domenica 20 febbraio 2011



EFFETTI MACROECONOMICI PRODOTTI DALL’INVECCHIAMENTO DELLA POPOLAZIONE



Perché il cambiamento demografico (invecchiamento) della popolazione italiana determina un considerevole impatto sul sistema economico e sociale?

Perché l’invecchiamento della popolazione in Italia (il cui tasso è più intenso e veloce rispetto agli altri paesi europei) comporta un riequilibrio nel bilancio del sistema pensionistico?

Le proiezioni demografiche di lungo periodo, relative all’aumento della popolazione in Italia, prevedono un picco massimo di aumento intorno all’anno 2030 (inferiore alla media europea) e una discesa verso gli attuali valori intorno all’anno 2050 (nonostante l’apporto dell’emigrazione).

Il basso tasso di aumento della popolazione in Italia si accompagna ad un elevato tasso d’invecchiamento della popolazione per i seguenti motivi:

-         La minor propensione delle famiglie ad avere figli (il tasso di fecondità delle donne è inferiore al tasso di sostituzione necessario per rimpiazzare una generazione con un’altra).

-         L’allungamento delle attese di vita (soprattutto per i progressi della scienza medica), che determina un incremento della popolazione in età avanzata.

-         Il basso tasso di mortalità infantile (il picco di mortalità tende a spostarsi verso l’età avanzata).

La maggiore propensione all’invecchiamento della popolazione italiana, dunque, è una conseguenza sia della riduzione delle nascite sia dell’incremento della vita media. L’allungamento delle attese di vita alla nascita determina l’aumento del numero di persone anziane (meno produttive) sia durante l’attività lavorativa sia durante il periodo di godimento della pensione, diretta e di riversibilità (periodo in cui tende ad azzerarsi la propensione al risparmio a fronte di un reddito pensionistico costante).

La maggior propensione all’invecchiamento della popolazione italiana determina un aumento del tasso di dipendenza degli anziani (oltre i 65 anni) in rapporto alla popolazione in attività lavorativa (dai 15 ai 64 anni di età):

Pensionati / forza lavoro = tasso di dipendenza

Le proiezioni per l’anno 2050 prevedono un aumento del tasso di dipendenza pari al 60% (cioè ogni 100 persone in età di lavoro ci saranno 60 in età di pensione).

Secondo l’ipotesi del ciclo di vita, elaborato dall’economista premio Nobel Franco Modigliani, il reddito da lavoro e il risparmio tendono a crescere durante il ciclo di vita lavorativa. Il consumo, invece, tende a essere stabile durante l’intera vita. Ne consegue che nella fase della vita lavorativa il reddito supera la spesa per i consumi, determinando un risparmio positivo, mentre nella fase della vita non lavorativa il reddito delle pensioni è inferiore alla spesa per i consumi, determinando un risparmio negativo (il pensionato continua tendenzialmente a consumare come prima, attingendo ai risparmi accumulati nel corso della vita lavorativa). In altri termini, le scelte di consumo di un individuo sono correlate al reddito e al consumo dell’intero arco della vita. Ciò determina la tendenza a risparmiare durante la fase attiva della vita per poi spendere durante la fase di pensionamento.

Si elencano di seguito le implicazioni macroeconomiche determinate dall’invecchiamento della popolazione:

1)  Uno squilibrio crescente (disavanzo) del sistema pensionistico (entrate inferiori alle spese), giacché le risorse per pagare le pensioni si ricavano dai contributi versati (risparmio forzato) durante l’attività lavorativa.

2)  Una risposta della politica tendente a riequilibrare il sistema pensionistico o mediante l’incremento dei contributi sociali dei lavoratori (i contributi versati all’INPS servono per pagare la spesa delle pensioni) o procedendo a sostanziali riforme (in misura graduale o con effetto immediato) mirate ad una riduzione della spesa pensionistica.

3)  Un decremento del risparmio delle famiglie (gli anziani in pensione risparmiano poco o nulla rispetto alle persone in attività di lavoro), che riduce gli investimenti, motore della crescita economica.

4)  Un rallentamento della crescita della produttività a causa dell’incidenza dei lavoratori anziani, meno produttivi, rispetto ai giovani (il tasso di permanenza in attività lavorativa dei lavoratori tra i 55 e i 64 anni di età è superiore al tasso di occupazione dei giovani).

5)  Un cambiamento dei modelli di consumo e un incremento dei servizi e delle attività legate al tempo libero e all’assistenza degli anziani, che richiede una specifica preparazione degli operatori.

6)  Una riduzione dell’offerta delle donne sul mercato del lavoro (il cui tasso di occupazione è inferiore sia in relazione a quello degli uomini sia in relazione al target di Lisbona), sulle quali si ripercuote negativamente anche il lavoro di assistenza e cura degli anziani.

Certamente, le attese di vita in età avanzata sono una conquista dei nostri tempi, però presentano aspetti preoccupanti attinenti la crescita economica (in assenza di adeguati interventi). L’età avanzata, in cui aumentano i bisogni e si riducono i redditi, richiede interventi mirati a contrastare la povertà senza destabilizzare i bilanci pubblici. L’Italia, com’è noto, ha un ingente debito pubblico, in conseguenza del quale non è facile reperire risorse, senza un’adeguata crescita economica e una drastica riduzione della spesa improduttiva (nel presente articolo si fa astrazione sia dei privilegi, anche di natura pensionistica, di cui godono alcune categorie sociali sia dell’incidenza dell’evasione fiscale). Sarebbe irresponsabile aumentare la spesa a favore degli anziani (per esempio aumentando il reddito delle pensioni), se i conti dello Stato non lo consentono. Né è pensabile un ulteriore indebitamento per incrementare la spesa delle pensioni, addossando alle future generazioni un onere difficilmente sopportabile.

Le politiche economiche dei governi, in un mondo globalizzato, tenuto conto di un orizzonte di lungo periodo, devono mediare tra le ragioni di efficienza, produttività ed economicità (che favoriscono lo sviluppo economico) e le ragioni di solidarietà tra e dentro le generazioni (evitando oneri eccessivi alle future generazioni). Devono inoltre considerare la maggior avversione al rischio e la minore capacità di adattamento alle innovazioni tecnologiche dei lavoratori anziani, i cui redditi tendono ad aumentare con l’età lavorativa a fronte di un generale basso livello d’istruzione e formazione (rispetto alla maggior flessibilità e formazione dei giovani). Al fine di prolungare il periodo di attività lavorativa rispetto al periodo di pensione, oltre ad alzare l’età di pensione e disincentivare il pensionamento anticipato, vanno assunte politiche incentivanti sia la prosecuzione volontaria del lavoro oltre l’età pensionabile sia il mantenimento nelle imprese dei lavoratori anziani (troppo costosi rispetto ai giovani, in un mercato del lavoro che tende a sostituire il lavoro a tempo indeterminato con il lavoro a tempo determinato). Occorre, al riguardo, incentivare la formazione e riqualificazione dei lavoratori, giovani e anziani, che escono dal processo produttivo, favorendone il reinserimento. Sarebbe altresì opportuno introdurre un meccanismo che porti ad una progressiva riduzione della retribuzione da una determinata età lavorativa in avanti, in modo da favorire nel processo produttivo sia il mantenimento dei lavoratori anziani sia il loro reinserimento.

Le riforme pensionistiche (in genere graduali, per ragioni politiche, rispetto alla velocità dell’invecchiamento) devono prevedere una copertura assicurativa (risparmio forzato), sia pubblica sia privata, che renda compatibile il patto di solidarietà tra le generazioni. Ciò comporta un graduale passaggio (già in atto) da un sistema pensionistico retributivo (in cui la pensione ammonta a circa l’80% della retribuzione in godimento all’atto della cessazione dal servizio) a un sistema contributivo (in cui la pensione è commisurata ai contributi versati durante l’intera vita assicurativa, aumentati di un rendimento calcolato con la formula matematica attuariale). Il trattamento delle pensioni, che si prospetta nel lungo periodo, consisterà di una ridotta pensione pubblica, integrata da una pensione privata, finanziata con un adeguato reddito da lavoro.

Lucio Apulo Daunio

                           

 BIBLIOGRAFIA

Piero Angela, Perché dobbiamo fare più figli

Elsa Fornero, L’economia dei fondi pensione. Potenzialità e limiti della previdenza sociale in Italia



Per ulteriori approfondimenti, consultare i seguenti siti web:

Centro di ricerca per lo studio dell’economia delle pensioni e dell’invecchiamento all’indirizzo: http://cerp.unito.it/;



www.giovediscienza.org; (conferenza di Elsa Fornero del 4 febbraio 2010)


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