lunedì 21 febbraio 2011


LA LEGGENDA DELLA NATIVITA’ DI GESU’



PARTE PRIMA



La narrazione dei Vangeli prende l’avvio dalla nascita miracolosa di un ebreo, preteso discendente del re Davide, inaudito uomo-dio, mitico eroe di una nuova fede religiosa: il cristianesimo. Egli vive nel nord della Palestina (la terra di Canaan, dove abitava l’antico popolo dei Filistei, prima del conflitto con gli invasori israeliti) durante i primi decenni dell’era volgare (e.v.). Questo periodo storico è caratterizzato da sommovimenti insurrezionali d’ispirazione messianica e apocalittica, suscitati dall’attesa dei giudei di un messia liberatore, restauratore del regno di Jahvè in Gerusalemme, città santa, dimora del regno di Dio sulla terra.

La drammatica vicenda dell’uomo-dio, trascritta in antichi manoscritti in lingua greca e in successive traduzioni, è a noi pervenuta nella redazione degli attuali Vangeli. Questi sacri testi annunciano al mondo la “buona novella”: la nascita di un dio salvatore, collocata in un contesto storico credibile. I redattori dei Vangeli intendono testimoniare, avvalendosi di un linguaggio tra il mistico, il teologico e il simbolico, la missione di un dio fattosi uomo, chiamato Gesù (che significa “Dio è salvezza”). Egli è conosciuto con l’appellativo di “Nazareno” (o “Nazoreo”). Si discute se il titolo di Nazareno (e delle sue varianti) derivi dal villaggio di Nazareth o ha altri significati, dato che non vi sono riscontri archeologici o letterari probanti sull'effettiva esistenza di tale villaggio ai tempi dell’imperatore Augusto. Risale al medioevo l’identificazione dell’attuale omonima città della Galilea con l’antica Nazareth. Quella attuale, però, non si trova su un monte, né vi sono precipizi nelle vicinanze, secondo la descrizione fatta dall'evangelista Luca (Lc 4, 29). “Nazoreo” era il titolo del Maestro di Giustizia della comunità degli Esseni, di cui facevano parte sia il movimento degli Zeloti e l'ala estremista dei Sicari sia la setta dei Nazorei, che annunciavano l'avvento del nuovo Regno di David. I Nazorei sono da identificare con i giudei proto-cristiani, autori di libri apocrifi (quali il Vangelo dei Nazorei, il Vangelo degli Ebioniti, il Vangelo degli Ebrei) pervenutici attraverso le testimonianze dei Padri della Chiesa. “Nazireo” (da “nazar” = consacrato) era il termine con cui si indicava colui che faceva il voto di Nazireato. Il termine ebraico “nezer”, che significa germoglio, virgulto, si riscontra negli oracoli sul messia, annunciati dai profeti Zaccaria (cfr. 3, 8; 6, 12), Geremia (cfr. 23, 5; 33, 15) e Isaia (cfr. 4, 2; 11, 1). Il termine aramaico “nazara” significa “verità”, perciò Nazareno, riferito a Gesù, è “l’uomo della verità”. L’apostolo Paolo proclamerà Gesù “Signore” dell’universo, gloria di Dio Padre (Fil 2, 5-11), disceso dal cielo in terra a miracolo mostrare. Nei Vangeli Gesù è insignito del titolo di “Figlio di Dio” (un’eresia per la religione ebraica, se l’espressione è intesa nel significato di persona divina, anziché in quello di persona eletta da Dio per compiere una missione). In verità, chiunque si lascia guidare dallo Spirito di Dio e accoglie il suo Verbo è figlio di Dio (Gv 1, 12; Rm 8, 14). Gesù è adorato dai suoi epigoni come “Verbo del Padre”, vergine figlio immacolato di una madre sempre vergine e immacolata (concetto estraneo alla tradizione ebraica). In verità, molti sono i personaggi dell’antichità onorati con l’apoteosi o consacrati come figli divini. Gesù, verosimilmente, è solo un uomo (secondo antiche fonti era di brutto aspetto), un profeta taumaturgo, insignito dai suoi epigoni del titolo di Messia (Mashiach = Christos), l’Unto di Jahvè (attributo dei sacri re d’Israele, retaggio di costumi egiziani e babilonesi), atteso dagli ebrei quale liberatore politico (l’idea dell’attesa di un Messia, annunciato da una stella, trova dei precedenti nella religione mazdeista del profeta iranico Zarathustra). Verosimilmente Gesù è un patriota ebreo, seguace del movimento di dissidenza messianica (come quello dei Nazorei o degli Zeloti), favorevole alla ricostruzione politica e spirituale del nuovo regno di Davide sul trono d’Israele. Egli è destinato comunque a diventare un mitico eroe, un dio corrusco, adorno di un’aureola di gloria; perciò si fa generare da un padre di pari luminosità e dignità: l’Altissimo. Una giovane vergine donna, Maria, divinizzata dal Concilio di Efeso nel 431 come Madre di Dio (Theotokos), lo dà miracolosamente alla luce (ricalco del tema ebraico delle nascite miracolose). Maria resta sempre vergine: prima, durante e dopo il parto (dogma sancito dal Concilio di Costantinopoli nel 553). Chi sia effettivamente costui, quali i maggiori suoi e che cosa intenda rappresentare annunciando la “buona novella” (pretesa parola divina, strumentalizzata dagli epigoni di Cristo, istituzionalizzati in sacri poteri), è ineffabile mistero di cui ancora si discute. Gesù è un profeta o un impostore? Se è storicamente esistito, è il mito di un uomo divinizzato, ideato da una élite addetta alla gestione del sacro, o è un personaggio costruito dalla fantasia di una setta ebraica dissidente? Forse è uno zelota messianico, uno dei tanti ribelli di una terra scossa da violente rivolte anti-romane? Forse è uno dei tanti personaggi carismatici, comparsi nella Palestina all'epoca della dominazione romana, sedicenti Messia inviati da Dio per la liberazione d’Israele? Di Gesù, dei suoi miracoli e portenti, della cerchia ristretta degli apostoli, tacciono letterati e storici non cristiani a lui contemporanei. Non ne parlano il meticoloso Plinio il Vecchio, Seneca e il poeta Lucano (suo nipote), Columella (scrittore latino, tribuno di una legione stanziata in Siria nel 34), Quinto Curzio Rufo, Valerio Massimo, Velleio Patercolo (tre storici romani), Appiano (storico alessandrino), Dione Crisostomo (eloquente oratore), Persio (poeta stoico), Plutarco (filosofo greco). Cenni extra-biblici, della cui autenticità si discute, sono riportati nelle opere di testimoni non oculari. Queste fumose notizie su Cristo (la cui morte si crede sia avvenuta negli anni 30 dell’era volgare), da parte di autori non cristiani, potrebbero essere delle mere contraffazioni o delle interpolazioni, apposte nei manoscritti di tali opere durante la traduzione o la riproduzione dai testi originali. Depurando tali testimonianze dalle probabili manomissioni si ottiene un diverso significato, ossia un giudizio negativo su Cristo e i cristiani. Nel libro delle “Antichità giudaiche” di Giuseppe Flavio (nato intorno al 37 dell’era volgare), Cristo è citato come autore di azioni contrarie alla mentalità e agli usi correnti giudaici. Negli “Annali” di Tacito (nato intorno al 56 e.v.) si documenta la diffusione dell’esiziale pratica religiosa dei cristiani ai tempi di Nerone. In un’epistola a Traiano di Plinio il Giovane (nato intorno al 61 e.v.) si evidenziano il successo della propaganda cristiana e la mancanza di un’adeguata legislazione contro una religione ritenuta balorda e smodata. Svetonio (nato intorno al 69 e.v.), nel raccontare la vita dell’imperatore Claudio, accenna ai disordini provocati dai giudei per istigazione di Chrestos, confondendo i giudei con i cristiani e Chrestos con Christus. Può anche darsi che Svetonio intenda riferirsi ad un’altra persona, direttamente responsabile dei disordini a Roma nell'anno 49, quando l’imperatore Claudio emanò il provvedimento di espulsione degli ebrei (con i quali erano confusi i cristiani). Notiamo che Chrestos (che significa “buono”) era l’epiteto ufficiale del divo Giulio Cesare, che si considerava figlio della dea Venere. Con l’affermazione del cristianesimo nel secolo IV, i templi dedicati a Venere e al divo Giulio furono trasformati in chiese in onore della Madonna, madre di Cristo Salvatore. La storia della morte e divinazione di Cristo, peraltro, appare come una trasposizione della morte e divinazione di Cesare. Dunque, sia Tacito, sia Plinio, sia Svetonio reputavano i cristiani dei sediziosi giudei, fomentatori di disordini, nonché propagatori di una funesta e malefica superstizione, non immune da atrocità e con sviluppi vergognosi, perciò passibili di essere processati come ribelli, perché rifiutavano di sottomettersi al potere di Cesare. In un rescritto dell’imperatore Adriano (76-138 e.v.) al console Serviano, si confondono i cristiani d’Egitto con gli adoratori del dio Serapide. Nel Talmud di Babilonia (scritto vero il 100 e.v.) si legge che Gesù era un rivoltoso e che durante il processo a suo carico nessuno lo difese dalle accuse di stregoneria ed apostasia. Incongruente appare la generica citazione ad un re saggio dei giudei, condannato a morte dal suo stesso popolo, riportato nella lettera di Mara bar Serapion (pervenuta nel testo siriaco del VII sec), un ebreo fatto prigioniero dai romani. Nell'opera di Giustino, apologista cristiano (vissuto nella seconda metà del II sec.), si riporta un giudizio negativo su Gesù da parte dei giudei del tempo. Nell'opera dialogica dello scrittore cristiano Minucio Felice (vissuto nel II sec.), si confutano le accuse infamanti verso i cristiani, addotte dal celebre oratore romano Cornelio Frontone nell'orazione contro i cristiani. Nelle opere di Luciano di Samosata (II sec.), s'irride della dottrina dei cristiani, che disprezzano la morte, persuasi di essere immortali e di vivere per l’eternità. Luciano descrive con sarcasmo la figura di un mago palestinese (allusione alla divinità cristiana) che guarisce con incantesimi gli indemoniati dai loro incubi. L'imperatore Marco Aurelio (II sec.) critica il fanatismo dei cristiani, che preferiscono morire piuttosto che venir meno ai propri ideali. Il medico Claudio Galeno (II sec.) riferisce che i cristiani traggono la propria fede dai miti, essendo poco propensi a comprendere con la mente un discorso dimostrativo consequenziale. Le uniche notizie più significative sulla vita (leggendaria) di Gesù, dunque, si trovano nei libri canonici del Nuovo Testamento: un insieme di composizioni composite, scritte in più tempi (per la maggior parte nella seconda metà del I sec.) e con il contributo di diversi autori. Le notizie riportate nei libri apocrifi, relativi al Nuovo Testamento, non sono considerate veritiere dalla Chiesa, in quanto ritenute non ispirate da Dio. I libri canonici del N.T., in vero, si limitano a tracciare pochi riferimenti sulla vita del Cristo Gesù. Non sono testimonianze oculari, ma trascrizioni di antecedenti documenti o di tradizioni orali di memorie tramandate dalle varie comunità, sparse nei territori dell’impero romano, alterate dalla faziosità di testimonianze inattendibili e dall'incertezza dei fatti occorsi. Di fondamentale importanza dottrinaria sono anche le successive decisioni conciliari della Chiesa, come quella sancita dal Concilio di Nicea del 325 (primo ecumenico, presieduto dall'imperatore Costantino, anziché dal papa Silvestro) per contrastare l’eresia di Ario (che negava la pluralità delle persone divine). A Nicea fu sancito il dogma che divinizzò Gesù definendolo consustanziale al Padre celeste, nonostante che Gesù stesso avesse dichiarato che il Padre è più grande di lui (Gv 14, 28), essendo consapevole della lontananza della natura umana dalla perfezione di Dio (Lc 18, 19).




PARTE SECONDA



Secondo l’evangelista Matteo, che si ritiene abbia redatto il Vangelo con l’ausilio della divina ispirazione (2 Tm 3, 16), Gesù è il Cristo, l’Unto del Signore (titolo del re giudeo, consacrato mediante il rito dell’unzione con olio d’oliva e vestito con una rossa tunica). Egli è il Messia regale atteso dal popolo d’Israele (incerta è l’identificazione con il Messia sacerdotale, riformatore religioso, o con il Messia davidico, riformatore politico). Egli è il Salvatore promesso da Dio per bocca dei suoi profeti. La mitologia, invero, abbonda di figli divini, salvatori del mondo, come il dio egiziano degli inferi Osiride (padre di Horus, dio solare partorito in una stalla il 25 dicembre dalla dea vergine Iside), il dio greco Dioniso (che rinasceva bambino dopo essere stato smembrato dai Titani), il frigio Attis (che muore e risorge), il babilonese Marduk (dio creatore, protagonista del “poema della creazione”), l’iranico Mitra (dio solare delle religioni misteriche, partorito da una vergine il 25 dicembre, che ha dodici discepoli, opera miracoli, muore e risorge dopo tre giorni), il dio Krishna (Vishnu) della tradizione Indù (che compie ogni sorta di prodigi), il battriano Zarathustra (che predisse la nascita, la morte e la resurrezione di un salvatore partorito da una vergine, nonché la continuazione della vita dopo la morte e il Giudizio Universale). Gesù, a differenza degli evangelisti, preferisce auto-designarsi con il modesto titolo di “Figlio dell’uomo”, dunque un messia umano, non un semidio né tantomeno un dio. Secondo le profezie dell’Antico Testamento, egli doveva discendere dalla progenie di Davide, re della Giudea, perciò è denominato “Figlio di Davide” (Mc 10, 47). La dimostrazione della discendenza regale di Gesù quale Messia davidico, riportata nel Vangelo secondo Matteo (1, 1-17), si fonda su una pretestuosa genealogia, che inizia da Abramo, il patriarca del popolo eletto, e prosegue con i re della Giudea fino ad arrivare a Giuseppe, il padre putativo di Gesù. Evidente è lo scopo che l’evangelista si prefigge con l’attribuire a Gesù un’ascendenza di stirpe regale: far coincidere la sua nascita con le attese messianiche del giudaismo. Egli, però, cade in contraddizione, posto che Gesù non ha alcun nesso di sangue con la stirpe davidica, essendo figlio di Maria e dello Spirito Santo. Quanto alla promessa divina dell’eterna permanenza della dinastia davidica sul trono d’Israele (attestata in 2 Sam 7, 12-18), questa, come le altre citate profezie messianiche dell’A.T., pur essendo numerose e ritenute provenienti da Dio (2 Pt 1, 21), non appaiono riferibili a Gesù. Quella trascritta in Genesi (49,10) è d’ambigua interpretazione. Quelle del biblico libro “Isaia” (7,14 e 8,3 e 9,5 e 11,1) o sono riferite al periodo dell’esilio del popolo ebraico o sono connesse a tempi già trascorsi. Esse sono dette consolatorie, giacché auspicano la venuta di un re salvatore. La profezia in Numeri (24,17) fa riferimento alla stirpe di Giacobbe e riguarda il messianismo davidico. Quella in Deuteronomio (18, 15.18) è attinente all’istituzione del profetismo. Ugualmente ambigue o “post eventum” sono le profezie riportate in Daniele (7, 13-14; 9, 6. 24-27), in Salmi (2, 72. 89), in Michea (5, 1-3) e in altri luoghi della Scrittura. Di Maria, la sposa di Giuseppe e madre del Cristo Dio Gesù, non si descrive la genealogia che n’attesti la discendenza dalla stirpe davidica. Solo dai vangeli apocrifi apprendiamo che i suoi genitori, Anna e Gioacchino, sono discendenti di Davide e della tribù di Giuda. Di lei si favoleggia il miracoloso concepimento dell’eroe cristiano, novello Ercole in salsa buonista, tramite il soffio fecondante di un dio trinitario nella persona dello Spirito Santo. Maria concepisce e partorisce il Cristo Dio Gesù pur conservando lo stato verginale perpetuo (tale per effetto dei decreti del Concilio Costantinopolitano II del 553 e del Concilio Lateranense del 649). Il padre naturale di Gesù, dunque, non è il carpentiere ebreo Giuseppe. Ne consegue che, stante la non discendenza biologica da Giuseppe e l’inattendibilità della discendenza davidica di Maria, sia la pretesa provenienza di Gesù dalla casa di Davide, sia la sua configurazione con il messia atteso, secondo le antiche profezie, non hanno valido fondamento. L’albero genealogico, inoltre, appare costruito con artificio e caricato di simbolismo. L’evangelista omette alcuni passaggi generazionali. Si avvale della numerologia. Aggiunge alla genealogia patrilineare quattro immorali donne progenitrici: Tamar, una cananea, che si prostituisce al suocero per avere una discendenza (Gn 38); Racab, una meretrice di Gerico, tenutaria di un bordello, giustificata per aver dato ospitalità a due spie inviate da Giosuè (Gs 2); Rut, una moabita (erano vietati i matrimoni misti, cfr Dt 7, 1 seg); Betsabea, l’adultera hittita, moglie d’Uria, concupita dal passionale re Davide (2 Sm 11). L’albero in questione è suddiviso artificiosamente in tre gruppi, ciascuno dei quali comprende quattordici generazioni (i conti, però, non tornano, computando i nomi), ognuna ottenuta con un multiplo di sette: il numero sacro della completezza (sette erano i cieli planetari, sette le note musicali, sette i giorni della creazione, sette i sacramenti, i peccati capitali, le virtù, ecc.). Dunque, anche dal punto di vista legale, appare inattendibile la discendenza davidica di Gesù. L’evangelista Luca (3, 23-38), invece, riporta una differente genealogia. Essa inizia da Giuseppe (figlio di Eli, non di Giacobbe, come riportato dal Vangelo secondo Matteo) e ascende fino a Dio, passando per Davide, Abramo e Adamo. Non concorda con quella di Matteo né per il numero degli antenati né per i nomi indicati (non convincenti sono le soluzioni che spiegano le incongruenze, distinguendo la genealogia legale di Luca, per effetto della legge del levirato, da quella biologica di Matteo). Le due genealogie, avendo l’unico scopo di dare lustro a Gesù, non possono essere affidabili. Questi, in verità, non si vantò mai di appartenere alla casa reale davidica, ancorché i suoi seguaci lo chiamassero “Figlio di Davide”. Proveniva da una modesta famiglia di carpentieri, ben nota ai Nazaretani, che non lo ritenevano figlio unico, conoscendo i suoi fratelli e le sorelle (Mt 13, 55-56). Quanto al re Davide, questi non fu uno stinco di santo, ma un adultero e assassino (2 Sam 11 e 12). Non si conoscono i motivi che hanno indotto gli evangelisti Marco e Giovanni a tacere sull’assurda nascita di Gesù da una donna vergine, ingravidata dallo Spirito Santo. Forse Matteo e Luca (o gli autori che si celano sotto i loro nomi) hanno cercato d’ingigantire la sua figura, saccheggiando leggende e miti sia ebraici sia pagani. Certo è che gli ebrei non furono persuasi, ad eccezione di pochi convertiti, della pretesa messianicità di Gesù, né tanto meno della sua divinità.

Il Vangelo secondo Matteo (Mt 1, 18-25) prosegue la narrazione della Buona Novella con il mitico concepimento asessuale della vergine Maria. Divina magia o cristiana superstitio? La giovinetta era fidanzata con Giuseppe (nel racconto di Luca, invece, già sua sposa). Nel diritto giudaico il fidanzamento si perfezionava con la conduzione della donna a coabitare nel domicilio dell’uomo. Nel periodo di fidanzamento la donna era considerata come moglie e solo dopo tale periodo, con la convivenza, poteva effettuarsi il congiungimento carnale. I due promessi, però, non convivevano ancora, giacché attendevano la celebrazione della festa nuziale. Un giorno, però, Giuseppe si accorse che Maria era incinta. Decise allora di ripudiare l’infedele e non più vergine giovinetta, rimandandola in segreto alla sua famiglia per evitare d’esporla al pubblico oltraggio (avrebbe rischiato di essere accusata di adulterio e condannata alla lapidazione). Rimuginava questi propositi, essendo preoccupato per l’improvvida gravidanza, quando discese dal cielo il “deus ex machina” a risolvere felicemente il dramma cristiano. Un angelo del Signore (forse il solito Gabriele, l’alato messaggero di molte apparizioni, persino di quella a Maometto, cui consegnerà la sacra e venerata Pietra Nera e gli reciterà il Corano) apparve in sogno a Giuseppe per riferirgli che non era stato fatto becco da un uomo, essendo il concepimento di Maria conseguenza della sacra unione (ieros gamos) con lo Spirito Santo (sperma divino), senza reale contatto sessuale. Egli, perciò, doveva accettare quella miracolosa gravidanza e sposare Maria, che da parte sua non aveva alcuna colpa (salvo quella di non aver affatto avvertito Giuseppe dell’annuncio dell’angelo circa il divino concepimento). Il figlio nascituro, inoltre, doveva chiamarlo “Gesù”. Questi era predestinato alla salvezza e redenzione del suo popolo. Il buon vecchio Giuseppe, impressionato dalla percezione illusoria (gli ebrei prestavano fede ai sogni divinatori), si attenne riverentemente alle direttive dall’angelo. Non si accostò al sacro corpo di Maria fino alla nascita del bambinello divino. Possiamo però presumere che in seguito, da buon osservante delle convenzioni ebraiche, egli si sia accoppiato con la giovane sposa, come fanno intendere antichi manoscritti del vangelo in questione. Dunque, dai rapporti intimi tra Giuseppe e la sua giovane sposa, non più vergine, la sacra famiglia, verosimilmente, ebbe altri figli, dopo la nascita del primogenito Gesù (unigenito, secondo la dottrina cristiana). Solo per fede si può credere che Maria rimase sempre vergine: prima, durante e dopo il parto di Gesù (per una coppia ebraica né la verginità né la castità erano virtù praticate, se non nella comunità monastica degli Esseni). Peraltro, se il matrimonio tra Giuseppe e Maria, ancorché consensuale, non è stato consumato, come sostiene la Chiesa, l'unione non può essere considerata né sacramentale né indissolubile. Quanto ai fratelli (Giacomo, Giuseppe, Simone, Giuda) e alle sorelle di Gesù (Mc 3, 31-35 e 6, 3, Mt 12, 46-50 e 13, 54-56, Lc 8, 19-21, Gv 2, 12 e 7, 2-10, At 1, 14, 1Co 9, 5, Ga 1, 19), la Chiesa ritiene che non siano fratelli carnali ma parenti prossimi, cercando così di adattare il testo della Scrittura al dogma della perpetua verginità di Maria (utile sostegno per l’incipiente, deleteria manifestazione di pratiche ascetiche di vergini nel cristianesimo). In verità, nei testi dei manoscritti che ci sono pervenuti in lingua greca (e non nell'originale lingua aramaica o ebraica), è riportato il vocabolo “adelfoi” (= fratelli), non “anepsoi” (= cugino, come in Col 4, 10) e nemmeno “parente” (come in Lc 1, 36.58.61; 2, 44 e in Mc 6, 4). Paolo, del resto, cita un Giacomo “fratello del Signore" (Gal 1, 19).  Il teologo di epoca costantiniana, Eusebio di Cesarea (se gli si vuole dar credito, data la sua fama di storico inattendibile), nella sua “Storia della chiesa”, testimonia non solo l’esistenza di fratelli e nipoti di Gesù, ma anche il coinvolgimento di questa famiglia nella lotta anti-romana. Gesù, peraltro, durante il suo pubblico ministero non fece parola riguardo alla propria divinità ed incarnazione tramite l’utero di una vergine. Di contro, l’evangelista Matteo è ben informato su molti aspetti della vita intima dei due sposi, anche se resta il mistero sulla fonte di queste sue conoscenze, salvo ammettere (senza concedere) che provengono dall'ispirazione divina. L’angelo, che appare in sogno a Giuseppe, ricalca il mito del divino messaggero, che annuncia agli uomini la volontà espressa da una divinità. Nel caso di Giuseppe, Dio, dopo aver ingravidato la sposa, non affronta il legittimo sposo a faccia a faccia, da Dio a uomo, ma gli invia un angelo ad annunciare il (mis)fatto da lui compiuto. Poteva, perlomeno, avvertirlo che per amore dell’umanità dolente intendeva mettere incinta l’immacolata sempre vergine Maria. Del resto, Dio non la concupiva per godere un libidinoso amplesso. Non sospirava come l’infoiato Zeus, quando s’incaponiva per le sue voglie amatorie. Il Padreterno si limitava, con un rapporto a-sessuale, a fecondare una vergine, tramite la quale nascere egli stesso, nella persona del Figlio, assumendo l’umana natura. Scelse (chi sa perché) proprio la sposa promessa a Giuseppe, onorandola come benedetta fra le donne a causa del frutto che fece maturare nel suo seno. In verità, esempi di concepimenti divini si riscontrano non solo nei miti politeisti (come quello della dea Iside, la madonna pagana), ma anche nei racconti dell’Antico Testamento.  Concepimenti miracolosi, tramite donne vergini o sterili, sono la nascita di Sansone (Gdc 13), quella di Samuele (1 Sam 1), quella d’Isacco (Gn 21), quella di Giovanni Battista (Lc 1). La sterile Sara, prima ancora di partorire Isacco per grazia ricevuta alla veneranda età d’anni novanta (l’Altissimo dovette infrangere una legge biologica per esaudirla), pur di dare un figlio ad Abramo, consentì allo sposo di amoreggiare con la schiava Agar, la quale partorì Ismaele, ritenuto capostipite degli Arabi. Tra i molti concepimenti miracolosi narrati dalla mitologia classica, noto è quello di Danae, la figlia vergine d’Acrisio, il re d’Argo, che il padre fece rinchiudere nei sotterranei di una torre, ricoperta di bronzo, per evitare l’infausto responso di un oracolo. Zeus, impietositosi, visitò la giovane reclusa, trasformandosi in pioggia d’oro, e la ingravidò. Dalla mitica unione nacque l’eroe Perseo. Per avvalorare la leggenda della nascita miracolosa dell’eroe Gesù, Matteo cita un passo delle Scritture: la profezia d'Isaia (Is 7, 14-17). L’originario testo d'Isaia, in verità, fa riferimento a una giovinetta, già incinta, e non ha attinenza con la nascita di Gesù, perché il figlio che la donna concepirà e partorirà sarà chiamato Emanuele. Successive assurdità sulla nascita miracolosa di Gesù furono ricamate da scrittori cristiani, mediante fantasiose elucubrazioni. C’era chi sosteneva che Maria fosse stata fecondata dallo Spirito per via auricolare, vuoi perché il soffio divino entrò nel suo ventre attraverso il foro auricolare, vuoi perché Maria concepì prestando orecchio alle parole dell’angelo. C’era chi insisteva sulla veneranda età di Giuseppe e sulla sua naturale impotenza, e chi attribuiva a Maria altri figli e chi a Giuseppe, che li avrebbe avuti da un precedente matrimonio. Di altre sciocchezze scritte in proposito è preferibile sottacere. La Chiesa persino ha voluto (e imposto ai fedeli come dogma) che Maria, vergine consacrata, “ancilla dei”, elevata e accolta in cielo mentre era ancora in vita (dogma dell’Assunzione, decretato nel 1950 da papa Pio XII), sia stata concepita immacolata (senza peccato originale) e sia vissuta senza commettere peccati né mortali né veniali (dogma dell’Immacolata Concezione proclamato da papa Pio IX nel 1854). Annunciazione della miracolosa nascita di Gesù ed Assunzione in cielo della Madonna, la Chiesa imperante festeggia, per l’esultanza dei fedeli, rispettivamente il 25 marzo (cioè nove mesi prima della presunta nascita del Salvatore al 25 dicembre) e il 15 agosto. Secondo una “Toledoth Yeshu” (storia ebraica), Gesù è nato da una relazione adulterina di Maria con il centurione romano Ben Pandera. Se non crediamo ai miracoli, dobbiamo ragionevolmente ammettere che una donna non maritata possa restare incinta in conseguenza di una relazione sessuale, che sia o non sia adulterina.





PARTE TERZA



L’evangelista Luca (1, 1 seg.), pur affermando di aver accuratamente indagato sulla vita di Gesù fin dall’origine, vagliando le notizie desunte sia dalla tradizione che da fonti scritturistiche, al fine di avere esatta conoscenza degli avvenimenti da narrare, segue una metodologia della ricerca storica che non ha nulla di scientifico (e tanto meno d’ispirazione divina). Egli non si esime dall’iniziare il suo Vangelo con racconti leggendari, che servono da spunto a speculazioni mistico-ascetiche. Luca, del resto, non dichiara, come fa il visionario autore dell’Apocalisse, che ciò che scrive gli è stato rivelato direttamente da Dio mediante un suo emissario. Le notizie raccolte da Luca non sono espressioni di una sua conoscenza diretta degli avvenimenti, essendo state apprese attraverso testimonianze che egli assume acriticamente, senza fornire adeguate prove di attendibilità. La scena “lucana” si apre con l’episodio leggendario della visita di un messaggero ultraterreno ad una coppia sterile. Latore della divina ambasciata è il mitico alato arcangelo Gabriele (è un nome teoforo, terminante in El, che significa Dio). Protagonisti dell'episodio sono il sacerdote ebreo Zaccaria e sua moglie Elisabetta, discendente da Aronne (fratello di Mosè). Questa coppia, pia e morigerata, è senza figli, a causa della sterilità (vergognosa per gli ebrei) della moglie (o del marito?). D'età ormai avanzata, i due non speravano più d'avere figli (la pratica dell’adozione aveva scarso utilizzo in Israele). Le vie del Signore, però, sono infinite (e misteriose per l’umana comprensione). Un giorno, mentre Zaccaria stava compiendo le sue funzioni nel Tempio, apparve l’instancabile messo di Dio per annunciargli la nascita miracolosa di un figlio, al quale Zaccaria avrebbe dovuto assegnare il nome di Giovanni. Dio, infatti, aveva finalmente accolto (bontà sua!) le incessanti preghiere di Zaccaria, togliendo il disonore alla coppia sterile mediante una grazia straordinaria (avere una discendenza era ritenuta dagli ebrei una benedizione divina). Il nascituro Giovanni fu riempito di Spirito Santo fin dal seno di sua madre, essendo stato predestinato da Dio a compiere una speciale missione presso il popolo eletto. Egli, precursore del Cristo, condurrà una vita da rigoroso asceta. Esorterà i figli d’Israele a ravvedersi e a riconciliarsi con Dio, nell’attesa di ricevere il messaggio salvifico del Figlio Gesù, il Cristo prossimo venturo. I Giudei, invece, nonostante le buone intenzioni di Dio, si dimostrarono negletti, duri di cuore e di cervice (Mt 19, 8; Mc 10, 5; 16, 14; At 7, 51; Es 33, 3.5), non propensi ad accogliere i due eroi cristiani. Giovanni e Gesù, infatti, non furono ben accetti, perciò furono giustiziati: decollato il primo, crocefisso l’altro. Anche Zaccaria, secondo un’ipotesi accreditata (cfr. “Protovangelo di Giacomo”; cfr. Origene; cfr. Lc 11, 51 e Mt 23, 35, dove si ipotizza che ci sia un errato riferimento o fraintendimento del copista), pare sia stato assassinato nel Tempio, forse a causa della “politica” del figlio Giovanni. Gli eroi cristiani non muoiono di morte naturale.

Zaccaria, dopo aver appreso l’ambasciata, partecipò le sue perplessità all’angelo, data la veneranda età della moglie e sua, perciò gli chiese un segno per avere certezza della promessa di Dio (la sua è una fede condizionata, venata di dubbio, che esige una prova). L’ebbe tosto. Fu reso muto e tale restò fino all'arrivo del giorno in cui nacque il figlio. L’uomo, secondo l’insegnamento della Chiesa, non deve dubitare della parola di Dio, anche quando essa opera in contraddizione con le leggi della natura o appare assurda, giacché a Dio tutto è possibile, anche ciò che la ragione umana ritiene impossibile. In verità, solo una fede inebriante può credere esistente, oltre il mondo reale, un’entità trascendente, immateriale, non verificabile empiricamente, che può agire anche in modo illogico e arbitrario. Le prove, assertive e mai dimostrative, della reale esistenza di un Ente soprannaturale, perfettissimo, causa prima incausata, ordinatrice del mondo e autore della legge morale, si rivelano una proluvie di parole prive di concretezza, che verbosi professionisti della retorica cristiana enunciano, contrassegnandole con il marchio della sacralità. In realtà, niente può esistere senza una causa, neanche Dio, causa del quale è la nostra immaginazione, a sua volta causata dalle nostre sensazioni nell’eterno movimento ciclico della materia. L’anti-cultura magico-religiosa della Chiesa, che predica valori arcaici come attuali e inebria le masse con la mistificazione del sacro e del numinoso durante le esaltazioni religiose dei raduni mistici, collettivi, popolari, denota la pervicacia di un potere volto alla difesa di propri concreti interessi mondani. La colpa di Zaccaria, ad ogni modo, fu di non aver avuto fiducia in Dio oltre i limiti di una comprensibile ragione. La moglie Elisabetta, dopo aver concepito per intervento divino, si tenne nascosta per cinque mesi. Se ne ignora il motivo, tanto più che difficilmente poteva notarsi il suo stato interessante nei primi cinque mesi; ma anche se si fosse notato, non era proprio la gravidanza che avrebbe tolto di dosso ad una donna ebrea la vergogna della sterilità? Trascorsi sei mesi dalla gestazione d'Elisabetta, Maria, vergine sposa di Giuseppe (non promessa consorte, come si attesta nel Vangelo secondo Matteo), dimorante a Nazareth, ricevette la visita dell’arcangelo Gabriele (Lc 1, 26-38), luminoso messaggero stacanovista di Dio, che le annunciò l’incombente divino concepimento (l’Annunciazione, primo mistero gaudioso, si festeggiata il 25 marzo, nove mesi prima della presunta nascita di Gesù). Non è credibile che i due novelli sposi ebrei non abbiano ancora consumato il matrimonio secondo la tradizione, limitandosi a convivere castamente. Sorprende inoltre che l’evangelista Luca, di professione medico, abbia voluto dar credito a certi episodi fantasiosi sulla vita intima delle sacre coppie. Maria, peraltro, non appare impaurita dall’improvvisa apparizione dell’angelo. Si turba invece nell’ascoltare le sue parole misteriose: l’annuncio che darà alla luce un figlio sacrosanto, concepito miracolosamente nel suo grembo (non nella testa, come fece Zeus, quando concepì Atena, o nella coscia, da dove Zeus partorì Dioniso). Egli sarà chiamato Gesù, figlio dell’Altissimo, designato ad incarnarsi nell’umana natura per prendere possesso del trono di Davide e regnare in eterno sulla casa di Giacobbe. La divina Essenza tramuterà l’alterità del suo essere nella sostanza di un uomo per trasformarsi da puro spirito in concreta esistenza, attualizzandosi tramite il concepimento di una donna (il concetto d’incarnazione di Dio fu ritenuto dagli gnostici un insulto all’intelligenza). La prescelta è lei, Maria, immacolata verginella ebrea (cristianizzata dalla Chiesa giubilante come Madonna, Madre di Dio per decreto conciliare). Figuriamoci lo stato d’animo della giovinetta nell’ascoltare le parole dell’arcangelo! Come poteva nascere nel suo grembo il figlio dell’Altissimo, designato a essere re d’Israele, giacché ella non conosceva ancora uomo? In verità, lo conosceva, giacché era maritata con Giuseppe. Il dubbio fece vacillare la fede di Maria nell’Onnipotente. L’arcangelo non si adombrò per la mancanza di fiducia della vergine “Ancilla Domini”; anzi, si mostrò premuroso, informandola che lo Spirito Santo sarebbe venuto a farle visita per ingravidarla, coprendola con l’ombra della potenza divina. Da questo misterioso e soprannaturale connubio sarebbe stato concepito nientemeno che il Figlio di Dio. Dopo aver spiegato come sarebbe rimasta in stato interessante, Gabriele le diede anche un segno concreto della potenza di Dio, quello dell’avvenuto concepimento nella tarda età della sua parente Elisabetta. L’evangelista tace riguardo alla reazione dello sposo di Maria, quando s’accorse che la moglie era incinta (pensando saggiamente di non mettere dito tra moglie e marito). Nulla è impossibile a Dio e neanche alla fantasia di Luca, che s’inventa di sana pianta la parentela tra le due sacre madri, i cui santi figli sono i principali protagonisti del suo racconto. Del resto, non ebbe anche Sara, la moglie d'Abramo, nonostante la sua incredulità, un figlio nella vecchiaia? (Gn 18, 9-15). Maria si sottomette alla volontà di Dio (poteva rifiutarsi?), offrendo il suo ventre al seme divino. Lei, pur dubitando come Zaccaria, non è però castigata come l’altro dal segno di Dio. Riceve persino una prova della potenza dell'Altissimo. La sua fede non è cieca come quella abramitica. Abramo, vassallo di Jahvè, pur prestando fede alla promessa della numerosa discendenza, chiese però un segno a conferma della promessa di una terra per il suo popolo (Gn 15, 4-11). La fede d’Abramo è cieca solo di fronte alla promessa della numerosa discendenza, perciò ubbidisce, senza dubitare, alla richiesta infame di Jahvè d’immolare, secondo un barbaro costume di quei tempi, il suo primogenito Isacco, senza punto preoccuparsi dei diritti della moglie Sara sul figlio (in quei tempi patriarcali la donna era totalmente subordinata alla potestà dell’uomo e dedita esclusivamente alla cura dei figli e del marito). Provata la fedeltà del suo servo ubbidiente, Dio padrone sostituì Isacco con un capro (Gn 22, 1 seg.). In seguito ad un voto, anche Iefte sacrificò la figlia unigenita a Jahvè, che però non mosse un dito, ossia non inviò un angelo per impedirne il sacrificio (Gdc 11, 29 seg.). Invece il re Ezechia, gravemente ammalato, ricevette per il tramite d’Isaia un segno divino, consistente nell’arretramento dell’ombra del sole di dieci gradi sulla meridiana (che comportava il miracolo dell’inversione del moto rotatorio della terra), come prova della promessa di Jahvè, che gli concedeva altri quindici anni di vita (2 Re 20, 1-11; Is 38, 1-8). L’impietoso Jahvè, padrone (per chi ci crede) delle leggi della fisica, esaudì persino la richiesta di Giosuè, fermando il sole (ossia la rotazione terrestre) per consentire al suo pupillo lo sterminio dei nemici (Gs 10, 12-15). Mosè ed Aronne, invece, per aver dubitato di Dio, furono esclusi dall’ingresso nella terra promessa (Nm 20, 1-13; Dt 32, 48-52). Ogni altro commento, a proposito dell’arbitrarietà del dio giudaico-cristiano, appare superfluo.

Resta ancora da chiarire un punto nel racconto di Luca: il mitico regno cristiano, instaurato con l’avvento di Gesù (ma non ancora concretamente realizzato sulla terra), avrà o non avrà fine? Nelle parole annunciate da Gabriele a Maria, esso non avrà mai fine (Lc 1, 33).  Nella profezia di Daniele (Dn 2, 44, 4, 31, 7, 13-14), il regno escatologico sarà eterno e indistruttibile. L’oracolo di Samuele (2 Sam 7, 12-16) annuncia che il regno di Davide e del suo casato sarà eterno. Solo Paolo, l’apostolo delle genti, ha una diversa opinione. Egli sostiene che, con l’avvento della parusia, il Cristo risorto ritornerà sulla terra per regnare fin quando non avrà posto tutti i nemici sotto i suoi piedi. Dopo che tutto avrà sottomesso a lui, egli a sua volta farà atto di sottomissione al Padre, consegnandogli il regno. Paolo così ridimensiona l’eternità del regno escatologico di Gesù (1 Co 15, 23-28). Lui dice il vero, perché è stato reso edotto da Gesù in persona (cioè durante gli stati psicotici allucinatori, di cui pare fosse sofferente). Anche il libro orroroso dell’Apocalisse (Ap 20, 4-6) fantastica su un regno di Cristo sulla terra di durata di mille anni (millenarismo). Non da meno è l’apocrifa apocalittica giudaica, che vagheggia un bengodi escatologico. Possiamo ritenere che Luca (o chi si cela sotto il suo nome), per tessere i fili della trama narrativa, a fini propagandistici, si sia ispirato alle leggende delle Sacre Scritture giudaiche. Dopo la scoperta di un antichissimo frammento del Vangelo greco di Tommaso (Ox. Pap. 654), veniamo a conoscenza che il regno di Dio non si trova nei cieli, residuo di antiche mitologie, ma nella dignità dell’uomo, quindi immanente alla natura umana (umanesimo), alla conoscenza di sé e al processo di secolarizzazione culturale.

Luca (Lc 1, 39-56) prosegue il racconto con la visita (la Visitazione, secondo mistero gaudioso, si festeggiata il 31 maggio) di Maria alla cugina Elisabetta. Questa presunta parente abitava (secondo la tradizione) in Giudea (l’attuale Ain Karim, a circa 15 Km a Ovest di Gerusalemme, distante circa 120 Km da Nazareth, attuale città omonima della Galilea, che la tradizione cristiana ha creduto di riconoscere come patria di Gesù, detto il Nazoreo o Nazareno). Un lungo e avventuroso viaggio per quei tempi. Luca tuttavia non specifica se la giovinetta viaggiò da sola o in compagnia. Stimolata dalla curiosità di appurare la veridicità del segno rivelato dall’angelo, Maria si mise ben presto in viaggio dalla terra di Galilea verso la Giudea. Verosimilmente, possiamo ritenere che il motivo della partenza sia stato quello di celare la gravidanza prima del matrimonio (l’apocrifo “Atti di Pilato” del II secolo riporta tra le accuse fatte a Gesù quella di essere nato da fornicazione). Entrata nella casa di Zaccaria, Maria salutò Elisabetta. Questa manifestò una tale gioia nel vederla, che mandò in brodo di giuggiole il frutto del suo seno, il nascituro Giovanni Battista. Poi, ispirata dallo Spirito Santo, benedì Maria, proclamandola beata per aver creduto alle parole di Dio (in verità, ella dubitò, tanto che l’angelo le diede un segno come prova). Poi estese la benedizione anche al frutto del seno di Maria: il nascituro Gesù (sembra che lo Spirito Santo abbia già fatto il suo dovere, visitando e fecondando la tutta santa immacolata vergine Maria). Elisabetta dichiarò di non essere degna di ricevere cotanto onore: la visita della Madre di Dio! Persino Giovanni gli balzò in seno per la gioia, appena udì il saluto di Maria. Questa pure andò in brodo di giuggiole, dopo aver ascoltato gli omaggi sacrosanti. Ispirata dallo Spirito Santo, Maria inneggiò il “Magnificat” in lode di Dio, ringraziandolo per l’alto onore ricevuto. L’inno, verosimilmente, è un’abile cucitura di citazioni scritturistiche, intessute da un ispirato anonimo maneggiatore del testo evangelico. Dopo essersi scambiate convenevoli e salamelecchi, le due pie donne s’acquietarono. Maria rimase ospite in casa d'Elisabetta per tre mesi; poi ritornò a Nazareth. Luca non fa sapere se partì prima o dopo il parto d'Elisabetta.

Giunto il tempo di partorire, Elisabetta diede alla luce un maschietto. Vicini e parenti si congratularono con lei per il lieto, miracoloso evento. Il bimbo fu portato nel Tempio all’ottavo giorno per il rito della circoncisione e gli fu imposto il nome di Giovanni. Il padre Zaccaria riacquistò improvvisamente la favella e ne fece subito buon uso, inneggiando una lode di ringraziamento a Dio. Sorprende che Luca (o chi per lui) conosca a menadito il “Benedictus”, cantato da Zaccaria al Dio d’Israele, riportandolo passo dopo l’altro. In verità, non ha fatto altro che inventarselo, cucendo abilmente (è una sua specialità) citazioni scritturistiche. Zaccaria, dopo aver terminato di lodare Dio, ispirato dallo Spirito Santo, iniziò a profetare sul Messia, designato a liberare il popolo d’Israele dai suoi nemici. Di suo figlio Giovanni profetizzò che era predestinato a spianare la via all’altro suo eminente parente. I presenti, che lo stavano ascoltando, furono colti da timore reverenziale per la potenza dell’Altissimo. Questi avvenimenti divennero un argomento di discussione in tutta la Giudea (figuriamoci!). Tutti si chiesero quale sarebbe stato il destino di Giovanni. Questi, intanto, cresceva, fortificandosi nello spirito. Adulto, andò a vivere in regioni deserte e inospitali per prepararsi degnamente al compito che l’attendeva. Vivendo da anacoreta e praticando l’ascetismo, Giovanni temprò il corpo e lo spirito. Astinenze e preghiere contrassegnarono la sua quotidiana disciplina di vita. La sua psiche s’infervorò di mistica esaltazione. Durante il suo lungo e forzato isolamento, fu portato a disinteressarsi delle cose del mondo, a distaccarsi dalle passioni, a sopprimere l’istinto umano volto a socializzare e ad intraprendere legami affettivi. Il suo egotismo sfociò nel fanatismo religioso. La sua vita puramente e semplicemente interiore, rivolta esclusivamente alle cose di Dio, sovreccitò l’attività psichica, portandolo ad avere allucinazioni, che egli scambiò per sogni divinatori o per visioni dell’aldilà. L’isolamento rituale, per rigenerare lo spirito, sarà praticato anche da Gesù per un periodo di quaranta giorni. Il cristianesimo, sull’esempio dell’eroe fondatore, istituzionalizzerà questa pratica rituale, che culminerà nella “Devotio moderna”, una tecnica di meditazione praticata da Tommaso da Kempis, e negli “Esercizi spirituali”, un metodo nato dall’esperienza d'Ignazio di Loyola, fondatore della Compagnia di Gesù, le nuove truppe missionarie per la diffusione del dominio della Chiesa nel mondo, gerarchicamente organizzate sotto la guida del “papa nero” e sottoposte all’obbedienza del “papa bianco”. Oggi la finanza globale è la nuova terra di missione della Chiesa, alla cui conquista ha schierato la potente e ricca organizzazione dell’Opus Dei: la prelatura personale fondata nel 1928 dallo spagnolo Josemarìa Escrivà de Balaguer, ideologo fondamentalista, antidemocratico, intollerante, manipolatore delle coscienze (secondo talune testimonianze).

Luca, dopo essersi inventato la parentela tra la famiglia di Giovanni e quella di Gesù, i due santi eroi cristiani, s’ingegna a descrivere il leggendario episodio della nascita del Messia (Lc 2, 1-7). Il suo scopo è dimostrare che Gesù è l’atteso Messia di discendenza davidica. Secondo le profezie delle Antiche Scritture, egli dovrà nascere a Betlemme, in Giudea, luogo natio del re Davide. La famiglia di Gesù, però, vive in Galilea. Luca aggira l’ostacolo col pretesto di un censimento universale (in verità il censimento riguardava solo la Siria e la nuova provincia della Giudea, di cui non faceva parte la Galilea) disposto dall’imperatore romano Ottaviano Augusto a scopo di tassazione. Egli attesta che Giuseppe, appartenente alla schiatta di Davide, originaria di Betlemme, deve recarsi in quella città di origine per adempiere le formalità richieste dal censimento (secondo un uso non storicamente documentato, posto che la tassazione romana riguardava il patrimonio e che Giuseppe non possedeva alcuna proprietà a Betlemme). Betlemme dista circa 150 km da Nazareth e il viaggio attraverso zone collinose con dislivello di circa 400 metri richiedeva, per quei tempi, almeno sette giorni a dorso d’asino. Luca dunque colloca la nascita di Gesù (la cui data è ignota) all’epoca del censimento d’Augusto, risalente al 6 dell’era volgare. Nel Vangelo secondo Matteo (Mt 2, 1), invece, Gesù nasce almeno dieci anni prima, al tempo d'Erode il Grande, l’autore della presunta strage degli innocenti, regnante in Palestina dal 37 al 4 avanti l’era volgare. Non è credibile, inoltre, che l’editto imperiale obblighi la gente (comprese le donne incinte), a spostarsi verso le località dei loro lontani antenati (Davide, infatti, era vissuto mille anni prima di Giuseppe, suo preteso discendente). Ad ogni modo, essendo Maria già incinta e prossima a partorire, urge una sistemazione alberghiera all’arrivo della sacra famiglia a Betlemme. Lo sposo s’affretta a cercare un letto in albergo (cioè, in un caravanserraglio), ma tutti i locali disponibili sono già occupati: il censimento ha richiamato molti forestieri. Giuseppe, nell’imminenza del parto di Maria, trova una sistemazione all’interno di uno stallaggio, presso una mangiatoia. Forse era una grotta, adibita a stalla, annessa ad una locanda. Qui la “vergine incinta” (un non senso) dà alla luce il figlio "primogenito" (terzo mistero gaudioso). Luca, dunque, lascia intendere che non è l’unico figlio. La Chiesa, invece, lo proclamerà figlio unigenito di Dio (così nel “Credo”, la professione di fede cristiana), elevando Maria a simbolo di purezza per non aver mai avuto rapporti sessuali con Giuseppe. Dunque, per la Chiesa, Maria non ha avuto altri figli, oltre a quello, di natura divina, concepito senza conoscere uomo. Il Concilio Laterano nell’anno 649 decreterà Maria sempre vergine, prima durante e dopo il parto miracoloso (cose dell’altro mondo!). La leggenda del bue e dell’asinello (simboli di pazienza e umiltà), che riscaldano con il loro fiato (fetore) il bambinello appena nato in una stalla, appartiene ad una tradizione cristiana apocrifa (Vangelo dello pseudo-Matteo). Una successiva tradizione (risalente a San Francesco d’Assisi) istituirà il presepio: rappresentazione iconografica della leggendaria natività di Gesù, il nuovo dio solare, adornato con l’aureola della gloria. La sua data di nascita è sconosciuta agli evangelisti, non alla Chiesa di Roma, che ha solennemente fissato  il “dies natalis” (simbolico) al 25 dicembre (lo attestano documenti risalenti agli anni 353-354, durante il pontificato di papa Liberio), giorno genetliaco di una divinità pagana (il Sole Invitto: Aton, dio egizio, assimilabile a Mitra, dio persiano, e ad altre consimili divinità solari), che aveva un culto (Elio latria) ampiamente diffuso e la cui festa si celebrava durante il solstizio d’inverno, in concomitanza con i Saturnali (celebrati nella settimana precedente il “dies natalis”). L’imperatore Costantino, oltre a introdurre la settimana di sette giorni e la domenica come giorno di riposo dedicato a Dio, fece coincidere la festività del Natale cristiano con il Natale del “Sol Invictus”, precedentemente introdotto come culto di stato da Aureliano (anno 274). Il filosofo pagano Arnobio, convertito poi al cristianesimo, ironizzò sull’uso di celebrare i compleanni delle divinità. Cristo, nuovo sole nascente, identificato con il “sole di giustizia” dai raggi radiosi (Ml 3, 20), simboleggiato dall’ostensorio, s’impose sul dio dei misteri, Mitra, anch’egli figlio del sole, simbolo della luce, assimilato dai Romani con il greco Dioniso, nato in maniera miracolosa da una vergine. Del resto, gli antichi popoli della terra hanno fatto nascere le loro divinità proprio durante questo periodo per simboleggiare la vittoria della luce sulle tenebre (cioè, quando il sole, dopo il solstizio d’inverno, in cui raggiunge il massimo declino e resta fermo qualche giorno nel suo moto apparente, riprende a crescere verso l’alto fino al solstizio d’estate). Nell’edificazione delle chiese cristiane assunse importanza l’orientamento equinoziale con l’abside rivolto verso la luce del sole al solstizio d’inverno e con la facciata rivolta al tramonto, scalfita da un gran rosone, simbolo della stella natalizia. L’Avvento, le quattro settimane che precedono l’arrivo del Natale, rappresenta nella liturgia cristiana un periodo di penitenza e di meditazione. Dalla leggenda narrata nel Vangelo di Matteo, relativa alla visita dei Re Magi al bambinello divino, è invalso l’uso di scambiarsi doni nel periodo natalizio. Presso i Romani, del resto, era usuale lo scambio di doni durante i Saturnali, che si festeggiavano dal 17 al 24 dicembre. La Chiesa commemora l’adorazione dei re magi a Gesù Bambino nel giorno (6 gennaio) dell’Epifania (intesa come manifestazione della divinità di Gesù al mondo pagano). Nelle Chiese Orientali, che adottano il calendario giuliano, la Natività si festeggia il 7 gennaio. I pagani, invece, celebravano in quel giorno la festa in onore dell’ebbro dio Dioniso (sostituito nel moderno folclore dalla leggendaria befana). Ancora oggi si assiste, durante il Natale, personificato dall’invenzione di Babbo Natale, ad una commistione tra sacro e profano, tra cristianità e paganità. La festa religiosa si confonde con la frenesia disimpegnata e vacanziera (vacanze di Natale). Le strade cittadine sono addobbate con luminarie. I negozi espongono futili mercanzie (i nuovi idoli del consumismo). Le abitazioni si adornano con alberi natalizi (simboli della nascita del Sole Bambino, del Cristo che dona la luce all’umanità) o con la raffigurazione del presepio di tradizione francescana. La smania di comprare qualcosa per sé o per gli altri pervade la gente, indotta dall’attuale sistema economico, improntato sulla crescita, ad avere sempre più bisogni superflui per acquistare sempre più beni di consumo. Il virus del consumismo contamina la sacralità della festa religiosa, compromessa altresì dal paganeggiante e delirante festeggiamento di capodanno (riadattamento della medievale Festa dei Folli), che si annuncia con puerile e sciocca esplosione di “botti”, spesso pericolosi, e di fuochi d’artificio (simbolo della nascita del nuovo Sole) nella notte di San Silvestro, in cui si dà inizio, all’insegna della barbarie, ad un nuovo anno civile (!). Durante le festività (comandate), una stressante euforia pervade la cristiana collettività e s’espande simile ad un contagio epidemico. La dominante tradizione, sacra o pagana che sia, condiziona le persone a conformarsi al clima festoso e disimpegnato. Stucchevoli scambi augurali, luculliane abbuffate, insensate compere, superflui regali e pazzi divertimenti caratterizzano il periodo in questione. Un po’ tutti, volenti o nolenti, sono obbligati all’osservanza di un convenzionale cerimoniale, soggiogati dalla seduzione del voluttuoso clima natalizio. Tutti restano invischiati nella trappola di un rituale festaiolo mascherato da formale senso religioso. Per sfuggire alle grinfie avvolgenti di quest'insensata tradizione occorrerebbe concedersi una vera, riposante vacanza in quei paesi che hanno tradizioni e costumi diversi (sempre che perdurino nell’ormai invadente e pervasiva globalizzazione). Altrimenti, non resta che attendere pazientemente il passaggio della buriana, resistendo agli attacchi del funesto virus di un cristianesimo idolatrico e neo-pagano.

Nel racconto di Luca, la mangiatoia, dove Gesù nasce, si popola con la presenza d’ornamentali figure, che caratterizzerà poi l’aspetto del presepio. Appare fra l’altro l’immagine dei pastori, umile categoria di persone, che si recano a venerare il bambinello (Lc 2, 8-20). Non è una notte invernale. I pastori non stanno accovacciati in qualche anfratto o rifugio, perché vegliano il gregge all’aperto. Dunque è estate. Quindi Gesù non può essere nato in inverno. Un angelo, circonfuso da una luce avvolgente (le divine teofanie sono sempre luminose), appare improvvisamente tra di loro, spaventandoli. Il messo divino li rassicura; poi annuncia un gioioso avvenimento: la nascita dell’atteso Messia, salvatore del popolo d’Israele (anche i miti pagani abbondano di racconti inerenti nascite di dei salvatori da vergini donne). Li esorta a dirigersi nella città di Davide, presso una mangiatoia, in cui giace un bambinello avvolto in fasce. Questo è il segno di riconoscimento per i pastori, non la stella che guida i Re Magi. Non è dato sapere come i pastori abbiano potuto trovare la sacra famiglia tra una gran moltitudine di persone e di bestie, che affollano Betlemme a causa del censimento. L’angelo stesso, che avrebbe potuto accompagnarli, si dilegua subito dopo l’apparizione per far posto ad un’altra visione: una massa d’angeli che discendono dall’alto dei cieli, cantando lodi a Dio (il “Gloria in excelsis Deo”) e augurando pace in terra al popolo eletto. Le divine sette note musicali si diffondono sino al settimo cielo, dando luogo ad un’armonia universale. Svanita anche quest’allucinazione nelle tenebre della notte, Luca rappresenta i pastori in cammino verso Betlemme, impazienti di trovare il bambinello. Dopo averlo rintracciato (Dio sa come!) e visitato, vanno a riferire (non si sa a chi) ciò che loro hanno udito a proposito della sorprendente nascita, meravigliando chi si presta ad ascoltarli (in piena notte, quanti avranno avuto voglia di ascoltare bazzecole?). I pastori, terminata la loro ambasciata, glorificando e lodando Dio, ritornano ad occuparsi delle greggi (sperando che, nel frattempo, non si siano disperse, essendo rimaste incustodite durante la loro assenza). Maria, intanto, terminata la visita dei pastori, medita in cuor suo quegli avvenimenti sublimi. Il suo consorte Giuseppe, che tanto s’è affannato per trovarle una sistemazione per il parto, è del tutto ignorato dall’evangelista. Egli, difatti, appare come semplice comparsa nel dramma allestito sulla vicenda del dio cristiano. L’unico rilievo che gli si concede è di rappresentare la paternità legale di Gesù, quale discendente della regale casa di Davide.

Luca prosegue il racconto, introducendo l’episodio dell’adempimento delle prescrizioni rituali, prescritte dalla Legge mosaica (Es 13, 2, 12-13; 34, 20; Lv 12, Lc 2, 21-38), con alcune imprecisioni che denotano scarsa conoscenza del giudaismo. Gesù è circonciso all’ottavo giorno dalla nascita (Gn 17, 9-14). Molte chiese europee vantano di possedere (o rivendicano di aver posseduto) la miracolosa reliquia del Santo Prepuzio del Bambino Gesù (in Italia si venera a Calcata, presso Orte). Giunto il tempo della purificazione (la puerpera era considerata impura per quaranta giorni dopo il parto di un maschio), Maria si reca al Tempio di Gerusalemme per essere dichiarata monda e consacrare il figlio primogenito al Signore, mediante riscatto (quarto mistero gaudioso). Se Gesù è primogenito, Maria può aver avuto altri figli da Giuseppe, se non si crede al dogma (che non è una prova storica) della perpetua verginità (ante partum, in partu et post partum). Per la Chiesa, invece, Gesù è unigenito, perché figlio unico, generato dal Padre celeste. Terminato il rito del sacrificio purificatorio (la Chiesa, invece, dichiarerà Maria pura e immacolata sin dalla nascita), ecco comparire sulla scena due altri personaggi. L’uno è il pio e giusto Simeone, cui lo Spirito Santo ha rivelato che non sarebbe morto prima di aver visto il Messia, colui che avrebbe consolato (incattivito) Israele. Egli prende in braccio il bambinello, recita una benedizione e profetizza la (triste) sorte del neonato. L’altra protagonista è la profetessa Anna, in età avanzata, tutta chiesa (cioè sinagoga) e poca casa, la quale alla vista del bambinello innalza lodi a Dio per aver inviato il liberatore d’Israele. E’ appena il caso di aggiungere che solo per fede si può dar credito a queste due testimonianze, sicuramente inventate di sana pianta dall’evangelista e smentite dai successivi tragici avvenimenti.




PARTE QUARTA



Nella descrizione del “presepe”, l’evangelista Matteo ignora la presenza degli umili pastori. Rappresenta Gesù come legittimo erede del re Davide, facendolo nascere non nella mangiatoia di una stalla (simbolo di povertà), ma in una casa di Betlemme (dove avrebbe abitato la sacra famiglia, prima di trasferirsi in Galilea). Per non essere da meno di Luca, quanto a inventive, rappresenta sulla scena del “presepe” l’arrivo dei Re Magi dall’oriente per omaggiare il neo-re dei giudei (Mt 2, 1-12). Di costoro s’ipotizza che fossero sacerdoti persiani della religione zoroastriana, maghi (depositari della sapienza esoterica) e astrologi (credevano nell’influsso degli astri sugli eventi umani); ovvero sacerdoti del dio Mitra; o sapienti provenienti dall’Anatolia (il cui termine greco significa oriente); oppure sacerdoti esseni, di tradizione esoterica e dualistica, che attendevano la venuta di un salvatore messianico, che li avrebbe liberati dal giogo pagano. La nuova stella (forse una cometa), che i Magi avevano visto rifulgere nell’alto del cielo, ad oriente, rivelava l’imminente nascita, secondo i loro calcoli, di un gran re dei giudei. L’apparizione di un astro, poiché si riteneva che annunciasse eventi prosperi, era un tema ricorrente nelle biografie delle celebrità dell’antichità (un espediente per dare fama divina a personaggi illustri e a fondatori di religioni). In tempi più vicini ai nostri, la superstizione popolare considererà la cometa come segno divino, simbolo di malaugurio, foriero di disastri (cfr. Bayle, “Pensieri sulla cometa”). Anche per la nascita di Maometto (Muhammad) sarebbe sorta una stella, secondo una leggenda. Già sette secoli prima dell’era volgare, il profeta persiano Zarathustra aveva preannunciato (cfr. l’apocrifo Vangelo Arabo) l’avvento di un Messia. All’arrivo dei Re Magi a Gerusalemme (dopo aver incredibilmente percorso circa 2000 Km: un viaggio di un paio di mesi a dorso di cammello), si sparse la voce che questi erano venuti per venerare un neonato, destinato a diventare un gran re dei giudei. Tutta Gerusalemme fu presa dallo spavento (perché mai si sarebbero dovuti spaventare i gerosolimitani?). Erode, re della Giudea sotto il protettorato romano, appresa la notizia, convocò i dottori delle Sacre Scritture per appurare il luogo nel quale, secondo le antiche profezie, doveva nascere l’intruso, temibile concorrente, neo re liberatore, che avrebbe riscattato gli ebrei dal domino straniero. Avendo saputo che il luogo era Betlemme - secondo quanto riportato da Matteo, che cita una profezia di Malachia (5, 1), adattandola allo scopo - fece chiamare segretamente i Magi per informarsi del tempo in cui era apparsa la stella (la nascita del prodigioso bambinello si stimava coincidente con l’apparizione dell’astro). Dal testo evangelico, però, non risulta che l’astro fosse visibile anche da Gerusalemme. Appurati i fatti, Erode li autorizzò a procedere nel cammino verso Betlemme, incaricandoli di ricercare il bambino prodigio e di avvertirlo appena trovato, affinché anche lui potesse recarsi a riverirlo (in verità, voleva eliminarlo, temendo di essere spodestato dal re dei giudei, essendo egli di stirpe idumea). Guidati dalla stella, che li precedeva (cosa astronomicamente assurda, perché una stella che sorge ad oriente non può precederli nel cammino verso Gerusalemme e Betlemme, situate ad occidente), i Magi, lasciata la reggia di Erode, s’incamminarono alla ricerca del Bambinello. L’astro si fermò (miracolosamente, secondo san Giovanni Crisostomo, autore di violente omelie contro i giudei) proprio sul luogo dove Gesù era nato (la coincidenza dell’arrivo dei Magi con la nascita di Gesù, come rappresentato nei presepi, appare del tutto inverosimile). Vi entrarono con allegrezza e si prostrarono in adorazione davanti al Bambinello, sorvegliato da sua madre (e Giuseppe dov’era?). Poi, dischiusi i loro scrigni, donarono alla sacra famiglia dell’oro (sempre utile ai poveri, ma inopportuno offrirlo alla sacra famiglia, emblema della mitica povertà cristiana), dell’incenso (sostanza odorosa, molto preziosa in quei tempi, usata presso corti e templi orientali per pratiche religiose o come segno di rispetto e di devozione verso la divinità) e della mirra (altro bene prezioso, di pessimo gusto, perché serviva per imbalsamare i morti). I preziosi doni non furono rifiutati. Dopo il cerimoniale dell’adorazione e dell’omaggio al neonato re, i Magi andarono a schiacciare un pisolino, prima di riprendere il viaggio di ritorno. Durante la siesta, furono avvertiti in sogno di non passare da Erode. S’avviarono quindi per un’altra strada, ritornandosene nella loro lontana terra. Successive tradizioni cristiane specificarono che i Magi erano tre (probabilmente, in correlazione con il numero dei doni) e che fossero re (per la preziosità dei regali offerti), attribuendo a ciascuno un nome (Gaspare, Melchiorre e Baldassarre). Quanto alla leggenda della stella cometa, annunciante la nascita di Gesù, è verosimile che sia stata desunta da un oracolo messianico (cfr Nm 24, 17).  Ciò che appare incredibile è che si continui ancora a credere vera questa favola della stella di natale, rappresentata ancora nei presepi, che sorge ad oriente e s’avvia verso occidente (impossibile, secondo l’astronomia, anche per l’onnipotente Dio), guidando i Magi astrologi fin sul luogo in cui si trova il neonato re dei Giudei, fermandosi proprio sopra la sua casa (o stalla che sia). Ciò appare del tutto inverosimile.

Il susseguente episodio di Matteo descrive le vicende della fuga in Egitto della sacra famiglia e del successivo ritorno della stessa (Mt 2,13-23). Del tutto pretestuoso è il riferimento alla profezia d’Isaia (11,1). Motivo della fuga è la strage degli “innocenti”, ordinata da Erode (simbolo del terrore). Questi, resosi conto di essere stato ingannato dai Magi, montò su tutte le furie. Per togliere di mezzo il neonato re, ordinò ai suoi sgherri di uccidere tutti i bambini di Betlemme e dintorni con meno di due anni d’età. Il tempo indicato dai Magi, relativo alla nascita di Gesù, poteva approssimativamente essere retrodatato di un paio d’anni (dunque, avrebbe potuto avere già due anni di età, allorquando fu visitato dai Magi). Come avrebbero potuto le guardie, incaricate dell’eccidio, appurare l’esattezza dell’età dei bimbi? E’ un mistero. Per dare veridicità al suo racconto, Matteo cita la profezia di Geremia (Gr 31, 15), che non ha alcuna relazione con la strage degli “innocenti”. La profezia in questione, infatti, si riferisce ai lamenti di una madre, che geme per i figli fatti prigionieri e deportati in Babilonia. Peraltro, appare del tutto inverosimile che Erode possa aver ordinato un efferato massacro, senza neanche consultare il Sinedrio, e che tale nefandezza non abbia avuto alcun riscontro storico. Egli, sottomesso alla sovranità romana, senza previa autorizzazione, non avrebbe potuto compiere un’illecita scelleratezza. Se avesse agito di propria iniziativa, non l’avrebbe passata liscia. Giuseppe Flavio, nel descrivere la vita di Erode, non menziona l’atroce misfatto. Poco credibile è altresì la fiducia posta da Erode nei confronti dei Magi, cui demanda il compito di scovare il suo rivale, invece d’inviare spie e soldatesche a cercarlo. Parecchi sono i quesiti che Matteo lascia insoluti. E’ possibile che l’evangelista (o chi per lui) abbia rimarcato e rimaneggiato la favolosa sceneggiata, riportata nelle Sacre Scritture, relativa alle vicende leggendarie della vita di Mosè (un topos letterario analogo a quello del piccolo Sargon l’Assiro o a quello del mito di Romolo e Remo), allorquando il Faraone ordinò alle levatrici di uccidere tutti i nati maschi ebrei (Es 1, 15-22). Appare, peraltro, dalla lettura del citato libro biblico, che le levatrici, adibite all’ingrato compito, erano soltanto due; in tal caso, come avrebbero potuto assistere a tutti i parti quotidiani delle numerosissime coppie ebraiche? Mosè, ad ogni modo, riesce a salvarsi dall’eccidio. Fattosi uomo, istruito nell’ambito della cultura egizia, prima che diventi il pupillo di YHWH (il tetragramma che esprime il nome impronunciabile e non raffigurabile del dio ebraico), compie un omicidio e si dà alla fuga. Dopo essersi finalmente commosso per la condizione servile del suo prediletto popolo, YHWH decide di liberarlo per condurlo verso una terra già promessa ai patriarchi. YHWH, dissotterrata l’ascia di guerra, fa soffrire gli Egiziani con sonore batoste (le proverbiali piaghe d’Egitto), per indurre l'indurito cuore del Faraone a lasciar partire gli ebrei. Questi non avranno scrupoli nel depredare il popolo egiziano, martoriato dai celesti flagelli, quando il Faraone, per liberarsi della rogna divina, autorizza il menagramo condottiero Mosè ad allontanarsi dall’Egitto, dono del Nilo, con tutta la sua gente. Come se non bastasse, YHWH, indurisce nuovamente il cuore al Faraone, che si pente di aver concesso la dipartita degli ebrei. Dopo aver messo in salvo gli eletti pupilli, aprendo loro un passaggio da una sponda all’altra del Mar Rosso, YHWH fa rifluire le acque del mare, sommergendo l’esercito egiziano inseguitore. Osservando l’affogamento dei militi, inneggiarono alla vittoria i figli d’Israele e lodarono la potenza di YHWH. L’eletto popolo del dio giudaico, dopo aver ripreso la lunga marcia verso la sospirata terra promessa, si macchierà di nuovi eccidi, votando allo sterminio chi ostacolerà la loro gloriosa avanzata. Delle altre innumerevoli scelleratezze bibliche è preferibile tacere. Unica magra consolazione è che l’impietoso dio giudaico non farà più sorgere in Israele un profeta catastrofico come Mosè. Ritornando all’episodio del Vangelo, prima che i soldati d’Erode portassero a compimento la strage, un angelo del Signore apparve in sogno a Giuseppe (forse in quella stessa notte in cui apparve ai Magi) e gli ordinò di far fagotto al più presto, rifugiandosi in Egitto per salvare il Bambinello dall’imminente strage ordinata da Erode, re truce e sanguinario. Giuseppe, per interpretare i sogni divinatori inviatigli da Dio, non aveva bisogno d'essere esperto d'oniromanzia, essendo sufficienti e i lumi dello Spirito Santo e il terrore d’Erode. Fatto sta che la notte stessa la sacra famiglia s’incamminò verso la terra d’Egitto, dove dimorò fino al decesso del despota (peraltro, morto quattro anni prima dell’inizio dell’era volgare, anno della presunta nascita del Cristo Gesù, secondo i calcoli del monaco Dionigi il Piccolo del VI secolo, rivelatisi in seguito errati). L’angelo del Signore, scomparso il tiranno, riapparve a Giuseppe, emigrato in Egitto, cui ordinò di rifar fagotto per ritornare nella terra d’Israele. Questi avvenimenti accaddero perché s’adempiva, secondo il Vangelo di Matteo, ciò che era stato profetizzato da Osea (Os 11, 1-2). In verità, Matteo attribuisce a Gesù la vicenda del popolo d’Israele, che Dio richiamò dall’Egitto. Durante il viaggio di ritorno, Giuseppe, appurato che in Giudea regnava Archelao, il tiranno e crudele figlio d’Erode (tale padre, tale figlio), preso da timore, desistette dal ritornare in Giudea (Dio si era dimenticato d’informarlo). Durante una sosta, ecco finalmente il messo di Dio, instancabile stacanovista, discendere dal cielo per avvertirlo in sogno del rischio che correva, consigliandolo di recarsi in Galilea. L’Onnipotente non sapeva trovare altro rimedio per proteggere il suo pupillo dalle avversità del mondo, se non quello di sgattaiolare i pericoli, preavvertendo Giuseppe (quando se ne ricordava) con sogni divinatori. Giunta in Galilea, la sacra famiglia si stabilì a Nazareth (luogo non identificabile per l’assenza di riferimenti nelle scritture pre-cristiane). Ciò accadde affinché, secondo l’evangelista Matteo (2, 23), si adempisse il detto dei profeti, che il Messia sarebbe stato chiamato “Nazoreo”. Gesù, detto il Nazareno, è stato poi modificato in “Gesù di Nazareth”, cioè abitante di Nazareth, fantomatico villaggio della Galilea. Il termine in questione può essere stato frainteso, forse per assonanza, in seguito alla traduzione in lingua greca di parole ebraiche, aventi diversi significati (consacrato, virgulto, verità, ecc.), scritte in ebraico con la radice NZR. Ad esempio, “Nazoreo” ha attinenza con la parola “nazir” (che significa “chi è sacro a Jahvè”) e con la pratica religiosa del “nazireato” (scritto in ebraico antico con le sole consonanti NZR), che comportava uno stile di vita consacrato a Dio e una pratica religiosa ascetica. Nazirei saranno i nascituri da madri sterili: Isacco, Sansone, Giovanni Battista. Peraltro, Gesù e i suoi seguaci saranno noti con l’appellativo di “nazareni”, prima di affermarsi quello di “cristiani”. Forse Gesù era membro della setta religiosa che praticava il nazireato (Nm 6, 1 seg.; At 24, 5) e di qui, forse, è nata la confusione sul significato del termine in questione, riferendolo ad un luogo geografico inesistente (è verosimile che l’indicazione di Nazareth, come luogo geografico, sia un’interpolazione dei redattori dei vangeli). E’ persino citato dai Padri della Chiesa uno scomparso Vangelo dei Nazareni (libro apocrifo di una setta giudeo-cristiana, della stessa epoca di Gesù). Quantunque fosse lungimirante la predizione profetica, neanche Isaia (7, 14) indovinò il nome del Messia. Egli, infatti, non stava predicendo avvenimenti futuri, che potevano in qualche modo riferirsi a Gesù. A differenza di ciò che il testo matteano vorrebbe farci credere (Mt 1, 22-23), la profezia di Isaia si riferisce al figlio di una giovinetta già incinta, chiamato “Emmanuele”, non quindi a Gesù, figlio di una donna sempre vergine.



PARTE QUINTA



In conclusione, secondo il Vangelo matteano, Gesù nacque in Giudea, nella dimora di Betlemme, al tempo in cui regnava Erode il Grande (dal 37 al 4 prima dell’era volgare), ricevendo l’omaggio e i doni dei Magi in qualità di re dei giudei. In seguito, la sacra famiglia, dopo la fuga e il ritorno dall’Egitto, timorosa del figlio d’Erode, Archelao, si trasferì in Galilea, a Nazareth. Secondo il Vangelo lucano, invece, la sacra famiglia viveva in Galilea e, a causa del censimento indetto dai Romani (nell’anno 6 dell’era volgare), andò in Giudea. Qui Maria partorì il figlio divino in uno stallaggio, dove fu visitato da umili pastori in qualità di Messia, Signore e Salvatore. Dalla Giudea, dopo aver compiuto le prescrizioni legali (circoncisione, riscatto del figlio, purificazione della puerpera), la sacra famiglia ritornò a Nazareth, dove Gesù crebbe e si fortificò, pieno di sapienza infusa dalla grazia di Dio (Lc 2, 39-40). Se in Matteo è Giuseppe, figlio di Davide, ad essere informato riguardo al concepimento miracoloso, in Luca è Maria. Conciliare le contrastanti versioni della vicenda relativa alla nascita leggendaria di un sedicente dio, preteso Messia del popolo d’Israele, è impresa ardua. Infatti, secondo la versione di Matteo, dopo la nascita di Gesù, la sua famiglia dovette precipitosamente rifugiarsi in Egitto, da dove ritornò per recarsi in Galilea (nulla è detto riguardo all’adempimento delle prescrizioni legali ed alle profezie di Simeone ed Anna). Secondo la versione di Luca, invece, la famiglia di Gesù dalla regione di Galilea venne in quella di Giudea a causa del censimento; dopo la nascita di Gesù e l’adempimento delle prescrizioni legali, ritornò in Galilea (nulla è detto riguardo alla venuta dei Magi, alla fuga in Egitto e alla strage degli innocenti). Sulla nascita di Gesù gli altri due evangelisti, Marco e Giovanni, tacciono. Tace anche Paolo. Non tacciono invece le zuffe tra teologici, chierici, laici, credenti e non credenti sugli avvenimenti leggendari del mitico idolo adorato dai cristiani. Luca e Matteo, dopo aver lavorato di fantasia sugli avvenimenti riguardanti i natali di Gesù, null'altro aggiungono della sua infanzia e adolescenza (il troppo stroppia e annoia). Le gesta del divino eroico giovane abbondano, invece, nei Vangeli apocrifi (raccomandati ai lettori che vogliano occupare momenti d’ozio in vani trastulli), ma la Chiesa docente rifiuta di riconoscerli come scritture ispirate da Dio.

 Come visse Gesù, prima che iniziasse pubblicamente il suo ministero in età matura, è un mistero che gli evangelisti non svelano (si suppone intorno agli anni trenta del primo secolo dell’era volgare). Certamente, ignoravano la storia della sua vita. Né Luca (con una sola eccezione), né Matteo, temerari inventori dei racconti d’infanzia, ebbero la sfrontatezza di spacciare altre fole sulla vita di Gesù. Del resto, egli non parlò mai della sua vita, né tanto meno della miracolosa nascita da una vergine immacolata per intervento dello Spirito Santo. Questa leggendaria storia fu abilmente elaborata dalla Chiesa trionfante per convincere pii credenti, dotati di evangelica povertà di spirito, ad adorare un uomo divinizzato (né gli ebrei né gli islamici osarono tanto, parlando del condottiero Mosè e di Maometto, mercante e profeta dell’Islam). Solo Luca (Lc 2, 41-52) accenna (inventa) ad un episodio di Gesù adolescente, mentre disputa nel Tempio con i dottori della Legge (quinto mistero gaudioso, in cui si contempla la divina missione di Cristo). Tutti gli anni la famiglia di Gesù si recava in comitiva a Gerusalemme per la festa della Pasqua ebraica. Durante la festa, Gesù si allontanò dalla sorveglianza dei suoi genitori per intrattenersi nel Tempio di Gerusalemme ad ascoltare e interrogare gli eruditi scribi, insegnanti della Legge mosaica (Torah), meravigliandoli per la sua conoscenza dei sacri testi e per la sua precoce maturità (enfant prodige!). L’episodio appare inverosimile, giacché l’adolescente Gesù parlava la lingua corrente aramaica, mentre la lettura delle Sacre Scritture richiedeva la conoscenza dell’ebraico antico. Certamente, come tutti i giovani ebrei, anche Gesù ricevette una formazione religiosa (studio della Bibbia e delle tradizioni orali integrative alla Legge) e, forse, aveva già l’età (dodici o tredici anni) per essere considerato maggiorenne riguardo all’osservanza dei precetti della Legge.

Sulla via del ritorno, i genitori si accorsero che Gesù non si trovava nella comitiva. Ritornati a Gerusalemme, solo dopo tre giorni d'assidue ricerche lo ritrovarono nel Tempio in mezzo ai “tannaìm” (dottori), sbalordendo i suoi familiari. Quando sua madre chiese di giustificare il suo comportamento, che tanto dolore aveva causato ad entrambi i genitori, Gesù rispose loro, con sfrontatezza, chiedendo perché mai si dessero tanta pena a cercarlo, pur sapendo che egli doveva occuparsi degli affari che riguardavano il Padre celeste. I genitori, però, non compresero quelle sue parole. Forse s’erano dimenticati ciò che era accaduto al tempo della natività del figlio? Non rammentavano le apparizioni dell’angelo del Signore? Le profezie di Simeone ed Anna? Gesù, tuttavia, non avrebbe dovuto comportarsi con asprezza verso la naturale apprensione dei genitori. Tanto abile con i dottori, quanto trascurato e oscuro con i suoi. Fatto sta, secondo Luca, che i tre se ne ritornarono a Nazareth, dove Gesù visse sottomesso ai genitori, crescendo in sapienza, in età e in grazia, mentre la madre conservava in cuor suo le stranezze del misterioso figlio. A noi, liberi pensatori, non resta che dubitare quanto a segni, prodigi e favole narrate dai redattori dei sacri testi religiosi giudaico-cristiani, intessuti con l’apporto del “mythos” (pensiero mitico, immaginifico) piuttosto che del “logos” (pensiero razionale, scientifico, fondato sull’evidenza, fino a prova contraria, e sulla documentazione storica, attendibile). Sorprendono inoltre le tante analogie presenti nel cristianesimo con la religione egizia e il mito della triplice divinità: Osiride, Iside, Horus, cui si rimanda lo studioso che voglia approfondire l’argomento della Grande Favola plurimillenaria raccontata nella Bibbia.

Lucio Apulo Daunio



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