LA LEGGENDA
DELLA NATIVITA’ DI GESU’
PARTE PRIMA
La
narrazione dei Vangeli prende l’avvio dalla nascita miracolosa di un ebreo,
preteso discendente del re Davide, inaudito uomo-dio, mitico eroe di una nuova
fede religiosa: il cristianesimo. Egli vive nel nord della Palestina (la terra
di Canaan, dove abitava l’antico popolo dei Filistei, prima del conflitto con
gli invasori israeliti) durante i primi decenni dell’era volgare (e.v.). Questo
periodo storico è caratterizzato da sommovimenti insurrezionali d’ispirazione
messianica e apocalittica, suscitati dall’attesa dei giudei di un messia
liberatore, restauratore del regno di Jahvè in Gerusalemme, città santa, dimora
del regno di Dio sulla terra.
La
drammatica vicenda dell’uomo-dio, trascritta in antichi manoscritti in lingua
greca e in successive traduzioni, è a noi pervenuta nella redazione degli
attuali Vangeli. Questi sacri testi annunciano al mondo la “buona novella”: la
nascita di un dio salvatore, collocata in un contesto storico credibile. I
redattori dei Vangeli intendono testimoniare, avvalendosi di un linguaggio tra
il mistico, il teologico e il simbolico, la missione di un dio fattosi uomo,
chiamato Gesù (che significa “Dio è salvezza”). Egli è conosciuto con
l’appellativo di “Nazareno” (o “Nazoreo”). Si discute se il titolo di Nazareno
(e delle sue varianti) derivi dal villaggio di Nazareth o ha altri significati,
dato che non vi sono riscontri archeologici o letterari probanti sull'effettiva
esistenza di tale villaggio ai tempi dell’imperatore Augusto. Risale al
medioevo l’identificazione dell’attuale omonima città della Galilea con
l’antica Nazareth. Quella attuale, però, non si trova su un monte, né vi sono
precipizi nelle vicinanze, secondo la descrizione fatta dall'evangelista Luca
(Lc 4, 29). “Nazoreo” era il titolo del Maestro di Giustizia della comunità
degli Esseni, di cui facevano parte sia il movimento degli Zeloti e l'ala
estremista dei Sicari sia la setta dei Nazorei, che annunciavano l'avvento del
nuovo Regno di David. I Nazorei sono da identificare con i giudei
proto-cristiani, autori di libri apocrifi (quali il Vangelo dei Nazorei, il
Vangelo degli Ebioniti, il Vangelo degli Ebrei) pervenutici attraverso le
testimonianze dei Padri della Chiesa. “Nazireo” (da “nazar” = consacrato) era
il termine con cui si indicava colui che faceva il voto di Nazireato. Il
termine ebraico “nezer”, che significa germoglio, virgulto, si riscontra negli
oracoli sul messia, annunciati dai profeti Zaccaria (cfr. 3, 8; 6, 12), Geremia
(cfr. 23, 5; 33, 15) e Isaia (cfr. 4, 2; 11, 1). Il termine aramaico “nazara”
significa “verità”, perciò Nazareno, riferito a Gesù, è “l’uomo della verità”.
L’apostolo Paolo proclamerà Gesù “Signore” dell’universo, gloria di Dio Padre
(Fil 2, 5-11), disceso dal cielo in terra a miracolo mostrare. Nei Vangeli Gesù
è insignito del titolo di “Figlio di Dio” (un’eresia per la religione ebraica,
se l’espressione è intesa nel significato di persona divina, anziché in quello
di persona eletta da Dio per compiere una missione). In verità, chiunque si
lascia guidare dallo Spirito di Dio e accoglie il suo Verbo è figlio di Dio (Gv
1, 12; Rm 8, 14). Gesù è adorato dai suoi epigoni come “Verbo del Padre”,
vergine figlio immacolato di una madre sempre vergine e immacolata (concetto
estraneo alla tradizione ebraica). In verità, molti sono i personaggi
dell’antichità onorati con l’apoteosi o consacrati come figli divini. Gesù,
verosimilmente, è solo un uomo (secondo antiche fonti era di brutto aspetto),
un profeta taumaturgo, insignito dai suoi epigoni del titolo di Messia (Mashiach
= Christos), l’Unto di Jahvè (attributo dei sacri re d’Israele, retaggio di
costumi egiziani e babilonesi), atteso dagli ebrei quale liberatore politico
(l’idea dell’attesa di un Messia, annunciato da una stella, trova dei
precedenti nella religione mazdeista del profeta iranico Zarathustra).
Verosimilmente Gesù è un patriota ebreo, seguace del movimento di dissidenza
messianica (come quello dei Nazorei o degli Zeloti), favorevole alla
ricostruzione politica e spirituale del nuovo regno di Davide sul trono
d’Israele. Egli è destinato comunque a diventare un mitico eroe, un dio
corrusco, adorno di un’aureola di gloria; perciò si fa generare da un padre di
pari luminosità e dignità: l’Altissimo. Una giovane vergine donna, Maria,
divinizzata dal Concilio di Efeso nel 431 come Madre di Dio (Theotokos),
lo dà miracolosamente alla luce (ricalco del tema ebraico delle nascite
miracolose). Maria resta sempre vergine: prima, durante e dopo il parto
(dogma sancito dal Concilio di Costantinopoli nel 553). Chi sia effettivamente
costui, quali i maggiori suoi e che cosa intenda rappresentare annunciando la
“buona novella” (pretesa parola divina, strumentalizzata dagli epigoni di
Cristo, istituzionalizzati in sacri poteri), è ineffabile mistero di cui ancora
si discute. Gesù è un profeta o un impostore? Se è storicamente esistito, è il
mito di un uomo divinizzato, ideato da una élite addetta alla gestione del
sacro, o è un personaggio costruito dalla fantasia di una setta ebraica
dissidente? Forse è uno zelota messianico, uno dei tanti ribelli di una terra
scossa da violente rivolte anti-romane? Forse è uno dei tanti personaggi
carismatici, comparsi nella Palestina all'epoca della dominazione romana,
sedicenti Messia inviati da Dio per la liberazione d’Israele? Di Gesù, dei suoi
miracoli e portenti, della cerchia ristretta degli apostoli, tacciono letterati
e storici non cristiani a lui contemporanei. Non ne parlano il meticoloso
Plinio il Vecchio, Seneca e il poeta Lucano (suo nipote), Columella (scrittore
latino, tribuno di una legione stanziata in Siria nel 34), Quinto Curzio Rufo,
Valerio Massimo, Velleio Patercolo (tre storici romani), Appiano (storico
alessandrino), Dione Crisostomo (eloquente oratore), Persio (poeta stoico),
Plutarco (filosofo greco). Cenni extra-biblici, della cui autenticità si
discute, sono riportati nelle opere di testimoni non oculari. Queste fumose
notizie su Cristo (la cui morte si crede sia avvenuta negli anni 30
dell’era volgare), da parte di autori non cristiani, potrebbero essere delle
mere contraffazioni o delle interpolazioni, apposte nei manoscritti di tali
opere durante la traduzione o la riproduzione dai testi originali. Depurando
tali testimonianze dalle probabili manomissioni si ottiene un diverso
significato, ossia un giudizio negativo su Cristo e i cristiani. Nel libro
delle “Antichità giudaiche” di Giuseppe Flavio (nato intorno al 37 dell’era
volgare), Cristo è citato come autore di azioni contrarie alla mentalità e agli
usi correnti giudaici. Negli “Annali” di Tacito (nato intorno al 56 e.v.) si
documenta la diffusione dell’esiziale pratica religiosa dei cristiani ai tempi
di Nerone. In un’epistola a Traiano di Plinio il Giovane (nato intorno al 61
e.v.) si evidenziano il successo della propaganda cristiana e la mancanza di
un’adeguata legislazione contro una religione ritenuta balorda e smodata.
Svetonio (nato intorno al 69 e.v.), nel raccontare la vita dell’imperatore
Claudio, accenna ai disordini provocati dai giudei per istigazione di Chrestos,
confondendo i giudei con i cristiani e Chrestos con Christus. Può anche darsi
che Svetonio intenda riferirsi ad un’altra persona, direttamente responsabile
dei disordini a Roma nell'anno 49, quando l’imperatore Claudio emanò il
provvedimento di espulsione degli ebrei (con i quali erano confusi i
cristiani). Notiamo che Chrestos (che significa “buono”) era l’epiteto
ufficiale del divo Giulio Cesare, che si considerava figlio della dea Venere.
Con l’affermazione del cristianesimo nel secolo IV, i templi dedicati a Venere
e al divo Giulio furono trasformati in chiese in onore della Madonna, madre di
Cristo Salvatore. La storia della morte e divinazione di Cristo, peraltro,
appare come una trasposizione della morte e divinazione di Cesare. Dunque, sia
Tacito, sia Plinio, sia Svetonio reputavano i cristiani dei sediziosi giudei,
fomentatori di disordini, nonché propagatori di una funesta e malefica
superstizione, non immune da atrocità e con sviluppi vergognosi, perciò
passibili di essere processati come ribelli, perché rifiutavano di
sottomettersi al potere di Cesare. In un rescritto dell’imperatore Adriano
(76-138 e.v.) al console Serviano, si confondono i cristiani d’Egitto con gli
adoratori del dio Serapide. Nel Talmud di Babilonia (scritto vero il 100 e.v.)
si legge che Gesù era un rivoltoso e che durante il processo a suo carico
nessuno lo difese dalle accuse di stregoneria ed apostasia. Incongruente appare
la generica citazione ad un re saggio dei giudei, condannato a morte dal suo
stesso popolo, riportato nella lettera di Mara bar Serapion (pervenuta nel
testo siriaco del VII sec), un ebreo fatto prigioniero dai romani. Nell'opera
di Giustino, apologista cristiano (vissuto nella seconda metà del II sec.), si
riporta un giudizio negativo su Gesù da parte dei giudei del tempo. Nell'opera
dialogica dello scrittore cristiano Minucio Felice (vissuto nel II sec.), si
confutano le accuse infamanti verso i cristiani, addotte dal celebre oratore
romano Cornelio Frontone nell'orazione contro i cristiani. Nelle opere di
Luciano di Samosata (II sec.), s'irride della dottrina dei cristiani, che
disprezzano la morte, persuasi di essere immortali e di vivere per l’eternità.
Luciano descrive con sarcasmo la figura di un mago palestinese (allusione alla
divinità cristiana) che guarisce con incantesimi gli indemoniati dai loro
incubi. L'imperatore Marco Aurelio (II sec.) critica il fanatismo dei
cristiani, che preferiscono morire piuttosto che venir meno ai propri ideali.
Il medico Claudio Galeno (II sec.) riferisce che i cristiani traggono la
propria fede dai miti, essendo poco propensi a comprendere con la mente un
discorso dimostrativo consequenziale. Le uniche notizie più significative sulla
vita (leggendaria) di Gesù, dunque, si trovano nei libri canonici del Nuovo
Testamento: un insieme di composizioni composite, scritte in più tempi (per la
maggior parte nella seconda metà del I sec.) e con il contributo di diversi
autori. Le notizie riportate nei libri apocrifi, relativi al Nuovo Testamento,
non sono considerate veritiere dalla Chiesa, in quanto ritenute non ispirate da
Dio. I libri canonici del N.T., in vero, si limitano a tracciare pochi
riferimenti sulla vita del Cristo Gesù. Non sono testimonianze oculari, ma
trascrizioni di antecedenti documenti o di tradizioni orali di memorie tramandate
dalle varie comunità, sparse nei territori dell’impero romano, alterate dalla
faziosità di testimonianze inattendibili e dall'incertezza dei fatti occorsi.
Di fondamentale importanza dottrinaria sono anche le successive decisioni
conciliari della Chiesa, come quella sancita dal Concilio di Nicea del 325
(primo ecumenico, presieduto dall'imperatore Costantino, anziché dal papa
Silvestro) per contrastare l’eresia di Ario (che negava la pluralità delle
persone divine). A Nicea fu sancito il dogma che divinizzò Gesù definendolo
consustanziale al Padre celeste, nonostante che Gesù stesso avesse dichiarato
che il Padre è più grande di lui (Gv 14, 28), essendo consapevole della
lontananza della natura umana dalla perfezione di Dio (Lc 18, 19).
PARTE SECONDA
Secondo
l’evangelista Matteo, che si ritiene abbia redatto il Vangelo con l’ausilio
della divina ispirazione (2 Tm 3, 16), Gesù è il Cristo, l’Unto del Signore
(titolo del re giudeo, consacrato mediante il rito dell’unzione con olio
d’oliva e vestito con una rossa tunica). Egli è il Messia regale atteso dal
popolo d’Israele (incerta è l’identificazione con il Messia sacerdotale,
riformatore religioso, o con il Messia davidico, riformatore politico). Egli è
il Salvatore promesso da Dio per bocca dei suoi profeti. La mitologia, invero,
abbonda di figli divini, salvatori del mondo, come il dio egiziano degli inferi
Osiride (padre di Horus, dio solare partorito in una stalla il 25 dicembre
dalla dea vergine Iside), il dio greco Dioniso (che rinasceva bambino dopo
essere stato smembrato dai Titani), il frigio Attis (che muore e risorge), il
babilonese Marduk (dio creatore, protagonista del “poema della creazione”),
l’iranico Mitra (dio solare delle religioni misteriche, partorito da una
vergine il 25 dicembre, che ha dodici discepoli, opera miracoli, muore e
risorge dopo tre giorni), il dio Krishna (Vishnu) della tradizione Indù (che
compie ogni sorta di prodigi), il battriano Zarathustra (che predisse la
nascita, la morte e la resurrezione di un salvatore partorito da una vergine,
nonché la continuazione della vita dopo la morte e il Giudizio Universale).
Gesù, a differenza degli evangelisti, preferisce auto-designarsi con il modesto
titolo di “Figlio dell’uomo”, dunque un messia umano, non un semidio né tantomeno
un dio. Secondo le profezie dell’Antico Testamento, egli doveva discendere
dalla progenie di Davide, re della Giudea, perciò è denominato “Figlio di
Davide” (Mc 10, 47). La dimostrazione della discendenza regale di Gesù quale
Messia davidico, riportata nel Vangelo secondo Matteo (1, 1-17), si fonda su
una pretestuosa genealogia, che inizia da Abramo, il patriarca del popolo
eletto, e prosegue con i re della Giudea fino ad arrivare a Giuseppe, il padre
putativo di Gesù. Evidente è lo scopo che l’evangelista si prefigge con
l’attribuire a Gesù un’ascendenza di stirpe regale: far coincidere la sua
nascita con le attese messianiche del giudaismo. Egli, però, cade in
contraddizione, posto che Gesù non ha alcun nesso di sangue con la stirpe
davidica, essendo figlio di Maria e dello Spirito Santo. Quanto alla promessa
divina dell’eterna permanenza della dinastia davidica sul trono d’Israele
(attestata in 2 Sam 7, 12-18), questa, come le altre citate profezie
messianiche dell’A.T., pur essendo numerose e ritenute provenienti da Dio (2 Pt
1, 21), non appaiono riferibili a Gesù. Quella trascritta in Genesi (49,10) è
d’ambigua interpretazione. Quelle del biblico libro “Isaia” (7,14 e 8,3 e 9,5 e
11,1) o sono riferite al periodo dell’esilio del popolo ebraico o sono connesse
a tempi già trascorsi. Esse sono dette consolatorie, giacché auspicano la
venuta di un re salvatore. La profezia in Numeri (24,17) fa riferimento alla
stirpe di Giacobbe e riguarda il messianismo davidico. Quella in Deuteronomio
(18, 15.18) è attinente all’istituzione del profetismo. Ugualmente ambigue o “post
eventum” sono le profezie riportate in Daniele (7, 13-14; 9, 6. 24-27), in
Salmi (2, 72. 89), in Michea (5, 1-3) e in altri luoghi della Scrittura. Di
Maria, la sposa di Giuseppe e madre del Cristo Dio Gesù, non si descrive la
genealogia che n’attesti la discendenza dalla stirpe davidica. Solo dai vangeli
apocrifi apprendiamo che i suoi genitori, Anna e Gioacchino, sono discendenti
di Davide e della tribù di Giuda. Di lei si favoleggia il miracoloso
concepimento dell’eroe cristiano, novello Ercole in salsa buonista, tramite il
soffio fecondante di un dio trinitario nella persona dello Spirito Santo. Maria
concepisce e partorisce il Cristo Dio Gesù pur conservando lo stato verginale
perpetuo (tale per effetto dei decreti del Concilio Costantinopolitano II del
553 e del Concilio Lateranense del 649). Il padre naturale di Gesù, dunque, non
è il carpentiere ebreo Giuseppe. Ne consegue che, stante la non discendenza
biologica da Giuseppe e l’inattendibilità della discendenza davidica di Maria,
sia la pretesa provenienza di Gesù dalla casa di Davide, sia la sua
configurazione con il messia atteso, secondo le antiche profezie, non hanno
valido fondamento. L’albero genealogico, inoltre, appare costruito con
artificio e caricato di simbolismo. L’evangelista omette alcuni passaggi
generazionali. Si avvale della numerologia. Aggiunge alla genealogia
patrilineare quattro immorali donne progenitrici: Tamar, una cananea, che si
prostituisce al suocero per avere una discendenza (Gn 38); Racab, una meretrice
di Gerico, tenutaria di un bordello, giustificata per aver dato ospitalità a
due spie inviate da Giosuè (Gs 2); Rut, una moabita (erano vietati i matrimoni
misti, cfr Dt 7, 1 seg); Betsabea, l’adultera hittita, moglie d’Uria, concupita
dal passionale re Davide (2 Sm 11). L’albero in questione è suddiviso
artificiosamente in tre gruppi, ciascuno dei quali comprende quattordici
generazioni (i conti, però, non tornano, computando i nomi), ognuna ottenuta
con un multiplo di sette: il numero sacro della completezza (sette erano i
cieli planetari, sette le note musicali, sette i giorni della creazione, sette
i sacramenti, i peccati capitali, le virtù, ecc.). Dunque, anche dal punto di
vista legale, appare inattendibile la discendenza davidica di Gesù.
L’evangelista Luca (3, 23-38), invece, riporta una differente genealogia. Essa
inizia da Giuseppe (figlio di Eli, non di Giacobbe, come riportato dal Vangelo
secondo Matteo) e ascende fino a Dio, passando per Davide, Abramo e Adamo. Non
concorda con quella di Matteo né per il numero degli antenati né per i nomi
indicati (non convincenti sono le soluzioni che spiegano le incongruenze,
distinguendo la genealogia legale di Luca, per effetto della legge del
levirato, da quella biologica di Matteo). Le due genealogie, avendo l’unico
scopo di dare lustro a Gesù, non possono essere affidabili. Questi, in verità,
non si vantò mai di appartenere alla casa reale davidica, ancorché i suoi
seguaci lo chiamassero “Figlio di Davide”. Proveniva da una modesta famiglia di
carpentieri, ben nota ai Nazaretani, che non lo ritenevano figlio unico,
conoscendo i suoi fratelli e le sorelle (Mt 13, 55-56). Quanto al re Davide,
questi non fu uno stinco di santo, ma un adultero e assassino (2 Sam 11 e 12).
Non si conoscono i motivi che hanno indotto gli evangelisti Marco e Giovanni a
tacere sull’assurda nascita di Gesù da una donna vergine, ingravidata dallo
Spirito Santo. Forse Matteo e Luca (o gli autori che si celano sotto i loro
nomi) hanno cercato d’ingigantire la sua figura, saccheggiando leggende e miti
sia ebraici sia pagani. Certo è che gli ebrei non furono persuasi, ad eccezione
di pochi convertiti, della pretesa messianicità di Gesù, né tanto meno della
sua divinità.
Il Vangelo
secondo Matteo (Mt 1, 18-25) prosegue la narrazione della Buona Novella con il
mitico concepimento asessuale della vergine Maria. Divina magia o
cristiana superstitio? La giovinetta era fidanzata con Giuseppe
(nel racconto di Luca, invece, già sua sposa). Nel diritto giudaico il
fidanzamento si perfezionava con la conduzione della donna a coabitare nel
domicilio dell’uomo. Nel periodo di fidanzamento la donna era considerata come
moglie e solo dopo tale periodo, con la convivenza, poteva effettuarsi il
congiungimento carnale. I due promessi, però, non convivevano ancora, giacché
attendevano la celebrazione della festa nuziale. Un giorno, però, Giuseppe si
accorse che Maria era incinta. Decise allora di ripudiare l’infedele e non più
vergine giovinetta, rimandandola in segreto alla sua famiglia per evitare
d’esporla al pubblico oltraggio (avrebbe rischiato di essere accusata di
adulterio e condannata alla lapidazione). Rimuginava questi propositi, essendo
preoccupato per l’improvvida gravidanza, quando discese dal cielo il “deus
ex machina” a risolvere felicemente il dramma cristiano. Un angelo del
Signore (forse il solito Gabriele, l’alato messaggero di molte apparizioni,
persino di quella a Maometto, cui consegnerà la sacra e venerata Pietra Nera e
gli reciterà il Corano) apparve in sogno a Giuseppe per riferirgli che non era
stato fatto becco da un uomo, essendo il concepimento di Maria conseguenza
della sacra unione (ieros gamos) con lo Spirito Santo (sperma divino),
senza reale contatto sessuale. Egli, perciò, doveva accettare quella miracolosa
gravidanza e sposare Maria, che da parte sua non aveva alcuna colpa (salvo
quella di non aver affatto avvertito Giuseppe dell’annuncio dell’angelo circa
il divino concepimento). Il figlio nascituro, inoltre, doveva chiamarlo “Gesù”.
Questi era predestinato alla salvezza e redenzione del suo popolo. Il buon
vecchio Giuseppe, impressionato dalla percezione illusoria (gli ebrei
prestavano fede ai sogni divinatori), si attenne riverentemente alle direttive
dall’angelo. Non si accostò al sacro corpo di Maria fino alla nascita del
bambinello divino. Possiamo però presumere che in seguito, da buon osservante
delle convenzioni ebraiche, egli si sia accoppiato con la giovane sposa, come
fanno intendere antichi manoscritti del vangelo in questione. Dunque, dai
rapporti intimi tra Giuseppe e la sua giovane sposa, non più vergine, la sacra
famiglia, verosimilmente, ebbe altri figli, dopo la nascita del primogenito
Gesù (unigenito, secondo la dottrina cristiana). Solo per fede si può credere che
Maria rimase sempre vergine: prima, durante e dopo il parto di Gesù (per una
coppia ebraica né la verginità né la castità erano virtù praticate, se non
nella comunità monastica degli Esseni). Peraltro, se il matrimonio tra Giuseppe
e Maria, ancorché consensuale, non è stato consumato, come sostiene la Chiesa,
l'unione non può essere considerata né sacramentale né indissolubile. Quanto ai
fratelli (Giacomo, Giuseppe, Simone, Giuda) e alle sorelle di Gesù (Mc 3, 31-35
e 6, 3, Mt 12, 46-50 e 13, 54-56, Lc 8, 19-21, Gv 2, 12 e 7, 2-10, At 1, 14,
1Co 9, 5, Ga 1, 19), la Chiesa ritiene che non siano fratelli carnali ma
parenti prossimi, cercando così di adattare il testo della Scrittura al dogma
della perpetua verginità di Maria (utile sostegno per l’incipiente, deleteria
manifestazione di pratiche ascetiche di vergini nel cristianesimo). In verità,
nei testi dei manoscritti che ci sono pervenuti in lingua greca (e non
nell'originale lingua aramaica o ebraica), è riportato il vocabolo “adelfoi” (=
fratelli), non “anepsoi” (= cugino, come in Col 4, 10) e nemmeno “parente”
(come in Lc 1, 36.58.61; 2, 44 e in Mc 6, 4). Paolo, del resto, cita un Giacomo
“fratello del Signore" (Gal 1, 19). Il teologo di epoca
costantiniana, Eusebio di Cesarea (se gli si vuole dar credito, data la sua
fama di storico inattendibile), nella sua “Storia della chiesa”, testimonia non
solo l’esistenza di fratelli e nipoti di Gesù, ma anche il coinvolgimento di
questa famiglia nella lotta anti-romana. Gesù, peraltro, durante il suo
pubblico ministero non fece parola riguardo alla propria divinità ed
incarnazione tramite l’utero di una vergine. Di contro, l’evangelista Matteo è
ben informato su molti aspetti della vita intima dei due sposi, anche se resta
il mistero sulla fonte di queste sue conoscenze, salvo ammettere (senza
concedere) che provengono dall'ispirazione divina. L’angelo, che appare in
sogno a Giuseppe, ricalca il mito del divino messaggero, che annuncia agli
uomini la volontà espressa da una divinità. Nel caso di Giuseppe, Dio, dopo
aver ingravidato la sposa, non affronta il legittimo sposo a faccia a faccia,
da Dio a uomo, ma gli invia un angelo ad annunciare il (mis)fatto da lui
compiuto. Poteva, perlomeno, avvertirlo che per amore dell’umanità dolente
intendeva mettere incinta l’immacolata sempre vergine Maria. Del resto, Dio non
la concupiva per godere un libidinoso amplesso. Non sospirava come l’infoiato
Zeus, quando s’incaponiva per le sue voglie amatorie. Il Padreterno si
limitava, con un rapporto a-sessuale, a fecondare una vergine, tramite la quale
nascere egli stesso, nella persona del Figlio, assumendo l’umana natura. Scelse
(chi sa perché) proprio la sposa promessa a Giuseppe, onorandola come benedetta
fra le donne a causa del frutto che fece maturare nel suo seno. In verità,
esempi di concepimenti divini si riscontrano non solo nei miti politeisti (come
quello della dea Iside, la madonna pagana), ma anche nei racconti dell’Antico
Testamento. Concepimenti miracolosi, tramite donne vergini o
sterili, sono la nascita di Sansone (Gdc 13), quella di Samuele (1 Sam 1),
quella d’Isacco (Gn 21), quella di Giovanni Battista (Lc 1). La sterile Sara,
prima ancora di partorire Isacco per grazia ricevuta alla veneranda età d’anni
novanta (l’Altissimo dovette infrangere una legge biologica per esaudirla), pur
di dare un figlio ad Abramo, consentì allo sposo di amoreggiare con la schiava
Agar, la quale partorì Ismaele, ritenuto capostipite degli Arabi. Tra i molti
concepimenti miracolosi narrati dalla mitologia classica, noto è quello di
Danae, la figlia vergine d’Acrisio, il re d’Argo, che il padre fece rinchiudere
nei sotterranei di una torre, ricoperta di bronzo, per evitare l’infausto
responso di un oracolo. Zeus, impietositosi, visitò la giovane reclusa,
trasformandosi in pioggia d’oro, e la ingravidò. Dalla mitica unione nacque
l’eroe Perseo. Per avvalorare la leggenda della nascita miracolosa dell’eroe
Gesù, Matteo cita un passo delle Scritture: la profezia d'Isaia (Is 7, 14-17).
L’originario testo d'Isaia, in verità, fa riferimento a una giovinetta, già
incinta, e non ha attinenza con la nascita di Gesù, perché il figlio che la
donna concepirà e partorirà sarà chiamato Emanuele. Successive assurdità sulla
nascita miracolosa di Gesù furono ricamate da scrittori cristiani, mediante fantasiose
elucubrazioni. C’era chi sosteneva che Maria fosse stata fecondata dallo
Spirito per via auricolare, vuoi perché il soffio divino entrò nel suo ventre
attraverso il foro auricolare, vuoi perché Maria concepì prestando orecchio
alle parole dell’angelo. C’era chi insisteva sulla veneranda età di Giuseppe e
sulla sua naturale impotenza, e chi attribuiva a Maria altri figli e chi a
Giuseppe, che li avrebbe avuti da un precedente matrimonio. Di altre
sciocchezze scritte in proposito è preferibile sottacere. La Chiesa persino ha
voluto (e imposto ai fedeli come dogma) che Maria, vergine consacrata, “ancilla
dei”, elevata e accolta in cielo mentre era ancora in vita (dogma
dell’Assunzione, decretato nel 1950 da papa Pio XII), sia stata concepita
immacolata (senza peccato originale) e sia vissuta senza commettere peccati né
mortali né veniali (dogma dell’Immacolata Concezione proclamato da papa Pio IX
nel 1854). Annunciazione della miracolosa nascita di Gesù ed Assunzione in
cielo della Madonna, la Chiesa imperante festeggia, per l’esultanza dei fedeli,
rispettivamente il 25 marzo (cioè nove mesi prima della presunta nascita del
Salvatore al 25 dicembre) e il 15 agosto. Secondo una “Toledoth Yeshu” (storia
ebraica), Gesù è nato da una relazione adulterina di Maria con il centurione
romano Ben Pandera. Se non crediamo ai miracoli, dobbiamo ragionevolmente
ammettere che una donna non maritata possa restare incinta in conseguenza di
una relazione sessuale, che sia o non sia adulterina.
PARTE TERZA
L’evangelista
Luca (1, 1 seg.), pur affermando di aver accuratamente indagato sulla vita di
Gesù fin dall’origine, vagliando le notizie desunte sia dalla tradizione che da
fonti scritturistiche, al fine di avere esatta conoscenza degli avvenimenti da
narrare, segue una metodologia della ricerca storica che non ha nulla di
scientifico (e tanto meno d’ispirazione divina). Egli non si esime
dall’iniziare il suo Vangelo con racconti leggendari, che servono da spunto a
speculazioni mistico-ascetiche. Luca, del resto, non dichiara, come fa il
visionario autore dell’Apocalisse, che ciò che scrive gli è stato rivelato
direttamente da Dio mediante un suo emissario. Le notizie raccolte da Luca non
sono espressioni di una sua conoscenza diretta degli avvenimenti, essendo state
apprese attraverso testimonianze che egli assume acriticamente, senza fornire
adeguate prove di attendibilità. La scena “lucana” si apre con l’episodio
leggendario della visita di un messaggero ultraterreno ad una coppia sterile.
Latore della divina ambasciata è il mitico alato arcangelo Gabriele (è un nome
teoforo, terminante in El, che significa Dio). Protagonisti dell'episodio sono
il sacerdote ebreo Zaccaria e sua moglie Elisabetta, discendente da Aronne
(fratello di Mosè). Questa coppia, pia e morigerata, è senza figli, a causa
della sterilità (vergognosa per gli ebrei) della moglie (o del marito?). D'età
ormai avanzata, i due non speravano più d'avere figli (la pratica dell’adozione
aveva scarso utilizzo in Israele). Le vie del Signore, però, sono infinite (e
misteriose per l’umana comprensione). Un giorno, mentre Zaccaria stava
compiendo le sue funzioni nel Tempio, apparve l’instancabile messo di Dio per
annunciargli la nascita miracolosa di un figlio, al quale Zaccaria avrebbe
dovuto assegnare il nome di Giovanni. Dio, infatti, aveva finalmente accolto
(bontà sua!) le incessanti preghiere di Zaccaria, togliendo il disonore alla
coppia sterile mediante una grazia straordinaria (avere una discendenza era
ritenuta dagli ebrei una benedizione divina). Il nascituro Giovanni fu riempito
di Spirito Santo fin dal seno di sua madre, essendo stato predestinato da Dio a
compiere una speciale missione presso il popolo eletto. Egli, precursore del
Cristo, condurrà una vita da rigoroso asceta. Esorterà i figli d’Israele a
ravvedersi e a riconciliarsi con Dio, nell’attesa di ricevere il messaggio
salvifico del Figlio Gesù, il Cristo prossimo venturo. I Giudei, invece,
nonostante le buone intenzioni di Dio, si dimostrarono negletti, duri di cuore
e di cervice (Mt 19, 8; Mc 10, 5; 16, 14; At 7, 51; Es 33, 3.5), non propensi
ad accogliere i due eroi cristiani. Giovanni e Gesù, infatti, non furono ben
accetti, perciò furono giustiziati: decollato il primo, crocefisso l’altro.
Anche Zaccaria, secondo un’ipotesi accreditata (cfr. “Protovangelo di Giacomo”;
cfr. Origene; cfr. Lc 11, 51 e Mt 23, 35, dove si ipotizza che ci sia un errato
riferimento o fraintendimento del copista), pare sia stato assassinato nel
Tempio, forse a causa della “politica” del figlio Giovanni. Gli eroi cristiani
non muoiono di morte naturale.
Zaccaria,
dopo aver appreso l’ambasciata, partecipò le sue perplessità all’angelo, data
la veneranda età della moglie e sua, perciò gli chiese un segno per avere
certezza della promessa di Dio (la sua è una fede condizionata, venata di
dubbio, che esige una prova). L’ebbe tosto. Fu reso muto e tale restò fino
all'arrivo del giorno in cui nacque il figlio. L’uomo, secondo l’insegnamento
della Chiesa, non deve dubitare della parola di Dio, anche quando essa opera in
contraddizione con le leggi della natura o appare assurda, giacché a Dio tutto
è possibile, anche ciò che la ragione umana ritiene impossibile. In verità,
solo una fede inebriante può credere esistente, oltre il mondo reale, un’entità
trascendente, immateriale, non verificabile empiricamente, che può agire anche
in modo illogico e arbitrario. Le prove, assertive e mai dimostrative, della
reale esistenza di un Ente soprannaturale, perfettissimo, causa prima
incausata, ordinatrice del mondo e autore della legge morale, si rivelano una
proluvie di parole prive di concretezza, che verbosi professionisti della
retorica cristiana enunciano, contrassegnandole con il marchio della sacralità.
In realtà, niente può esistere senza una causa, neanche Dio, causa del quale è
la nostra immaginazione, a sua volta causata dalle nostre sensazioni
nell’eterno movimento ciclico della materia. L’anti-cultura magico-religiosa
della Chiesa, che predica valori arcaici come attuali e inebria le masse con la
mistificazione del sacro e del numinoso durante le esaltazioni religiose dei
raduni mistici, collettivi, popolari, denota la pervicacia di un potere volto
alla difesa di propri concreti interessi mondani. La colpa di Zaccaria, ad ogni
modo, fu di non aver avuto fiducia in Dio oltre i limiti di una comprensibile
ragione. La moglie Elisabetta, dopo aver concepito per intervento divino, si
tenne nascosta per cinque mesi. Se ne ignora il motivo, tanto più che
difficilmente poteva notarsi il suo stato interessante nei primi cinque mesi;
ma anche se si fosse notato, non era proprio la gravidanza che avrebbe tolto di
dosso ad una donna ebrea la vergogna della sterilità? Trascorsi sei mesi dalla
gestazione d'Elisabetta, Maria, vergine sposa di Giuseppe (non promessa
consorte, come si attesta nel Vangelo secondo Matteo), dimorante a Nazareth,
ricevette la visita dell’arcangelo Gabriele (Lc 1, 26-38), luminoso messaggero
stacanovista di Dio, che le annunciò l’incombente divino concepimento
(l’Annunciazione, primo mistero gaudioso, si festeggiata il 25 marzo, nove mesi
prima della presunta nascita di Gesù). Non è credibile che i due novelli sposi
ebrei non abbiano ancora consumato il matrimonio secondo la tradizione,
limitandosi a convivere castamente. Sorprende inoltre che l’evangelista Luca,
di professione medico, abbia voluto dar credito a certi episodi fantasiosi
sulla vita intima delle sacre coppie. Maria, peraltro, non appare impaurita
dall’improvvisa apparizione dell’angelo. Si turba invece nell’ascoltare le sue
parole misteriose: l’annuncio che darà alla luce un figlio sacrosanto,
concepito miracolosamente nel suo grembo (non nella testa, come fece Zeus,
quando concepì Atena, o nella coscia, da dove Zeus partorì Dioniso). Egli sarà
chiamato Gesù, figlio dell’Altissimo, designato ad incarnarsi nell’umana natura
per prendere possesso del trono di Davide e regnare in eterno sulla casa di
Giacobbe. La divina Essenza tramuterà l’alterità del suo essere nella sostanza
di un uomo per trasformarsi da puro spirito in concreta esistenza,
attualizzandosi tramite il concepimento di una donna (il concetto
d’incarnazione di Dio fu ritenuto dagli gnostici un insulto all’intelligenza).
La prescelta è lei, Maria, immacolata verginella ebrea (cristianizzata dalla
Chiesa giubilante come Madonna, Madre di Dio per decreto conciliare).
Figuriamoci lo stato d’animo della giovinetta nell’ascoltare le parole
dell’arcangelo! Come poteva nascere nel suo grembo il figlio dell’Altissimo,
designato a essere re d’Israele, giacché ella non conosceva ancora uomo? In
verità, lo conosceva, giacché era maritata con Giuseppe. Il dubbio fece
vacillare la fede di Maria nell’Onnipotente. L’arcangelo non si adombrò per la
mancanza di fiducia della vergine “Ancilla
Domini”; anzi, si mostrò premuroso, informandola che lo Spirito Santo
sarebbe venuto a farle visita per ingravidarla, coprendola con l’ombra della
potenza divina. Da questo misterioso e soprannaturale connubio sarebbe stato
concepito nientemeno che il Figlio di Dio. Dopo aver spiegato come sarebbe
rimasta in stato interessante, Gabriele le diede anche un segno concreto della
potenza di Dio, quello dell’avvenuto concepimento nella tarda età della sua
parente Elisabetta. L’evangelista tace riguardo alla reazione dello sposo di
Maria, quando s’accorse che la moglie era incinta (pensando saggiamente di non
mettere dito tra moglie e marito). Nulla è impossibile a Dio e neanche alla
fantasia di Luca, che s’inventa di sana pianta la parentela tra le due sacre
madri, i cui santi figli sono i principali protagonisti del suo racconto. Del
resto, non ebbe anche Sara, la moglie d'Abramo, nonostante la sua incredulità,
un figlio nella vecchiaia? (Gn 18, 9-15). Maria si sottomette alla volontà di
Dio (poteva rifiutarsi?), offrendo il suo ventre al seme divino. Lei, pur
dubitando come Zaccaria, non è però castigata come l’altro dal segno di Dio.
Riceve persino una prova della potenza dell'Altissimo. La sua fede non è cieca
come quella abramitica. Abramo, vassallo di Jahvè, pur prestando fede alla
promessa della numerosa discendenza, chiese però un segno a conferma della
promessa di una terra per il suo popolo (Gn 15, 4-11). La fede d’Abramo è cieca
solo di fronte alla promessa della numerosa discendenza, perciò ubbidisce,
senza dubitare, alla richiesta infame di Jahvè d’immolare, secondo un barbaro
costume di quei tempi, il suo primogenito Isacco, senza punto preoccuparsi dei
diritti della moglie Sara sul figlio (in quei tempi patriarcali la donna era
totalmente subordinata alla potestà dell’uomo e dedita esclusivamente alla cura
dei figli e del marito). Provata la fedeltà del suo servo ubbidiente, Dio
padrone sostituì Isacco con un capro (Gn 22, 1 seg.). In seguito ad un voto,
anche Iefte sacrificò la figlia unigenita a Jahvè, che però non mosse un dito,
ossia non inviò un angelo per impedirne il sacrificio (Gdc 11, 29 seg.). Invece
il re Ezechia, gravemente ammalato, ricevette per il tramite d’Isaia un segno
divino, consistente nell’arretramento dell’ombra del sole di dieci gradi sulla
meridiana (che comportava il miracolo dell’inversione del moto rotatorio della
terra), come prova della promessa di Jahvè, che gli concedeva altri quindici
anni di vita (2 Re 20, 1-11; Is 38, 1-8). L’impietoso Jahvè, padrone (per chi
ci crede) delle leggi della fisica, esaudì persino la richiesta di Giosuè,
fermando il sole (ossia la rotazione terrestre) per consentire al suo pupillo
lo sterminio dei nemici (Gs 10, 12-15). Mosè ed Aronne, invece, per aver
dubitato di Dio, furono esclusi dall’ingresso nella terra promessa (Nm 20,
1-13; Dt 32, 48-52). Ogni altro commento, a proposito dell’arbitrarietà del dio
giudaico-cristiano, appare superfluo.
Resta ancora
da chiarire un punto nel racconto di Luca: il mitico regno cristiano,
instaurato con l’avvento di Gesù (ma non ancora concretamente realizzato sulla
terra), avrà o non avrà fine? Nelle parole annunciate da Gabriele a Maria, esso
non avrà mai fine (Lc 1, 33). Nella profezia di Daniele (Dn 2, 44,
4, 31, 7, 13-14), il regno escatologico sarà eterno e indistruttibile.
L’oracolo di Samuele (2 Sam 7, 12-16) annuncia che il regno di Davide e del suo
casato sarà eterno. Solo Paolo, l’apostolo delle genti, ha una diversa
opinione. Egli sostiene che, con l’avvento della parusia, il Cristo risorto
ritornerà sulla terra per regnare fin quando non avrà posto tutti i nemici
sotto i suoi piedi. Dopo che tutto avrà sottomesso a lui, egli a sua volta farà
atto di sottomissione al Padre, consegnandogli il regno. Paolo così
ridimensiona l’eternità del regno escatologico di Gesù (1 Co 15, 23-28). Lui
dice il vero, perché è stato reso edotto da Gesù in persona (cioè durante gli
stati psicotici allucinatori, di cui pare fosse sofferente). Anche il libro
orroroso dell’Apocalisse (Ap 20, 4-6) fantastica su un regno di Cristo sulla
terra di durata di mille anni (millenarismo). Non da meno è l’apocrifa
apocalittica giudaica, che vagheggia un bengodi escatologico. Possiamo ritenere
che Luca (o chi si cela sotto il suo nome), per tessere i fili della trama
narrativa, a fini propagandistici, si sia ispirato alle leggende delle Sacre
Scritture giudaiche. Dopo la scoperta di un antichissimo frammento del Vangelo
greco di Tommaso (Ox. Pap. 654), veniamo a conoscenza che il regno di Dio non
si trova nei cieli, residuo di antiche mitologie, ma nella dignità dell’uomo,
quindi immanente alla natura umana (umanesimo), alla conoscenza di sé e al
processo di secolarizzazione culturale.
Luca (Lc 1,
39-56) prosegue il racconto con la visita (la Visitazione, secondo mistero
gaudioso, si festeggiata il 31 maggio) di Maria alla cugina Elisabetta. Questa
presunta parente abitava (secondo la tradizione) in Giudea (l’attuale Ain
Karim, a circa 15 Km a Ovest di Gerusalemme, distante circa 120 Km da Nazareth,
attuale città omonima della Galilea, che la tradizione cristiana ha creduto di
riconoscere come patria di Gesù, detto il Nazoreo o Nazareno). Un lungo e
avventuroso viaggio per quei tempi. Luca tuttavia non specifica se la
giovinetta viaggiò da sola o in compagnia. Stimolata dalla curiosità di
appurare la veridicità del segno rivelato dall’angelo, Maria si mise ben presto
in viaggio dalla terra di Galilea verso la Giudea. Verosimilmente, possiamo
ritenere che il motivo della partenza sia stato quello di celare la gravidanza
prima del matrimonio (l’apocrifo “Atti di Pilato” del II secolo riporta tra le
accuse fatte a Gesù quella di essere nato da fornicazione). Entrata nella casa
di Zaccaria, Maria salutò Elisabetta. Questa manifestò una tale gioia nel
vederla, che mandò in brodo di giuggiole il frutto del suo seno, il nascituro
Giovanni Battista. Poi, ispirata dallo Spirito Santo, benedì Maria,
proclamandola beata per aver creduto alle parole di Dio (in verità, ella
dubitò, tanto che l’angelo le diede un segno come prova). Poi estese la
benedizione anche al frutto del seno di Maria: il nascituro Gesù (sembra che lo
Spirito Santo abbia già fatto il suo dovere, visitando e fecondando la tutta
santa immacolata vergine Maria). Elisabetta dichiarò di non essere degna di
ricevere cotanto onore: la visita della Madre di Dio! Persino Giovanni gli
balzò in seno per la gioia, appena udì il saluto di Maria. Questa pure andò in
brodo di giuggiole, dopo aver ascoltato gli omaggi sacrosanti. Ispirata dallo
Spirito Santo, Maria inneggiò il “Magnificat”
in lode di Dio, ringraziandolo per l’alto onore ricevuto. L’inno, verosimilmente,
è un’abile cucitura di citazioni scritturistiche, intessute da un ispirato
anonimo maneggiatore del testo evangelico. Dopo essersi scambiate convenevoli e
salamelecchi, le due pie donne s’acquietarono. Maria rimase ospite in casa
d'Elisabetta per tre mesi; poi ritornò a Nazareth. Luca non fa sapere se partì
prima o dopo il parto d'Elisabetta.
Giunto il
tempo di partorire, Elisabetta diede alla luce un maschietto. Vicini e parenti
si congratularono con lei per il lieto, miracoloso evento. Il bimbo fu portato
nel Tempio all’ottavo giorno per il rito della circoncisione e gli fu imposto
il nome di Giovanni. Il padre Zaccaria riacquistò improvvisamente la favella e
ne fece subito buon uso, inneggiando una lode di ringraziamento a Dio.
Sorprende che Luca (o chi per lui) conosca a menadito il “Benedictus”, cantato da Zaccaria al Dio d’Israele, riportandolo
passo dopo l’altro. In verità, non ha fatto altro che inventarselo, cucendo
abilmente (è una sua specialità) citazioni scritturistiche. Zaccaria, dopo aver
terminato di lodare Dio, ispirato dallo Spirito Santo, iniziò a profetare sul
Messia, designato a liberare il popolo d’Israele dai suoi nemici. Di suo figlio
Giovanni profetizzò che era predestinato a spianare la via all’altro suo
eminente parente. I presenti, che lo stavano ascoltando, furono colti da timore
reverenziale per la potenza dell’Altissimo. Questi avvenimenti divennero un
argomento di discussione in tutta la Giudea (figuriamoci!). Tutti si chiesero
quale sarebbe stato il destino di Giovanni. Questi, intanto, cresceva,
fortificandosi nello spirito. Adulto, andò a vivere in regioni deserte e
inospitali per prepararsi degnamente al compito che l’attendeva. Vivendo da
anacoreta e praticando l’ascetismo, Giovanni temprò il corpo e lo spirito.
Astinenze e preghiere contrassegnarono la sua quotidiana disciplina di vita. La
sua psiche s’infervorò di mistica esaltazione. Durante il suo lungo e forzato
isolamento, fu portato a disinteressarsi delle cose del mondo, a distaccarsi
dalle passioni, a sopprimere l’istinto umano volto a socializzare e ad
intraprendere legami affettivi. Il suo egotismo sfociò nel fanatismo religioso.
La sua vita puramente e semplicemente interiore, rivolta esclusivamente alle
cose di Dio, sovreccitò l’attività psichica, portandolo ad avere allucinazioni,
che egli scambiò per sogni divinatori o per visioni dell’aldilà. L’isolamento
rituale, per rigenerare lo spirito, sarà praticato anche da Gesù per un periodo
di quaranta giorni. Il cristianesimo, sull’esempio dell’eroe fondatore,
istituzionalizzerà questa pratica rituale, che culminerà nella “Devotio moderna”, una tecnica di
meditazione praticata da Tommaso da Kempis, e negli “Esercizi spirituali”, un
metodo nato dall’esperienza d'Ignazio di Loyola, fondatore della Compagnia di
Gesù, le nuove truppe missionarie per la diffusione del dominio della Chiesa
nel mondo, gerarchicamente organizzate sotto la guida del “papa nero” e
sottoposte all’obbedienza del “papa bianco”. Oggi la finanza globale è la nuova
terra di missione della Chiesa, alla cui conquista ha schierato la potente e
ricca organizzazione dell’Opus Dei: la prelatura personale fondata nel 1928
dallo spagnolo Josemarìa Escrivà de Balaguer, ideologo fondamentalista,
antidemocratico, intollerante, manipolatore delle coscienze (secondo talune
testimonianze).
Luca, dopo
essersi inventato la parentela tra la famiglia di Giovanni e quella di Gesù, i
due santi eroi cristiani, s’ingegna a descrivere il leggendario episodio della
nascita del Messia (Lc 2, 1-7). Il suo scopo è dimostrare che Gesù è l’atteso
Messia di discendenza davidica. Secondo le profezie delle Antiche Scritture,
egli dovrà nascere a Betlemme, in Giudea, luogo natio del re Davide. La
famiglia di Gesù, però, vive in Galilea. Luca aggira l’ostacolo col pretesto di
un censimento universale (in verità il censimento riguardava solo la Siria e la
nuova provincia della Giudea, di cui non faceva parte la Galilea) disposto
dall’imperatore romano Ottaviano Augusto a scopo di tassazione. Egli attesta
che Giuseppe, appartenente alla schiatta di Davide, originaria di Betlemme,
deve recarsi in quella città di origine per adempiere le formalità richieste
dal censimento (secondo un uso non storicamente documentato, posto che la
tassazione romana riguardava il patrimonio e che Giuseppe non possedeva alcuna
proprietà a Betlemme). Betlemme dista circa 150 km da Nazareth e il viaggio
attraverso zone collinose con dislivello di circa 400 metri richiedeva, per
quei tempi, almeno sette giorni a dorso d’asino. Luca dunque colloca la nascita
di Gesù (la cui data è ignota) all’epoca del censimento d’Augusto, risalente al
6 dell’era volgare. Nel Vangelo secondo Matteo (Mt 2, 1), invece, Gesù nasce
almeno dieci anni prima, al tempo d'Erode il Grande, l’autore della presunta
strage degli innocenti, regnante in Palestina dal 37 al 4 avanti l’era volgare.
Non è credibile, inoltre, che l’editto imperiale obblighi la gente (comprese le
donne incinte), a spostarsi verso le località dei loro lontani antenati
(Davide, infatti, era vissuto mille anni prima di Giuseppe, suo preteso
discendente). Ad ogni modo, essendo Maria già incinta e prossima a partorire,
urge una sistemazione alberghiera all’arrivo della sacra famiglia a Betlemme.
Lo sposo s’affretta a cercare un letto in albergo (cioè, in un caravanserraglio),
ma tutti i locali disponibili sono già occupati: il censimento ha richiamato
molti forestieri. Giuseppe, nell’imminenza del parto di Maria, trova una
sistemazione all’interno di uno stallaggio, presso una mangiatoia. Forse era
una grotta, adibita a stalla, annessa ad una locanda. Qui la “vergine incinta”
(un non senso) dà alla luce il figlio "primogenito" (terzo mistero
gaudioso). Luca, dunque, lascia intendere che non è l’unico figlio. La Chiesa,
invece, lo proclamerà figlio unigenito di Dio (così nel “Credo”, la professione
di fede cristiana), elevando Maria a simbolo di purezza per non aver mai avuto
rapporti sessuali con Giuseppe. Dunque, per la Chiesa, Maria non ha avuto altri
figli, oltre a quello, di natura divina, concepito senza conoscere uomo. Il
Concilio Laterano nell’anno 649 decreterà Maria sempre vergine, prima durante e
dopo il parto miracoloso (cose dell’altro mondo!). La leggenda del bue e
dell’asinello (simboli di pazienza e umiltà), che riscaldano con il loro fiato
(fetore) il bambinello appena nato in una stalla, appartiene ad una tradizione
cristiana apocrifa (Vangelo dello pseudo-Matteo). Una successiva tradizione
(risalente a San Francesco d’Assisi) istituirà il presepio: rappresentazione
iconografica della leggendaria natività di Gesù, il nuovo dio solare, adornato
con l’aureola della gloria. La sua data di nascita è sconosciuta agli
evangelisti, non alla Chiesa di Roma, che ha solennemente fissato il
“dies natalis” (simbolico) al 25 dicembre (lo attestano documenti
risalenti agli anni 353-354, durante il pontificato di papa Liberio), giorno
genetliaco di una divinità pagana (il Sole Invitto: Aton, dio egizio,
assimilabile a Mitra, dio persiano, e ad altre consimili divinità solari), che
aveva un culto (Elio latria) ampiamente diffuso e la cui festa si celebrava
durante il solstizio d’inverno, in concomitanza con i Saturnali (celebrati
nella settimana precedente il “dies natalis”). L’imperatore Costantino,
oltre a introdurre la settimana di sette giorni e la domenica come giorno di
riposo dedicato a Dio, fece coincidere la festività del Natale cristiano con il
Natale del “Sol Invictus”, precedentemente introdotto come culto di
stato da Aureliano (anno 274). Il filosofo pagano Arnobio, convertito poi al
cristianesimo, ironizzò sull’uso di celebrare i compleanni delle divinità.
Cristo, nuovo sole nascente, identificato con il “sole di giustizia” dai raggi
radiosi (Ml 3, 20), simboleggiato dall’ostensorio, s’impose sul dio dei
misteri, Mitra, anch’egli figlio del sole, simbolo della luce, assimilato dai
Romani con il greco Dioniso, nato in maniera miracolosa da una vergine. Del
resto, gli antichi popoli della terra hanno fatto nascere le loro divinità
proprio durante questo periodo per simboleggiare la vittoria della luce sulle tenebre
(cioè, quando il sole, dopo il solstizio d’inverno, in cui raggiunge il massimo
declino e resta fermo qualche giorno nel suo moto apparente, riprende a
crescere verso l’alto fino al solstizio d’estate). Nell’edificazione delle
chiese cristiane assunse importanza l’orientamento equinoziale con l’abside
rivolto verso la luce del sole al solstizio d’inverno e con la facciata rivolta
al tramonto, scalfita da un gran rosone, simbolo della stella natalizia.
L’Avvento, le quattro settimane che precedono l’arrivo del Natale, rappresenta
nella liturgia cristiana un periodo di penitenza e di meditazione. Dalla
leggenda narrata nel Vangelo di Matteo, relativa alla visita dei Re Magi al
bambinello divino, è invalso l’uso di scambiarsi doni nel periodo natalizio. Presso
i Romani, del resto, era usuale lo scambio di doni durante i Saturnali, che si
festeggiavano dal 17 al 24 dicembre. La Chiesa commemora l’adorazione dei re
magi a Gesù Bambino nel giorno (6 gennaio) dell’Epifania (intesa come
manifestazione della divinità di Gesù al mondo pagano). Nelle Chiese Orientali,
che adottano il calendario giuliano, la Natività si festeggia il 7 gennaio. I
pagani, invece, celebravano in quel giorno la festa in onore dell’ebbro dio
Dioniso (sostituito nel moderno folclore dalla leggendaria befana). Ancora oggi
si assiste, durante il Natale, personificato dall’invenzione di Babbo Natale,
ad una commistione tra sacro e profano, tra cristianità e paganità. La festa
religiosa si confonde con la frenesia disimpegnata e vacanziera (vacanze di
Natale). Le strade cittadine sono addobbate con luminarie. I negozi espongono
futili mercanzie (i nuovi idoli del consumismo). Le abitazioni si adornano con
alberi natalizi (simboli della nascita del Sole Bambino, del Cristo che dona la
luce all’umanità) o con la raffigurazione del presepio di tradizione
francescana. La smania di comprare qualcosa per sé o per gli altri pervade la
gente, indotta dall’attuale sistema economico, improntato sulla crescita, ad
avere sempre più bisogni superflui per acquistare sempre più beni di consumo.
Il virus del consumismo contamina la sacralità della festa religiosa,
compromessa altresì dal paganeggiante e delirante festeggiamento di capodanno
(riadattamento della medievale Festa dei Folli), che si annuncia con puerile e
sciocca esplosione di “botti”, spesso pericolosi, e di fuochi d’artificio
(simbolo della nascita del nuovo Sole) nella notte di San Silvestro, in cui si
dà inizio, all’insegna della barbarie, ad un nuovo anno civile (!). Durante le
festività (comandate), una stressante euforia pervade la cristiana collettività
e s’espande simile ad un contagio epidemico. La dominante tradizione, sacra o
pagana che sia, condiziona le persone a conformarsi al clima festoso e
disimpegnato. Stucchevoli scambi augurali, luculliane abbuffate, insensate
compere, superflui regali e pazzi divertimenti caratterizzano il periodo in
questione. Un po’ tutti, volenti o nolenti, sono obbligati all’osservanza di un
convenzionale cerimoniale, soggiogati dalla seduzione del voluttuoso clima
natalizio. Tutti restano invischiati nella trappola di un rituale festaiolo
mascherato da formale senso religioso. Per sfuggire alle grinfie avvolgenti di
quest'insensata tradizione occorrerebbe concedersi una vera, riposante vacanza
in quei paesi che hanno tradizioni e costumi diversi (sempre che perdurino
nell’ormai invadente e pervasiva globalizzazione). Altrimenti, non resta che
attendere pazientemente il passaggio della buriana, resistendo agli attacchi
del funesto virus di un cristianesimo idolatrico e neo-pagano.
Nel racconto
di Luca, la mangiatoia, dove Gesù nasce, si popola con la presenza
d’ornamentali figure, che caratterizzerà poi l’aspetto del presepio. Appare fra
l’altro l’immagine dei pastori, umile categoria di persone, che si recano a venerare
il bambinello (Lc 2, 8-20). Non è una notte invernale. I pastori non stanno
accovacciati in qualche anfratto o rifugio, perché vegliano il gregge
all’aperto. Dunque è estate. Quindi Gesù non può essere nato in inverno. Un
angelo, circonfuso da una luce avvolgente (le divine teofanie sono sempre
luminose), appare improvvisamente tra di loro, spaventandoli. Il messo divino
li rassicura; poi annuncia un gioioso avvenimento: la nascita dell’atteso
Messia, salvatore del popolo d’Israele (anche i miti pagani abbondano di
racconti inerenti nascite di dei salvatori da vergini donne). Li esorta a
dirigersi nella città di Davide, presso una mangiatoia, in cui giace un
bambinello avvolto in fasce. Questo è il segno di riconoscimento per i pastori,
non la stella che guida i Re Magi. Non è dato sapere come i pastori abbiano
potuto trovare la sacra famiglia tra una gran moltitudine di persone e di
bestie, che affollano Betlemme a causa del censimento. L’angelo stesso, che
avrebbe potuto accompagnarli, si dilegua subito dopo l’apparizione per far
posto ad un’altra visione: una massa d’angeli che discendono dall’alto dei
cieli, cantando lodi a Dio (il “Gloria in excelsis Deo”) e augurando
pace in terra al popolo eletto. Le divine sette note musicali si diffondono sino
al settimo cielo, dando luogo ad un’armonia universale. Svanita anche
quest’allucinazione nelle tenebre della notte, Luca rappresenta i pastori in
cammino verso Betlemme, impazienti di trovare il bambinello. Dopo averlo
rintracciato (Dio sa come!) e visitato, vanno a riferire (non si sa a chi) ciò
che loro hanno udito a proposito della sorprendente nascita, meravigliando chi
si presta ad ascoltarli (in piena notte, quanti avranno avuto voglia di
ascoltare bazzecole?). I pastori, terminata la loro ambasciata, glorificando e
lodando Dio, ritornano ad occuparsi delle greggi (sperando che, nel frattempo,
non si siano disperse, essendo rimaste incustodite durante la loro assenza).
Maria, intanto, terminata la visita dei pastori, medita in cuor suo quegli avvenimenti
sublimi. Il suo consorte Giuseppe, che tanto s’è affannato per trovarle una
sistemazione per il parto, è del tutto ignorato dall’evangelista. Egli,
difatti, appare come semplice comparsa nel dramma allestito sulla vicenda del
dio cristiano. L’unico rilievo che gli si concede è di rappresentare la
paternità legale di Gesù, quale discendente della regale casa di Davide.
Luca
prosegue il racconto, introducendo l’episodio dell’adempimento delle
prescrizioni rituali, prescritte dalla Legge mosaica (Es 13, 2, 12-13; 34, 20;
Lv 12, Lc 2, 21-38), con alcune imprecisioni che denotano scarsa conoscenza del
giudaismo. Gesù è circonciso all’ottavo giorno dalla nascita (Gn 17, 9-14).
Molte chiese europee vantano di possedere (o rivendicano di aver posseduto) la
miracolosa reliquia del Santo Prepuzio del Bambino Gesù (in Italia si venera a
Calcata, presso Orte). Giunto il tempo della purificazione (la puerpera era
considerata impura per quaranta giorni dopo il parto di un maschio), Maria si
reca al Tempio di Gerusalemme per essere dichiarata monda e consacrare il
figlio primogenito al Signore, mediante riscatto (quarto mistero gaudioso). Se
Gesù è primogenito, Maria può aver avuto altri figli da Giuseppe, se non si
crede al dogma (che non è una prova storica) della perpetua verginità (ante
partum, in partu et post partum). Per la Chiesa, invece, Gesù è unigenito,
perché figlio unico, generato dal Padre celeste. Terminato il rito del
sacrificio purificatorio (la Chiesa, invece, dichiarerà Maria pura e immacolata
sin dalla nascita), ecco comparire sulla scena due altri personaggi. L’uno è il
pio e giusto Simeone, cui lo Spirito Santo ha rivelato che non sarebbe morto
prima di aver visto il Messia, colui che avrebbe consolato (incattivito)
Israele. Egli prende in braccio il bambinello, recita una benedizione e
profetizza la (triste) sorte del neonato. L’altra protagonista è la profetessa
Anna, in età avanzata, tutta chiesa (cioè sinagoga) e poca casa, la quale alla
vista del bambinello innalza lodi a Dio per aver inviato il liberatore
d’Israele. E’ appena il caso di aggiungere che solo per fede si può dar credito
a queste due testimonianze, sicuramente inventate di sana pianta
dall’evangelista e smentite dai successivi tragici avvenimenti.
PARTE QUARTA
Nella
descrizione del “presepe”, l’evangelista Matteo ignora la presenza degli umili
pastori. Rappresenta Gesù come legittimo erede del re Davide, facendolo nascere
non nella mangiatoia di una stalla (simbolo di povertà), ma in una casa di
Betlemme (dove avrebbe abitato la sacra famiglia, prima di trasferirsi in
Galilea). Per non essere da meno di Luca, quanto a inventive, rappresenta sulla
scena del “presepe” l’arrivo dei Re Magi dall’oriente per omaggiare il neo-re
dei giudei (Mt 2, 1-12). Di costoro s’ipotizza che fossero sacerdoti persiani
della religione zoroastriana, maghi (depositari della sapienza esoterica) e
astrologi (credevano nell’influsso degli astri sugli eventi umani); ovvero
sacerdoti del dio Mitra; o sapienti provenienti dall’Anatolia (il cui termine
greco significa oriente); oppure sacerdoti esseni, di tradizione esoterica e
dualistica, che attendevano la venuta di un salvatore messianico, che li
avrebbe liberati dal giogo pagano. La nuova stella (forse una cometa), che i
Magi avevano visto rifulgere nell’alto del cielo, ad oriente, rivelava
l’imminente nascita, secondo i loro calcoli, di un gran re dei giudei.
L’apparizione di un astro, poiché si riteneva che annunciasse eventi prosperi,
era un tema ricorrente nelle biografie delle celebrità dell’antichità (un
espediente per dare fama divina a personaggi illustri e a fondatori di
religioni). In tempi più vicini ai nostri, la superstizione popolare
considererà la cometa come segno divino, simbolo di malaugurio, foriero di
disastri (cfr. Bayle, “Pensieri sulla cometa”). Anche per la nascita di
Maometto (Muhammad) sarebbe sorta una stella, secondo una leggenda. Già sette
secoli prima dell’era volgare, il profeta persiano Zarathustra aveva
preannunciato (cfr. l’apocrifo Vangelo Arabo) l’avvento di un Messia.
All’arrivo dei Re Magi a Gerusalemme (dopo aver incredibilmente percorso circa
2000 Km: un viaggio di un paio di mesi a dorso di cammello), si sparse la voce
che questi erano venuti per venerare un neonato, destinato a diventare un gran
re dei giudei. Tutta Gerusalemme fu presa dallo spavento (perché mai si sarebbero
dovuti spaventare i gerosolimitani?). Erode, re della Giudea sotto il
protettorato romano, appresa la notizia, convocò i dottori delle Sacre
Scritture per appurare il luogo nel quale, secondo le antiche profezie, doveva
nascere l’intruso, temibile concorrente, neo re liberatore, che avrebbe
riscattato gli ebrei dal domino straniero. Avendo saputo che il luogo era
Betlemme - secondo quanto riportato da Matteo, che cita una profezia di
Malachia (5, 1), adattandola allo scopo - fece chiamare segretamente i Magi per
informarsi del tempo in cui era apparsa la stella (la nascita del prodigioso
bambinello si stimava coincidente con l’apparizione dell’astro). Dal testo
evangelico, però, non risulta che l’astro fosse visibile anche da Gerusalemme.
Appurati i fatti, Erode li autorizzò a procedere nel cammino verso Betlemme,
incaricandoli di ricercare il bambino prodigio e di avvertirlo appena trovato,
affinché anche lui potesse recarsi a riverirlo (in verità, voleva eliminarlo,
temendo di essere spodestato dal re dei giudei, essendo egli di stirpe idumea).
Guidati dalla stella, che li precedeva (cosa astronomicamente assurda, perché
una stella che sorge ad oriente non può precederli nel cammino verso
Gerusalemme e Betlemme, situate ad occidente), i Magi, lasciata la reggia di
Erode, s’incamminarono alla ricerca del Bambinello. L’astro si fermò
(miracolosamente, secondo san Giovanni Crisostomo, autore di violente omelie
contro i giudei) proprio sul luogo dove Gesù era nato (la coincidenza
dell’arrivo dei Magi con la nascita di Gesù, come rappresentato nei presepi,
appare del tutto inverosimile). Vi entrarono con allegrezza e si prostrarono in
adorazione davanti al Bambinello, sorvegliato da sua madre (e Giuseppe
dov’era?). Poi, dischiusi i loro scrigni, donarono alla sacra famiglia dell’oro
(sempre utile ai poveri, ma inopportuno offrirlo alla sacra famiglia, emblema
della mitica povertà cristiana), dell’incenso (sostanza odorosa, molto preziosa
in quei tempi, usata presso corti e templi orientali per pratiche religiose o
come segno di rispetto e di devozione verso la divinità) e della mirra (altro
bene prezioso, di pessimo gusto, perché serviva per imbalsamare i morti). I
preziosi doni non furono rifiutati. Dopo il cerimoniale dell’adorazione e
dell’omaggio al neonato re, i Magi andarono a schiacciare un pisolino, prima di
riprendere il viaggio di ritorno. Durante la siesta, furono avvertiti in sogno
di non passare da Erode. S’avviarono quindi per un’altra strada, ritornandosene
nella loro lontana terra. Successive tradizioni cristiane specificarono che i
Magi erano tre (probabilmente, in correlazione con il numero dei doni) e che
fossero re (per la preziosità dei regali offerti), attribuendo a ciascuno un
nome (Gaspare, Melchiorre e Baldassarre). Quanto alla leggenda della stella
cometa, annunciante la nascita di Gesù, è verosimile che sia stata desunta da
un oracolo messianico (cfr Nm 24, 17). Ciò che appare incredibile è
che si continui ancora a credere vera questa favola della stella di natale,
rappresentata ancora nei presepi, che sorge ad oriente e s’avvia verso
occidente (impossibile, secondo l’astronomia, anche per l’onnipotente Dio),
guidando i Magi astrologi fin sul luogo in cui si trova il neonato re dei
Giudei, fermandosi proprio sopra la sua casa (o stalla che sia). Ciò appare del
tutto inverosimile.
Il
susseguente episodio di Matteo descrive le vicende della fuga in Egitto della
sacra famiglia e del successivo ritorno della stessa (Mt 2,13-23). Del tutto
pretestuoso è il riferimento alla profezia d’Isaia (11,1). Motivo della fuga è
la strage degli “innocenti”, ordinata da Erode (simbolo del terrore). Questi,
resosi conto di essere stato ingannato dai Magi, montò su tutte le furie. Per
togliere di mezzo il neonato re, ordinò ai suoi sgherri di uccidere tutti i
bambini di Betlemme e dintorni con meno di due anni d’età. Il tempo indicato
dai Magi, relativo alla nascita di Gesù, poteva approssimativamente essere
retrodatato di un paio d’anni (dunque, avrebbe potuto avere già due anni di
età, allorquando fu visitato dai Magi). Come avrebbero potuto le guardie,
incaricate dell’eccidio, appurare l’esattezza dell’età dei bimbi? E’ un
mistero. Per dare veridicità al suo racconto, Matteo cita la profezia di
Geremia (Gr 31, 15), che non ha alcuna relazione con la strage degli
“innocenti”. La profezia in questione, infatti, si riferisce ai lamenti di una
madre, che geme per i figli fatti prigionieri e deportati in Babilonia.
Peraltro, appare del tutto inverosimile che Erode possa aver ordinato un
efferato massacro, senza neanche consultare il Sinedrio, e che tale nefandezza
non abbia avuto alcun riscontro storico. Egli, sottomesso alla sovranità
romana, senza previa autorizzazione, non avrebbe potuto compiere un’illecita
scelleratezza. Se avesse agito di propria iniziativa, non l’avrebbe passata
liscia. Giuseppe Flavio, nel descrivere la vita di Erode, non menziona l’atroce
misfatto. Poco credibile è altresì la fiducia posta da Erode nei confronti dei
Magi, cui demanda il compito di scovare il suo rivale, invece d’inviare spie e
soldatesche a cercarlo. Parecchi sono i quesiti che Matteo lascia insoluti. E’
possibile che l’evangelista (o chi per lui) abbia rimarcato e rimaneggiato la
favolosa sceneggiata, riportata nelle Sacre Scritture, relativa alle vicende
leggendarie della vita di Mosè (un topos letterario analogo a quello del
piccolo Sargon l’Assiro o a quello del mito di Romolo e Remo), allorquando il
Faraone ordinò alle levatrici di uccidere tutti i nati maschi ebrei (Es 1,
15-22). Appare, peraltro, dalla lettura del citato libro biblico, che le
levatrici, adibite all’ingrato compito, erano soltanto due; in tal caso, come
avrebbero potuto assistere a tutti i parti quotidiani delle numerosissime
coppie ebraiche? Mosè, ad ogni modo, riesce a salvarsi dall’eccidio. Fattosi uomo,
istruito nell’ambito della cultura egizia, prima che diventi il pupillo di YHWH
(il tetragramma che esprime il nome impronunciabile e non raffigurabile del dio
ebraico), compie un omicidio e si dà alla fuga. Dopo essersi finalmente
commosso per la condizione servile del suo prediletto popolo, YHWH decide di
liberarlo per condurlo verso una terra già promessa ai patriarchi. YHWH,
dissotterrata l’ascia di guerra, fa soffrire gli Egiziani con sonore batoste
(le proverbiali piaghe d’Egitto), per indurre l'indurito cuore del Faraone a
lasciar partire gli ebrei. Questi non avranno scrupoli nel depredare il popolo
egiziano, martoriato dai celesti flagelli, quando il Faraone, per liberarsi
della rogna divina, autorizza il menagramo condottiero Mosè ad allontanarsi
dall’Egitto, dono del Nilo, con tutta la sua gente. Come se non bastasse, YHWH,
indurisce nuovamente il cuore al Faraone, che si pente di aver concesso la
dipartita degli ebrei. Dopo aver messo in salvo gli eletti pupilli, aprendo
loro un passaggio da una sponda all’altra del Mar Rosso, YHWH fa rifluire le
acque del mare, sommergendo l’esercito egiziano inseguitore. Osservando
l’affogamento dei militi, inneggiarono alla vittoria i figli d’Israele e
lodarono la potenza di YHWH. L’eletto popolo del dio giudaico, dopo aver
ripreso la lunga marcia verso la sospirata terra promessa, si macchierà di
nuovi eccidi, votando allo sterminio chi ostacolerà la loro gloriosa avanzata.
Delle altre innumerevoli scelleratezze bibliche è preferibile tacere. Unica
magra consolazione è che l’impietoso dio giudaico non farà più sorgere in
Israele un profeta catastrofico come Mosè. Ritornando all’episodio del Vangelo,
prima che i soldati d’Erode portassero a compimento la strage, un angelo del
Signore apparve in sogno a Giuseppe (forse in quella stessa notte in cui
apparve ai Magi) e gli ordinò di far fagotto al più presto, rifugiandosi in
Egitto per salvare il Bambinello dall’imminente strage ordinata da Erode, re
truce e sanguinario. Giuseppe, per interpretare i sogni divinatori inviatigli
da Dio, non aveva bisogno d'essere esperto d'oniromanzia, essendo sufficienti e
i lumi dello Spirito Santo e il terrore d’Erode. Fatto sta che la notte stessa
la sacra famiglia s’incamminò verso la terra d’Egitto, dove dimorò fino al decesso
del despota (peraltro, morto quattro anni prima dell’inizio dell’era volgare,
anno della presunta nascita del Cristo Gesù, secondo i calcoli del monaco
Dionigi il Piccolo del VI secolo, rivelatisi in seguito errati). L’angelo del
Signore, scomparso il tiranno, riapparve a Giuseppe, emigrato in Egitto, cui
ordinò di rifar fagotto per ritornare nella terra d’Israele. Questi avvenimenti
accaddero perché s’adempiva, secondo il Vangelo di Matteo, ciò che era stato
profetizzato da Osea (Os 11, 1-2). In verità, Matteo attribuisce a Gesù la
vicenda del popolo d’Israele, che Dio richiamò dall’Egitto. Durante il viaggio
di ritorno, Giuseppe, appurato che in Giudea regnava Archelao, il tiranno e
crudele figlio d’Erode (tale padre, tale figlio), preso da timore, desistette
dal ritornare in Giudea (Dio si era dimenticato d’informarlo). Durante una
sosta, ecco finalmente il messo di Dio, instancabile stacanovista, discendere
dal cielo per avvertirlo in sogno del rischio che correva, consigliandolo di
recarsi in Galilea. L’Onnipotente non sapeva trovare altro rimedio per
proteggere il suo pupillo dalle avversità del mondo, se non quello di
sgattaiolare i pericoli, preavvertendo Giuseppe (quando se ne ricordava) con
sogni divinatori. Giunta in Galilea, la sacra famiglia si stabilì a Nazareth
(luogo non identificabile per l’assenza di riferimenti nelle scritture
pre-cristiane). Ciò accadde affinché, secondo l’evangelista Matteo (2, 23), si
adempisse il detto dei profeti, che il Messia sarebbe stato chiamato “Nazoreo”.
Gesù, detto il Nazareno, è stato poi modificato in “Gesù di Nazareth”, cioè
abitante di Nazareth, fantomatico villaggio della Galilea. Il termine in
questione può essere stato frainteso, forse per assonanza, in seguito alla
traduzione in lingua greca di parole ebraiche, aventi diversi significati
(consacrato, virgulto, verità, ecc.), scritte in ebraico con la radice NZR. Ad
esempio, “Nazoreo” ha attinenza con la parola “nazir” (che significa “chi è
sacro a Jahvè”) e con la pratica religiosa del “nazireato” (scritto in ebraico
antico con le sole consonanti NZR), che comportava uno stile di vita consacrato
a Dio e una pratica religiosa ascetica. Nazirei saranno i nascituri da madri
sterili: Isacco, Sansone, Giovanni Battista. Peraltro, Gesù e i suoi seguaci
saranno noti con l’appellativo di “nazareni”, prima di affermarsi quello di
“cristiani”. Forse Gesù era membro della setta religiosa che praticava il
nazireato (Nm 6, 1 seg.; At 24, 5) e di qui, forse, è nata la confusione sul
significato del termine in questione, riferendolo ad un luogo geografico
inesistente (è verosimile che l’indicazione di Nazareth, come luogo geografico,
sia un’interpolazione dei redattori dei vangeli). E’ persino citato dai Padri
della Chiesa uno scomparso Vangelo dei Nazareni (libro apocrifo di una setta
giudeo-cristiana, della stessa epoca di Gesù). Quantunque fosse lungimirante la
predizione profetica, neanche Isaia (7, 14) indovinò il nome del Messia. Egli,
infatti, non stava predicendo avvenimenti futuri, che potevano in qualche modo
riferirsi a Gesù. A differenza di ciò che il testo matteano vorrebbe farci
credere (Mt 1, 22-23), la profezia di Isaia si riferisce al figlio di una
giovinetta già incinta, chiamato “Emmanuele”, non quindi a Gesù, figlio di una
donna sempre vergine.
PARTE QUINTA
In
conclusione, secondo il Vangelo matteano, Gesù nacque in Giudea, nella dimora
di Betlemme, al tempo in cui regnava Erode il Grande (dal 37 al 4 prima
dell’era volgare), ricevendo l’omaggio e i doni dei Magi in qualità di re dei
giudei. In seguito, la sacra famiglia, dopo la fuga e il ritorno dall’Egitto,
timorosa del figlio d’Erode, Archelao, si trasferì in Galilea, a Nazareth.
Secondo il Vangelo lucano, invece, la sacra famiglia viveva in Galilea e, a
causa del censimento indetto dai Romani (nell’anno 6 dell’era volgare), andò in
Giudea. Qui Maria partorì il figlio divino in uno stallaggio, dove fu visitato
da umili pastori in qualità di Messia, Signore e Salvatore. Dalla Giudea, dopo
aver compiuto le prescrizioni legali (circoncisione, riscatto del figlio,
purificazione della puerpera), la sacra famiglia ritornò a Nazareth, dove Gesù
crebbe e si fortificò, pieno di sapienza infusa dalla grazia di Dio (Lc 2,
39-40). Se in Matteo è Giuseppe, figlio di Davide, ad essere informato riguardo
al concepimento miracoloso, in Luca è Maria. Conciliare le contrastanti
versioni della vicenda relativa alla nascita leggendaria di un sedicente dio,
preteso Messia del popolo d’Israele, è impresa ardua. Infatti, secondo la
versione di Matteo, dopo la nascita di Gesù, la sua famiglia dovette
precipitosamente rifugiarsi in Egitto, da dove ritornò per recarsi in Galilea
(nulla è detto riguardo all’adempimento delle prescrizioni legali ed alle
profezie di Simeone ed Anna). Secondo la versione di Luca, invece, la famiglia
di Gesù dalla regione di Galilea venne in quella di Giudea a causa del
censimento; dopo la nascita di Gesù e l’adempimento delle prescrizioni legali,
ritornò in Galilea (nulla è detto riguardo alla venuta dei Magi, alla fuga in
Egitto e alla strage degli innocenti). Sulla nascita di Gesù gli altri due
evangelisti, Marco e Giovanni, tacciono. Tace anche Paolo. Non tacciono invece
le zuffe tra teologici, chierici, laici, credenti e non credenti sugli
avvenimenti leggendari del mitico idolo adorato dai cristiani. Luca e Matteo,
dopo aver lavorato di fantasia sugli avvenimenti riguardanti i natali di Gesù,
null'altro aggiungono della sua infanzia e adolescenza (il troppo stroppia e
annoia). Le gesta del divino eroico giovane abbondano, invece, nei Vangeli apocrifi
(raccomandati ai lettori che vogliano occupare momenti d’ozio in vani
trastulli), ma la Chiesa docente rifiuta di riconoscerli come scritture
ispirate da Dio.
Come
visse Gesù, prima che iniziasse pubblicamente il suo ministero in età
matura, è un mistero che gli evangelisti non svelano (si suppone
intorno agli anni trenta del primo secolo dell’era volgare). Certamente,
ignoravano la storia della sua vita. Né Luca (con una sola eccezione), né
Matteo, temerari inventori dei racconti d’infanzia, ebbero la sfrontatezza di
spacciare altre fole sulla vita di Gesù. Del resto, egli non parlò mai della
sua vita, né tanto meno della miracolosa nascita da una vergine immacolata per
intervento dello Spirito Santo. Questa leggendaria storia fu abilmente elaborata
dalla Chiesa trionfante per convincere pii credenti, dotati di evangelica
povertà di spirito, ad adorare un uomo divinizzato (né gli ebrei né gli
islamici osarono tanto, parlando del condottiero Mosè e
di Maometto, mercante e profeta dell’Islam). Solo Luca (Lc 2,
41-52) accenna (inventa) ad un episodio di Gesù adolescente, mentre disputa nel
Tempio con i dottori della Legge (quinto mistero gaudioso, in cui si contempla
la divina missione di Cristo). Tutti gli anni la famiglia di Gesù si recava in
comitiva a Gerusalemme per la festa della Pasqua ebraica. Durante la festa,
Gesù si allontanò dalla sorveglianza dei suoi genitori per intrattenersi nel
Tempio di Gerusalemme ad ascoltare e interrogare gli eruditi scribi, insegnanti
della Legge mosaica (Torah), meravigliandoli per la sua conoscenza dei sacri
testi e per la sua precoce maturità (enfant prodige!).
L’episodio appare inverosimile, giacché l’adolescente Gesù parlava la lingua
corrente aramaica, mentre la lettura delle Sacre Scritture richiedeva la conoscenza
dell’ebraico antico. Certamente, come tutti i giovani ebrei, anche Gesù
ricevette una formazione religiosa (studio della Bibbia e delle tradizioni
orali integrative alla Legge) e, forse, aveva già l’età (dodici o tredici anni)
per essere considerato maggiorenne riguardo all’osservanza dei precetti della
Legge.
Sulla via
del ritorno, i genitori si accorsero che Gesù non si trovava nella comitiva.
Ritornati a Gerusalemme, solo dopo tre giorni d'assidue ricerche lo ritrovarono
nel Tempio in mezzo ai “tannaìm” (dottori), sbalordendo i suoi
familiari. Quando sua madre chiese di giustificare il suo comportamento, che
tanto dolore aveva causato ad entrambi i genitori, Gesù rispose loro, con
sfrontatezza, chiedendo perché mai si dessero tanta pena a cercarlo, pur
sapendo che egli doveva occuparsi degli affari che riguardavano il Padre
celeste. I genitori, però, non compresero quelle sue parole. Forse s’erano
dimenticati ciò che era accaduto al tempo della natività del figlio? Non
rammentavano le apparizioni dell’angelo del Signore? Le profezie di Simeone ed
Anna? Gesù, tuttavia, non avrebbe dovuto comportarsi con asprezza verso la
naturale apprensione dei genitori. Tanto abile con i dottori, quanto trascurato
e oscuro con i suoi. Fatto sta, secondo Luca, che i tre se ne ritornarono a
Nazareth, dove Gesù visse sottomesso ai genitori, crescendo in sapienza, in età
e in grazia, mentre la madre conservava in cuor suo le stranezze del misterioso
figlio. A noi, liberi pensatori, non resta che dubitare quanto a segni, prodigi
e favole narrate dai redattori dei sacri testi religiosi giudaico-cristiani,
intessuti con l’apporto del “mythos” (pensiero mitico, immaginifico)
piuttosto che del “logos” (pensiero razionale, scientifico, fondato
sull’evidenza, fino a prova contraria, e sulla documentazione storica,
attendibile). Sorprendono inoltre le tante analogie presenti nel cristianesimo
con la religione egizia e il mito della triplice divinità: Osiride, Iside,
Horus, cui si rimanda lo studioso che voglia approfondire l’argomento della
Grande Favola plurimillenaria raccontata nella Bibbia.
Lucio Apulo Daunio
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