giovedì 24 febbraio 2011


IL MISTERO DELLA SINDONE SECONDO GIOVANNI




PARTE PRIMA



Nel Vangelo secondo Giovanni (Gv 20, 1 seg.; 21, 1 seg.) si narra che a recarsi di buonora al sepolcro è unicamente Maria Maddalena (l’affezionata compagna che, secondo i vangeli gnostici, Gesù amava più degli apostoli). Non porta con sé aromi e unguenti, perché il corpo di Gesù, appena deposto dalla croce, è stato unto e legato con bende (cioè con strisce di tela) e poi sepolto (non si dice che è stato avvolto con una sindone o lenzuolo di lino).

Avevano provveduto a preparare la salma per la sepoltura, secondo l’usanza giudaica, due membri del Sinedrio (supremo consiglio religioso giudaico, presieduto dal Sommo Sacerdote, avente funzioni civili e giudiziarie), che si erano fatti in segreto discepoli di Gesù. Erano questi: Giuseppe d’Arimatea (località sconosciuta) e il timoroso fariseo Nicodemo (Gv 3, 1 seg.).

É ancora buio quando la pia Maddalena arriva al sepolcro. Nota che la pietra sepolcrale è stata rimossa. Ha un triste presentimento. S’affretta a ritornare sui suoi passi. Trova Pietro e l’altro discepolo che Gesù amava. Riferisce quanto ha visto. I due apostoli, preoccupati, si precipitano sul luogo del Santo Sepolcro (quello venerato nell’omonima chiesa di Gerusalemme, come altri supposti luoghi santi, sono meramente fondati su tradizioni, stante la mancanza di prove archeologiche e documentarie). Arrivano alla tomba, prima l’altro discepolo, poi Pietro, e in ultimo anche la donna. Il sepolcro è vuoto. Il corpo di Cristo è scomparso. Nella tomba trovano soltanto le bende distese e, a parte, ripiegato in un angolo, il sudario (panno con cui si velava la faccia della salma, spesso confuso con il lenzuolo funebre). La sindone (il telo di lino con cui si avvolgeva la salma), infatti, non può esserci, perché Giuseppe e Nicodemo hanno utilizzato le bende per fasciare il corpo di Gesù, dopo averlo lavato e unto con sostanze odorose, secondo l’usanza di seppellire dei giudei (Gv 19, 40). Dunque, nel sepolcro, non ci può essere la sindone né tantomeno l’impronta del cadavere su di essa impressa (che, peraltro, non si sarebbe potuta formare nel poco tempo trascorso dalla morte alla presunta resurrezione di Gesù). L’episodio presenta delle analogie con il romanzo greco di Caritone: “Le avventure di Cherea e Calliroe”. I due apostoli, intanto, non riescono a capacitarsi che Gesù, morto e sepolto, sia scomparso. Che fosse risorto, non potevano crederci, perché, ci fa sapere l’evangelista, non avevano del tutto compreso il significato della Scrittura né le predizioni di Gesù. Pietro teme che la salma sia stata trafugata per opera di manigoldi ladruncoli, dato che la pietra, che ostruiva il sepolcro, era stata rimossa per consentire l’uscita del corpo (Gesù poteva risorgere uscendo dalla tomba senza dover spostare la pietra) . Il discepolo che Gesù amava, invece, avendo notato lo stato in cui si trovano sia le bende, che giacevano distese, sia il sudario, che era ripiegato a parte in un angolo, crede. Il Vangelo non specifica chiaramente in cosa crede. Forse crede alla resurrezione di Cristo? No, perché né lui né Pietro, secondo l’evangelista, avevano compreso la Scrittura (secondo la quale Gesù sarebbe dovuto risorgere dopo tre giorni dalla morte). Può darsi, invece, che il discepolo amato si sarà chiesto perché i ladri non abbiano portato via con la salma anche le bende, che fasciavano il corpo. I due apostoli, perplessi, con l’animo sconvolto, ritornano in città. La Maddalena, invece, resta a piagnucolare come una prefica presso il sepolcro vuoto. Improvvisamente, due angeli appaiono in bianche vesti. La donna non si scompone il viso per lo sgomento né si scombussola il cervello per lo spavento: non presenta segni di paura. Piange soltanto. Gli angeli le chiedono il motivo del piagnisteo. Lei risponde, pacatamente, che piange un morto di cui non c’è più il cadavere, perché teme che sia stato sottratto furtivamente da qualcuno e non sa proprio dove cercarlo. Poi si accorge della presenza di un individuo alle sue spalle, che scambia per l’ortolano. Questi, invece, è proprio Gesù, ma ella non lo riconosce. Gli domanda se, puta caso, sia stato proprio lui a prelevare la salma. L’ortolano si fa riconoscere: è Gesù risorto. La Maddalena si lancia ad abbracciarlo, desiderando d’intrattenersi con lui. Gesù frena l’entusiastico slancio femmineo, dicendole di smettere di toccarlo (noli me tangere!), poiché non è ancora salito al Padre (l’episodio ricalca il topos delle storie d’amore dei romanzi greci). Gesù non ha tempo da perdere in amorose sdolcinatezze, perché il Padre lo attende con impazienza. Esorta la donna ad annunciare ai discepoli la sua ascensione in cielo. Lei va immediatamente a riferire l’ambasciata del Maestro. Non sappiamo se la “isapostolos” sia stata creduta o considerata un’isterica visionaria. La sera di quel medesimo giorno, mentre tutti gli apostoli, all’infuori di Tommaso, si trovano riuniti in casa a porte chiuse per paura dei giudei, appare Gesù (non è dato sapere se, come aveva detto alla Maddalena, sia già salito nell’alto dei cieli per visitare il Padre del celeste impero, da cui poi sarebbe ritornato per apparire ai discepoli). Il Risorto dà il saluto di pace ai “suoi” e mostra il suo corpo con i segni del supplizio. I discepoli, per nulla intimoriti dall’improvvisa apparizione, si rallegrano nel vedere quel corpo martoriato redivivo. Gesù non si perde in chiacchiere ed inizia un istruttivo indottrinamento per prepararli adeguatamente alla missione salvifica nel mondo. Soffia su di loro i lumi dello Spirito Santo. Conferisce il potere di rimettere i peccati “ad libitum”. L’apostolo assente, Tommaso, è reso partecipe dell’avvenimento dai suoi confratelli. Tommaso però è dubbioso, vuole vederci chiaro, con i suoi occhi: vuole constatare personalmente i segni della passione e toccare con le proprie mani le piaghe del Risorto. Gesù, conoscendo l’animo diffidente di Tommaso, riappare dopo otto giorni tra i discepoli riuniti in una stanza a porte chiuse. A Dio tutto è possibile, anche attraversare spessi muri e usci sprangati (non però quando uscì redivivo dalla tomba). Rivolgendosi a Tommaso, lo invita a toccarlo, a mettere le dita sulle piaghe del suo corpo: sulle mani ferite e sul fianco trafitto. Altro che “noli me tangere”! Cosa non si fa per recuperare una pecorella smarrita tra i pantani del dubbio! Non gli risparmia però una ramanzina, mentre elogia i futuri cristiani, ai quali, pur non potendo più mostrarsi (salvo ai soliti raccomandati santificati), crederanno ai racconti stravaganti dei preti. Dopo Gesù, infatti, la fede troverà sostegno non più nella visione del Cristo e dei segni da lui compiuti, bensì nell’ascolto della sua (pretesa) divina parola, magistralmente interpretata dalla setta ortodossa della romana chiesa, vittoriosa sulle altre sette cristiane, esecrate in quanto ritenute eterodosse, ossia eretiche.

Il capitolo 21 del Vangelo giovanneo può pacificamente ritenersi un’aggiunta posteriore alla prima stesura. Si racconta in esso di una terza riapparizione del Risorto ai discepoli, mentre questi stanno pescando sul lago di Tiberiade, in Galilea. Hanno lavorato per tutta la notte, inutilmente. Hanno gettato le reti e all’alba le hanno tirate su vuote. Dopo essere ritornati a riva, demoralizzati, incontrano un uomo che chiede loro se hanno pescato qualcosa da mangiare. Egli è Gesù, ma non si fa riconoscere Gli rispondono che la pesca è stata infruttuosa. Lo sconosciuto li esorta a ritentare, gettando le reti dalla parte destra della barca (la destra, com’è noto, è di buon augurio nel regno di Dio). I pescatori, manco a dirlo, si affidano al consiglio dello sconosciuto e decidono di riprovarci. La fiducia, ancorché riposta in una persona ignota, premia la loro fatica. Tirate su le reti… prodigio! Esse sono traboccanti di centocinquantatré grossi pesci (tanti ne contano, a fede dell’apostolo Giovanni, l’amato dal Signore). Tutti sono ormai certi dell’identità dello sconosciuto: egli è Gesù. L'impetuoso Pietro, indossata la veste, raggiunge la riva a nuoto; gli altri lo seguono dentro la barca ricolma di pesci. Si festeggia, sfrigolando il pescato sulla brace (il santo non va in gloria, se manca la pappatoria!). Terminato il banchetto, inizia il simposio cristiano. Gesù domanda a Pietro se lo ama più degli altri. Il rude Pietro risponde di sì. Per tre volte Gesù glielo richiede, rattristandolo, perché Pietro non comprende cosa voglia il Maestro da lui. In verità, Pietro lo aveva rinnegato per tre volte al tempo della “passione”. Poi Gesù, esprimendosi nel linguaggio dei pastori, demanda a Pietro il compito di pascere il suo fedele gregge. In altri termini, gli affida la cura delle anime dei cristiani (non anche delle loro sostanze). Prosegue il discorso, preconizzando, con parole velate, il martirio di Pietro in età avanzata per la gloria di Dio (!). Lo invita quindi a seguirlo e i due s’incamminano assieme per chi sa dove. Pietro, accortosi che anche l’amoroso Giovanni intende seguirli (forse era geloso di Pietro), avverte Gesù della presenza del terzo incomodo (forse anche Pietro era geloso dell’altro). Gesù, papale papale, gli dice di farsi i fatti suoi, giacché desidera che l’intruso rimanga fin quando lui sarà giunto (non è chiaro a cosa voglia alludere, se alla sua imminente parusia o ad altro). Il misterioso colloquio tra Gesù e i due amati apostoli perviene (non si sa come) alle orecchie degli altri fratelli in Cristo, i quali, male interpretandolo, spargono la diceria che Giovanni non morirà e che vivrà fino al ritorno del Signore. Che questo passo del Vangelo sia una glossa, aggiunta al testo originario (in tempi sospetti) per significare la “traditio lampadis” da Gesù al suo eletto vicario ed ai pontefici suoi successori, non pare un’ipotesi del tutto peregrina.

Chi non avesse orecchi per intendere questi evangelici enigmi, si affidi ai santi lumi della Madre Chiesa, che ha istituito a fondamento del suo credo il dogma della resurrezione di Cristo-Dio. L’evangelista Giovanni, intanto, ci rassicura (per fortuna di chi non crede alle favole) che non sono stati scritti altri libri (intrisi di misteriosofia) sugli innumerevoli fatti e detti di Gesù. Qualora zelanti seguaci avessero messo nero su bianco, il mondo intero, parola di Giovanni, non avrebbe potuto contenere tutti i loro libri (salvo un provvido miracolo!). Questa è la testimonianza che ci rende l’amato discepolo di Gesù.  Se Giovanni, rispetto agli altri tre evangelisti, accresce il numero delle apparizioni del Risorto, Luca, negli Atti degli Apostoli, accresce il numero dei giorni in cui il Risorto appare ai “suoi” per istruirli sul Regno di Dio (non erano sufficienti i lumi dello Spirito Santo). Non è dato sapere se il Signore del celeste impero sia apparso anche ai suoi terrestri genitori.


































PARTE SECONDA



Di Sacre Sindoni, in verità, ne sono state trovate molte (spesso oggetto di un lucroso mercato), anche se non confrontabili con la Sindone di Torino, databile intorno all’anno1300, secondo le risultanze dell’esame del carbonio, effettuata nel 1988 (di cui, peraltro, si contesta la validità). Delle altre Sindoni, escludendo le copie prettamente pittoriche, una si trova nella cattedrale di Oviedo, in Spagna, un’altra era custodita a Besancon, in Francia, ma fu distrutta durante la Rivoluzione francese. Vere o false che siano queste sindoni, databili al periodo medievale o all’inizio dell’era volgare, appare un problema secondario, stante l’impossibilità di attribuirle in modo incontrovertibile (se una tra esse fosse vera) all’uomo Gesù, il Cristo, di dubbia esistenza storica. Immagini presunte di Cristo sarebbero state impresse, oltre che sulla Sindone di Torino, anche sul leggendario Mandylion (presunta immagine acheropìta di Gesù, che, secondo la tradizione, era venerata nella città di Edessa, in Mesopotamia) e sul mitico velo della Veronica (la pia donna che, secondo una tradizione leggendaria, deterse con un panno di lino il volto di Gesù sulla via dolorosa), sul quale si presume che sia rimasta impressa l’effigie del sacro volto. La leggenda della pia Veronica è rappresentata nella Sesta Stazione della “Via Crucis”. Numerose sono le reliquie pervenuteci (o perdute) su cui si presume sia inciso il volto di Gesù (tra cui il c.d. “Volto Santo”, conservato a Manoppello, in provincia di Pesaro). Quanto al suddetto Mandylion di Edessa (il fazzoletto con l’immagine del volto presunto di Gesù), se ne sono perse le tracce. Attualmente esistono due presunti Mandylion: uno è conservato a Genova, nella chiesa di San Bartolomeo degli Armeni; l’altro è un’immagine dipinta su tavola (non su panno), conservata nella Cappella di Matilda in Vaticano. La sindone di Akeldamà (così detta, in quanto trovata durante uno scavo nel “campo di sangue”; cfr. Mt 27. 8; At 1, 18-19), scoperta nel 1998 da un gruppo di ricercatori nei pressi di Gerusalemme, è fatta risalire ad una sepoltura coeva a quella di Gesù. Nel sepolcro di Akeldamà sono stati trovati: il lenzuolo funebre per ricoprire il corpo, le corde per legarlo e il sudario per il volto. La tecnica di sepoltura, inoltre, non presenta alcuna somiglianza con il metodo di inumazione desumibile dalla Sindone di Torino, composta da un unico telo, filato con una torsione a forma di Z (non usuale in Giudea, dove predomina la torsione a forma di S), che presuppone una mera copertura. Nel Vangelo apocrifo di Nicodemo (15, 7), databile al secondo secolo, si legge che Giuseppe d’Arimatea avvolse il cadavere di Gesù in un telo mondo, coprendo il viso con un sudario. In tal caso l’immagine del viso, coperta dal sudario, non avrebbe potuto lasciare l’impronta sul lenzuolo funebre.

L’uomo della Sindone di Torino si presenta con due immagini: l’una frontale, su metà del telo, l’altra dorsale, sull’altra metà. Da ciò si desume che il telo, su cui è stato posto il cadavere nel lato dorsale, è stato poi ripiegato sulla parte superiore del corpo. Il telo è lungo m 4,42. La statura dell’uomo impressa è stimata intorno ai 180-190 cm, differente dalla statura media di 160 cm dei palestinesi del I secolo. Inoltre, ha le braccia incrociate, anziché lungo i fianchi, e le mani unite che arrivano sul pube con dita sproporzionate, mentre l’inchiodatura risulta nei polsi, non nel palmo delle mani, come documentano il Vangelo secondo Giovanni (20, 27) e le raffigurazioni artistiche della crocifissione. Pare, inoltre, che presso i romani le crocifissioni avvenissero per lo più inchiodando solamente i piedi al palo verticale, mentre le braccia erano legate alla trave orizzontale. In un memoriale del 1389 (che sarebbe stato inviato a Clemente VII, il primo dei papi dello scisma d’Occidente), il vescovo di Troyes, Pierre d’Arcis, afferma che il suo predecessore avrebbe conosciuto l’artigiano che aveva costruito la Sindone. Che tale memoriale sia o no pervenuto al destinatario, l’antipapa Clemente ne autorizzò comunque l’ostensione (bolla del 28 luglio 1389). La storia certa della Sindone di Torino, dunque, inizia nella seconda metà del Trecento a Lirey, nella Champagne, dove risulta essere di proprietà dalla famiglia de Charny, che in seguito la donò ai canonici della chiesa del luogo. Furono all’epoca organizzate parecchie ostensioni redditizie (che davano buon profitto ai canonici della chiesa). Prima di questo periodo non è possibile documentare con certezza l’esistenza della Sindone. Dopo diversi passaggi di proprietà, la Sindone fu acquisita dai Savoia, che la portarono a Chambery, collocandola nella cattedrale, dove fu parzialmente danneggiata in seguito all’incendio del 1532. Con l’annessione del Piemonte ai Savoia, la Sindone fu trasferita a Torino (1578), dove è venerata come sacra reliquia e la cui prossima ostensione è prevista nella primavera del 2010.

Ogni volta che viene indetta l’ostensione della Sindone, custodita nel duomo di Torino, assistiamo ad una serie di sensazionali scoperte volte a dimostrarne l’autenticità o la falsità. Il chimico Luigi Garlaschelli ha dimostrato come sia possibile realizzare una sindone, con le caratteristiche di quella conservata a Torino, utilizzando la tecnologia disponibile nei secoli XIII e XIV (consultare il sito dell'Unione degli Atei e degli Agnostici razionalisti). La dimostrazione del Garlaschelli segue quella precedente della storica Barbara Frale, tesa a dimostrarne l’autenticità, anche sulla base di alcuni segni in aramaico, la lingua dei primissimi cristiani, scoperti sulla Sindone da uno scienziato francese, che consentirebbero di poterla retrodatare al I secolo (si rimanda al libro della storica “I Templari e la Sindone di Cristo”). Sul sito del giornale “La Stampa” si può leggere anche la critica alla Frale da parte del prof. Luciano Canfora, filologo classico, docente presso l’Università di Bari, insignito dell’onorificenza “Medaglia d’oro ai benemeriti della scienza e della cultura”.

Per ulteriori approfondimenti, si rimanda ai siti:

http://www.cicap.org/new/articolo.php?id=100420; 

http://sindone.weebly.com/.




CONCLUSIONE



Qualunque sia l’opinione che possiamo avere sull’autenticità o meno della Sindone di Torino e sull’identità dell’immagine impressa su di essa, resta comunque da spiegare il silenzio degli evangelisti e degli altri eminenti scrittori e storici cristiani per oltre un millennio. Gli evangelisti, che abbondano di testimonianze sui numerosi miracoli, prodigi e portenti attribuiti a Gesù, il Cristo, perché tacciono sul ritrovamento della Sindone nel sepolcro e sul presunto miracolo dell’immagine che sarebbe rimasta impressa su di essa? Nel Vangelo secondo Giovanni, l’ultimo scritto in ordine di tempo, non si attesta che il corpo di Gesù fu avvolto in un lenzuolo, bensì che fu fasciato con bende, dopo essere stato cosparso con aromi (mirra ed aloe), secondo l’usanza di seppellire dei giudei (il che implica che il cadavere fu prima lavato). Gli apostoli Pietro e Giovanni, entrati nel sepolcro vuoto, videro le bende e il sudario, non il lenzuolo funebre. Lazzaro, infatti, resuscitò uscendo dalla tomba non avvolto in un telo di lino, ma con piedi e mani legate con bende e con la faccia coperta con un sudario (Gv 11, 44). Gli evangelisti Marco, Matteo e Luca, invece, dicono che il corpo di Gesù, deposto dalla croce, fu avvolto con una sindone o lenzuolo o panno di lino. Non dicono anche che il cadavere fu lavato, secondo l’usanza ebraica (forse, per la premura di seppellirlo, data l’approssimarsi del sabato di Pasqua). I tre Vangeli sinottici narrano che, allorquando le pie donne vennero a far visita al sepolcro (secondo la versione di Matteo) per imbalsamare la salma (secondo la versione di Marco e Luca), trovarono il sepolcro vuoto. Pietro (secondo Luca), entrato nel sepolcro, vide solo le bende. Queste, verosimilmente, dovevano servire per fasciare il corpo esangue di Gesù, dopo l’imbalsamazione da parte delle pie donne, che si recavano al sepolcro per tale scopo. Se, invece, diamo credito al Vangelo secondo Giovanni, il cadavere di Gesù, deposto dalla croce, fu cosparso di unguenti (il che implica che fu prima lavato, sia pure frettolosamente) e poi fasciato con bende. Giovanni non dice anche che fu avvolto in un lenzuolo. Ora, se ipotizziamo che il cadavere bendato sia stato poi avvolto in un telo di lino, non pare possibile che abbia potuto lasciare un’impronta su di esso.

Certe pretese dimostrazioni sull’autenticità della Sindone di Torino e sull’identità dell’effige impressa, in assenza di una concreta messa a disposizione degli scienziati del preteso sacro lenzuolo per le analisi di competenza, appaiono piuttosto finalizzate ad incrementare leggende redditizie in occasione delle frequenti ostensioni della Sindone, piuttosto che ad apportare ulteriori chiarimenti su una vicenda di cui, più che la fede, ancorché legittima, dovrebbero fornire spiegazioni sia la scienza sia l’analisi storico-critica, fondata su documenti certi.



Lucio Apulo Daunio


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