LA CRITICA MARXIANA DELL’ECONOMIA
L’approccio di
Marx allo studio dell’economia è sostanzialmente diverso da quello della scuola
liberale. Il suo scopo è mettere in luce i motivi per cui, durante il processo
di sviluppo economico, si creano condizioni di profitto e di potere a vantaggio
dei proprietari dei mezzi di produzione. Egli pone a fondamento della sua
indagine la constatazione che la storia di ogni società passata è storia di
lotte tra ceti sociali dominanti, detentrici dei mezzi di produzione, e ceti
sociali oppressi.
Ogni epoca
storica, dunque, è caratterizzata da una particolare formazione
economico-sociale, che si evolve nel tempo mediante un processo dialettico,
destinato a terminare con l’auto-emancipazione dei ceti oppressi in rapporto
diretto con lo sviluppo della coscienza della propria condizione sociale. E’
l’utopia della scienza economica posta al servizio dell’intera umanità, scevra
dalla realizzazione privatistica dei profitti, mediante la socializzazione dei
mezzi di produzione.
Lo studio di
Marx si concentra sul rapporto-conflitto tra la struttura del capitale e la
struttura del lavoro salariato, allo scopo di smascherare le ideologie
mistificanti, che intendono come un fatto “naturale” l’acquisizione dei
privilegi dei proprietari dei mezzi di produzione, fornendo una falsa interpretazione
della realtà. Questa è per Marx caratterizzata dalla divisione della società in
classi tra loro antagoniste, dove predomina la borghesia sul proletariato. La
borghesia come classe dominante ha fatto il suo ingresso nella storia con la
Rivoluzione Francese e con la creazione dell’industria capitalistica, mediante
la concentrazione del capitale per effetto dell’accumulazione originaria dei
mezzi di produzione e la riduzione della forza-lavoro a merce. La merce lavoro diventa oggetto di scambio
sul mercato tra l’imprenditore, che possiede i mezzi di produzione, e il
lavoratore salariato, che vende la sua capacità di produrre valori d’uso in
cambio dei mezzi per il proprio sostentamento. La conseguenza, secondo Marx, è
che il lavoratore, produttore di valori d’uso, è separato dal prodotto del suo
lavoro. Ciò è causa della sua condizione esistenziale alienante.
Posto quindi
che l’economia capitalistica è un modo di produzione storicamente determinata,
ne consegue che la distribuzione dei prodotti risulta determinata dal medesimo
processo produttivo, che privilegia i proprietari dei mezzi di produzione.
Dalla particolare struttura economica capitalistica consegue una divisione dei
membri della società raggruppati in determinati rapporti economici.
Le merci
impiegate nel processo produttivo hanno un valore d’uso solo in quanto
acquistano un valore di scambio sul mercato. La misura del valore di scambio è
il denaro, che, in quanto ricchezza astratta, è il vero scopo della produzione
capitalistica. Ciò che trasforma le merci in valore, però, non è il denaro
(mezzo di scambio), ma la quantità di lavoro prestato dalla forza-lavoro. E’
dunque la forza-lavoro che valorizza le merci e fa aumentare il valore del
denaro precedentemente impiegato dal capitalista nel processo di produzione. Il
modo di produzione capitalistico, quindi, si distingue da altri processi
produttivi, in quanto caratterizzato dal complesso dei mezzi privati di
produzione e dal denaro usato per comandare il lavoro alla creazione di
plusvalore. Il lavoro è produttivo solo quando produce profitto. Il valore di
scambio (il salario) della merce lavoro è dato dal valore in essa contenuto
(ovvero dalla quantità di lavoro richiesto per poter produrre la merce lavoro);
mentre il valore d’uso della merce lavoro è superiore al valore di scambio,
perché il lavoro non solo produce l’equivalente del suo valore di scambio sul
mercato, ma anche un plusvalore. Ne consegue che, dal punto di vista del
lavoratore salariato, il sistema economico capitalistico è un processo di
espropriazione, mentre, dal punto di vista del capitalista, è un processo di
“naturale” appropriazione del lavoro altrui.
Il modo di
produzione capitalistico, per poter soddisfare il bisogno di denaro dei
capitalisti, deve moltiplicare i bisogni e i mezzi per soddisfarli. Essendo
però finalizzato, non alla soddisfazione dei veri bisogni dell’uomo, ma alla
realizzazione del profitto privato, per poter valorizzare il capitale deve
ridurre all’essenziale i bisogni del lavoratore. L’appropriazione da parte dei
capitalisti della ricchezza prodotta dai lavoratori salariati si contrappone
alla rinuncia di questi a tale ricchezza. Dalla contrapposizione tra profitti e
salari ne consegue che una crescita reale del salario non potrà che essere
relativa e in funzione della crescita dei profitti. Però, secondo Marx, non
sarà un aumento del salario ciò che restituirà dignità all’uomo, ma la sua
abolizione, ovvero l’abolizione dell’asservimento dei lavoratori salariati ai
proprietari dei mezzi di produzione.
Le crisi
economiche sono, per Marx, crisi di sovrapproduzione, che tendono ad aggravarsi
e ad estendersi. La contraddizione tra prodotti relativamente eccedenti e
bisogni rimasti insoddisfatti, determina la distruzione non solo dei prodotti
eccedenti, ma anche delle forze produttive, che non trovano adeguato riscontro
in relazione ai bisogni paganti. I prodotti eccedenti sono distrutti per
consentire ai capitalisti la conservazione dei margini di profitto. Anche le
forze produttive sono distrutte affinché, mediante la ricomposizione del
capitale industriale di riserva, i capitalisti possano attenuare l’incidenza
del costo del lavoro sui costi totali di produzione. Se la distruzione è
necessaria per superare la crisi, la crescita economica, in quanto presuppone lo
sviluppo delle forze produttive, creerà nuovamente quelle contraddizioni che
freneranno tale sviluppo. Ne consegue, per Marx, che il limite alla produzione
capitalistica è proprio il capitale.
L’intensificarsi delle crisi periodiche di sovrapproduzione, però, non
ha portato, come auspicato da Marx, alla soppressione del modo di produzione
fondato sul capitale privato. Ciò stante, non possiamo del tutto escludere la
relatività storica dell’attuale sistema economico di produzione di merci per
mezzo di merci.
Ed è proprio
sulla base dell’analisi economica che si svilupperà l’analisi politica di Marx
e delle scuole marxiane (cfr. K. Marx “il Capitale” e “Grundrisse”).
Lucio Apulo
Daunio
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