EFFETTI MACROECONOMICI PRODOTTI DALL’INVECCHIAMENTO DELLA POPOLAZIONE
Perché il
cambiamento demografico (invecchiamento) della popolazione italiana determina
un considerevole impatto sul sistema economico e sociale?
Perché
l’invecchiamento della popolazione in Italia (il cui tasso è più intenso e
veloce rispetto agli altri paesi europei) comporta un riequilibrio nel bilancio
del sistema pensionistico?
Le
proiezioni demografiche di lungo periodo, relative all’aumento della
popolazione in Italia, prevedono un picco massimo di aumento intorno all’anno
2030 (inferiore alla media europea) e una discesa verso gli attuali valori
intorno all’anno 2050 (nonostante l’apporto dell’emigrazione).
Il basso
tasso di aumento della popolazione in Italia si accompagna ad un elevato tasso
d’invecchiamento della popolazione per i seguenti motivi:
- La
minor propensione delle famiglie ad avere figli (il tasso di fecondità delle
donne è inferiore al tasso di sostituzione necessario per rimpiazzare una
generazione con un’altra).
- L’allungamento
delle attese di vita (soprattutto per i progressi della scienza medica), che
determina un incremento della popolazione in età avanzata.
- Il
basso tasso di mortalità infantile (il picco di mortalità tende a spostarsi
verso l’età avanzata).
La maggiore
propensione all’invecchiamento della popolazione italiana, dunque, è una
conseguenza sia della riduzione delle nascite sia dell’incremento della vita
media. L’allungamento delle attese di vita alla nascita determina l’aumento del
numero di persone anziane (meno produttive) sia durante l’attività lavorativa
sia durante il periodo di godimento della pensione, diretta e di riversibilità
(periodo in cui tende ad azzerarsi la propensione al risparmio a fronte di un
reddito pensionistico costante).
La maggior
propensione all’invecchiamento della popolazione italiana determina un aumento
del tasso di dipendenza degli anziani (oltre i 65 anni) in rapporto alla
popolazione in attività lavorativa (dai 15 ai 64 anni di età):
Pensionati / forza lavoro = tasso di dipendenza
Le
proiezioni per l’anno 2050 prevedono un aumento del tasso di dipendenza pari al
60% (cioè ogni 100 persone in età di lavoro ci saranno 60 in età di pensione).
Secondo
l’ipotesi del ciclo di vita, elaborato dall’economista premio Nobel Franco
Modigliani, il reddito da lavoro e il risparmio tendono a crescere durante il
ciclo di vita lavorativa. Il consumo, invece, tende a essere stabile durante
l’intera vita. Ne consegue che nella fase della vita lavorativa il reddito
supera la spesa per i consumi, determinando un risparmio positivo, mentre nella
fase della vita non lavorativa il reddito delle pensioni è inferiore alla spesa
per i consumi, determinando un risparmio negativo (il pensionato continua
tendenzialmente a consumare come prima, attingendo ai risparmi accumulati nel
corso della vita lavorativa). In altri termini, le scelte di consumo di un
individuo sono correlate al reddito e al consumo dell’intero arco della vita.
Ciò determina la tendenza a risparmiare durante la fase attiva della vita per
poi spendere durante la fase di pensionamento.
Si elencano
di seguito le implicazioni macroeconomiche determinate dall’invecchiamento
della popolazione:
1) Uno
squilibrio crescente (disavanzo) del sistema pensionistico (entrate inferiori
alle spese), giacché le risorse per pagare le pensioni si ricavano dai
contributi versati (risparmio forzato) durante l’attività lavorativa.
2) Una
risposta della politica tendente a riequilibrare il sistema pensionistico o
mediante l’incremento dei contributi sociali dei lavoratori (i contributi
versati all’INPS servono per pagare la spesa delle pensioni) o procedendo a
sostanziali riforme (in misura graduale o con effetto immediato) mirate ad una
riduzione della spesa pensionistica.
3) Un
decremento del risparmio delle famiglie (gli anziani in pensione risparmiano
poco o nulla rispetto alle persone in attività di lavoro), che riduce gli
investimenti, motore della crescita economica.
4) Un
rallentamento della crescita della produttività a causa dell’incidenza dei
lavoratori anziani, meno produttivi, rispetto ai giovani (il tasso di
permanenza in attività lavorativa dei lavoratori tra i 55 e i 64 anni di età è
superiore al tasso di occupazione dei giovani).
5) Un
cambiamento dei modelli di consumo e un incremento dei servizi e delle attività
legate al tempo libero e all’assistenza degli anziani, che richiede una
specifica preparazione degli operatori.
6) Una
riduzione dell’offerta delle donne sul mercato del lavoro (il cui tasso di
occupazione è inferiore sia in relazione a quello degli uomini sia in relazione
al target di Lisbona), sulle quali si ripercuote negativamente anche il lavoro
di assistenza e cura degli anziani.
Certamente,
le attese di vita in età avanzata sono una conquista dei nostri tempi, però
presentano aspetti preoccupanti attinenti la crescita economica (in assenza di
adeguati interventi). L’età avanzata, in cui aumentano i bisogni e si riducono
i redditi, richiede interventi mirati a contrastare la povertà senza
destabilizzare i bilanci pubblici. L’Italia, com’è noto, ha un ingente debito
pubblico, in conseguenza del quale non è facile reperire risorse, senza
un’adeguata crescita economica e una drastica riduzione della spesa
improduttiva (nel presente articolo si fa astrazione sia dei privilegi, anche
di natura pensionistica, di cui godono alcune categorie sociali sia
dell’incidenza dell’evasione fiscale). Sarebbe irresponsabile aumentare la
spesa a favore degli anziani (per esempio aumentando il reddito delle
pensioni), se i conti dello Stato non lo consentono. Né è pensabile un
ulteriore indebitamento per incrementare la spesa delle pensioni, addossando
alle future generazioni un onere difficilmente sopportabile.
Le politiche
economiche dei governi, in un mondo globalizzato, tenuto conto di un orizzonte
di lungo periodo, devono mediare tra le ragioni di efficienza, produttività ed
economicità (che favoriscono lo sviluppo economico) e le ragioni di solidarietà
tra e dentro le generazioni (evitando oneri eccessivi alle future generazioni).
Devono inoltre considerare la maggior avversione al rischio e la minore
capacità di adattamento alle innovazioni tecnologiche dei lavoratori anziani, i
cui redditi tendono ad aumentare con l’età lavorativa a fronte di un generale
basso livello d’istruzione e formazione (rispetto alla maggior flessibilità e
formazione dei giovani). Al fine di prolungare il periodo di attività
lavorativa rispetto al periodo di pensione, oltre ad alzare l’età di pensione e
disincentivare il pensionamento anticipato, vanno assunte politiche
incentivanti sia la prosecuzione volontaria del lavoro oltre l’età pensionabile
sia il mantenimento nelle imprese dei lavoratori anziani (troppo costosi
rispetto ai giovani, in un mercato del lavoro che tende a sostituire il lavoro
a tempo indeterminato con il lavoro a tempo determinato). Occorre, al riguardo,
incentivare la formazione e riqualificazione dei lavoratori, giovani e anziani,
che escono dal processo produttivo, favorendone il reinserimento. Sarebbe
altresì opportuno introdurre un meccanismo che porti ad una progressiva
riduzione della retribuzione da una determinata età lavorativa in avanti, in
modo da favorire nel processo produttivo sia il mantenimento dei lavoratori
anziani sia il loro reinserimento.
Le riforme
pensionistiche (in genere graduali, per ragioni politiche, rispetto alla
velocità dell’invecchiamento) devono prevedere una copertura assicurativa
(risparmio forzato), sia pubblica sia privata, che renda compatibile il patto
di solidarietà tra le generazioni. Ciò comporta un graduale passaggio (già in
atto) da un sistema pensionistico retributivo (in cui la pensione ammonta a
circa l’80% della retribuzione in godimento all’atto della cessazione dal
servizio) a un sistema contributivo (in cui la pensione è commisurata ai
contributi versati durante l’intera vita assicurativa, aumentati di un
rendimento calcolato con la formula matematica attuariale). Il trattamento
delle pensioni, che si prospetta nel lungo periodo, consisterà di una ridotta
pensione pubblica, integrata da una pensione privata, finanziata con un
adeguato reddito da lavoro.
Lucio Apulo Daunio
BIBLIOGRAFIA
Piero Angela, Perché dobbiamo fare più
figli
Elsa
Fornero, L’economia dei fondi pensione. Potenzialità e limiti della
previdenza sociale in Italia
Per ulteriori approfondimenti, consultare i seguenti siti web:
Centro di
ricerca per lo studio dell’economia delle pensioni e dell’invecchiamento
all’indirizzo: http://cerp.unito.it/;
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