martedì 22 febbraio 2011


INIZIAZIONE AI SACRI MISTERI

"Rari e felici i tempi in cui è permesso di pensare ciò che si vuole, e di dire ciò che si pensa" (Tacito, Historiae, I,1)

LA CRITICA NON CONOSCE TESTI INFALLIBILI (Ernest Renan)



PARTE PRIMA

I Vangeli secondo Marco e Giovanni espongono la vicenda dell’uomo-dio Gesù secondo una visione teologica piuttosto che storica. La narrazione marciana inizia “ex abrupto”, quando Gesù in piena maturità intraprende il pubblico ministero in veste di Messia (Christòs), dopo aver ricevuto il battesimo dal profeta Giovanni Battista (suo parente, secondo la versione di Luca) e l’attestazione di Figlio di Dio, mediante la discesa dello Spirito Santo durante il sacro rito. La versione giovannea del vangelo, invece, inizia inneggiando il Verbo di Dio, fautore della creazione e della missione salvifica.

L’iniziazione al battesimo rappresenta, nelle religioni misteriche, la rigenerazione in una nuova dimensione. Nel cristianesimo, tale iniziazione riguarda il passaggio allo stato di figliolanza divina, generata dallo Spirito di Dio (Gv 1, 12-13). I due sacri autori nulla riferiscono riguardo al periodo intercorrente tra la nascita leggendaria di Gesù (narrata dagli evangelisti denominati Matteo e Luca) e l’inizio del suo ministero in età adulta (durato circa tre anni, secondo l’evangelista Giovanni, o un anno, secondo i Vangeli sinottici). L’oscurità che avvolge le origini del cristianesimo induce al mistero. L’esoterismo dottrinario che ne deriva caratterizza il cristianesimo come via iniziatica alla conoscenza dell’arcano trascendente. L’iniziazione al battesimo, in origine, era preceduta da una lunga preparazione del neofita. Quello per immersione nelle acque del Giordano, impartito dal Battista, mirava alla purificazione morale in attesa del messia, che avrebbe battezzato con il fuoco dello Spirito. Forse il Battista intendeva rievocare gli oracoli di purificazione dalla corruzione morale con il fuoco, citati nell’A.T. (Is 1, 25; Zc 13, 9).  Il dramma cristiano, narrato nei vangeli, si conclude contrapponendo l’ingloriosa morte dell’eroe con la sua gloriosa ascesa al regno del Padre, dopo la resurrezione e l’apparizione ai discepoli. Per saperne di più, riguardo alla biografia di Gesù, occorre compulsare gli autori dei libri apocrifi, ai quali non difettava l’immaginazione.

Il Vangelo secondo Marco (Mc 1, 1-8) inizia con un’affermazione apodittica: Gesù è il Cristo, Figlio di Dio (che potremmo intendere come un ente divino). Tale dichiarazione, non sostenuta da una valida dimostrazione della figliolanza spirituale e carnale di Gesù con il Padre celeste e dell’effettiva esistenza delle due entità divine, richiede un atto di fede da parte del credente. Le verità fondate sulla fede, ancorché inintelligibili, sono verità che si presumono rivelate da Dio tramite testimonianze di uomini ispirati. Sono perciò verità ritenute assolute, non criticabili, valide in ogni tempo e in ogni luogo (dottrina cattolica). Tali verità, tuttavia, in quanto derivate dalla mente dell’uomo (non di Dio) in un determinato contesto storico, ancorché sorrette da pretese divine ispirazioni (2 Timoteo, 3, 16), di cui però fanno fede solamente la Scrittura e l'autorità della Chiesa riguardo all'attestazione di veridicità, non possono essere accettate come universali. La fede è credere in ciò che si spera, ma che essa sia anche prova delle cose che non si vedono (Lettera agli Ebrei 11, 1), appare evidente solo a chi è imbevuto di fideismo. La fede religiosa, infatti, si basa sulla credenza in verità concettuali, metafisiche, dogmatiche, non su verità di fatto, che, peraltro, per quanto siano fondate su metodologie scientifiche ed abbiano un elevato grado di attendibilità, sono sempre criticabili e falsificabili. Certe affermazioni di verità, quanto non hanno riscontro nella realtà, sono illazioni fondate su presupposti illusori. La credenza religiosa in cose che si ritengono possibili, può trascendere nella fede in cose che si accettano per vere, indipendentemente dalle prove empiriche, perché scritte su testi sacralizzati e legittimati, che attestano entità trascendenti, anche se non verificabili. La fede non ammette il dubbio (stigmatizzato come tradimento, eresia, ecc.) e può eccedere nel fanatismo e nella paranoia.

L’evangelista Marco prosegue il racconto con la drammatica apparizione sulla scena dello stralunato profeta Giovanni Battista (citato dallo storico ebreo Giuseppe Flavio in “Antichità giudaiche”), che vagola attraverso le desertiche contrade della Giudea, predicando il battesimo di penitenza, nell’attesa di un imminente evento messianico. Si tratta di un rito purificatorio mediante immersione in “acqua viva”, che libererebbe il corpo dalla contaminazione prodotta dalla trasgressione alla legge divina. Una colpa, però, non espiabile, secondo l’ortodossia ebraica del tempo. Tutti gli abitanti della Giudea – parola sacrosanta di Marco - si fanno battezzare da Giovanni nelle acque del fiume Giordano, dopo aver ascoltato un predicozzo mistagogico sull’arcano e aver confessato pubblicamente i propri peccati. L’evangelista, per dimostrare che il Battista è il precursore di Cristo, cita (impropriamente) la profezia d'Isaia, mestandola con quella di Malachia (Ml 3, 1). Nei luoghi frequentati dal Battista viveva, presso Qumran, una comunità di Esseni, un movimento apocalittico - messianico. Nelle vicinanze di Qumran, infatti, sono stati trovati i c.d. “Manoscritti del Mar Morto”, attribuiti alla comunità essena, da cui si rilevano analogie con gli scritti testamentari, atteso il comune contesto culturale di Esseni e dei discepoli del Battista e del Cristo.

L’evangelista Matteo (Mt 3, 1-12) apre la scena successiva a quella della leggendaria Natività, animandola con lo stravagante personaggio del Battista, foriero dell’imminenza del Regno dei cieli e dell’attuazione dell’attesa messianica. Egli è intento a svolgere la sua missione nel deserto della Giudea a masse di penitenti accorsi dalle zone limitrofe. Predica la conversione mediante il pentimento dei peccati e il battesimo purificatore. Preconizza l’imminenza del Regno messianico: l’arrivo del Cristo, prossimo a scendere dalle elevate dimore celesti tra i bassi fondi della terra per liberarla dalle potenze malefiche (non solo demoni, ma anche membri della corrotta aristocrazia sacerdotale, collaborazionista degli oppressori e invasori romani). Era di comune credenza, nella concezione cosmologica di quei tempi, collocare la sede di Dio oltre le sovrastanti sfere dei sette cieli. Non è credibile che folle di peccatori giudei accorressero ad ascoltare il santone Giovanni, incamminandosi per una desolata e assolata regione, dove il termometro spesso supera i quaranta gradi di calore, allo scopo di implorare il perdono dei loro peccati, mediante un bagno purificatorio, immergendosi nelle scarse acque del fiume Giordano. Appare ammissibile supporre che la parola espressa a voce, artefatta con l’uso di termini minacciosi e apocalittici, suggestioni facilmente menti incolte. Matteo ricorre ad un artificio per accreditare il Battista: cita la profezia d'Isaia (Is 40, 3), in cui una voce misteriosa grida di preparare nel deserto la via del Signore (il Messia liberatore). Questa consuetudine degli evangelisti di appigliarsi ai passi delle Sacre Scritture giudaiche serve a dimostrare che l’eroica missione del Cristo Gesù troverebbe riscontro nelle predizioni scritturistiche di secoli addietro. Matteo descrive il Battista in modo austero: indossa una veste di peli di cammello (animale impuro per gli ebrei), stretta ai fianchi da una cintura di pelle, che copre il nudo corpo. La moda giovannea sarà copiata dai penitenti cristiani e dai frati (come il saio indossato dai rigorosi francescani cappuccini). Magra è la dieta cui si sottopone (osservata anche dalla comunità monastica essena di Qumran). Il dissugato santone, infatti, si nutre esclusivamente di selvatico miele e di locuste (che a noi fanno rivoltare lo stomaco). Il suo modo di vivere, all’insegna di un rigido ascetismo, gli procura fama di profeta. Forse Giovanni condivideva l’ideologia della setta dissidente degli Esseni (stante la sostanziale somiglianza della sua predicazione con quanto documentano i Manoscritti di Qumran). Gli Esseni erano in conflitto con la classe politica e sacerdotale dei Sadducei e con quelle ortodosse degli Scribi e dei Farisei. Gli Esseni, puri Figli della Luce, si contrapponevano ai tristi Figli delle Tenebre (influenza del dualismo zoroastriano). Pare si distinguessero in diverse frange, come quella dei Nazareni e quella degli Zeloti.

Dunque, secondo Matteo, folle (probabilmente di sfaccendati e sventurati) accorrevano dai territori circostanti per farsi battezzare da Giovanni, dopo aver pubblicamente confessato i loro peccati. Per eseguire il rituale del battesimo, mediante immersione del corpo nell’acqua (rito purificatorio di origine egiziana impiegato nei culti misterici, in uso presso altri antichi popoli, era praticato anche dalla comunità essena), Giovanni doveva lasciare il desolato territorio in cui viveva per portarsi nelle adiacenze del fiume Giordano. Le sue roventi prediche non risparmiavano Farisei e Sadducei, apostrofati con insulti viperini: gli uni disprezzati in quanto osservanti fanatici e formalisti della Legge; gli altri, avversari dei primi, stigmatizzati come gaudenti e collaborazionisti dell’autorità romana. Anche gli Erodiani, partigiani dell’autorità ebraica reggente, erano tacciati di corruzione. Gesù, verosimilmente, discepolo del Battista, prima di iniziare la missione come Cristo, ne condividerà il giudizio negativo, soprattutto nei confronti dei Farisei e degli Scribi (cfr. Mt 12, 34). Egli, infatti, minacciandoli con l’anatema dell’ira divina, intendeva mortificare la loro sicumera, qualora non si fossero del tutto pentiti e convertiti alla verità del suo vangelo. I giudei che lo avversavano, invece, lo accusavano di apostasia, giudicando eresia la sua “buona novella”. Il Battista, al termine del predicozzo strizzacervelli, dopo aver strapazzato e fustigato a dovere i penitenti, procedeva a nettargli il corpo e lo spirito con acqua battesimale. Quella rituale cerimonia era finalizzata al rinnovamento morale interiore (morte rituale dell’uomo vecchio e rinascita spirituale di quello rinnovato), preparatorio al battesimo di fuoco inestinguibile, che avrebbe dovuto istituire l’atteso Messia, di cui Giovanni stava preparando la via nel deserto. Egli, infatti, non si paragonava al Cristo, non essendo degno nemmeno di portarne i calzari. Sentiva di essere a lui subordinato, perciò gli stava spianando la strada, limitandosi ad annunziare l’imminenza del regno di Jahvè. Il Salvatore d’Israele, che il Battista attendeva, non era il Cristo universale d’epoca costantiniana né l’agnello sacrificale (hostia = vittima) da immolare sull’ara della Chiesa per riscattare i peccati del genere umano. L’Unto del Signore predicato dal Battista sarebbe venuto dopo di lui con la potenza di rigenerare lo spirito (forse quello dei guerriglieri, tipico dello zelotismo) e restaurare il regno di Davide a Gerusalemme. Il Battista, dunque, non rivendicava per sé il titolo di Messia (da intendere in senso politico-religioso), che invece assegnò a Gesù, quando venne per farsi battezzare, riconoscendo in lui l’Unto del Signore (primo mistero luminoso, contemplato durante le orazioni cristiane). Verosimilmente, Giovanni attendeva, come gli Esseni ed altre sette ebraiche, un liberatore messianico, già annunziato dagli antichi profeti, in vista dei tempi finali, escatologici. Questi avrebbe dovuto liberare Israele dal dominio romano, restituendo dignità regale agli Ebrei in Palestina.

Il Vangelo secondo Luca (Lc 3, 1-20), nel presentare sulla scena la figura drammatica del Battista, la inquadra storicamente, collocandola al tempo dell’imperatore Tiberio, quando  Ponzio Pilato governava la Giudea (tra il 26 e il 36 dell’era volgare). Erode Antipa, figlio d’Erode il Grande, era tetrarca (comandante) di Galilea e Perea. Anna e Caifa erano i sommi sacerdoti. In quel torno di tempo l’asceta Giovanni viveva nel deserto, illudendosi di ascoltare la parola di Dio. La sua vita piena di stenti dovette contribuire a renderlo affetto da psicopatie allucinatorie. Percorreva tutta la regione intorno al fiume Giordano, predicando il suo battesimo di penitenza, sollecitato e ispirato dalla divina parola (ossia dalle percezioni illusorie prodotte dall’esaltazione psichica fideistica). In lui - secondo la solita tiritera degli evangelisti - si realizzava la profezia d’Isaia ed ognuno poteva finalmente trovare la salvezza. Rude predicatore, non era tenero con le folle, che accorrevano ad ascoltarlo, prone al pentimento. Inveiva contro i peccatori, rimbrottava questi e quelli, minacciava l’ira di dio a coloro che non si convertivano, ingenerando timore e tremore. I giudei erano, secondo la concezione politico-religiosa del Battista, sulla strada sbagliata, se credevano sufficiente, per la loro salvezza, l’appartenenza al popolo eletto. Dovevano invece produrre buoni frutti per non essere recisi dalla scure di Dio e gettati nel fuoco come arbusti rinsecchiti. Dovevano spartire i loro beni con i poveri, se cercavano la salvezza. In particolare, chi esercitava il mestiere di pubblicano (esattore delle tasse per conto dei romani), non avrebbe dovuto richiedere più del dovuto, ricorrendo all’estorsione (sarebbe stato più consono esortare i pubblicani a cambiar professione). Chi esercitava il mestiere di soldato doveva accontentarsi del misero compenso (dunque, niente proteste e ammutinamenti per rivendicare aumenti salariali contro il carovita); inoltre, doveva denunciare il vero e non compier violenze (salvo forse quelle compatibili con l’esercizio della professione guerriera). Tutti si chiedevano, dopo aver ascoltato i suoi tonanti sermoni, se era lui il messia atteso. Egli, intuendo i loro pensieri, spiegò che il messia sarebbe venuto dopo e sarebbe stato superiore e più potente di lui, poiché avrebbe battezzato non solo con acqua, ma anche con fuoco (c’era di che scottarsi, perdio!). Le impetuose critiche, con cui il Battista imbastiva il suo predicozzo salvifico, non risparmiavano nemmeno il tetrarca Erode, accusato di condurre una vita da scellerato. Egli, infatti, conviveva con Erodiade, moglie del suo fratellastro, dopo averla sedotta. Erodiade era anche sua nipote, perché era figlia di suo fratello. Davvero una storia intricata, caratterizzata da adulterio ed incesto. I due conviventi non gradivano d'essere biasimati “coram populo” ed essere divenuti oggetto di chiacchiere da parte dei loro sudditi, perciò decisero d’incarcerare quel mentecatto predicatore che si dava arie da santone.

Tutto il popolo, parola sacrosanta dell’evangelista Luca, si faceva battezzare da Giovanni (Lc 3, 21-22). Attratto dalla fama del guru, anche Gesù (suo probabile parente) scese dalle colline di Galilea per incontrarlo lungo la valle del fiume Giordano. Raggiuntolo, si fece battezzare (Cristo, dunque, non era immacolato; forse, in quanto uomo, aveva qualche peccatuccio da farsi perdonare). Non è dato sapere se il Battista divenne suo discepolo né se lui lo fu dell’altro. Certo è che, più tardi, crescendo la fama del Cristo Gesù, Giovanni non lo seguirà. Luca, inoltre, cerca di dimostrare la divinità di Gesù con un racconto straordinario quanto inverosimile. Una favola da “Mille e una notte”, dove Alì Babà apre la porta della caverna con la formula magica “apriti sesamo!”. Durante il rito del battesimo, infatti, mentre Gesù era assorto in preghiera, il Padre ultraterreno, senza punto ricorrere a formule magiche, aprì uno squarcio di cielo, dal quale discese nella persona dello Spirito Santo, padrino del sacro rito d’iniziazione del Figlio al mistero divino. Questa terza ipostasi dell’uni-trina divinità cristiana, partorita dopo lunghe, estenuanti e litigiose dispute teologiche e conciliari, apparve nelle sembianze di una colomba (per una volta tanto, la maschia divinità cristiana si mostra in vesti femminee, assumendo la forma corporea della femmina del colombo). Dopo la comparsa dello svolazzante volatile (ossia dell’immortale alato Spirito, nome che in lingua aramaica è di genere femminile), gli astanti avrebbero udito una voce tuonante dall’alto, che proclamava il compiacimento di Dio-Padre per il diletto Dio-Figlio, testimone il Dio Spirito Santo (in veste di madrina). Quanta paterna tenerezza infonde la sacra famiglia altolocata! Eppure, quella solenne, divina, pubblica proclamazione non fece notizia. Forse gli spettatori, presi dallo spavento, restarono ammutoliti per un pezzo, fino a dimenticare del tutto l’accaduto, ma non gli evangelisti, imbonitori di sacre verità.

L’evangelista Matteo riporta una diversa versione del battesimo di Gesù (Mt 3, 13-17). Questi andò incontro a Giovanni Battista, chiedendogli di essere battezzato, ma l’altro si rifiutò, perché riteneva che Gesù fosse di natura a lui superiore. Non aveva certamente bisogno di essere battezzato chi presumeva di essere una divinità, ancorché incarnata nell’umana natura, ma pur sempre immune dal peccato originale, come la madre terrena immacolata (tale in virtù di un decreto conciliare), che lo generò. Tra i due santoni, in reciproche manifestazioni di stima, era Giovanni che maggiormente insisteva nel farsi battezzare dal Messia Gesù. Questi, però, tagliò corto con le riverenze e le false modestie, costringendo il parente a predisporlo al sacro rito, conformemente ai piani prestabiliti dal Padre celeste (del resto, in quanto uomo, non era anche lui tentato dal peccato?). A Giovanni non restò altro che ubbidire alla suprema divina volontà. Diede inizio alla procedura del rito, immergendo Gesù nelle gelide acque del fiume. Apriti cielo! Non uno solo, ma ben tutti e sette si aprirono. Da uno squarcio discese una colomba, simbolo della divina investitura del neo-re giudeo (in modo analogo ai racconti pagani, nei quali i re erano prescelti mediante la discesa d'uccelli). La divinità, come attestano anche antiche tradizioni, predilige manifestarsi presso fonti, alberi o altari di pietra. Nel mentre il volatile calava in basso, gli astanti avrebbero udito l’inconfondibile voce tonante di Dio-Padre. Questi insondabili misteri divini, che si manifestano con straordinari, inverosimili prodigi, spesso incomprensibili per l’umana ragione, ma che meraviglia menti incolte, asservendole al mistero della fede e al dominio della casta clericale, sono considerate verità incontrovertibili, ancorché non convalidabili con la concretezza delle prove. La fede accettata acriticamente ottenebra la mente e spegne il lume della ragione e della concretezza. Paghi, per grazia ricevuta, del mistero della fede, si beano ad ascoltare astrusi misteri i neo-catecumeni iniziati alla fede cristiana. Spesso l’integralismo religioso obbliga la società civile a condividere valori non sempre condivisibili, spesso storicamente datati.

Il Vangelo secondo Marco (Mc 1, 9-11), manco a dirlo, favoleggia sull’iniziazione di Gesù al sacro rito: squarciamento di cieli, discesa della colomba e voce tonante di Dio sono gli avvenimenti che riempiono il resoconto telegrafico dell’evangelista. Egli attesta che la folla, presente durante il rito battesimale, ha visto il prodigio e udito una voce misteriosa proclamare la divinità di Gesù. Era, ormai, di pubblico dominio che il messia non solo sarebbe stato un emissario di Dio, ma addirittura, dopo la ricezione dall’alto dello Spirito Santo, anche il suo diletto Figlio adottivo (la parentela col Padre, dunque, non sembra essere preesistente, bensì acquisita dopo la discesa dello Spirito Santo).

L’adozionismo (concezione che negava la divinità di Gesù, considerandolo figlio adottato da Dio Padre e provvisto di poteri divini), durante il tempestoso periodo d’elaborazione del dogma trinitario, fu marchiato d’eresia ed espunto dall’ortodossia cristiana. Secondo l’eretico Cerinto, a discendere sull’uomo Gesù sotto forma di colomba non fu lo Spirito Santo (terza ipostasi), ma il Cristo (seconda ipostasi), da cui Gesù ricevette i lumi per comprendere i divini misteri del Padre (prima ipostasi). Prima della crocifissione, sempre secondo Cerinto, il Cristo abbandonò l’uomo Gesù al suo destino. La setta degli Ebioniti (giudeo-cristiani umili e frugali) credeva che Cristo fosse Figlio di Dio non per divina, verginale generazione, ma per la sua unione con lo Spirito Santo durante il rito del battesimo. Prima del rito battesimale di Gesù, solo la madre Maria e la sua parente Elisabetta furono informate, l’una direttamente dall’angelo e l’altra su ispirazione dello Spirito Santo, che il nascituro era nientemeno braccio destro di Dio Padre. Quanto a Maria, lei i segreti del figlio li conservava nel suo cuore, salvo i momenti d'amnesia (Lc 2, 51). Non è chiaro se il Battista fosse consapevole dell’identità di Gesù anche prima del suo battesimo; certo è che, secondo gli evangelisti, egli dubitò di lui anche dopo. Giuseppe, il padre putativo di Gesù, era stato informato dall’angelo riguardo alla natura di Cristo. Gli si fece credere che la promessa sposa concepisse, in congiunzione asessuata con lo Spirito Santo, un figlio predestinato alla salvezza del popolo eletto (Mt 1, 21). La vita di Gesù, qualora Erode il Grande, suo re rivale, fosse stato ancora in vita, sarebbe stata in serio pericolo. Erode, però, era già morto e sepolto (per fortuna dei cristiani, ma per sventura di chi, dissidente eretico, sarà sottoposto al martirio dalla trionfante Chiesa di Cristo).

Di diverso avviso è Paolo, l’apostolo delle genti (cioè, dei non Ebrei), riguardo alla congiunzione della natura umana di Gesù con quella divina. Egli afferma di dire sempre il vero, di mentire mai. Nelle sue epistole sostiene che Gesù fu costituito Figlio di Dio solo dopo la resurrezione dalla morte (Rm 1, 4). I misteri di Cristo, che non sono stati svelati agli uomini delle passate generazioni, sono a lui noti in virtù della fulminea rivelazione che ebbe sulla via per Damasco. Di questo privilegio egli non insuperbisce, perché gli è stato conficcato un pungiglione nella carne: un emissario di Satana (cioè un’infermità) che lo schiaffeggia (lo assilla). Anche il povero diavolo è tenuto a prestar servizio all’Onnipotente! Paolo ci tiene a precisare che l’incarico ricevuto direttamente da Gesù, durante la visione sulla via per Damasco, non consiste nel battezzare, ma nel predicare il vangelo che Gesù stesso gli ha rivelato, perciò non ha bisogno di consultare gli apostoli, testimoni oculari della parola di Cristo. Egli si sente al contempo: araldo, apostolo e maestro (cfr. 1 Co 1, 17; 2 Co 12, 7; Ga 1, 1 e 1, 15-16; Ef 3, 3; 2 Tm 1, 10-11). Ignora che l’unico Maestro è Gesù (Mt 23, 8-10). Certo è che, riguardo ai misteri del Nazareno, neanche lo Spirito Santo, guida degli evangelisti ed ispiratore di Paolo, ha le idee chiare, posto che, per taluni attori del dramma cristiano, egli è Figlio di Dio ancor prima del battesimo, mentre per altri, solo dopo il rito battesimale; per Paolo, invece, occorre attendere la resurrezione.

Nel Vangelo giovanneo, invece, non si accenna al rito del battesimo di Gesù, del quale si esalta tuttavia la grandezza, testimoniata dal Battista, che ha visto (unico testimone) lo Spirito Santo discendere su di lui, posandosi sul capo (Gv 1, 19 seg.). Questo è il segno che Gesù, a detta dell’evangelista, è Figlio di Dio, insignito del potere di cancellare i peccati (sarebbe stato più proficuo, per l’umana gente, se egli avesse portato giustizia in questo mondo disastrato). Questo è stato rivelato al Battista, quando è stato insignito da Dio dell’onorata missione di battezzare i penitenti ebrei. Prima di questa rivelazione, però, il Battista non conosceva Gesù. Mentiva! Non fu proprio il Battista a riconoscerlo, quando era appena un embrione nel grembo di sua madre Elisabetta? Non gli rese omaggio, sobbalzando nel ventre materno? Ad ogni modo, che fosse o non parente di Gesù, dopo la rivelazione dello Spirito Santo, il Battista è certo di riconoscere in lui il Cristo, emblema del capro espiatorio, vittima (hostia) da immolare per la salvezza del popolo ebraico. Giovanni Battista, dunque, termina la sua missione per lasciare il posto a Gesù? Si fa suo discepolo? Neanche per sogno! Egli, infatti, prosegue la sua opera di battezzatore, continuando a fare proseliti, che non confluiranno nella setta dei nazareni, seguaci del nascente divo Gesù, ma daranno avvio ad una propria corrente religiosa: il mandeismo. Le contraddizioni del cristianesimo non sono districabili per la ragione umana!




PARTE SECONDA



Un successivo mitico episodio, narrato nei Vangeli sinottici (Mt 4, 1-11, Mc 1, 12-13, Lc 4, 1-13), successivo al rituale del battesimo, descrive il lungo ritiro di Gesù nel deserto, finalizzato a conferirgli la dignità messianica per aver brillantemente superato per tre volte le tentazioni del demonio (è il mito della prova iniziatica, che l’eroe deve superare per compiere degnamente la sua missione). Anche Buddha (al secolo Siddhartha), dopo aver lasciato gli asceti, si ritirò in solitudine, vagando senza meta per le foreste dell’India, finché, seduto sotto un albero a meditare, ricevette l’illuminazione e la conoscenza della via da seguire. Il deserto, simbolo di santità e di purificazione, rifugio per gli ebrei che non volevano contaminarsi con i pagani invasori, testimonia la fedeltà degli Israeliti, guidati dal condottiero Mosè, al loro dio Jahvè. La pratica del digiuno, cui Gesù si sottopone nel luogo di desolazione, gli fa smarrire il senso della realtà, fino a percepire delle allucinazioni. Dio (un concetto indimostrabile, che designa una verità di fede), nella persona del Figlio, divenuto uomo pur restando Dio (un’assurdità concettuale, partorita durante litigiosi consessi teologici), si lascia tentare da Satana (un angelo decaduto, acerrimo nemico di Dio, spodestato dal Regno dei cieli ed insignito del titolo di principe terrestre, causa prima del male nel mondo: un insieme di non-sensi). L’uomo-dio Gesù, però, avendo ricevuto il battesimo con acqua e fuoco, è sotto l’usbergo dello Spirito Santo. La terza divina ipostasi, unita al Padre e al Figlio, rappresenta la misteriosa quanto incomprensibile triade divina, sommamente adorata dai cristiani. Il divino eroe Gesù, dunque, lasciato Giovanni e i suoi discepoli presso il fiume Giordano, s’incammina verso il deserto per compiere una prova iniziatica, emblema della misteriosofia cristiana: un rigoroso ritiro spirituale in solitudine, aggravato da un assoluto e sconsiderato digiuno per quaranta giorni e notti. Durante il lungo periodo penitenziale, in compagnia di fiere, è martellato da un satanasso, che gliene fa di cotte e di crude. Non l’assalgono, per sua fortuna, né lupi né sciacalli né iene vagolanti per quella desolata landa. Solo il demonio non gli concede tregua alcuna, tentandolo giorno dopo l’altro, a mano a mano che i morsi della fame, azzannando l’eroico stomaco di Gesù, gli ottenebrano la mente con vorticosi abbagli. L’infero seduttore, sovrano del regno delle anime prave, simbolo delle forze del male contrapposte alle forze del bene (dualismo), non ha mai sotterrato l’ascia di guerra. Satana, in verità, in quanto principio divino del male, antagonista di quello del bene, fu già annunciato dal profeta persiano Zarathustra, prima di diventare il perverso tentatore dei cristiani. L’austera astinenza dal cibo, cui Gesù si sottopone per imposizione del Padre celeste, ha lo scopo di temprarlo per l’incipiente terrena missione di salvatore questuante. Assatanato dai morsi della fame, tormentato dalla vorace Cariddi, da un ventre forzato ad un insano digiuno, col Maligno sataneggiante alle calcagna, che si avvale d’infere milizie e astute malizie, il divo Gesù appare smarrito. Si angoscia nell’ascoltare la voce insidiosa del Maligno. A che pro - gli sussurra il diavolo - soffrire e martoriarsi? Non è egli il Figlio di Dio? Non ha il potere di trasformare in pane le pietre del deserto? All’offerta di cibarie, Gesù resiste con fermezza. Agli allettamenti del diavolaccio tentatore, risponde, citando la Bibbia, che non si vive di solo pane, ma anche di spirituale companatico. Il Maligno tuttavia non demorde. Lo trasporta sulla sommità del Tempio di Gerusalemme e lo incita a precipitarsi nel vuoto per dimostrare al mondo la sua divina potenza. Il balzo temerario nel vuoto non può nuocergli, giacché in suo soccorso accorrerebbero i fedelissimi angeli. Gesù resiste. Ligio ai dettami biblici. Non cede alle lusinghe dello spregevole aggressore. Il Perfido, però, non si arrende ancora. Per indurre Gesù a peccare lo trasporta in alto, sopra un’altura, dove gli mostra la magnificenza di tutti i regni della Terra (che, essendo rotonda, impediva di vederli tutti). Basta che si prostri ai suoi piedi e lo adori e tutti quei regni diverrebbero suoi. Gesù non ci casca nel tranello. Sta scritto che solo Dio, cioè se stesso, deve omaggiare, perciò scaccia il Perverso. Non vuole più ascoltare sataniche diavolerie. Il diavolaccio finalmente si rassegna, mette la coda tra le zampe e lascia il campo libero all’invitto e indomito avversario. Satana certamente sapeva con chi aveva a che fare e che quel Figlio di Dio non si sarebbe lasciato tentare neanche come uomo. Perché allora si prestò al gioco? A che pro sprecare tempo con un essere a lui superiore in potenza? Fu Dio Padre ad obbligarlo a compiere la satanica missione? Non era in suo potere rifiutarsi? Perché anche Gesù si prestò al gioco di Satana? Ad ogni modo, il Principe del male ci provò ad ingannare Gesù, dando fondo a tutte le sue diaboliche risorse, ma fu inutile, perciò si allontanò da lui per rifarsi con l’umana specie, più propensa a peccare di quella divina. Intanto, affaticato per la lotta sostenuta, esausto per il lungo perdurare del digiuno, venne incontro a Gesù una frotta d’angeli per servirlo e riverirlo. Questo leggendario episodio, secondo l’esegesi clericale, per un verso vuole prefigurare i prodigi che Cristo è in procinto di compiere nell’esercizio del ministero tra la sua gente; per un altro verso, vuole far intendere che il compito del Messia non è politico, ma religioso e morale. La sua missione, infatti, non consisterà nell’annientamento del domino dell’impero romano e nel conseguente trionfo militare d’Israele, come annunciavano esaltati autori di fatidiche apocalissi. Il trionfo di Cristo sulle malefiche potenze terrestri dovrà avverarsi solo in forza della fede, non con la distruzione dei nemici per mezzo delle armi (anche se molti di quelli che stanno ad ascoltarlo credono imminente la manifestazione del regno messianico di Dio a Gerusalemme, cfr. Lc 19, 11; Gv 10, 22). In realtà, a trionfare sarà l’esoterica dottrina d’una (poco) santa istituzione clericale, che sacralizzerà un insulso dramma, rappresentandolo come divina rivelazione. La presenza del male, personificata da Satana, servirà a giustificare l’illusione di Dio, il suo essere nel mondo come Redentore misericordioso, per donare la speranza della fine delle tribolazioni (che continuano però ad affliggere il genere umano). In verità, è inaudito voler giustificare che Dio legittimi la presenza del male nel mondo (teodicea) e l’inutile sofferenza che ne deriva, al fine di redimere l’uomo dal peccato. E’ inaudito concepire la vita come colpa, accettando la sofferenza come valore.

La successiva tradizione cristiana, ispirandosi all’esempio di Gesù, istituirà le pratiche ascetiche, accompagnandole con l’isolamento rituale. Il periodo della Quaresima penitenziale, in preparazione della Pasqua, si caratterizzerà per la pratica del digiuno e delle astinenze, accompagnate da preghiere volte a distogliere la mente dalle distrazioni del mondo per concentrarla sulle cose di Dio. Il primo monachesimo ascetico, caratterizzato dall’isolamento in luoghi selvaggi e dalla mortificazione delle passioni naturali, arrivò persino alla negazione di sé ed all’accettazione della sofferenza per amore di Cristo. Questi, in verità, ordinò agli apostoli di predicare il vangelo ai popoli del mondo, non la segregazione nei monasteri o negli eremitaggi. Gli anacoreti, invece, consacrarono tutta la loro vita a Dio, rifuggendosi nel deserto, vivendo da eremiti, segregandosi in celle murate o su colonne (stiliti), mortificando il corpo per esaltare lo spirito. La natura, però, repressa fino allo spasmo, li castigava: demoni tentatori apparivano loro in tormentose allucinazioni. Le pratiche di mortificazione corporale (e non solo corporale) caratterizzeranno il radicalismo dei santi cristiani, propensi ad un’eccessiva perfezione autolesionista. I mistici eroi, prodotto di un aberrante cristianesimo, si sottoporranno a dure prove, votandosi persino al martirio. Combatteranno i loro nemici non con i valori della forza fisica, della grandezza morale, del disprezzo del pericolo (che caratterizzano gli eroi che popolano i racconti mitologici), bensì con la violenza indotta dalla suggestione e dall’esaltazione della fede. Non useranno la clava, al pari del mitico Ercole, ma la tenacia d’un fanatismo indotto da illusorie credenze (valga, ad esempio, l’uccisione nel 415 della stimata filosofa Ipazia, martire pagana del fanatismo monacale, uccisa e straziata su ordine del vescovo Cirillo d’Alessandria). Anche molte eroine cristiane si dedicheranno al romitaggio, imitando l’atletica (quanto allo spirito) squadra maschile dei romiti. Le ascete testimoniarono la loro fede con maschia tempra di milite di Cristo. Verginità e continenza matrimoniale diverranno valori preminenti nella vita del fedele, radicandosi nell’encratismo (condanna delle nozze come peccato). L’amore spirituale per Cristo contagerà molti neofiti (soprattutto donne, che nella scelta della verginità intravedranno un’alternativa di libertà, rispetto al modello di vita tradizionale, cui saranno destinate già in età adolescenziale) e ispirerà storie esemplari (come quelle raccontate nell’apocrifo “Atti di Paolo e Tecla” del II secolo e, in un diverso contesto storico, nella “Storia Lausiaca” di Palladio del V sec). Lo zelo religioso sconfinerà ben presto nel fanatismo, giungendo ad eccessi e intolleranze. Atti di violenza contro pagani, eretici, ebrei e streghe inizieranno dopo la svolta costantiniana e quella successiva teodosiana (che, con l’Editto di Tessalonica del 380, rese il cristianesimo religione ufficiale di stato e sancì l’obbligo del riposo domenicale per onorare Dio). Subendo l’influenza di Ambrogio, autoritario vescovo di Milano che aveva un grande ascendente, Teodosio inasprirà la lotta contro il paganesimo, proibendone i riti. I templi pagani saranno demoliti, i sacerdoti torturati, gli oracoli saccheggiati, le biblioteche distrutte, i filosofi perseguitati, i giochi olimpici soppressi e le scuole di filosofia chiuse (nel 529, su ordine di Giustiniano, le scuole furono poste sotto il controllo dello stato cristianizzato). E’ l’inizio del triste periodo del medioevo, caratterizzato dal pensiero unico cristiano. In tempi successivi la Chiesa istituirà corpi di militi crociati, laici (milites saeculi) e religiosi di ordine monastico (milites Christi), per combattere gli islamici e liberare la Terra Santa. Templari e Ospedalieri custodiranno il Santo Sepolcro e proteggeranno i pellegrini che vi si recavano. Saranno indette crociate persino contro i cristiani greco-ortodossi e i pagani delle terre nordiche (per opera di monaci guerrieri dell’Ordine Teutonico). L’eccentricità dei santi cristiani, ossessionati da deliri, estasi, allucinazioni e sofferenze, oltre che da comportamenti aberranti, maniaci, psicopatici, avrà effetti calamitosi. La Chiesa tenderà a reprimere tali manifestazioni, riservandosi a suo esclusivo profitto la beatificazione e la canonizzazione di venerabili defunti. Or che i tempi sono cambiati, la Chiesa non arruola più volentieri, tra le sue leve, i militi “vocati” alla macerazione nel totale, egoistico, solitario isolamento, proni a perseguire virtù contro-natura, come l’assoluta castità, l’obbedienza cieca, la povertà estrema. La santità, di cui la Chiesa continua a pavoneggiarsi, è la maschera dietro la quale cerca di velare il poco esemplare comportamento, che la non edificante storia criminale della cristianità documenta. La pubblica confessione dei peccati della Chiesa (autocritica), finalizzata alla purificazione della memoria e alla richiesta di perdono per i mali commessi nel passato dai predecessori, non esime i posteri dalla condanna dei responsabili dei crimini compiuti, non essendo i posteri autorizzati a richiedere il perdono per conto degli antenati colpevoli dei crimini compiuti, né alcuno dei posteri ha diritto di sostituirsi all’offeso, che non c’è più, per assolvere i suoi persecutori: le colpe della Chiesa, insomma, non si possono cancellare con la maschera di un fittizio perdono, che può essere chiesto o concesso solo da chi è vivente.

Il numero quaranta è usato con frequenza nella Bibbia, probabilmente come stereotipo per indicare un generico, indefinito tempo, non un periodo determinato. Infatti, come poteva l’uomo Gesù restare nel deserto per tutto quel tempo, senza né mangiare né bere, soffrendo fame e subendo allucinazioni sataniche? Salvo tirare in ballo il solito miracolo, neanche Mosè avrebbe potuto resistere così a lungo sul monte Sinai, nell’attesa che il padreterno gli consegnasse le tavole della Legge, senza morire per denutrizione o per disidratazione (Es 24,18; 34, 28). Nemmeno il grande profeta Elia avrebbe potuto, senza morire di fame e di stenti, camminare per quaranta giorni e notti per raggiungere il monte Oreb, dove si manifestò la parola dell’Altissimo (1 Re 19, 8-9). Inverosimile è la leggenda del popolo d’Israele che, dopo la liberazione dalla schiavitù in Egitto, vagolò per il deserto per quaranta anni, cibandosi di manna e di altre risorse nutritive, prima di poter raggiungere, conquistare e sterminare i popoli che abitavano nell’agognata terra promessa da Jahvè (Es 16, 35). Dio solo sa se il diluvio universale (o parziale che fosse) sia effettivamente durato per quaranta giorni (Gn 7, 4.12.17). In verità, tutti i miti mosaici (caleidoscopici tòpoi letterari) non hanno valido fondamento storico. Ne consegue che la fede mosaica, essendo fondata su un groviglio di favole, appare priva di veridicità.

Il sacramento del battesimo, per immersione o per infusione che sia, è stato considerato dalla Chiesa, al pari degli altri sacramenti, un atto sacro che impegna il cristiano nella fede in Cristo Gesù. Il rito del battesimo autorizza l’ingresso nella Chiesa dei neofiti (come le cerimonie d’iniziazione e i lavacri rituali delle religioni misteriche pagane). Esso cancella una presunta colpa originaria: la tara che l’uomo avrebbe ereditato dai suoi primi avi, e conferisce la grazia, dono di Dio (una specie di passaporto) per transitare nel suo celeste regno. Il battesimo è somministrato dal clero al momento della nascita, e in certo qual modo sostituisce il rito ebraico della circoncisione. Secondo un’infelice teoria elaborata da Agostino, recentemente corretta dalla Chiesa, le anime dei bimbi morti, non battezzati, subivano la sorte del Limbo, che non è l’anticamera dell’inferno (locus horridus), ma una sorta di luogo imprecisato di lieve sofferenza, senza possibilità di accedere al Paradiso (locus amoenus). Agostino elabora una concezione negativa della sessualità umana (cfr. I Soliloqui 1, 10), in quanto la ritiene responsabile della trasmissione di generazione in generazione del peccato di Adamo (cfr. La Città di Dio, libro 14). Solo Cristo è immacolato, essendo stato concepito in modo asessuale, senza libidine (cfr. Contro Giuliano 6, 22). Gregorio Magno rafforzerà il concetto della colpevolezza dell’atto sessuale, anche se compiuto da coniugi legittimamente sposati (cfr. Epistola ad Agostino di Canterbury). Il sacramento della cresima, che conferma la piena appartenenza del cristiano al corpo mistico della Chiesa, è somministrato durante l’adolescenza. La setta cristiana dei “Battisti” nega l’efficacia del battesimo infantile (una sorta di cristianizzazione forzata, lesiva della libertà della persona riguardo all’adesione consapevole ad una fede religiosa) e propugna la necessità di amministrarlo di nuovo, per libera elezione, una volta raggiunta l’età adulta (c.d. anabattismo). I cristiani, tramite i sacramenti, instaurano un rapporto mistico magico con la divinità, cioè con un’entità illusoria, inventata e vivificata dalla casta sacerdotale a beneficio del proprio tornaconto. Soggiogati e plagiati dalla formazione religiosa, appresa durante l’infanzia (cioè durante un periodo critico, quando nella “tabula rasa” della mente s’imprimono in modo permanente i valori della formazione educativa ricevuta), persistono a credere nei vacui misteri della fede anche in età adulta.

Gesù si soffermò per qualche tempo nel territorio della Giudea, predicando il battesimo di penitenza al pari del Battista. Non lui battezzava, ma i suoi discepoli (Gv 4, 2). Il suo ministero si affermò solo dopo l’imprigionamento e la morte del Battista. Trasferitosi in Galilea, iniziò la sua missione predicando il Vangelo, l’annuncio del regno di Dio (Gv 3, 22-24, 4, 1-2, Mt 4, 12-17, Mc 1, 14-15). Il periodo dell’attesa messianica, a suo dire, era finalmente terminato e il regno di Dio era vicino (terzo mistero luminoso). La speranza escatologica, dominante nella religiosità giudaica del tempo, era divenuta certezza per opera sua. Un nuovo periodo stava iniziando, governato dalla presenza totalitaria della potenza di Dio e della sua Chiesa. In verità, stava per essere coniato un infelice periodo di “civiltà cristiana”, contraddistinto per nequizie e malefatte da far crepare d’invidia persino il diavolo. La Chiesa, trasformata in struttura di potere, si radicalizzò nelle cose del mondo, perpetrando le condizioni d’ingiustizia e rinunciando a rendere effettivi i principi di Cristo, ad instaurare il regno di Dio sulla terra, mediante il radicale mutamento delle coscienze. La logica tomista, fondata sull’apodittica e sul razionalismo non autocritico, dominerà il pensiero teologico medievale. Nel silenzio tombale del libero pensiero, durante il lungo ciclo del medioevo cristiano, si spegnerà l’energia vitale dell’uomo, costretto a vivere la propria solitudine esistenziale nella rassegnazione e nella sottomissione alla fede cristiana. Duemila anni di cristianesimo sono trascorsi invano: oppressioni, repressioni, guerre religiose, colonialismi, sfruttamenti, schiavismi, ecc., hanno tristemente contrassegnato l’utopia del Regno di Dio. Quale altra divinità avrà ancora coraggio di rivelarsi agli uomini, dopo l’evidente fiasco di tutti i numi propinati finora dalle credenze religiose?

                Lucio Apulo Daunio

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