domenica 27 febbraio 2011


OSSERVAZIONI CRITICHE SUI VANGELI

(Absit iniura verbis)




Il Vangelo è l’annunzio del messaggio salvifico di Gesù, detto Cristo, cioè Messia, inaudito Dio (egli stesso si connota come Dio, cfr. Lc 4, 12; Gv 13, 13), antesignano di una nuova religione: il cristianesimo. L’uomo Gesù rispecchia il mito dell’eroe divinizzato (apoteosi), stante l’assenza di prove storiche inconfutabili, relative alla sua esistenza e origine divina.

Lo si qualifica come Maestro (Mt 23, 7-11), Profeta escatologico (Gv 6, 14), Signore (cioè padrone degli uomini, 1 Co 8, 6, come il Padre, Gn 22, 1-2; Es 13, 11-16; 34, 19-20; Nm 3, 11-13; 40-45; 8, 15-18; 18, 13-15), Salvatore del mondo (Gv 4, 42), Figlio di Dio (dopo la discesa dello Spirito Santo sotto forma di colomba, cfr. Lc 3, 22; Gv 1, 34; contro cfr. Mt 11, 3), Figlio di Davide (cioè discendente da una nobile stirpe, cfr. Mt 1, 1; Mc 10, 47-48; 11, 10; Ga 3, 16). Egli però, parlando di sé in terza persona, preferisce qualificarsi come Figlio dell’uomo (Mt 24, 30; 26, 64; Mc 14, 62): titolo allusivo di un misterioso personaggio biblico, investito di un potere regale eterno (Dn 7, 13-14). Ed è proprio in questo mitico personaggio di là da venire che Gesù vuole farsi riconoscere (At 7, 55-56; Ap 1, 13; 14, 14).

Nega di essere il Messia davidico, restauratore del regno e della potenza terrena del popolo ebraico (Mc 12, 35-37). Egli, in quanto Figlio dell’uomo, immagine del Servo di Jahvè (Is 53, 3-12; cfr. altresì l’apocrifo Libro di Enoch), dovrà soffrire molto ed essere disprezzato (Mc 9, 12; Mt 8, 17). Dio Padre gli ha affidato l’annuncio della missione salvifica e taumaturgica “tra le pecore disperse della casa d’Israele” (Mt 15, 24), stirpe eletta. Tuttavia, non nega la guarigione ad altri: al servo del centurione (Lc 7, 1-10) e al lebbroso samaritano (Lc 17, 14-18); forse perché memore delle parole dell’angelo Raffaele al pio Tobia (Tb 12, 7). Gesù si presenta sulla scena del mondo solo in età adulta, avendo prima dissimulato la sua pretesa messianicità, che continua a nasconderla in pubblico, in presenza di testimoni, per non esporsi alle accuse delle autorità religiose (Mc 1, 44; 5, 43; 7, 36; 8, 30; 9, 30; Mt 9, 30; 12, 15; 16, 20; Lc 9, 21). La sua identità la manifesta agli intimi o in privato, come nell’episodio della Samaritana (Gv 4, 25-27), meravigliando i discepoli, che videro il Maestro parlare con una donna (sconveniente per un Rabbi). Gli evangelisti tacciono riguardo allo stato civile di Gesù. Si dubita che fosse celibe, dato che per gli ebrei, e soprattutto per un Rabbi, il matrimonio era un obbligo (un comandamento, cfr. Gn 2, 18; 23-24; Mt 19, 4-6) da contrarre entro il ventesimo anno, pena la maledizione di Jahvè (la Legge Mishnaica non consentiva ad un uomo celibe di essere un maestro). Il Talmud Babilonese condanna il celibato. Può darsi anche che Gesù, non essendo propriamente un Rabbi, si sia fatto eunuco per il regno dei cieli (cfr. Mt 19, 12), abbandonando la famiglia per seguire la sua missione, come pretendeva che facessero anche i suoi discepoli (Lc 14, 25-27; 18, 28-30; Mc 10, 29; Mt 10, 37; 16, 24). Nell’apocrifo Vangelo di Filippo, però, si afferma che la Maddalena era sua consorte, che l’amava più degli altri discepoli e che la baciava sulla bocca (anche nei Vangeli apocrifi di Maria e di Tommaso, la Maddalena assume una figura di rilievo, superiore agli apostoli). Nei resoconti degli evangelisti canonici, risulta che molte donne, guarite da spiriti cattivi, facevano parte della cerchia dei discepoli di Gesù (tra cui la neuropatica Maddalena, liberata da sette demoni) e lo servivano aiutandolo con i loro averi (Lc 8, 2-3 Mt 27, 55-56; Mc 15, 40-41). Il Cristo Gesù, nel rivestimento letterario degli autori dei Vangeli, appare contradditorio: per un verso, si configura come mite predicatore vagante, misericordioso, carismatico, trascinatore di folle; per un altro verso, facendo astrazione dalla sacralità della persona, si manifesta, secondo un giudizio nell’ottica della psichiatria, come altezzoso visionario, affetto da tratti psicotici, dissociativi, deliranti. Dal punto di vista di Sadducei, Farisei, Scribi e Dottori della Legge, avversari di Gesù, da lui duramente criticati con arringhe terribili (tra l’altro li accusava di ipocrisia e li ingiuriava con epiteti, come “razza di vipere”, “sepolcri imbiancati”, “stolti”), egli appare scandaloso, bestemmiatore, paradossale, trasgressore della Legge, in preda a Satana, amico dei peccatori ed altro. Le sue illusorie convinzioni mistico-religiose lo fanno apparire in atteggiamenti vanagloriosi: egli è la Via, la Vita, la Verità (Gv 14, 6); la luce del mondo (Gv 8, 12); il giudice supremo che risorgerà nella gloria (Gv 5, 22; Mt 16, 27). Nelle parole di Gesù non c’è possibilità di dialogo: o si è con lui o si è contro di lui (Mt 12, 30; Lc 11, 23) e perciò condannati alla perdizione (Gv 15, 6; Lc 19, 11-28; Mt 3, 10; 7, 19). Lui è venuto a sconvolgere il mondo (Mt 10, 34-36; Lc 12, 49-53). La sua verità è assoluta, dogmatica (la Chiesa la imporrà ai popoli della terra con l’aiuto del braccio secolare, distruggendo civiltà e culture, condizionando l’altrui libertà di pensiero e di autodeterminazione). I suoi familiari, allarmati per le dicerie sul conto del loro congiunto, si scusavano con la gente, dicendo che era uscito di senno (Mc 3, 20-21); infatti, non credevano in lui (Gv 7, 5). Era comune credenza in quei tempi che le malattie fossero inflitte dall’Onnipotente, tramite i demoni, come punizione per i peccati. I demoni potevano impossessarsi della mente, entrando attraverso la bocca (Gv 13, 26-27) e facendo uscire di senno il malcapitato. L’indemoniato era curato mediante gli esorcismi. Anche Gesù fu sospettato di essere posseduto da Satana e di ingannare la gente (Mc 3, 22.30; Gv 7, 12.20; 8, 48; 10, 20). Lo si accusava di essere un mangione e un beone, amico di gente poco raccomandabile (Mt 11, 19; 9, 14) Personaggio irritabile (Mt 21, 12-13; Gv 2, 14-16), egocentrico (Gv 8, 21), megalomane (Ap 22, 16), si esprimeva sproloquiando sentenze alla rinfusa. Eccedeva nelle espressioni verbali con atteggiamenti alternanti: di euforia (Mt 16, 16-19), di sdegno (Mc 3, 5), di tristezza (Mc 14, 34; Mt 26, 37-39), di angoscia (Lc 22, 39-46; Mc 15, 34), di orgoglio ed esaltazione (Mc 14, 61-62), di odio (Lc 6, 24-26; 11, 37-52; Mt 11, 20-24; 23, 13-33). Compiva atti stravaganti, tali da farlo apparire squilibrato: udiva voci dall’aldilà; aveva delle allucinazioni, si credeva eterno, re, messia, taumaturgo; s’identificava con entità trascendenti (per alcuni esempi, cfr.: Mt 3, 16-17; 4, 1-11; 11, 5. 21. 27; 13, 41-42; 21, 7-13. 18-22; 24, 4-5; 26, 26-29. 63-65; Mc 1, 10-13; 4, 39; 8, 31; 9, 7; 11, 12-14; 13, 24-27; Lc 2, 49; 3, 21-22; 4, 1-13; 10, 18-20; 22, 19-20. 43; Gv 2, 4; 3, 36; 4, 25-26; 5, 20-21. 43; 6, 38. 56-58. 62; 7, 28-29; 8, 12-29; 12, 49; 13, 3. 13 14, 6. 10-14. 31; 15, 6; 16, 15. 28; 17, 21). Le sue prediche non auspicavano credenze in verità possibili, criticabili, falsificabili, ma proclamavano verità di fede, certezze assolute inattaccabili, supportate da enunciati desunti dalle sacre scritture e da presunte rivelazioni di entità trascendenti, tra cui egli stesso credeva di appartenere. Le sue parole suadenti incontravano le aspirazioni e le speranze della sua gente, oppressa dalla dominazione romana, prospettando loro la certezza di una ricompensa, dopo la morte, in una vita eterna ultraterrena, dove sarebbe stata risuscitata in corpo e spirito. E indicava nell’implacabile giustizia divina la vendetta per i nemici. Indottrinava i suoi intimi discepoli ai misteri della fede ed alla comprensione dei suoi esoterici enunciati, esortandoli ad una rinascita spirituale mediante una rieducazione psicologica e comportamentale. Alle folle che lo ascoltavano, invece, insegnava mediante parabole, nelle quali, velando i misteri del regno dei cieli (o perché le folle erano incapaci di comprendere - cfr. Mt 13, 10-17; o perché voleva che non capissero – cfr. Mc 4, 10-12; Lc 8, 9-10), allegorizzava sul regno di Dio, suscitando sensi di colpa, riscattabili con la prospettiva della salvezza in una vita beata nell’oltre mondo invisibile, tramite la conversione al suo vangelo. Accusato dal sinedrio di essere impostore, blasfemo, pericoloso sovversivo e sedizioso rivoluzionario, fu condannato dall’autorità romana alla pena capitale per il delitto di lesa maestà. Verosimilmente, la figura di Gesù, homo religiosus, è un prodotto del cristianesimo, idealizzazione dell’oltreumano.

La Chiesa istituzionale, legittimata dalla pretesa della divina investitura del potere spirituale e temporale, si è affermata mediante la mitizzazione della sacra Tradizione apostolica e della Sacra Scrittura, il simbolismo rituale, l’esegesi dei Padri Apostolici, le apologie dei Padri della Chiesa, le speculazioni teologiche dei Dottori della Chiesa, i decreti dei padri conciliari, l’eldorado delle falsificazioni clericali, le manomissioni dei copisti, le asserzioni dogmatiche del papato, le speculazioni dei banchieri di Dio e della finanza bianca. É attraverso il vaglio del mondo storicizzato dal cristianesimo, fautore di una pretesa storia della Verità, che sono pervenute alcune opere degli antichi scrittori giudaici, ellenisti, romani. Altre opere sono andate irrimediabilmente perdute. Altre sono state appositamente distrutte o censurate o manipolate, perché denigratorie o critiche riguardo alla nuova fede religiosa, ritenuta perniciosa e malefica superstizione. I due Plinio, i due Seneca ed altri noti e meno noti scrittori pagani dei primi tre secoli tacciono riguardo a Gesù ed alle sue mirabolanti gesta (ad eccezione di Tacito, la cui menzione, sospetta di essere un’interpolazione, può farsi risalire ai racconti in circolazione nel suo tempo). Taluni di loro (Celso, Frontone, Luciano, Galeno, Epitteto, ecc.) hanno fatto menzione del cristianesimo con intenti satirici o denigratori. Tacciono anche gli scrittori giudaici, come Giusto di Tiberiade (contemporaneo e conterraneo di Gesù), citato dal Patriarca di Costantinopoli Fozio, che aveva letto la sua “Storia dei Re giudei”. Fozio conosceva anche le opere scritte da Giuseppe Flavio (storico giudeo, nato intorno al 37 dell’e.v.), ma non rilevava alcuna menzione riguardo a Gesù. Certamente, il testo delle “Antichità giudaiche” dello storico ebreo, consultato da Fozio, non conteneva l’interpolazione del c.d. “Testimonium Flavianum”. Il teologo Origene, l’apologista Giustino, il Padre della Chiesa Tertulliano ed altri non richiamano nei loro scritti la suddetta interpolazione. Quanto al Cristo coranico, esso non gode di sufficiente credibilità storico-critica. Il cristianesimo giudaico ed ellenizzato, divenuto nel IV secolo religione di stato, si è adeguato alle istituzioni, al diritto e ai costumi romani, parificando il clero ai gradi della burocrazia statale. Sua Santità il Papa, Padre Santo, Servo dei servi di Cristo, Pontefice Massimo, regnante sul Trono di Pietro (Santa Sede) e suo Vicario (in base al verso spurio di Matteo 16, 17-19 e di Giovanni 21, 15-17, da cui discende il “munus petrinum”: la pseudo potestà universale del vescovo di Roma, cioè la supremazia di diritto divino su tutti gli altri vescovi, e il primato della chiesa di Roma sulle chiese d’Oriente), assunse successivamente i titoli di Patriarca d’Occidente, Sovrano dello Stato Vaticano, Vicario di Dio. Vivendo in lussuose dimore, circondato da corti sfarzose, onorato e omaggiato, infallibile in materia di fede (“ex cathedra”), immemore dell’esempio di Cristo (Mt 8, 20; 23, 8-11; Lc 12, 33; 18, 22), si arrogò il diritto di consacrare e legittimare, e persino di destituire mediante la scomunica re e imperatori per questioni di potere, non di fede. Le Scritture medesime, peraltro, furono oggetto di osservazioni critiche ed accese controversie in concitati consessi clericali o tra le medesime sette cristiane, ognuna delle quali pretendeva di essere quella ortodossa. Solo la Chiesa cattolica romana ha la pretesa di essere l’unica autorevole interprete delle Scritture, possedendo la chiave esclusiva per entrare nel consacrato recinto della scienza sacra.

I Vangeli canonici (regolari, veri, sacri), noti a partire dalla seconda metà del II secolo, pervenuti in copie databili non prima del III sec., redatti in un’epoca caratterizzata dalla liceità della pia frode letteraria a beneficio dei credenti, si presentano come un insieme di brani contraddittori, sconnessi, estrapolati da varie fonti e disparate tradizioni, con l’apporto di:

miti (come la rivelazione durante il rito del battesimo),

prove iniziatiche (come le tentazioni nel deserto e la trasfigurazione),

leggende (cfr Mt.14, 28-33, 16, 13-23, 27, 3-8; Lc 2, 41-49),

racconti miracolosi (per esaltare il Cristo taumaturgo),

narrazioni di prodigi (analoghi ai portenti delle divinità pagane, come la tramutazione dell’acqua in vino),

precetti e norme comportamentali (di stampo ebraico),

simbolismi rituali e cultuali.

Il Nuovo Testamento è stato assemblato e redatto da testimoni non oculari nelle forme letterarie classiche (deliberative, epidittiche, giudiziarie), in funzione retorica, e inquadrato in una cornice d’interpretazione storica attendibile. Paradigmi, esortazioni, parabole, citazioni profetiche, enunciati apocalittici o sapienziali (modellati sui testi veterotestamentari), annunciano la presunta dottrina del Cristo Dio. L’eloquio evangelico tende ad impressionare e condizionare psicologicamente il lettore iniziato alla “fides” (comando religioso), ma non ad eccitare la curiosità degli storiografi dell’epoca. Molti dei fatti narrati nei caleidoscopici Vangeli, presentati come veri, sono verosimilmente invenzioni letterarie dei redattori, finalizzate alla propaganda ed al reclutamento dei neofiti. Si valorizzano i peccatori pentiti, rispetto ai giusti, mediante l’espediente del pentimento, e si proclamano come valori (beatitudini) la povertà, la sofferenza, l’ignoranza e altre sventure e miserie che affliggono l’umanità, considerate necessità ineluttabili e merito per l’eterna salvezza dell’anima nell'aldilà. Il mitico personaggio Gesù, storicizzato dai notabili dell’esordiente cristianesimo, che la storia documenta come abili falsari, è stato verosimilmente mutuato sulla figura di sedicenti messia, attivi nella Palestina di quei tempi. Ne consegue che il cristianesimo è un prodotto teologico e ideologico dell’uomo per soddisfare i propri bisogni in un determinato contesto storico. Le verità di fede cristiana sono ritenute vere sia perché consolidate da una lunga tradizione d’intolleranza sanguinaria contro gli infedeli sia perché avvalorate dall’autorità di una Chiesa, come quella Cattolica Apostolica Romana, legittimata e istituzionalizzata nello Stato Vaticano, organizzata nella gerarchia clericale (ministeri amministrativi e non più carismatici come in origine), elargita di privilegi dallo Stato e foraggiata dall’obolo di san Pietro e dagli utili delle finanze vaticane.

I Vangeli, insomma, sono opera di Dio, per cui è doveroso obbedire? Contengono la volontà del Dio ebraico, bellicoso e tremendo, o di quello cristiano, paternalistico? Ha veramente Dio ispirato gli evangelisti, delegando loro di spiegare il suo pensiero? Ha egli demandato alla Chiesa il compito di interpretare la verità ìnsita nei libri che si presumono ispirati dallo Spirito Santo, ma che non sono esenti da contraddizioni e da un linguaggio indegno dell’Altissimo? Quale titolo si arroga la Chiesa per disporre prescrizioni, ritenute d’ispirazione divina, ma che Dio, nella persona di Gesù, non ha statuito? Quali sono le prove che le Sacre Scritture contengono l’autentica parola di Dio? Ha forse bisogno l’Essere, ritenuto perfettissimo, di essere glorificato, ammirato, supplicato dagli uomini? Di essere bonario verso i suoi fedeli servi e vendicativo verso gli infedeli? Gesù, presunto Figlio di Dio, ha mai parlato del dogma della Trinità, della sua nascita miracolosa da una vergine immacolata, del riscatto dal peccato originale, dell’esistenza del Purgatorio, delle indulgenze, della necessità di istituire i sacramenti e le sfarzose cerimonie liturgiche? Cosa ha in comune il messaggio evangelico, nascosto sotto il velo di antiche mitologie (come il mito egiziano di Osiride, raccontato da Plutarco, assimilabile alla vicenda del dramma cristiano), con la dottrina del cristianesimo, retaggio della cristianizzazione del paganesimo di epoca costantiniana? Cosa ha in comune la presunta parola di Dio con il pantheon dei santi patroni, idolatrati sugli altari delle chiese? O con la divinizzazione di Maria, Madre di Dio, assimilata alla dea-madre Iside? O con il pasto sacrificale, retaggio del mitraismo, simbolizzato nel sacramento della comunione? O con la supremazia del vescovo di Roma, pontefice massimo, sovrano dello Stato della Città del Vaticano, retaggio del potere temporale goduto della Chiesa? La Verità è forse un inganno? Quella ostentata dal cristianesimo, come quella di altre fedi religiose, hanno riferimenti oggettivi nella realtà conoscibile? Che grado di attendibilità e di verità hanno le premesse sulle quali è stato costruito il sistema religioso del cristianesimo? Certamente, solo chi ha fede crede che siano attendibili e vere quelle premesse. Le opinioni basate sulla fede religiosa hanno un grado infimo di probabilità riguardo all’essere veritiere. Lo scopo della religione, infatti, non è quello di rappresentare la conoscenza della concreta realtà (obiettivo cui tende la scienza, dimostrando il vero con elevato grado di probabilità, rispetto ad altre forme di sapere), bensì quello di idealizzare un’ipotetica realtà concettuale, mediante argomenti metafisici, perciò indimostrabili, tesi a supporre l’esistenza di una Causa prima trascendente, intelligibile, creatrice dell’universo, da cui desumere valori universali. Ahimè! Se queste sono radici e scopi del cristianesimo, scienza e fede religiosa saranno in perenne conflitto: l’una, in difesa della ricerca e del libero pensiero, consapevole dei propri limiti; l’altra, in difesa della presunzione di conoscere l’infallibile Unica Verità, valida “erga omnes”. La scienza, per nostra fortuna, non necessita di ipotesi metafisiche, ma di riscontri empirici alle ipotesi formulate a priori. Essa, in assenza di elementi e riscontri empirici, sospende il giudizio, senza sospendere la ricerca della conoscenza, l’avventura della scoperta, l’ambizioso tentativo di svelare il nero velo con cui la dea Iside nasconde l’ignoto.


Lucio Apulo Daunio



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