IL MISTERO
DELLA SINDONE SECONDO GIOVANNI
PARTE PRIMA
Nel Vangelo
secondo Giovanni (Gv 20, 1 seg.; 21, 1 seg.) si narra che a recarsi di buonora
al sepolcro è unicamente Maria Maddalena (l’affezionata compagna che, secondo i
vangeli gnostici, Gesù amava più degli apostoli). Non porta con sé aromi e
unguenti, perché il corpo di Gesù, appena deposto dalla croce, è stato unto e
legato con bende (cioè con strisce di tela) e poi sepolto (non si dice che è
stato avvolto con una sindone o lenzuolo di lino).
Avevano
provveduto a preparare la salma per la sepoltura, secondo l’usanza giudaica,
due membri del Sinedrio (supremo consiglio religioso giudaico, presieduto dal
Sommo Sacerdote, avente funzioni civili e giudiziarie), che si erano fatti in
segreto discepoli di Gesù. Erano questi: Giuseppe d’Arimatea (località
sconosciuta) e il timoroso fariseo Nicodemo (Gv 3, 1 seg.).
É ancora
buio quando la pia Maddalena arriva al sepolcro. Nota che la pietra sepolcrale
è stata rimossa. Ha un triste presentimento. S’affretta a ritornare sui suoi
passi. Trova Pietro e l’altro discepolo che Gesù amava. Riferisce quanto ha
visto. I due apostoli, preoccupati, si precipitano sul luogo del Santo Sepolcro
(quello venerato nell’omonima chiesa di Gerusalemme, come altri supposti luoghi
santi, sono meramente fondati su tradizioni, stante la mancanza di prove
archeologiche e documentarie). Arrivano alla tomba, prima l’altro discepolo,
poi Pietro, e in ultimo anche la donna. Il sepolcro è vuoto. Il corpo di Cristo
è scomparso. Nella tomba trovano soltanto le bende distese e, a parte,
ripiegato in un angolo, il sudario (panno con cui si velava la faccia della
salma, spesso confuso con il lenzuolo funebre). La sindone (il telo di lino con
cui si avvolgeva la salma), infatti, non può esserci, perché Giuseppe e
Nicodemo hanno utilizzato le bende per fasciare il corpo di Gesù, dopo averlo
lavato e unto con sostanze odorose, secondo l’usanza di seppellire dei giudei
(Gv 19, 40). Dunque, nel sepolcro, non ci può essere la sindone né tantomeno
l’impronta del cadavere su di essa impressa (che, peraltro, non si sarebbe
potuta formare nel poco tempo trascorso dalla morte alla presunta resurrezione
di Gesù). L’episodio presenta delle analogie con il romanzo greco di Caritone:
“Le avventure di Cherea e Calliroe”. I due apostoli, intanto, non riescono a
capacitarsi che Gesù, morto e sepolto, sia scomparso. Che fosse risorto, non
potevano crederci, perché, ci fa sapere l’evangelista, non avevano del tutto
compreso il significato della Scrittura né le predizioni di Gesù. Pietro teme
che la salma sia stata trafugata per opera di manigoldi ladruncoli, dato che la
pietra, che ostruiva il sepolcro, era stata rimossa per consentire l’uscita del
corpo (Gesù poteva risorgere uscendo dalla tomba senza dover spostare la
pietra) . Il discepolo che Gesù amava, invece, avendo notato lo stato in cui si
trovano sia le bende, che giacevano distese, sia il sudario, che era ripiegato
a parte in un angolo, crede. Il Vangelo non specifica chiaramente in cosa
crede. Forse crede alla resurrezione di Cristo? No, perché né lui né Pietro,
secondo l’evangelista, avevano compreso la Scrittura (secondo la quale Gesù
sarebbe dovuto risorgere dopo tre giorni dalla morte). Può darsi, invece, che
il discepolo amato si sarà chiesto perché i ladri non abbiano portato via con
la salma anche le bende, che fasciavano il corpo. I due apostoli, perplessi,
con l’animo sconvolto, ritornano in città. La Maddalena, invece, resta a
piagnucolare come una prefica presso il sepolcro vuoto. Improvvisamente, due
angeli appaiono in bianche vesti. La donna non si scompone il viso per lo
sgomento né si scombussola il cervello per lo spavento: non presenta segni di
paura. Piange soltanto. Gli angeli le chiedono il motivo del piagnisteo. Lei
risponde, pacatamente, che piange un morto di cui non c’è più il cadavere,
perché teme che sia stato sottratto furtivamente da qualcuno e non sa proprio
dove cercarlo. Poi si accorge della presenza di un individuo alle sue spalle,
che scambia per l’ortolano. Questi, invece, è proprio Gesù, ma ella non lo
riconosce. Gli domanda se, puta caso, sia stato proprio lui a prelevare la
salma. L’ortolano si fa riconoscere: è Gesù risorto. La Maddalena si lancia ad
abbracciarlo, desiderando d’intrattenersi con lui. Gesù frena l’entusiastico
slancio femmineo, dicendole di smettere di toccarlo (noli me tangere!), poiché
non è ancora salito al Padre (l’episodio ricalca il topos delle storie d’amore
dei romanzi greci). Gesù non ha tempo da perdere in amorose sdolcinatezze,
perché il Padre lo attende con impazienza. Esorta la donna ad annunciare ai
discepoli la sua ascensione in cielo. Lei va immediatamente a riferire
l’ambasciata del Maestro. Non sappiamo se la “isapostolos” sia stata
creduta o considerata un’isterica visionaria. La sera di quel medesimo giorno,
mentre tutti gli apostoli, all’infuori di Tommaso, si trovano riuniti in casa a
porte chiuse per paura dei giudei, appare Gesù (non è dato sapere se, come
aveva detto alla Maddalena, sia già salito nell’alto dei cieli per visitare il
Padre del celeste impero, da cui poi sarebbe ritornato per apparire ai
discepoli). Il Risorto dà il saluto di pace ai “suoi” e mostra il suo corpo con
i segni del supplizio. I discepoli, per nulla intimoriti dall’improvvisa
apparizione, si rallegrano nel vedere quel corpo martoriato redivivo. Gesù non
si perde in chiacchiere ed inizia un istruttivo indottrinamento per prepararli
adeguatamente alla missione salvifica nel mondo. Soffia su di loro i lumi dello
Spirito Santo. Conferisce il potere di rimettere i peccati “ad libitum”.
L’apostolo assente, Tommaso, è reso partecipe dell’avvenimento dai suoi
confratelli. Tommaso però è dubbioso, vuole vederci chiaro, con i suoi occhi:
vuole constatare personalmente i segni della passione e toccare con le proprie
mani le piaghe del Risorto. Gesù, conoscendo l’animo diffidente di Tommaso,
riappare dopo otto giorni tra i discepoli riuniti in una stanza a porte chiuse.
A Dio tutto è possibile, anche attraversare spessi muri e usci sprangati (non
però quando uscì redivivo dalla tomba). Rivolgendosi a Tommaso, lo invita a
toccarlo, a mettere le dita sulle piaghe del suo corpo: sulle mani ferite e sul
fianco trafitto. Altro che “noli me tangere”! Cosa non si fa per recuperare una
pecorella smarrita tra i pantani del dubbio! Non gli risparmia però una
ramanzina, mentre elogia i futuri cristiani, ai quali, pur non potendo più
mostrarsi (salvo ai soliti raccomandati santificati), crederanno ai racconti
stravaganti dei preti. Dopo Gesù, infatti, la fede troverà sostegno non più
nella visione del Cristo e dei segni da lui compiuti, bensì nell’ascolto della
sua (pretesa) divina parola, magistralmente interpretata dalla setta ortodossa
della romana chiesa, vittoriosa sulle altre sette cristiane, esecrate in quanto
ritenute eterodosse, ossia eretiche.
Il capitolo
21 del Vangelo giovanneo può pacificamente ritenersi un’aggiunta posteriore
alla prima stesura. Si racconta in esso di una terza riapparizione del Risorto
ai discepoli, mentre questi stanno pescando sul lago di Tiberiade, in Galilea.
Hanno lavorato per tutta la notte, inutilmente. Hanno gettato le reti e
all’alba le hanno tirate su vuote. Dopo essere ritornati a riva, demoralizzati,
incontrano un uomo che chiede loro se hanno pescato qualcosa da mangiare. Egli
è Gesù, ma non si fa riconoscere Gli rispondono che la pesca è stata
infruttuosa. Lo sconosciuto li esorta a ritentare, gettando le reti dalla parte
destra della barca (la destra, com’è noto, è di buon augurio nel regno di Dio).
I pescatori, manco a dirlo, si affidano al consiglio dello sconosciuto e
decidono di riprovarci. La fiducia, ancorché riposta in una persona ignota,
premia la loro fatica. Tirate su le reti… prodigio! Esse sono traboccanti di
centocinquantatré grossi pesci (tanti ne contano, a fede dell’apostolo
Giovanni, l’amato dal Signore). Tutti sono ormai certi dell’identità dello
sconosciuto: egli è Gesù. L'impetuoso Pietro, indossata la veste, raggiunge la
riva a nuoto; gli altri lo seguono dentro la barca ricolma di pesci. Si
festeggia, sfrigolando il pescato sulla brace (il santo non va in gloria, se
manca la pappatoria!). Terminato il banchetto, inizia il simposio cristiano.
Gesù domanda a Pietro se lo ama più degli altri. Il rude Pietro risponde di sì.
Per tre volte Gesù glielo richiede, rattristandolo, perché Pietro non comprende
cosa voglia il Maestro da lui. In verità, Pietro lo aveva rinnegato per tre
volte al tempo della “passione”. Poi Gesù, esprimendosi nel linguaggio dei
pastori, demanda a Pietro il compito di pascere il suo fedele gregge. In altri
termini, gli affida la cura delle anime dei cristiani (non anche delle loro
sostanze). Prosegue il discorso, preconizzando, con parole velate, il martirio
di Pietro in età avanzata per la gloria di Dio (!). Lo invita quindi a seguirlo
e i due s’incamminano assieme per chi sa dove. Pietro, accortosi che anche
l’amoroso Giovanni intende seguirli (forse era geloso di Pietro), avverte Gesù
della presenza del terzo incomodo (forse anche Pietro era geloso dell’altro).
Gesù, papale papale, gli dice di farsi i fatti suoi, giacché desidera che
l’intruso rimanga fin quando lui sarà giunto (non è chiaro a cosa voglia
alludere, se alla sua imminente parusia o ad altro). Il misterioso colloquio
tra Gesù e i due amati apostoli perviene (non si sa come) alle orecchie degli
altri fratelli in Cristo, i quali, male interpretandolo, spargono la diceria
che Giovanni non morirà e che vivrà fino al ritorno del Signore. Che questo
passo del Vangelo sia una glossa, aggiunta al testo originario (in tempi
sospetti) per significare la “traditio lampadis” da Gesù al suo eletto
vicario ed ai pontefici suoi successori, non pare un’ipotesi del tutto
peregrina.
Chi non
avesse orecchi per intendere questi evangelici enigmi, si affidi ai santi lumi
della Madre Chiesa, che ha istituito a fondamento del suo credo il dogma della
resurrezione di Cristo-Dio. L’evangelista Giovanni, intanto, ci rassicura (per
fortuna di chi non crede alle favole) che non sono stati scritti altri libri
(intrisi di misteriosofia) sugli innumerevoli fatti e detti di Gesù. Qualora
zelanti seguaci avessero messo nero su bianco, il mondo intero, parola di Giovanni,
non avrebbe potuto contenere tutti i loro libri (salvo un provvido miracolo!).
Questa è la testimonianza che ci rende l’amato discepolo di Gesù. Se
Giovanni, rispetto agli altri tre evangelisti, accresce il numero delle
apparizioni del Risorto, Luca, negli Atti degli Apostoli, accresce il numero
dei giorni in cui il Risorto appare ai “suoi” per istruirli sul Regno di Dio
(non erano sufficienti i lumi dello Spirito Santo). Non è dato sapere se il
Signore del celeste impero sia apparso anche ai suoi terrestri genitori.
PARTE SECONDA
Di Sacre
Sindoni, in verità, ne sono state trovate molte (spesso oggetto di un lucroso
mercato), anche se non confrontabili con la Sindone di Torino, databile intorno
all’anno1300, secondo le risultanze dell’esame del carbonio, effettuata nel
1988 (di cui, peraltro, si contesta la validità). Delle altre Sindoni,
escludendo le copie prettamente pittoriche, una si trova nella cattedrale di
Oviedo, in Spagna, un’altra era custodita a Besancon, in Francia, ma fu
distrutta durante la Rivoluzione francese. Vere o false che siano queste
sindoni, databili al periodo medievale o all’inizio dell’era volgare, appare un
problema secondario, stante l’impossibilità di attribuirle in modo
incontrovertibile (se una tra esse fosse vera) all’uomo Gesù, il Cristo, di
dubbia esistenza storica. Immagini presunte di Cristo sarebbero state impresse,
oltre che sulla Sindone di Torino, anche sul leggendario Mandylion (presunta
immagine acheropìta di Gesù, che, secondo la tradizione, era venerata nella
città di Edessa, in Mesopotamia) e sul mitico velo della Veronica (la pia donna
che, secondo una tradizione leggendaria, deterse con un panno di lino il volto
di Gesù sulla via dolorosa), sul quale si presume che sia rimasta impressa
l’effigie del sacro volto. La leggenda della pia Veronica è rappresentata nella
Sesta Stazione della “Via Crucis”. Numerose sono le reliquie pervenuteci (o
perdute) su cui si presume sia inciso il volto di Gesù (tra cui il c.d. “Volto
Santo”, conservato a Manoppello, in provincia di Pesaro). Quanto al suddetto
Mandylion di Edessa (il fazzoletto con l’immagine del volto presunto di Gesù),
se ne sono perse le tracce. Attualmente esistono due presunti Mandylion: uno è
conservato a Genova, nella chiesa di San Bartolomeo degli Armeni; l’altro è
un’immagine dipinta su tavola (non su panno), conservata nella Cappella di
Matilda in Vaticano. La sindone di Akeldamà (così detta, in quanto trovata
durante uno scavo nel “campo di sangue”; cfr. Mt 27. 8; At 1, 18-19), scoperta
nel 1998 da un gruppo di ricercatori nei pressi di Gerusalemme, è fatta
risalire ad una sepoltura coeva a quella di Gesù. Nel sepolcro di Akeldamà sono
stati trovati: il lenzuolo funebre per ricoprire il corpo, le corde per legarlo
e il sudario per il volto. La tecnica di sepoltura, inoltre, non presenta
alcuna somiglianza con il metodo di inumazione desumibile dalla Sindone di
Torino, composta da un unico telo, filato con una torsione a forma di Z (non
usuale in Giudea, dove predomina la torsione a forma di S), che presuppone una
mera copertura. Nel Vangelo apocrifo di Nicodemo (15, 7), databile al secondo
secolo, si legge che Giuseppe d’Arimatea avvolse il cadavere di Gesù in un telo
mondo, coprendo il viso con un sudario. In tal caso l’immagine del viso,
coperta dal sudario, non avrebbe potuto lasciare l’impronta sul lenzuolo
funebre.
L’uomo della
Sindone di Torino si presenta con due immagini: l’una frontale, su metà del
telo, l’altra dorsale, sull’altra metà. Da ciò si desume che il telo, su cui è
stato posto il cadavere nel lato dorsale, è stato poi ripiegato sulla parte
superiore del corpo. Il telo è lungo m 4,42. La statura dell’uomo impressa è
stimata intorno ai 180-190 cm, differente dalla statura media di 160 cm dei
palestinesi del I secolo. Inoltre, ha le braccia incrociate, anziché lungo i fianchi,
e le mani unite che arrivano sul pube con dita sproporzionate, mentre
l’inchiodatura risulta nei polsi, non nel palmo delle mani, come documentano il
Vangelo secondo Giovanni (20, 27) e le raffigurazioni artistiche della
crocifissione. Pare, inoltre, che presso i romani le crocifissioni avvenissero
per lo più inchiodando solamente i piedi al palo verticale, mentre le braccia
erano legate alla trave orizzontale. In un memoriale del 1389 (che sarebbe
stato inviato a Clemente VII, il primo dei papi dello scisma d’Occidente), il
vescovo di Troyes, Pierre d’Arcis, afferma che il suo predecessore avrebbe
conosciuto l’artigiano che aveva costruito la Sindone. Che tale memoriale sia o
no pervenuto al destinatario, l’antipapa Clemente ne autorizzò comunque l’ostensione
(bolla del 28 luglio 1389). La storia certa della Sindone di Torino, dunque,
inizia nella seconda metà del Trecento a Lirey, nella Champagne, dove risulta
essere di proprietà dalla famiglia de Charny, che in seguito la donò ai
canonici della chiesa del luogo. Furono all’epoca organizzate parecchie
ostensioni redditizie (che davano buon profitto ai canonici della chiesa).
Prima di questo periodo non è possibile documentare con certezza l’esistenza
della Sindone. Dopo diversi passaggi di proprietà, la Sindone fu acquisita dai
Savoia, che la portarono a Chambery, collocandola nella cattedrale, dove fu
parzialmente danneggiata in seguito all’incendio del 1532. Con l’annessione del
Piemonte ai Savoia, la Sindone fu trasferita a Torino (1578), dove è venerata
come sacra reliquia e la cui prossima ostensione è prevista nella primavera del
2010.
Ogni volta
che viene indetta l’ostensione della Sindone, custodita nel duomo di Torino,
assistiamo ad una serie di sensazionali scoperte volte a dimostrarne l’autenticità
o la falsità. Il chimico Luigi Garlaschelli ha dimostrato come sia possibile
realizzare una sindone, con le caratteristiche di quella conservata a Torino,
utilizzando la tecnologia disponibile nei secoli XIII e XIV (consultare il sito
dell'Unione degli Atei e degli Agnostici razionalisti). La dimostrazione del
Garlaschelli segue quella precedente della storica Barbara Frale, tesa a
dimostrarne l’autenticità, anche sulla base di alcuni segni in aramaico, la
lingua dei primissimi cristiani, scoperti sulla Sindone da uno scienziato
francese, che consentirebbero di poterla retrodatare al I secolo (si rimanda al
libro della storica “I Templari e la Sindone di Cristo”). Sul sito del giornale
“La Stampa” si può leggere anche la critica alla Frale da parte del prof.
Luciano Canfora, filologo classico, docente presso l’Università di Bari,
insignito dell’onorificenza “Medaglia d’oro ai benemeriti della scienza e della
cultura”.
Per
ulteriori approfondimenti, si rimanda ai siti:
http://www.cicap.org/new/articolo.php?id=100420;
http://sindone.weebly.com/.
CONCLUSIONE
Qualunque
sia l’opinione che possiamo avere sull’autenticità o meno della Sindone di
Torino e sull’identità dell’immagine impressa su di essa, resta comunque da
spiegare il silenzio degli evangelisti e degli altri eminenti scrittori e
storici cristiani per oltre un millennio. Gli evangelisti, che abbondano di
testimonianze sui numerosi miracoli, prodigi e portenti attribuiti a Gesù, il
Cristo, perché tacciono sul ritrovamento della Sindone nel sepolcro e sul
presunto miracolo dell’immagine che sarebbe rimasta impressa su di essa? Nel
Vangelo secondo Giovanni, l’ultimo scritto in ordine di tempo, non si attesta
che il corpo di Gesù fu avvolto in un lenzuolo, bensì che fu fasciato con
bende, dopo essere stato cosparso con aromi (mirra ed aloe), secondo l’usanza
di seppellire dei giudei (il che implica che il cadavere fu prima lavato). Gli
apostoli Pietro e Giovanni, entrati nel sepolcro vuoto, videro le bende e il
sudario, non il lenzuolo funebre. Lazzaro, infatti, resuscitò uscendo dalla
tomba non avvolto in un telo di lino, ma con piedi e mani legate con bende e
con la faccia coperta con un sudario (Gv 11, 44). Gli evangelisti Marco, Matteo
e Luca, invece, dicono che il corpo di Gesù, deposto dalla croce, fu avvolto
con una sindone o lenzuolo o panno di lino. Non dicono anche che il cadavere fu
lavato, secondo l’usanza ebraica (forse, per la premura di seppellirlo, data
l’approssimarsi del sabato di Pasqua). I tre Vangeli sinottici narrano che,
allorquando le pie donne vennero a far visita al sepolcro (secondo la versione
di Matteo) per imbalsamare la salma (secondo la versione di Marco e Luca),
trovarono il sepolcro vuoto. Pietro (secondo Luca), entrato nel sepolcro, vide
solo le bende. Queste, verosimilmente, dovevano servire per fasciare il corpo
esangue di Gesù, dopo l’imbalsamazione da parte delle pie donne, che si
recavano al sepolcro per tale scopo. Se, invece, diamo credito al Vangelo
secondo Giovanni, il cadavere di Gesù, deposto dalla croce, fu cosparso di
unguenti (il che implica che fu prima lavato, sia pure frettolosamente) e poi
fasciato con bende. Giovanni non dice anche che fu avvolto in un lenzuolo. Ora,
se ipotizziamo che il cadavere bendato sia stato poi avvolto in un telo di lino,
non pare possibile che abbia potuto lasciare un’impronta su di esso.
Certe
pretese dimostrazioni sull’autenticità della Sindone di Torino e sull’identità
dell’effige impressa, in assenza di una concreta messa a disposizione degli
scienziati del preteso sacro lenzuolo per le analisi di competenza, appaiono
piuttosto finalizzate ad incrementare leggende redditizie in occasione delle
frequenti ostensioni della Sindone, piuttosto che ad apportare ulteriori
chiarimenti su una vicenda di cui, più che la fede, ancorché legittima,
dovrebbero fornire spiegazioni sia la scienza sia l’analisi storico-critica,
fondata su documenti certi.
Lucio Apulo
Daunio
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