OSSERVAZIONI
CRITICHE SUI VANGELI
(Absit iniura verbis)
Il Vangelo è
l’annunzio del messaggio salvifico di Gesù, detto Cristo, cioè Messia, inaudito
Dio (egli stesso si connota come Dio, cfr. Lc 4, 12; Gv 13, 13), antesignano di
una nuova religione: il cristianesimo. L’uomo Gesù rispecchia il mito dell’eroe
divinizzato (apoteosi), stante l’assenza di prove storiche inconfutabili,
relative alla sua esistenza e origine divina.
Lo si
qualifica come Maestro (Mt 23, 7-11), Profeta escatologico (Gv 6, 14), Signore
(cioè padrone degli uomini, 1 Co 8, 6, come il Padre, Gn 22, 1-2; Es 13, 11-16;
34, 19-20; Nm 3, 11-13; 40-45; 8, 15-18; 18, 13-15), Salvatore del mondo (Gv 4,
42), Figlio di Dio (dopo la discesa dello Spirito Santo sotto forma di colomba,
cfr. Lc 3, 22; Gv 1, 34; contro cfr. Mt 11, 3), Figlio di Davide (cioè
discendente da una nobile stirpe, cfr. Mt 1, 1; Mc 10, 47-48; 11, 10; Ga 3,
16). Egli però, parlando di sé in terza persona, preferisce qualificarsi come
Figlio dell’uomo (Mt 24, 30; 26, 64; Mc 14, 62): titolo allusivo di un
misterioso personaggio biblico, investito di un potere regale eterno (Dn 7,
13-14). Ed è proprio in questo mitico personaggio di là da venire che Gesù
vuole farsi riconoscere (At 7, 55-56; Ap 1, 13; 14, 14).
Nega di
essere il Messia davidico, restauratore del regno e della potenza terrena del
popolo ebraico (Mc 12, 35-37). Egli, in quanto Figlio dell’uomo, immagine del
Servo di Jahvè (Is 53, 3-12; cfr. altresì l’apocrifo Libro di Enoch), dovrà
soffrire molto ed essere disprezzato (Mc 9, 12; Mt 8, 17). Dio Padre gli ha
affidato l’annuncio della missione salvifica e taumaturgica “tra le pecore
disperse della casa d’Israele” (Mt 15, 24), stirpe eletta. Tuttavia, non nega
la guarigione ad altri: al servo del centurione (Lc 7, 1-10) e al lebbroso
samaritano (Lc 17, 14-18); forse perché memore delle parole dell’angelo
Raffaele al pio Tobia (Tb 12, 7). Gesù si presenta sulla scena del mondo solo
in età adulta, avendo prima dissimulato la sua pretesa messianicità, che
continua a nasconderla in pubblico, in presenza di testimoni, per non esporsi
alle accuse delle autorità religiose (Mc 1, 44; 5, 43; 7, 36; 8, 30; 9, 30; Mt
9, 30; 12, 15; 16, 20; Lc 9, 21). La sua identità la manifesta agli intimi o in
privato, come nell’episodio della Samaritana (Gv 4, 25-27), meravigliando i
discepoli, che videro il Maestro parlare con una donna (sconveniente per un
Rabbi). Gli evangelisti tacciono riguardo allo stato civile di Gesù. Si dubita
che fosse celibe, dato che per gli ebrei, e soprattutto per un Rabbi, il
matrimonio era un obbligo (un comandamento, cfr. Gn 2, 18; 23-24; Mt 19, 4-6)
da contrarre entro il ventesimo anno, pena la maledizione di Jahvè (la Legge
Mishnaica non consentiva ad un uomo celibe di essere un maestro). Il Talmud
Babilonese condanna il celibato. Può darsi anche che Gesù, non essendo
propriamente un Rabbi, si sia fatto eunuco per il regno dei cieli (cfr. Mt 19,
12), abbandonando la famiglia per seguire la sua missione, come pretendeva che
facessero anche i suoi discepoli (Lc 14, 25-27; 18, 28-30; Mc 10, 29; Mt 10,
37; 16, 24). Nell’apocrifo Vangelo di Filippo, però, si afferma che la
Maddalena era sua consorte, che l’amava più degli altri discepoli e che la
baciava sulla bocca (anche nei Vangeli apocrifi di Maria e di Tommaso, la
Maddalena assume una figura di rilievo, superiore agli apostoli). Nei resoconti
degli evangelisti canonici, risulta che molte donne, guarite da spiriti
cattivi, facevano parte della cerchia dei discepoli di Gesù (tra cui la
neuropatica Maddalena, liberata da sette demoni) e lo servivano aiutandolo con
i loro averi (Lc 8, 2-3 Mt 27, 55-56; Mc 15, 40-41). Il Cristo Gesù, nel
rivestimento letterario degli autori dei Vangeli, appare contradditorio: per un
verso, si configura come mite predicatore vagante, misericordioso, carismatico,
trascinatore di folle; per un altro verso, facendo astrazione dalla sacralità
della persona, si manifesta, secondo un giudizio nell’ottica della psichiatria,
come altezzoso visionario, affetto da tratti psicotici, dissociativi,
deliranti. Dal punto di vista di Sadducei, Farisei, Scribi e Dottori della
Legge, avversari di Gesù, da lui duramente criticati con arringhe terribili
(tra l’altro li accusava di ipocrisia e li ingiuriava con epiteti, come “razza
di vipere”, “sepolcri imbiancati”, “stolti”), egli appare scandaloso,
bestemmiatore, paradossale, trasgressore della Legge, in preda a Satana, amico
dei peccatori ed altro. Le sue illusorie convinzioni mistico-religiose lo fanno
apparire in atteggiamenti vanagloriosi: egli è la Via, la Vita, la Verità (Gv
14, 6); la luce del mondo (Gv 8, 12); il giudice supremo che risorgerà nella
gloria (Gv 5, 22; Mt 16, 27). Nelle parole di Gesù non c’è possibilità di
dialogo: o si è con lui o si è contro di lui (Mt 12, 30; Lc 11, 23) e perciò
condannati alla perdizione (Gv 15, 6; Lc 19, 11-28; Mt 3, 10; 7, 19). Lui è
venuto a sconvolgere il mondo (Mt 10, 34-36; Lc 12, 49-53). La sua verità è
assoluta, dogmatica (la Chiesa la imporrà ai popoli della terra con l’aiuto del
braccio secolare, distruggendo civiltà e culture, condizionando l’altrui
libertà di pensiero e di autodeterminazione). I suoi familiari, allarmati per
le dicerie sul conto del loro congiunto, si scusavano con la gente, dicendo che
era uscito di senno (Mc 3, 20-21); infatti, non credevano in lui (Gv 7, 5). Era
comune credenza in quei tempi che le malattie fossero inflitte
dall’Onnipotente, tramite i demoni, come punizione per i peccati. I demoni
potevano impossessarsi della mente, entrando attraverso la bocca (Gv 13, 26-27)
e facendo uscire di senno il malcapitato. L’indemoniato era curato mediante gli
esorcismi. Anche Gesù fu sospettato di essere posseduto da Satana e di
ingannare la gente (Mc 3, 22.30; Gv 7, 12.20; 8, 48; 10, 20). Lo si accusava di
essere un mangione e un beone, amico di gente poco raccomandabile (Mt 11, 19;
9, 14) Personaggio irritabile (Mt 21, 12-13; Gv 2, 14-16), egocentrico (Gv 8,
21), megalomane (Ap 22, 16), si esprimeva sproloquiando sentenze alla rinfusa.
Eccedeva nelle espressioni verbali con atteggiamenti alternanti: di euforia (Mt
16, 16-19), di sdegno (Mc 3, 5), di tristezza (Mc 14, 34; Mt 26, 37-39), di
angoscia (Lc 22, 39-46; Mc 15, 34), di orgoglio ed esaltazione (Mc 14, 61-62),
di odio (Lc 6, 24-26; 11, 37-52; Mt 11, 20-24; 23, 13-33). Compiva atti
stravaganti, tali da farlo apparire squilibrato: udiva voci dall’aldilà; aveva
delle allucinazioni, si credeva eterno, re, messia, taumaturgo; s’identificava
con entità trascendenti (per alcuni esempi, cfr.: Mt 3, 16-17; 4, 1-11; 11, 5.
21. 27; 13, 41-42; 21, 7-13. 18-22; 24, 4-5; 26, 26-29. 63-65; Mc 1, 10-13; 4,
39; 8, 31; 9, 7; 11, 12-14; 13, 24-27; Lc 2, 49; 3, 21-22; 4, 1-13; 10, 18-20;
22, 19-20. 43; Gv 2, 4; 3, 36; 4, 25-26; 5, 20-21. 43; 6, 38. 56-58. 62; 7, 28-29;
8, 12-29; 12, 49; 13, 3. 13 14, 6. 10-14. 31; 15, 6; 16, 15. 28; 17, 21). Le
sue prediche non auspicavano credenze in verità possibili, criticabili,
falsificabili, ma proclamavano verità di fede, certezze assolute inattaccabili,
supportate da enunciati desunti dalle sacre scritture e da presunte rivelazioni
di entità trascendenti, tra cui egli stesso credeva di appartenere. Le sue
parole suadenti incontravano le aspirazioni e le speranze della sua gente,
oppressa dalla dominazione romana, prospettando loro la certezza di una
ricompensa, dopo la morte, in una vita eterna ultraterrena, dove sarebbe stata
risuscitata in corpo e spirito. E indicava nell’implacabile giustizia divina la
vendetta per i nemici. Indottrinava i suoi intimi discepoli ai misteri della
fede ed alla comprensione dei suoi esoterici enunciati, esortandoli ad una
rinascita spirituale mediante una rieducazione psicologica e comportamentale.
Alle folle che lo ascoltavano, invece, insegnava mediante parabole, nelle
quali, velando i misteri del regno dei cieli (o perché le folle erano incapaci
di comprendere - cfr. Mt 13, 10-17; o perché voleva che non capissero – cfr. Mc
4, 10-12; Lc 8, 9-10), allegorizzava sul regno di Dio, suscitando sensi di
colpa, riscattabili con la prospettiva della salvezza in una vita beata
nell’oltre mondo invisibile, tramite la conversione al suo vangelo. Accusato
dal sinedrio di essere impostore, blasfemo, pericoloso sovversivo e sedizioso
rivoluzionario, fu condannato dall’autorità romana alla pena capitale per il
delitto di lesa maestà. Verosimilmente, la figura di Gesù, homo
religiosus, è un prodotto del cristianesimo, idealizzazione
dell’oltreumano.
La Chiesa
istituzionale, legittimata dalla pretesa della divina investitura del potere
spirituale e temporale, si è affermata mediante la mitizzazione della sacra
Tradizione apostolica e della Sacra Scrittura, il simbolismo rituale, l’esegesi
dei Padri Apostolici, le apologie dei Padri della Chiesa, le speculazioni
teologiche dei Dottori della Chiesa, i decreti dei padri conciliari, l’eldorado
delle falsificazioni clericali, le manomissioni dei copisti, le asserzioni
dogmatiche del papato, le speculazioni dei banchieri di Dio e della finanza
bianca. É attraverso il vaglio del mondo storicizzato dal cristianesimo, fautore
di una pretesa storia della Verità, che sono pervenute alcune opere degli
antichi scrittori giudaici, ellenisti, romani. Altre opere sono andate
irrimediabilmente perdute. Altre sono state appositamente distrutte o censurate
o manipolate, perché denigratorie o critiche riguardo alla nuova fede
religiosa, ritenuta perniciosa e malefica superstizione. I due Plinio, i due
Seneca ed altri noti e meno noti scrittori pagani dei primi tre secoli tacciono
riguardo a Gesù ed alle sue mirabolanti gesta (ad eccezione di Tacito, la cui
menzione, sospetta di essere un’interpolazione, può farsi risalire ai racconti
in circolazione nel suo tempo). Taluni di loro (Celso, Frontone, Luciano,
Galeno, Epitteto, ecc.) hanno fatto menzione del cristianesimo con intenti satirici
o denigratori. Tacciono anche gli scrittori giudaici, come Giusto di Tiberiade
(contemporaneo e conterraneo di Gesù), citato dal Patriarca di Costantinopoli
Fozio, che aveva letto la sua “Storia dei Re giudei”. Fozio conosceva anche le
opere scritte da Giuseppe Flavio (storico giudeo, nato intorno al 37
dell’e.v.), ma non rilevava alcuna menzione riguardo a Gesù. Certamente, il
testo delle “Antichità giudaiche” dello storico ebreo, consultato da Fozio, non
conteneva l’interpolazione del c.d. “Testimonium Flavianum”. Il teologo
Origene, l’apologista Giustino, il Padre della Chiesa Tertulliano ed altri non
richiamano nei loro scritti la suddetta interpolazione. Quanto al Cristo
coranico, esso non gode di sufficiente credibilità storico-critica. Il cristianesimo
giudaico ed ellenizzato, divenuto nel IV secolo religione di stato, si è
adeguato alle istituzioni, al diritto e ai costumi romani, parificando il clero
ai gradi della burocrazia statale. Sua Santità il Papa, Padre Santo, Servo dei
servi di Cristo, Pontefice Massimo, regnante sul Trono di Pietro (Santa Sede) e
suo Vicario (in base al verso spurio di Matteo 16, 17-19 e di Giovanni 21,
15-17, da cui discende il “munus petrinum”: la pseudo potestà universale
del vescovo di Roma, cioè la supremazia di diritto divino su tutti gli altri
vescovi, e il primato della chiesa di Roma sulle chiese d’Oriente), assunse
successivamente i titoli di Patriarca d’Occidente, Sovrano dello Stato
Vaticano, Vicario di Dio. Vivendo in lussuose dimore, circondato da corti sfarzose,
onorato e omaggiato, infallibile in materia di fede (“ex cathedra”), immemore
dell’esempio di Cristo (Mt 8, 20; 23, 8-11; Lc 12, 33; 18, 22), si arrogò il
diritto di consacrare e legittimare, e persino di destituire mediante la
scomunica re e imperatori per questioni di potere, non di fede. Le Scritture
medesime, peraltro, furono oggetto di osservazioni critiche ed accese
controversie in concitati consessi clericali o tra le medesime sette cristiane,
ognuna delle quali pretendeva di essere quella ortodossa. Solo la Chiesa
cattolica romana ha la pretesa di essere l’unica autorevole interprete delle
Scritture, possedendo la chiave esclusiva per entrare nel consacrato recinto
della scienza sacra.
I Vangeli
canonici (regolari, veri, sacri), noti a partire dalla seconda metà del II
secolo, pervenuti in copie databili non prima del III sec., redatti in un’epoca
caratterizzata dalla liceità della pia frode letteraria a beneficio dei
credenti, si presentano come un insieme di brani contraddittori, sconnessi, estrapolati
da varie fonti e disparate tradizioni, con l’apporto di:
miti (come
la rivelazione durante il rito del battesimo),
prove
iniziatiche (come le tentazioni nel deserto e la trasfigurazione),
leggende
(cfr Mt.14, 28-33, 16, 13-23, 27, 3-8; Lc 2, 41-49),
racconti
miracolosi (per esaltare il Cristo taumaturgo),
narrazioni
di prodigi (analoghi ai portenti delle divinità pagane, come la tramutazione
dell’acqua in vino),
precetti e
norme comportamentali (di stampo ebraico),
simbolismi
rituali e cultuali.
Il Nuovo
Testamento è stato assemblato e redatto da testimoni non oculari nelle forme
letterarie classiche (deliberative, epidittiche, giudiziarie), in funzione
retorica, e inquadrato in una cornice d’interpretazione storica attendibile.
Paradigmi, esortazioni, parabole, citazioni profetiche, enunciati apocalittici
o sapienziali (modellati sui testi veterotestamentari), annunciano la presunta
dottrina del Cristo Dio. L’eloquio evangelico tende ad impressionare e
condizionare psicologicamente il lettore iniziato alla “fides” (comando
religioso), ma non ad eccitare la curiosità degli storiografi dell’epoca. Molti
dei fatti narrati nei caleidoscopici Vangeli, presentati come veri, sono
verosimilmente invenzioni letterarie dei redattori, finalizzate alla propaganda
ed al reclutamento dei neofiti. Si valorizzano i peccatori pentiti, rispetto ai
giusti, mediante l’espediente del pentimento, e si proclamano come valori
(beatitudini) la povertà, la sofferenza, l’ignoranza e altre sventure e miserie
che affliggono l’umanità, considerate necessità ineluttabili e merito per
l’eterna salvezza dell’anima nell'aldilà. Il mitico personaggio Gesù,
storicizzato dai notabili dell’esordiente cristianesimo, che la storia documenta
come abili falsari, è stato verosimilmente mutuato sulla figura di sedicenti
messia, attivi nella Palestina di quei tempi. Ne consegue che il cristianesimo
è un prodotto teologico e ideologico dell’uomo per soddisfare i propri bisogni
in un determinato contesto storico. Le verità di fede cristiana sono ritenute
vere sia perché consolidate da una lunga tradizione d’intolleranza sanguinaria
contro gli infedeli sia perché avvalorate dall’autorità di una Chiesa, come
quella Cattolica Apostolica Romana, legittimata e istituzionalizzata nello
Stato Vaticano, organizzata nella gerarchia clericale (ministeri amministrativi
e non più carismatici come in origine), elargita di privilegi dallo Stato e
foraggiata dall’obolo di san Pietro e dagli utili delle finanze vaticane.
I Vangeli,
insomma, sono opera di Dio, per cui è doveroso obbedire? Contengono la volontà
del Dio ebraico, bellicoso e tremendo, o di quello cristiano, paternalistico?
Ha veramente Dio ispirato gli evangelisti, delegando loro di spiegare il suo
pensiero? Ha egli demandato alla Chiesa il compito di interpretare la verità
ìnsita nei libri che si presumono ispirati dallo Spirito Santo, ma che non sono
esenti da contraddizioni e da un linguaggio indegno dell’Altissimo? Quale
titolo si arroga la Chiesa per disporre prescrizioni, ritenute d’ispirazione
divina, ma che Dio, nella persona di Gesù, non ha statuito? Quali sono le prove
che le Sacre Scritture contengono l’autentica parola di Dio? Ha forse bisogno
l’Essere, ritenuto perfettissimo, di essere glorificato, ammirato, supplicato
dagli uomini? Di essere bonario verso i suoi fedeli servi e vendicativo verso
gli infedeli? Gesù, presunto Figlio di Dio, ha mai parlato del dogma della
Trinità, della sua nascita miracolosa da una vergine immacolata, del riscatto
dal peccato originale, dell’esistenza del Purgatorio, delle indulgenze, della
necessità di istituire i sacramenti e le sfarzose cerimonie liturgiche? Cosa ha
in comune il messaggio evangelico, nascosto sotto il velo di antiche mitologie
(come il mito egiziano di Osiride, raccontato da Plutarco, assimilabile alla
vicenda del dramma cristiano), con la dottrina del cristianesimo, retaggio
della cristianizzazione del paganesimo di epoca costantiniana? Cosa ha in
comune la presunta parola di Dio con il pantheon dei santi patroni, idolatrati
sugli altari delle chiese? O con la divinizzazione di Maria, Madre di Dio,
assimilata alla dea-madre Iside? O con il pasto sacrificale, retaggio del
mitraismo, simbolizzato nel sacramento della comunione? O con la supremazia del
vescovo di Roma, pontefice massimo, sovrano dello Stato della Città del
Vaticano, retaggio del potere temporale goduto della Chiesa? La Verità è forse
un inganno? Quella ostentata dal cristianesimo, come quella di altre fedi
religiose, hanno riferimenti oggettivi nella realtà conoscibile? Che grado di
attendibilità e di verità hanno le premesse sulle quali è stato costruito il
sistema religioso del cristianesimo? Certamente, solo chi ha fede crede che
siano attendibili e vere quelle premesse. Le opinioni basate sulla fede
religiosa hanno un grado infimo di probabilità riguardo all’essere veritiere.
Lo scopo della religione, infatti, non è quello di rappresentare la conoscenza
della concreta realtà (obiettivo cui tende la scienza, dimostrando il vero con
elevato grado di probabilità, rispetto ad altre forme di sapere), bensì quello
di idealizzare un’ipotetica realtà concettuale, mediante argomenti metafisici,
perciò indimostrabili, tesi a supporre l’esistenza di una Causa prima
trascendente, intelligibile, creatrice dell’universo, da cui desumere valori
universali. Ahimè! Se queste sono radici e scopi del cristianesimo, scienza e
fede religiosa saranno in perenne conflitto: l’una, in difesa della ricerca e
del libero pensiero, consapevole dei propri limiti; l’altra, in difesa della
presunzione di conoscere l’infallibile Unica Verità, valida “erga omnes”.
La scienza, per nostra fortuna, non necessita di ipotesi metafisiche, ma di
riscontri empirici alle ipotesi formulate a priori. Essa, in assenza di elementi
e riscontri empirici, sospende il giudizio, senza sospendere la ricerca della
conoscenza, l’avventura della scoperta, l’ambizioso tentativo di svelare il
nero velo con cui la dea Iside nasconde l’ignoto.
Lucio Apulo Daunio
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