche serve a dimostrare che
l’eroica missione del Cristo Gesù troverebbe riscontro nelle predizioni
scritturistiche di secoli addietro. Matteo descrive il Battista in modo
austero: indossa una veste di peli di cammello (animale impuro per gli ebrei),
stretta ai fianchi da una cintura di pelle, che copre il nudo corpo. La moda
giovannea sarà copiata dai penitenti cristiani e dai frati (come il saio
indossato dai rigorosi francescani cappuccini). Magra è la dieta cui si
sottopone (osservata anche dalla comunità monastica essena di Qumran). Il
dissugato santone, infatti, si nutre esclusivamente di selvatico miele e
di locuste (che a noi fanno rivoltare lo stomaco). Il suo modo di vivere,
all’insegna di un rigido ascetismo, gli procura fama di profeta. Forse Giovanni
condivideva l’ideologia della setta dissidente degli Esseni (stante la sostanziale
somiglianza della sua predicazione con quanto documentano i Manoscritti di
Qumran). Gli Esseni erano in conflitto con la classe politica e sacerdotale dei
Sadducei e con quelle ortodosse degli Scribi e dei Farisei. Gli Esseni, puri
Figli della Luce, si contrapponevano ai tristi Figli delle Tenebre (influenza
del dualismo zoroastriano). Pare si distinguessero in diverse frange, come
quella dei Nazareni e quella degli Zeloti.
Dunque,
secondo Matteo, folle (probabilmente di sfaccendati e sventurati) accorrevano
dai territori circostanti per farsi battezzare da Giovanni, dopo aver
pubblicamente confessato i loro peccati. Per eseguire il rituale del battesimo,
mediante immersione del corpo nell’acqua (rito purificatorio di origine
egiziana impiegato nei culti misterici, in uso presso altri antichi popoli, era
praticato anche dalla comunità essena), Giovanni doveva lasciare il desolato
territorio in cui viveva per portarsi nelle adiacenze del fiume Giordano. Le
sue roventi prediche non risparmiavano Farisei e Sadducei, apostrofati con
insulti viperini: gli uni disprezzati in quanto osservanti fanatici e
formalisti della Legge; gli altri, avversari dei primi, stigmatizzati come
gaudenti e collaborazionisti dell’autorità romana. Anche gli Erodiani,
partigiani dell’autorità ebraica reggente, erano tacciati di corruzione. Gesù,
verosimilmente, discepolo del Battista, prima di iniziare la missione come
Cristo, ne condividerà il giudizio negativo, soprattutto nei confronti dei
Farisei e degli Scribi (cfr. Mt 12, 34). Egli, infatti, minacciandoli con
l’anatema dell’ira divina, intendeva mortificare la loro sicumera, qualora non
si fossero del tutto pentiti e convertiti alla verità del suo vangelo. I giudei
che lo avversavano, invece, lo accusavano di apostasia, giudicando eresia la
sua “buona novella”. Il Battista, al termine del predicozzo strizzacervelli,
dopo aver strapazzato e fustigato a dovere i penitenti, procedeva a nettargli
il corpo e lo spirito con acqua battesimale. Quella rituale cerimonia era
finalizzata al rinnovamento morale interiore (morte rituale dell’uomo vecchio e
rinascita spirituale di quello rinnovato), preparatorio al battesimo di fuoco
inestinguibile, che avrebbe dovuto istituire l’atteso Messia, di cui Giovanni
stava preparando la via nel deserto. Egli, infatti, non si paragonava al
Cristo, non essendo degno nemmeno di portarne i calzari. Sentiva di essere a
lui subordinato, perciò gli stava spianando la strada, limitandosi ad
annunziare l’imminenza del regno di Jahvè. Il Salvatore d’Israele, che il
Battista attendeva, non era il Cristo universale d’epoca costantiniana né
l’agnello sacrificale (hostia = vittima) da immolare sull’ara della
Chiesa per riscattare i peccati del genere umano. L’Unto del Signore predicato
dal Battista sarebbe venuto dopo di lui con la potenza di rigenerare lo spirito
(forse quello dei guerriglieri, tipico dello zelotismo) e restaurare il regno
di Davide a Gerusalemme. Il Battista, dunque, non rivendicava per sé il titolo
di Messia (da intendere in senso politico-religioso), che invece assegnò a
Gesù, quando venne per farsi battezzare, riconoscendo in lui l’Unto del Signore
(primo mistero luminoso, contemplato durante le orazioni cristiane).
Verosimilmente, Giovanni attendeva, come gli Esseni ed altre sette ebraiche, un
liberatore messianico, già annunziato dagli antichi profeti, in vista dei tempi
finali, escatologici. Questi avrebbe dovuto liberare Israele dal dominio
romano, restituendo dignità regale agli Ebrei in Palestina.
Il Vangelo
secondo Luca (Lc 3, 1-20), nel presentare sulla scena la figura drammatica del
Battista, la inquadra storicamente, collocandola al tempo dell’imperatore
Tiberio, quando Ponzio Pilato governava la Giudea (tra il 26 e il 36
dell’era volgare). Erode Antipa, figlio d’Erode il Grande, era tetrarca
(comandante) di Galilea e Perea. Anna e Caifa erano i sommi sacerdoti. In quel
torno di tempo l’asceta Giovanni viveva nel deserto, illudendosi di ascoltare
la parola di Dio. La sua vita piena di stenti dovette contribuire a renderlo
affetto da psicopatie allucinatorie. Percorreva tutta la regione intorno al
fiume Giordano, predicando il suo battesimo di penitenza, sollecitato e
ispirato dalla divina parola (ossia dalle percezioni illusorie prodotte
dall’esaltazione psichica fideistica). In lui - secondo la solita tiritera
degli evangelisti - si realizzava la profezia d’Isaia ed ognuno poteva
finalmente trovare la salvezza. Rude predicatore, non era tenero con le folle,
che accorrevano ad ascoltarlo, prone al pentimento. Inveiva contro i peccatori,
rimbrottava questi e quelli, minacciava l’ira di dio a coloro che non si
convertivano, ingenerando timore e tremore. I giudei erano, secondo la
concezione politico-religiosa del Battista, sulla strada sbagliata, se
credevano sufficiente, per la loro salvezza, l’appartenenza al popolo eletto.
Dovevano invece produrre buoni frutti per non essere recisi dalla scure di Dio
e gettati nel fuoco come arbusti rinsecchiti. Dovevano spartire i loro beni con
i poveri, se cercavano la salvezza. In particolare, chi esercitava il mestiere
di pubblicano (esattore delle tasse per conto dei romani), non avrebbe dovuto
richiedere più del dovuto, ricorrendo all’estorsione (sarebbe stato più consono
esortare i pubblicani a cambiar professione). Chi esercitava il mestiere di
soldato doveva accontentarsi del misero compenso (dunque, niente proteste e
ammutinamenti per rivendicare aumenti salariali contro il carovita); inoltre,
doveva denunciare il vero e non compier violenze (salvo forse quelle
compatibili con l’esercizio della professione guerriera). Tutti si chiedevano,
dopo aver ascoltato i suoi tonanti sermoni, se era lui il messia atteso. Egli,
intuendo i loro pensieri, spiegò che il messia sarebbe venuto dopo e sarebbe
stato superiore e più potente di lui, poiché avrebbe battezzato non solo con
acqua, ma anche con fuoco (c’era di che scottarsi, perdio!). Le impetuose
critiche, con cui il Battista imbastiva il suo predicozzo salvifico, non
risparmiavano nemmeno il tetrarca Erode, accusato di condurre una vita da
scellerato. Egli, infatti, conviveva con Erodiade, moglie del suo fratellastro,
dopo averla sedotta. Erodiade era anche sua nipote, perché era figlia di suo
fratello. Davvero una storia intricata, caratterizzata da adulterio ed incesto.
I due conviventi non gradivano d'essere biasimati “coram populo” ed
essere divenuti oggetto di chiacchiere da parte dei loro sudditi, perciò
decisero d’incarcerare quel mentecatto predicatore che si dava arie da santone.
Tutto il
popolo, parola sacrosanta dell’evangelista Luca, si faceva battezzare da
Giovanni (Lc 3, 21-22). Attratto dalla fama del guru, anche Gesù (suo probabile
parente) scese dalle colline di Galilea per incontrarlo lungo la valle del
fiume Giordano. Raggiuntolo, si fece battezzare (Cristo, dunque, non era
immacolato; forse, in quanto uomo, aveva qualche peccatuccio da farsi
perdonare). Non è dato sapere se il Battista divenne suo discepolo né se lui lo
fu dell’altro. Certo è che, più tardi, crescendo la fama del Cristo Gesù,
Giovanni non lo seguirà. Luca, inoltre, cerca di dimostrare la divinità di Gesù
con un racconto straordinario quanto inverosimile. Una favola da “Mille e una
notte”, dove Alì Babà apre la porta della caverna con la formula magica “apriti
sesamo!”. Durante il rito del battesimo, infatti, mentre Gesù era assorto in
preghiera, il Padre ultraterreno, senza punto ricorrere a formule magiche, aprì
uno squarcio di cielo, dal quale discese nella persona dello Spirito Santo,
padrino del sacro rito d’iniziazione del Figlio al mistero divino. Questa terza
ipostasi dell’uni-trina divinità cristiana, partorita dopo lunghe, estenuanti e
litigiose dispute teologiche e conciliari, apparve nelle sembianze di una
colomba (per una volta tanto, la maschia divinità cristiana si mostra in vesti
femminee, assumendo la forma corporea della femmina del colombo). Dopo la comparsa
dello svolazzante volatile (ossia dell’immortale alato Spirito, nome che in
lingua aramaica è di genere femminile), gli astanti avrebbero udito una voce
tuonante dall’alto, che proclamava il compiacimento di Dio-Padre per il diletto
Dio-Figlio, testimone il Dio Spirito Santo (in veste di madrina). Quanta
paterna tenerezza infonde la sacra famiglia altolocata! Eppure, quella solenne,
divina, pubblica proclamazione non fece notizia. Forse gli spettatori, presi
dallo spavento, restarono ammutoliti per un pezzo, fino a dimenticare del tutto
l’accaduto, ma non gli evangelisti, imbonitori di sacre verità.
L’evangelista
Matteo riporta una diversa versione del battesimo di Gesù (Mt 3, 13-17). Questi
andò incontro a Giovanni Battista, chiedendogli di essere battezzato, ma
l’altro si rifiutò, perché riteneva che Gesù fosse di natura a lui superiore.
Non aveva certamente bisogno di essere battezzato chi presumeva di essere una
divinità, ancorché incarnata nell’umana natura, ma pur sempre immune dal
peccato originale, come la madre terrena immacolata (tale in virtù di un
decreto conciliare), che lo generò. Tra i due santoni, in reciproche
manifestazioni di stima, era Giovanni che maggiormente insisteva nel farsi
battezzare dal Messia Gesù. Questi, però, tagliò corto con le riverenze e le
false modestie, costringendo il parente a predisporlo al sacro rito, conformemente
ai piani prestabiliti dal Padre celeste (del resto, in quanto uomo, non era
anche lui tentato dal peccato?). A Giovanni non restò altro che ubbidire alla
suprema divina volontà. Diede inizio alla procedura del rito, immergendo Gesù
nelle gelide acque del fiume. Apriti cielo! Non uno solo, ma ben tutti e sette
si aprirono. Da uno squarcio discese una colomba, simbolo della divina
investitura del neo-re giudeo (in modo analogo ai racconti pagani, nei quali i
re erano prescelti mediante la discesa d'uccelli). La divinità, come attestano
anche antiche tradizioni, predilige manifestarsi presso fonti, alberi o altari
di pietra. Nel mentre il volatile calava in basso, gli astanti avrebbero udito
l’inconfondibile voce tonante di Dio-Padre. Questi insondabili misteri divini,
che si manifestano con straordinari, inverosimili prodigi, spesso
incomprensibili per l’umana ragione, ma che meraviglia menti incolte,
asservendole al mistero della fede e al dominio della casta clericale, sono
considerate verità incontrovertibili, ancorché non convalidabili con la
concretezza delle prove. La fede accettata acriticamente ottenebra la mente e
spegne il lume della ragione e della concretezza. Paghi, per grazia ricevuta,
del mistero della fede, si beano ad ascoltare astrusi misteri i neo-catecumeni
iniziati alla fede cristiana. Spesso l’integralismo religioso obbliga la
società civile a condividere valori non sempre condivisibili, spesso
storicamente datati.
Il Vangelo
secondo Marco (Mc 1, 9-11), manco a dirlo, favoleggia sull’iniziazione di Gesù
al sacro rito: squarciamento di cieli, discesa della colomba e voce tonante di
Dio sono gli avvenimenti che riempiono il resoconto telegrafico
dell’evangelista. Egli attesta che la folla, presente durante il rito
battesimale, ha visto il prodigio e udito una voce misteriosa proclamare la
divinità di Gesù. Era, ormai, di pubblico dominio che il messia non solo
sarebbe stato un emissario di Dio, ma addirittura, dopo la ricezione dall’alto
dello Spirito Santo, anche il suo diletto Figlio adottivo (la parentela col
Padre, dunque, non sembra essere preesistente, bensì acquisita dopo la discesa
dello Spirito Santo).
L’adozionismo
(concezione che negava la divinità di Gesù, considerandolo figlio adottato da
Dio Padre e provvisto di poteri divini), durante il tempestoso periodo
d’elaborazione del dogma trinitario, fu marchiato d’eresia ed espunto
dall’ortodossia cristiana. Secondo l’eretico Cerinto, a discendere sull’uomo
Gesù sotto forma di colomba non fu lo Spirito Santo (terza ipostasi), ma il Cristo
(seconda ipostasi), da cui Gesù ricevette i lumi per comprendere i divini
misteri del Padre (prima ipostasi). Prima della crocifissione, sempre secondo
Cerinto, il Cristo abbandonò l’uomo Gesù al suo destino. La setta degli
Ebioniti (giudeo-cristiani umili e frugali) credeva che Cristo fosse Figlio di
Dio non per divina, verginale generazione, ma per la sua unione con lo Spirito
Santo durante il rito del battesimo. Prima del rito battesimale di Gesù, solo
la madre Maria e la sua parente Elisabetta furono informate, l’una direttamente
dall’angelo e l’altra su ispirazione dello Spirito Santo, che il nascituro era
nientemeno braccio destro di Dio Padre. Quanto a Maria, lei i segreti del
figlio li conservava nel suo cuore, salvo i momenti d'amnesia (Lc 2, 51). Non è
chiaro se il Battista fosse consapevole dell’identità di Gesù anche prima del
suo battesimo; certo è che, secondo gli evangelisti, egli dubitò di lui anche
dopo. Giuseppe, il padre putativo di Gesù, era stato informato dall’angelo
riguardo alla natura di Cristo. Gli si fece credere che la promessa sposa
concepisse, in congiunzione asessuata con lo Spirito Santo, un figlio
predestinato alla salvezza del popolo eletto (Mt 1, 21). La vita di Gesù,
qualora Erode il Grande, suo re rivale, fosse stato ancora in vita, sarebbe
stata in serio pericolo. Erode, però, era già morto e sepolto (per fortuna dei
cristiani, ma per sventura di chi, dissidente eretico, sarà sottoposto al
martirio dalla trionfante Chiesa di Cristo).
Di diverso
avviso è Paolo, l’apostolo delle genti (cioè, dei non Ebrei), riguardo alla
congiunzione della natura umana di Gesù con quella divina. Egli afferma di dire
sempre il vero, di mentire mai. Nelle sue epistole sostiene che Gesù fu
costituito Figlio di Dio solo dopo la resurrezione dalla morte (Rm 1, 4). I
misteri di Cristo, che non sono stati svelati agli uomini delle passate
generazioni, sono a lui noti in virtù della fulminea rivelazione che ebbe sulla
via per Damasco. Di questo privilegio egli non insuperbisce, perché gli è stato
conficcato un pungiglione nella carne: un emissario di Satana (cioè
un’infermità) che lo schiaffeggia (lo assilla). Anche il povero diavolo è
tenuto a prestar servizio all’Onnipotente! Paolo ci tiene a precisare che
l’incarico ricevuto direttamente da Gesù, durante la visione sulla via per
Damasco, non consiste nel battezzare, ma nel predicare il vangelo che Gesù
stesso gli ha rivelato, perciò non ha bisogno di consultare gli apostoli,
testimoni oculari della parola di Cristo. Egli si sente al contempo: araldo,
apostolo e maestro (cfr. 1 Co 1, 17; 2 Co 12, 7; Ga 1, 1 e 1, 15-16; Ef 3, 3; 2
Tm 1, 10-11). Ignora che l’unico Maestro è Gesù (Mt 23, 8-10). Certo è che,
riguardo ai misteri del Nazareno, neanche lo Spirito Santo, guida degli
evangelisti ed ispiratore di Paolo, ha le idee chiare, posto che, per taluni
attori del dramma cristiano, egli è Figlio di Dio ancor prima del battesimo,
mentre per altri, solo dopo il rito battesimale; per Paolo, invece, occorre
attendere la resurrezione.
Nel Vangelo
giovanneo, invece, non si accenna al rito del battesimo di Gesù, del quale si
esalta tuttavia la grandezza, testimoniata dal Battista, che ha visto (unico
testimone) lo Spirito Santo discendere su di lui, posandosi sul capo (Gv 1, 19
seg.). Questo è il segno che Gesù, a detta dell’evangelista, è Figlio di Dio,
insignito del potere di cancellare i peccati (sarebbe stato più proficuo, per
l’umana gente, se egli avesse portato giustizia in questo mondo disastrato).
Questo è stato rivelato al Battista, quando è stato insignito da Dio
dell’onorata missione di battezzare i penitenti ebrei. Prima di questa
rivelazione, però, il Battista non conosceva Gesù. Mentiva! Non fu proprio il
Battista a riconoscerlo, quando era appena un embrione nel grembo di sua madre
Elisabetta? Non gli rese omaggio, sobbalzando nel ventre materno? Ad ogni modo,
che fosse o non parente di Gesù, dopo la rivelazione dello Spirito Santo, il
Battista è certo di riconoscere in lui il Cristo, emblema del capro espiatorio,
vittima (hostia) da immolare per la salvezza del popolo ebraico.
Giovanni Battista, dunque, termina la sua missione per lasciare il posto a
Gesù? Si fa suo discepolo? Neanche per sogno! Egli, infatti, prosegue la sua
opera di battezzatore, continuando a fare proseliti, che non confluiranno nella
setta dei nazareni, seguaci del nascente divo Gesù, ma daranno avvio ad una
propria corrente religiosa: il mandeismo. Le contraddizioni del cristianesimo
non sono districabili per la ragione umana!
PARTE SECONDA
Un
successivo mitico episodio, narrato nei Vangeli sinottici (Mt 4, 1-11, Mc 1,
12-13, Lc 4, 1-13), successivo al rituale del battesimo, descrive il lungo
ritiro di Gesù nel deserto, finalizzato a conferirgli la dignità messianica per
aver brillantemente superato per tre volte le tentazioni del demonio (è il mito
della prova iniziatica, che l’eroe deve superare per compiere degnamente la sua
missione). Anche Buddha (al secolo Siddhartha), dopo aver lasciato gli asceti,
si ritirò in solitudine, vagando senza meta per le foreste dell’India, finché,
seduto sotto un albero a meditare, ricevette l’illuminazione e la conoscenza
della via da seguire. Il deserto, simbolo di santità e di purificazione,
rifugio per gli ebrei che non volevano contaminarsi con i pagani invasori,
testimonia la fedeltà degli Israeliti, guidati dal condottiero Mosè, al loro
dio Jahvè. La pratica del digiuno, cui Gesù si sottopone nel luogo di
desolazione, gli fa smarrire il senso della realtà, fino a percepire delle
allucinazioni. Dio (un concetto indimostrabile, che designa una verità di
fede), nella persona del Figlio, divenuto uomo pur restando Dio (un’assurdità
concettuale, partorita durante litigiosi consessi teologici), si lascia tentare
da Satana (un angelo decaduto, acerrimo nemico di Dio, spodestato dal Regno dei
cieli ed insignito del titolo di principe terrestre, causa prima del male nel
mondo: un insieme di non-sensi). L’uomo-dio Gesù, però, avendo ricevuto il
battesimo con acqua e fuoco, è sotto l’usbergo dello Spirito Santo. La terza
divina ipostasi, unita al Padre e al Figlio, rappresenta la misteriosa quanto
incomprensibile triade divina, sommamente adorata dai cristiani. Il divino eroe
Gesù, dunque, lasciato Giovanni e i suoi discepoli presso il fiume Giordano,
s’incammina verso il deserto per compiere una prova iniziatica, emblema della
misteriosofia cristiana: un rigoroso ritiro spirituale in solitudine, aggravato
da un assoluto e sconsiderato digiuno per quaranta giorni e notti. Durante il
lungo periodo penitenziale, in compagnia di fiere, è martellato da un
satanasso, che gliene fa di cotte e di crude. Non l’assalgono, per sua fortuna,
né lupi né sciacalli né iene vagolanti per quella desolata landa. Solo il
demonio non gli concede tregua alcuna, tentandolo giorno dopo l’altro, a mano a
mano che i morsi della fame, azzannando l’eroico stomaco di Gesù, gli
ottenebrano la mente con vorticosi abbagli. L’infero seduttore, sovrano del
regno delle anime prave, simbolo delle forze del male contrapposte alle forze
del bene (dualismo), non ha mai sotterrato l’ascia di guerra. Satana, in
verità, in quanto principio divino del male, antagonista di quello del bene, fu
già annunciato dal profeta persiano Zarathustra, prima di diventare il perverso
tentatore dei cristiani. L’austera astinenza dal cibo, cui Gesù si sottopone
per imposizione del Padre celeste, ha lo scopo di temprarlo per l’incipiente
terrena missione di salvatore questuante. Assatanato dai morsi della fame,
tormentato dalla vorace Cariddi, da un ventre forzato ad un insano digiuno, col
Maligno sataneggiante alle calcagna, che si avvale d’infere milizie e astute
malizie, il divo Gesù appare smarrito. Si angoscia nell’ascoltare la voce
insidiosa del Maligno. A che pro - gli sussurra il diavolo - soffrire e
martoriarsi? Non è egli il Figlio di Dio? Non ha il potere di trasformare in
pane le pietre del deserto? All’offerta di cibarie, Gesù resiste con fermezza.
Agli allettamenti del diavolaccio tentatore, risponde, citando la Bibbia, che
non si vive di solo pane, ma anche di spirituale companatico. Il Maligno
tuttavia non demorde. Lo trasporta sulla sommità del Tempio di Gerusalemme e lo
incita a precipitarsi nel vuoto per dimostrare al mondo la sua divina potenza.
Il balzo temerario nel vuoto non può nuocergli, giacché in suo soccorso
accorrerebbero i fedelissimi angeli. Gesù resiste. Ligio ai dettami biblici.
Non cede alle lusinghe dello spregevole aggressore. Il Perfido, però, non si
arrende ancora. Per indurre Gesù a peccare lo trasporta in alto, sopra
un’altura, dove gli mostra la magnificenza di tutti i regni della Terra (che,
essendo rotonda, impediva di vederli tutti). Basta che si prostri ai suoi piedi
e lo adori e tutti quei regni diverrebbero suoi. Gesù non ci casca nel
tranello. Sta scritto che solo Dio, cioè se stesso, deve omaggiare, perciò
scaccia il Perverso. Non vuole più ascoltare sataniche diavolerie. Il
diavolaccio finalmente si rassegna, mette la coda tra le zampe e lascia il
campo libero all’invitto e indomito avversario. Satana certamente sapeva con
chi aveva a che fare e che quel Figlio di Dio non si sarebbe lasciato tentare
neanche come uomo. Perché allora si prestò al gioco? A che pro sprecare tempo
con un essere a lui superiore in potenza? Fu Dio Padre ad obbligarlo a compiere
la satanica missione? Non era in suo potere rifiutarsi? Perché anche Gesù si
prestò al gioco di Satana? Ad ogni modo, il Principe del male ci provò ad
ingannare Gesù, dando fondo a tutte le sue diaboliche risorse, ma fu inutile,
perciò si allontanò da lui per rifarsi con l’umana specie, più propensa a
peccare di quella divina. Intanto, affaticato per la lotta sostenuta, esausto
per il lungo perdurare del digiuno, venne incontro a Gesù una frotta d’angeli
per servirlo e riverirlo. Questo leggendario episodio, secondo l’esegesi
clericale, per un verso vuole prefigurare i prodigi che Cristo è in procinto di
compiere nell’esercizio del ministero tra la sua gente; per un altro verso,
vuole far intendere che il compito del Messia non è politico, ma religioso e
morale. La sua missione, infatti, non consisterà nell’annientamento del domino
dell’impero romano e nel conseguente trionfo militare d’Israele, come
annunciavano esaltati autori di fatidiche apocalissi. Il trionfo di Cristo
sulle malefiche potenze terrestri dovrà avverarsi solo in forza della fede, non
con la distruzione dei nemici per mezzo delle armi (anche se molti di quelli
che stanno ad ascoltarlo credono imminente la manifestazione del regno
messianico di Dio a Gerusalemme, cfr. Lc 19, 11; Gv 10, 22). In realtà, a
trionfare sarà l’esoterica dottrina d’una (poco) santa istituzione clericale,
che sacralizzerà un insulso dramma, rappresentandolo come divina rivelazione.
La presenza del male, personificata da Satana, servirà a giustificare
l’illusione di Dio, il suo essere nel mondo come Redentore misericordioso, per
donare la speranza della fine delle tribolazioni (che continuano però ad
affliggere il genere umano). In verità, è inaudito voler giustificare che Dio
legittimi la presenza del male nel mondo (teodicea) e l’inutile sofferenza che
ne deriva, al fine di redimere l’uomo dal peccato. E’ inaudito concepire la
vita come colpa, accettando la sofferenza come valore.
La
successiva tradizione cristiana, ispirandosi all’esempio di Gesù, istituirà le
pratiche ascetiche, accompagnandole con l’isolamento rituale. Il periodo della
Quaresima penitenziale, in preparazione della Pasqua, si caratterizzerà per la
pratica del digiuno e delle astinenze, accompagnate da preghiere volte a
distogliere la mente dalle distrazioni del mondo per concentrarla sulle cose di
Dio. Il primo monachesimo ascetico, caratterizzato dall’isolamento in luoghi
selvaggi e dalla mortificazione delle passioni naturali, arrivò persino alla
negazione di sé ed all’accettazione della sofferenza per amore di Cristo.
Questi, in verità, ordinò agli apostoli di predicare il vangelo ai popoli del
mondo, non la segregazione nei monasteri o negli eremitaggi. Gli anacoreti,
invece, consacrarono tutta la loro vita a Dio, rifuggendosi nel deserto,
vivendo da eremiti, segregandosi in celle murate o su colonne (stiliti),
mortificando il corpo per esaltare lo spirito. La natura, però, repressa fino
allo spasmo, li castigava: demoni tentatori apparivano loro in tormentose
allucinazioni. Le pratiche di mortificazione corporale (e non solo corporale)
caratterizzeranno il radicalismo dei santi cristiani, propensi ad un’eccessiva
perfezione autolesionista. I mistici eroi, prodotto di un aberrante
cristianesimo, si sottoporranno a dure prove, votandosi persino al martirio.
Combatteranno i loro nemici non con i valori della forza fisica, della
grandezza morale, del disprezzo del pericolo (che caratterizzano gli eroi che
popolano i racconti mitologici), bensì con la violenza indotta dalla
suggestione e dall’esaltazione della fede. Non useranno la clava, al pari del
mitico Ercole, ma la tenacia d’un fanatismo indotto da illusorie credenze
(valga, ad esempio, l’uccisione nel 415 della stimata filosofa Ipazia, martire
pagana del fanatismo monacale, uccisa e straziata su ordine del vescovo Cirillo
d’Alessandria). Anche molte eroine cristiane si dedicheranno al romitaggio,
imitando l’atletica (quanto allo spirito) squadra maschile dei romiti. Le
ascete testimoniarono la loro fede con maschia tempra di milite di Cristo.
Verginità e continenza matrimoniale diverranno valori preminenti nella vita del
fedele, radicandosi nell’encratismo (condanna delle nozze come peccato).
L’amore spirituale per Cristo contagerà molti neofiti (soprattutto donne, che
nella scelta della verginità intravedranno un’alternativa di libertà, rispetto
al modello di vita tradizionale, cui saranno destinate già in età
adolescenziale) e ispirerà storie esemplari (come quelle raccontate
nell’apocrifo “Atti di Paolo e Tecla” del II secolo e, in un diverso contesto
storico, nella “Storia Lausiaca” di Palladio del V sec). Lo zelo religioso
sconfinerà ben presto nel fanatismo, giungendo ad eccessi e intolleranze. Atti
di violenza contro pagani, eretici, ebrei e streghe inizieranno dopo la svolta
costantiniana e quella successiva teodosiana (che, con l’Editto di Tessalonica
del 380, rese il cristianesimo religione ufficiale di stato e sancì l’obbligo
del riposo domenicale per onorare Dio). Subendo l’influenza di Ambrogio,
autoritario vescovo di Milano che aveva un grande ascendente, Teodosio inasprirà
la lotta contro il paganesimo, proibendone i riti. I templi pagani saranno
demoliti, i sacerdoti torturati, gli oracoli saccheggiati, le biblioteche
distrutte, i filosofi perseguitati, i giochi olimpici soppressi e le scuole di
filosofia chiuse (nel 529, su ordine di Giustiniano, le scuole furono poste
sotto il controllo dello stato cristianizzato). E’ l’inizio del triste periodo
del medioevo, caratterizzato dal pensiero unico cristiano. In tempi successivi
la Chiesa istituirà corpi di militi crociati, laici (milites saeculi) e
religiosi di ordine monastico (milites Christi), per combattere gli
islamici e liberare la Terra Santa. Templari e Ospedalieri custodiranno il
Santo Sepolcro e proteggeranno i pellegrini che vi si recavano. Saranno indette
crociate persino contro i cristiani greco-ortodossi e i pagani delle terre
nordiche (per opera di monaci guerrieri dell’Ordine Teutonico). L’eccentricità
dei santi cristiani, ossessionati da deliri, estasi, allucinazioni e
sofferenze, oltre che da comportamenti aberranti, maniaci, psicopatici, avrà
effetti calamitosi. La Chiesa tenderà a reprimere tali manifestazioni,
riservandosi a suo esclusivo profitto la beatificazione e la canonizzazione di
venerabili defunti. Or che i tempi sono cambiati, la Chiesa non arruola più
volentieri, tra le sue leve, i militi “vocati” alla macerazione nel totale,
egoistico, solitario isolamento, proni a perseguire virtù contro-natura, come
l’assoluta castità, l’obbedienza cieca, la povertà estrema. La santità, di cui
la Chiesa continua a pavoneggiarsi, è la maschera dietro la quale cerca di
velare il poco esemplare comportamento, che la non edificante storia criminale
della cristianità documenta. La pubblica confessione dei peccati della Chiesa
(autocritica), finalizzata alla purificazione della memoria e alla richiesta di
perdono per i mali commessi nel passato dai predecessori, non esime i posteri
dalla condanna dei responsabili dei crimini compiuti, non essendo i posteri
autorizzati a richiedere il perdono per conto degli antenati colpevoli dei
crimini compiuti, né alcuno dei posteri ha diritto di sostituirsi all’offeso,
che non c’è più, per assolvere i suoi persecutori: le colpe della Chiesa,
insomma, non si possono cancellare con la maschera di un fittizio perdono, che
può essere chiesto o concesso solo da chi è vivente.
Il numero
quaranta è usato con frequenza nella Bibbia, probabilmente come stereotipo per
indicare un generico, indefinito tempo, non un periodo determinato. Infatti,
come poteva l’uomo Gesù restare nel deserto per tutto quel tempo, senza né
mangiare né bere, soffrendo fame e subendo allucinazioni sataniche? Salvo
tirare in ballo il solito miracolo, neanche Mosè avrebbe potuto resistere così
a lungo sul monte Sinai, nell’attesa che il padreterno gli consegnasse le tavole
della Legge, senza morire per denutrizione o per disidratazione (Es 24,18; 34,
28). Nemmeno il grande profeta Elia avrebbe potuto, senza morire di fame e di
stenti, camminare per quaranta giorni e notti per raggiungere il monte Oreb,
dove si manifestò la parola dell’Altissimo (1 Re 19, 8-9). Inverosimile è la
leggenda del popolo d’Israele che, dopo la liberazione dalla schiavitù in
Egitto, vagolò per il deserto per quaranta anni, cibandosi di manna e di altre
risorse nutritive, prima di poter raggiungere, conquistare e sterminare i
popoli che abitavano nell’agognata terra promessa da Jahvè (Es 16, 35). Dio
solo sa se il diluvio universale (o parziale che fosse) sia effettivamente
durato per quaranta giorni (Gn 7, 4.12.17). In verità, tutti i miti mosaici (caleidoscopici
tòpoi letterari) non hanno valido fondamento storico. Ne consegue che la fede
mosaica, essendo fondata su un groviglio di favole, appare priva di veridicità.
Il
sacramento del battesimo, per immersione o per infusione che sia, è stato considerato
dalla Chiesa, al pari degli altri sacramenti, un atto sacro che impegna il
cristiano nella fede in Cristo Gesù. Il rito del battesimo autorizza l’ingresso
nella Chiesa dei neofiti (come le cerimonie d’iniziazione e i lavacri rituali
delle religioni misteriche pagane). Esso cancella una presunta colpa
originaria: la tara che l’uomo avrebbe ereditato dai suoi primi avi, e
conferisce la grazia, dono di Dio (una specie di passaporto) per transitare nel
suo celeste regno. Il battesimo è somministrato dal clero al momento della
nascita, e in certo qual modo sostituisce il rito ebraico della circoncisione.
Secondo un’infelice teoria elaborata da Agostino, recentemente corretta dalla
Chiesa, le anime dei bimbi morti, non battezzati, subivano la sorte del Limbo,
che non è l’anticamera dell’inferno (locus horridus), ma una sorta di
luogo imprecisato di lieve sofferenza, senza possibilità di accedere al
Paradiso (locus amoenus). Agostino elabora una concezione negativa della
sessualità umana (cfr. I Soliloqui 1, 10), in quanto la ritiene responsabile
della trasmissione di generazione in generazione del peccato di Adamo (cfr. La
Città di Dio, libro 14). Solo Cristo è immacolato, essendo stato concepito in
modo asessuale, senza libidine (cfr. Contro Giuliano 6, 22). Gregorio Magno
rafforzerà il concetto della colpevolezza dell’atto sessuale, anche se compiuto
da coniugi legittimamente sposati (cfr. Epistola ad Agostino di Canterbury). Il
sacramento della cresima, che conferma la piena appartenenza del cristiano al
corpo mistico della Chiesa, è somministrato durante l’adolescenza. La setta
cristiana dei “Battisti” nega l’efficacia del battesimo infantile (una sorta di
cristianizzazione forzata, lesiva della libertà della persona riguardo
all’adesione consapevole ad una fede religiosa) e propugna la necessità di
amministrarlo di nuovo, per libera elezione, una volta raggiunta l’età adulta
(c.d. anabattismo). I cristiani, tramite i sacramenti, instaurano un rapporto
mistico magico con la divinità, cioè con un’entità illusoria, inventata e
vivificata dalla casta sacerdotale a beneficio del proprio tornaconto.
Soggiogati e plagiati dalla formazione religiosa, appresa durante l’infanzia
(cioè durante un periodo critico, quando nella “tabula rasa” della mente
s’imprimono in modo permanente i valori della formazione educativa ricevuta),
persistono a credere nei vacui misteri della fede anche in età adulta.
Gesù si
soffermò per qualche tempo nel territorio della Giudea, predicando il battesimo
di penitenza al pari del Battista. Non lui battezzava, ma i suoi discepoli (Gv
4, 2). Il suo ministero si affermò solo dopo l’imprigionamento e la morte del
Battista. Trasferitosi in Galilea, iniziò la sua missione predicando il
Vangelo, l’annuncio del regno di Dio (Gv 3, 22-24, 4, 1-2, Mt 4, 12-17, Mc 1,
14-15). Il periodo dell’attesa messianica, a suo dire, era finalmente terminato
e il regno di Dio era vicino (terzo mistero luminoso). La speranza
escatologica, dominante nella religiosità giudaica del tempo, era divenuta
certezza per opera sua. Un nuovo periodo stava iniziando, governato dalla
presenza totalitaria della potenza di Dio e della sua Chiesa. In verità, stava
per essere coniato un infelice periodo di “civiltà cristiana”, contraddistinto
per nequizie e malefatte da far crepare d’invidia persino il diavolo. La
Chiesa, trasformata in struttura di potere, si radicalizzò nelle cose del
mondo, perpetrando le condizioni d’ingiustizia e rinunciando a rendere
effettivi i principi di Cristo, ad instaurare il regno di Dio sulla terra, mediante
il radicale mutamento delle coscienze. La logica tomista, fondata
sull’apodittica e sul razionalismo non autocritico, dominerà il pensiero
teologico medievale. Nel silenzio tombale del libero pensiero, durante il lungo
ciclo del medioevo cristiano, si spegnerà l’energia vitale dell’uomo, costretto
a vivere la propria solitudine esistenziale nella rassegnazione e nella
sottomissione alla fede cristiana. Duemila anni di cristianesimo sono trascorsi
invano: oppressioni, repressioni, guerre religiose, colonialismi, sfruttamenti,
schiavismi, ecc., hanno tristemente contrassegnato l’utopia del Regno di Dio.
Quale altra divinità avrà ancora coraggio di rivelarsi agli uomini, dopo
l’evidente fiasco di tutti i numi propinati finora dalle credenze religiose?
Lucio Apulo Daunio
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