martedì 8 febbraio 2011


LA CRITICA MARXIANA DELL’ECONOMIA

 

L’approccio di Marx allo studio dell’economia è sostanzialmente diverso da quello della scuola liberale. Il suo scopo è mettere in luce i motivi per cui, durante il processo di sviluppo economico, si creano condizioni di profitto e di potere a vantaggio dei proprietari dei mezzi di produzione. Egli pone a fondamento della sua indagine la constatazione che la storia di ogni società passata è storia di lotte tra ceti sociali dominanti, detentrici dei mezzi di produzione, e ceti sociali oppressi.

Ogni epoca storica, dunque, è caratterizzata da una particolare formazione economico-sociale, che si evolve nel tempo mediante un processo dialettico, destinato a terminare con l’auto-emancipazione dei ceti oppressi in rapporto diretto con lo sviluppo della coscienza della propria condizione sociale. E’ l’utopia della scienza economica posta al servizio dell’intera umanità, scevra dalla realizzazione privatistica dei profitti, mediante la socializzazione dei mezzi di produzione.

Lo studio di Marx si concentra sul rapporto-conflitto tra la struttura del capitale e la struttura del lavoro salariato, allo scopo di smascherare le ideologie mistificanti, che intendono come un fatto “naturale” l’acquisizione dei privilegi dei proprietari dei mezzi di produzione, fornendo una falsa interpretazione della realtà. Questa è per Marx caratterizzata dalla divisione della società in classi tra loro antagoniste, dove predomina la borghesia sul proletariato. La borghesia come classe dominante ha fatto il suo ingresso nella storia con la Rivoluzione Francese e con la creazione dell’industria capitalistica, mediante la concentrazione del capitale per effetto dell’accumulazione originaria dei mezzi di produzione e la riduzione della forza-lavoro a merce.  La merce lavoro diventa oggetto di scambio sul mercato tra l’imprenditore, che possiede i mezzi di produzione, e il lavoratore salariato, che vende la sua capacità di produrre valori d’uso in cambio dei mezzi per il proprio sostentamento. La conseguenza, secondo Marx, è che il lavoratore, produttore di valori d’uso, è separato dal prodotto del suo lavoro. Ciò è causa della sua condizione esistenziale alienante.

Posto quindi che l’economia capitalistica è un modo di produzione storicamente determinata, ne consegue che la distribuzione dei prodotti risulta determinata dal medesimo processo produttivo, che privilegia i proprietari dei mezzi di produzione. Dalla particolare struttura economica capitalistica consegue una divisione dei membri della società raggruppati in determinati rapporti economici.

Le merci impiegate nel processo produttivo hanno un valore d’uso solo in quanto acquistano un valore di scambio sul mercato. La misura del valore di scambio è il denaro, che, in quanto ricchezza astratta, è il vero scopo della produzione capitalistica. Ciò che trasforma le merci in valore, però, non è il denaro (mezzo di scambio), ma la quantità di lavoro prestato dalla forza-lavoro. E’ dunque la forza-lavoro che valorizza le merci e fa aumentare il valore del denaro precedentemente impiegato dal capitalista nel processo di produzione. Il modo di produzione capitalistico, quindi, si distingue da altri processi produttivi, in quanto caratterizzato dal complesso dei mezzi privati di produzione e dal denaro usato per comandare il lavoro alla creazione di plusvalore. Il lavoro è produttivo solo quando produce profitto. Il valore di scambio (il salario) della merce lavoro è dato dal valore in essa contenuto (ovvero dalla quantità di lavoro richiesto per poter produrre la merce lavoro); mentre il valore d’uso della merce lavoro è superiore al valore di scambio, perché il lavoro non solo produce l’equivalente del suo valore di scambio sul mercato, ma anche un plusvalore. Ne consegue che, dal punto di vista del lavoratore salariato, il sistema economico capitalistico è un processo di espropriazione, mentre, dal punto di vista del capitalista, è un processo di “naturale” appropriazione del lavoro altrui.

Il modo di produzione capitalistico, per poter soddisfare il bisogno di denaro dei capitalisti, deve moltiplicare i bisogni e i mezzi per soddisfarli. Essendo però finalizzato, non alla soddisfazione dei veri bisogni dell’uomo, ma alla realizzazione del profitto privato, per poter valorizzare il capitale deve ridurre all’essenziale i bisogni del lavoratore. L’appropriazione da parte dei capitalisti della ricchezza prodotta dai lavoratori salariati si contrappone alla rinuncia di questi a tale ricchezza. Dalla contrapposizione tra profitti e salari ne consegue che una crescita reale del salario non potrà che essere relativa e in funzione della crescita dei profitti. Però, secondo Marx, non sarà un aumento del salario ciò che restituirà dignità all’uomo, ma la sua abolizione, ovvero l’abolizione dell’asservimento dei lavoratori salariati ai proprietari dei mezzi di produzione.

Le crisi economiche sono, per Marx, crisi di sovrapproduzione, che tendono ad aggravarsi e ad estendersi. La contraddizione tra prodotti relativamente eccedenti e bisogni rimasti insoddisfatti, determina la distruzione non solo dei prodotti eccedenti, ma anche delle forze produttive, che non trovano adeguato riscontro in relazione ai bisogni paganti. I prodotti eccedenti sono distrutti per consentire ai capitalisti la conservazione dei margini di profitto. Anche le forze produttive sono distrutte affinché, mediante la ricomposizione del capitale industriale di riserva, i capitalisti possano attenuare l’incidenza del costo del lavoro sui costi totali di produzione. Se la distruzione è necessaria per superare la crisi, la crescita economica, in quanto presuppone lo sviluppo delle forze produttive, creerà nuovamente quelle contraddizioni che freneranno tale sviluppo. Ne consegue, per Marx, che il limite alla produzione capitalistica è proprio il capitale.  L’intensificarsi delle crisi periodiche di sovrapproduzione, però, non ha portato, come auspicato da Marx, alla soppressione del modo di produzione fondato sul capitale privato. Ciò stante, non possiamo del tutto escludere la relatività storica dell’attuale sistema economico di produzione di merci per mezzo di merci.

Ed è proprio sulla base dell’analisi economica che si svilupperà l’analisi politica di Marx e delle scuole marxiane (cfr. K. Marx “il Capitale” e “Grundrisse”).

Lucio Apulo Daunio

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