CONGETTURE SU GESU’ E SU GIOVANNI BATTISTA
Se leggiamo
i Vangeli in modo scevro da pregiudizi fideistici, ponendo mente alle antiche
tradizioni orientali, pregne di simbolismo, potremmo avere una diversa
comprensione dei medesimi. I primi capitoli dei Vangeli secondo Luca e Matteo,
infatti, descrivono vicende che, lette con il vaglio critico della ragione,
anziché con la fede, appaiono del tutto inverosimili.
Un dotto
evangelista non ebreo, di nome Luca, forse un medico (Col 4,14), collaboratore
di Paolo, dopo essersi - a suo dire - documentato, compulsando precedenti
scritture e ascoltando testimoni di prima e seconda mano, redige episodi e
parabole inerenti alla vita e alla missione svolta in Palestina da un ebreo
chiamato Gesù, il Cristo. Il suo racconto è arrivato a noi scritto in greco
(non conosciamo in quale lingua sia stato redatto il testo originale). Luca non
indica le fonti da cui ha attinto la sua conoscenza riguardo a Gesù; tuttavia,
giacché gli episodi narrati appaiono inverosimili, è lecito dubitare
dell’attendibilità delle fonti da lui consultate. Tra gli incredibili fatti
narrati, risalta quello dell’apparizione diurna di uno spirito a una vergine di
nome Maria, già promessa sposa, anche se non convivente. Era in attesa di
perfezionare il matrimonio con Giuseppe, umile artigiano dell’edilizia. Lo
spirito è l’angelo Gabriele, messaggero di Dio, che le annuncia il concepimento
di un figlio. Il nascituro dovrà chiamarlo Gesù (in contrasto, peraltro, con il
nome Emanuele, profetizzato da Isaia). L’Altissimo lo ha predestinato a sedere
sul trono di Davide, suo padre (Giuseppe, padre putativo di Gesù, sarebbe
discendente della stirpe del re Davide). Maria obietta che non conosce ancora
uomo (cioè non ha iniziato ad avere rapporti sessuali). L’angelo ribatte che la
gravidanza sarà opera dello Spirito Santo e soggiunge che Gesù sarà un santo,
“figlio di Dio”, e il suo regno su Israele sarà eterno. In verità, non solo i
libri biblici, ma anche i mitici racconti delle religioni pagane descrivono episodi
simili, in cui vergini donne sono ingravidate da spiriti, partorendo figli
predestinati a una missione. L’evangelista Matteo, a differenza di Luca, narra
che Giuseppe, avendo saputo che Maria è incinta, vorrebbe in segreto (per
evitare la vergogna) rimandarla ai suoi genitori (cioè ripudiarla). Un angelo
però lo rassicura, in sogno, della fedeltà di Maria, spiegandogli che è incinta
in virtù dello Spirito Santo. Il figlio che partorirà, sarà predestinato a
salvare il suo popolo dai peccati. Il buon Giuseppe, come molti suoi
compatrioti, crede ai sogni e si lascia persuadere. Di lui, i Vangeli parlano
poco o niente: è solo una comparsa. L’evangelista Matteo dice che è figlio di
un certo Giacobbe; Luca, invece, dice che è figlio di Elia. In verità, i due evangelisti
riportano ipotetiche e differenti genealogie dell’umile Giuseppe. Quelle
risalenti fino a Davide, non coincidono; mentre, quelle che proseguono fino ad
Abramo e oltre, sono quasi simili (essendo nomi ormai codificati nella storia
d’Israele). Lo scopo dei due evangelisti è dimostrare che Gesù è della stirpe
di Davide, da cui gli zelanti ebrei attendevano, secondo le profezie, un
liberatore politico (cioè un messia o cristo o unto come il re Davide). Della
madre naturale, Maria, sappiamo che è figlia di Anna e Gioacchino (cfr.
l’apocrifo Protovangelo di Giacomo). Essendo stata promessa in sposa a
Giuseppe, si trovava inaspettatamente in cinta, prima che i due fidanzati,
secondo le usanze allora in vigore, iniziassero la convivenza, perfezionando il
matrimonio con la festa nuziale. In quei tempi, se la promessa sposa fosse
rimasta in cinta prima degli sponsali, era considerata un’adultera e rischiava
la condanna della lapidazione, come prescriveva la Legge mosaica. Così la
pensavano i Sadducei, la faziosa aristocrazia sacerdotale, rigidamente legata
alla Legge scritta, a differenza dei Farisei, ligi non solo alla Legge ma anche
alla Tradizione. Ed è proprio secondo la Tradizione che era disattesa
l’applicazione dell’orrenda condanna. All'infedeltà della moglie (o fidanzata)
si preferiva applicare l’istituto del ripudio. Tuttavia, anche se Giuseppe
aveva deciso di non ripudiare Maria, prima o poi i paesani l’avrebbero saputo e
la vergogna non si sarebbe potuta evitare. La soluzione del dramma è risolta con
la partenza di Maria da Nazareth verso un paesino nei pressi di Gerusalemme,
dove va a far visita a una parente consanguinea, che attende la nascita di un
figlio per grazia ricevuta (era sterile e in età avanzata). Questa parente si
chiama Elisabetta ed è discendente di Aronne. Il suo sposo è Zaccaria,
appartenente alla classe dei sacerdoti, che si avvicendano al servizio nel
tempio di Gerusalemme. Maria arriva quando Elisabetta è al sesto mese di
gravidanza e si trattiene fino alla nascita di Giovanni, il figlio benedetto,
che toglierà a Elisabetta la vergogna della sterilità. Zaccaria aveva a lungo
pregato l’Altissimo, prima di essere esaudito. Tempo innanzi, mentre officiava
nel tempio, ebbe la visione dell’angelo Gabriele, che gli annunciava la nascita
del figlio Giovanni, colmo di Spirito Santo, predestinato a ricondurre i figli
d’Israele al loro Dio, dinanzi al quale sarebbe andato con lo spirito e la
forza di Elia, e via discorrendo con altre sibilline predizioni. Insomma,
Giovanni era predestinato a essere il precursore dell’atteso Messia, il Cristo,
Figlio di Dio. Avendo però Zaccaria dubitato (del resto, come fece Maria) delle
parole dell’angelo, fu condannato a restare muto fino alla nascita del figlio
(Maria invece no).
Quale
credito dare alle sopra esposte visioni e sogni, testimoniate dai due
evangelisti? E’ credibile che a Zaccaria e a Maria sia apparso l’angelo
Gabriele e che a Giuseppe sia apparso in sogno un anonimo messaggero divino? La
ragione, ovviamente, a differenza della fede, si rifiuta di dar credito a
visioni e sogni. Notiamo, intanto, che l’austero Giovanni, figlio di Zaccaria,
fallì nella missione cui era stato predestinato, cioè predisporre al Signore i
suoi compatrioti. Questi, peraltro, furono tacciati da Gesù come generazione
malvagia e adultera. Sarà proprio quella generazione che chiederà la condanna
di Gesù: l’ignominiosa morte sulla croce. La funzione sacerdotale, cui adempiva
Zaccaria, lo rendeva scrupoloso osservante delle Sacre Scritture. Era molto
devoto e, probabilmente, anche un po’ visionario. Doveva conoscere a fondo il
libro apocalittico del sognatore Daniele (una raccolta di scritti di autori
vissuti in epoca posteriore a quella di ambientazione delle vicende narrate,
caratterizzate da vaticini “ex eventu”), in cui si parla dell’angelo
Gabriele, che spiega a Daniele il significato messianico della visione del
“figlio dell’uomo” (8, 16-26) o, svolazzandogli attorno, il senso della
profezia di Geremia (9,20-27). Gesù stesso si definirà “figlio dell’uomo”,
l’unto (o cristo o messia), predestinato a dare inizio a un nuovo regno in
Israele e a ritornare nella gloria alla fine dei tempi, per instaurare il suo
regno eterno. Queste profezie messianiche del libro di Daniele, Zaccaria le
proiettò e riadattò ai suoi tempi di fervente attesa di un messia liberatore
del popolo ebreo dalla dominazione romana. Condizione necessaria per ottenere
l’aiuto divino era il pentimento e la santificazione del popolo tramite l’opera
di un precursore. La nascita miracolosa del figlio Giovanni poteva essere
interpretata come un segno divino; ciò può aver turbato l’animo di Zaccaria, al
punto di fargli credere che suo figlio fosse predestinato alla missione di
precursore dell’atteso messia. Quando apprese da Maria il dramma occorsole
(sosteneva di trovarsi in cinta, pur essendo vergine), avrà creduto a un
provvido intervento divino a favore del popolo eletto. Le sopravvenute
coincidenze: da una parte, il miracoloso concepimento della sterile moglie
Elisabetta in età avanzata, dall’altra parte, l’impossibile concepimento di una
vergine, deve averlo indotto a credere che l’Altissimo stesse per inviare il
liberatore d’Israele e Giovanni avrebbe potuto preparargli la via. A questo
punto, appare possibile congetturare che sia stato l’influente Zaccaria a
inventarsi le storie, poi apprese e raccontate in buona fede da Luca
nell’omonimo Vangelo. Tante, infatti, sono le coincidenze riguardanti i due
episodi: le due nascite miracolose, la visione a Zaccaria e a Maria dell’angelo
Gabriele, l’imposizione dei nomi di Giovanni e di Gesù, le promesse
profetizzate per entrambi. Può anche darsi che l’autorevole Zaccaria, durante i
tre mesi di permanenza in casa sua dell’ingenua, trepidante giovinetta Maria,
l’abbia influenzata a credere in quei segni divini. Maria, poi, avrà in seguito
raccontato ciò che Zaccaria le ha fatto credere. Luca, prestando (buona) fede
al racconto divulgato da Maria, lo ha riportato nel Vangelo.
L’angelo
Gabriele, nel racconto lucano, appare a Zaccaria per annunciargli che il figlio
nascituro Giovanni è predestinato a compiere una missione: predisporre il
popolo eletto ad accogliere il Verbo prossimo venturo. Giovanni - dice l’angelo
- avrà la forza e lo spirito di Elia (profeta colmo di zelo, “sorto come il
fuoco e la cui parola ardeva come fiamma”; cfr. il libro biblico Siracide 48,1
seg.). Tempratosi nel silenzio del deserto, Elia si oppose al re idolatra
Akhab. Di lui si parla ampiamente nei due Libri dei Re (cfr. 1 Re 17, 1 seg.; 2
Re 1,3 e 2,1). Gesù stesso dirà ai discepoli che Elia è già venuto nella
persona di Giovanni Battista (Mt 17,10-13; Mc 9,11-13). Che Gesù volesse
alludere alla teoria della reincarnazione, non è lecito pensarlo, poiché il
Concilio di Costantinopoli dell’anno 553 ha espressamente vietato qualsiasi
riferimento al riguardo. Elia, come Gesù, resuscitò il figlio di una vedova. A
Elia, come a Giuseppe, apparve in sogno un angelo e, come Giuseppe, partì verso
l’Egitto. Elia ed Eliseo attraversarono il Giordano, separando le acque, come
fece Mosè durante il leggendario passaggio del Mar Rosso. Durante la
Trasfigurazione di Gesù, Elia apparirà assieme a Mosè. Eliseo pure, come Gesù,
resuscitò il figlio di una donna e moltiplicò i pani “ad abundantiam”.
Sono queste solo mere coincidenze? Vediamone altre. Anna, madre di Samuele -
come racconta l’autore dell’omonimo libro della Bibbia - era sterile e andava
nel tempio a pregare Dio per avere un figlio. Fece un voto: nel caso fosse
stata esaudita, avrebbe consacrato il figlio all’Altissimo. Samuele, profeta e
giudice d’Israele, fu predestinato a guidare il popolo ebreo verso la
monarchia. Egli, infatti, unse con olio sacro il primo re, Saul, e, in seguito,
anche il giovinetto Davide. Proprio dalla stirpe di Davide si credeva che
sarebbe arrivato un nuovo unto, un cristo o messia liberatore d’Israele dal
dominio straniero. Il canto di Anna di ringraziamento a Dio per grazia ricevuta
(1 Samuele 2,1 seg.), sarà ripreso nello spirito e in molte espressioni nel
Magnificat pronunciato da Maria (Luca 1,46 seg.). Zaccaria, pieno di Spirito
Santo e buon conoscitore delle Scritture, avendo riacquistato la parola alla
nascita del figlio Giovanni, ringrazierà l’Altissimo, inneggiando il Benedictus
(Luca 1,67 seg.). In questo canto, tratto in gran parte dai Salmi, Zaccaria
trasfuse la sua fede messianica. Se il canto di Anna è opera dell’autore che ha
scritto i Libri di Samuele, il Magnificat recitato da Maria, giacché ricalca il
testo del canto di Anna, potrebbe essere opera di Zaccaria. Maria lo avrebbe
poi memorizzato e trasmesso ad altre persone, fino ad arrivare alla fonte
consultata da Luca. Se consideriamo tutte queste coincidenze, possiamo
congetturare che Zaccaria, paragonando la trepidazione sua e della moglie
Elisabetta a quella di Anna, abbia voluto consacrare il figlio Giovanni a Dio,
come fece Anna con Samuele, e abbia poi indotto Maria a fare altrettanto con il
figlio Gesù, discendente, come il (supposto) padre Giuseppe, dalla casata del
re Davide, da cui il popolo attendeva l’arrivo di un messia politico. Giovanni
e Gesù, infatti, furono votati al celibato ed entrambi si temprarono nel
deserto, prima di svolgere la loro missione di predestinati.
Gesù nasce,
secondo il Vangelo lucano, in una mangiatoia a Betlemme, città del re Davide,
dove i genitori, provenienti da Nazareth, si erano recati a causa di un
(improbabile) censimento disposto dalle autorità romane. Sorvoliamo sugli
incredibili episodi dell’apparizione notturna dell’angelo ai pastori, per
annunciare loro la nascita del Messia salvatore, e della visione del celeste, angelico
esercito, lodante e glorificante Dio, frutto di autoesaltazione, attribuibile
all’autore della fonte consultata da Luca e da lui ritenuta degna di (buona)
fede. I genitori di Gesù, arrivato il tempo per adempiere le prescrizioni
legali, lo portarono al tempio in Gerusalemme per consacrarlo al Signore,
offrendo in sacrificio, a causa della loro povertà, due colombi, invece del
prescritto agnello e colombo. Non conosciamo la fonte da cui Luca apprese
l’incontro della sacra famiglia, prima con il giusto e pio Simeone, colmo di
Spirito Santo, che attendeva il Cristo consolatore d’Israele, poi con la
profetessa Anna, di età avanzata, assidua frequentatrice del tempio. Simeone si
prodigò in predizioni oracolari sull’infante, che Anna andava poi replicando ai
frequentatori del tempio. Gesù, secondo Simeone, era predestinato a essere un
segno di contraddizione, cioè rovina e resurrezione per molti in Israele: amato
da alcuni, odiato da altri (del resto, come succede a ciascuno di noi). Quanto
alla madre di Gesù, Simeone sentenziò parole sibilline, degne di un oracolo che
si rispetti, non certamente dei lumi dello Spirito Santo. Maria avrà – parola
di Simeone - l’anima trafitta da una spada, affinché siano svelati i segreti di
molti cuori, ecc. Che cosa avrà voluto dire? Mah!
A differenza
di Luca, l’evangelista ebreo Matteo, conoscitore delle usanze giudaiche, ma
anche dei miti e delle superstizioni dell’Oriente, descrive l’arrivo a
Gerusalemme dei Magi, astrologi che avrebbero previsto la nascita in Israele, a
Betlemme, di un re (cioè di un unto, di un cristo, di un messia), forse
basandosi su una profezia della Bibbia. Riferirono al re Erode ciò che le
stelle avrebbero loro rivelato. Ai giorni nostri l’astrologia, anche se gode
ancora il favore popolare, è condannata dalla Chiesa. Del resto, appare
incredibile che Dio faccia affidamento sulle stelle per annunciare la nascita
di un suo pupillo sulla Terra. Accomiatatasi dal re Erode, i Magi si avviarono
verso Betlemme, guidati da una stella (!) fin presso la dimora della sacra
famiglia per adorare e offrire doni al bambinello Gesù. Erode, preoccupato per
la nascita di un concorrente, che avrebbe potuto spodestarlo, ordinò la strage
degli innocenti (del tutto inverosimile, essendo egli sottoposto alla severa
autorità romana, governata dall'imperatore Augusto). L’Altissimo, preoccupato
per l’invisa disposizione del re Erode, inviò messaggeri celesti in sogno sia
ai Magi, per avvertirli di non ritornare da Erode, sia a Giuseppe, per
suggerirgli di fuggire verso l’Egitto. Cessato il pericolo, dopo la morte di
Erode, ritornò il messaggero divino in sogno a Giuseppe per assicurarlo che
poteva rimpatriare. Giunto in Palestina, Giuseppe ebbe timore del nuovo re
Archelao, figlio di Erode. Avvertito nuovamente in sogno dal solito messaggero
divino, lasciò la Giudea per trasferirsi nella regione della Galilea, a
Nazareth.
Quale delle
due versioni, quella secondo Luca o l’altra secondo Matteo, sia più credibile,
è un quesito che lasciamo risolvere a chi ha fede. Che nessuna delle due abbia
fondamento, si evince dai medesimi episodi fantasiosi (mere invenzioni)
descritti (forse in buona fede) dai due evangelisti. Così è la nascita
(impossibile) da una vergine di un figlio concepito in virtù della potenza
dello Spirito Santo, predestinato a compiere una salvifica missione. Così sono
le inattendibili visioni di Maria e di Zaccaria, i sogni premonitori a Giuseppe
e ai Magi, gli oracoli profetici del pio Simeone e della profetessa
Anna. Così è l’arrivo dei Magi astrologi, che avrebbero riconosciuto
in un povero bambinello il futuro re d’Israele e che, guidati da una stella fin
sul luogo della sua abitazione, gli avrebbero offerto doni costosissimi per
quei tempi. Così è lo scampato pericolo di Gesù bambino dall’orrenda quanto
inverosimile strage degli innocenti, che avrebbe ordinato il truce re Erode.
Marco (autore del più antico Vangelo) e Giovanni (autore dell’ultimo Vangelo),
ignorano tali vicende fantasiose (forse, non ritenendole degne di fede). Agli
evangelisti erano sicuramente noti gli antichi miti orientali e latini, oltre a
quelli descritti nella Bibbia, che presentano analogie con i leggendari
avvenimenti raccontati nei Vangeli, testimoni dell’incredibile nascita di un
nuovo mito, legittimato dalla credibile storia di una reale istituzione
religiosa, chiamata Chiesa, ancorché frantumata in correnti, divisa da scismi,
logorata dalle numerose sette del sincretismo cristiano-pagano (neopaganesimo).
Di Gesù,
null’altro gli evangelisti dicono fino all’età adulta, quando tra i trenta e i
quarant’anni si fa battezzare dal Battista nel fiume Giordano. Soltanto Luca
accenna all’episodio di Gesù adolescente, che nel tempio di Gerusalemme discute
con i maestri della Legge. La sua famiglia, recatasi a Gerusalemme per la
Pasqua (ebraica), al ritorno si accorse che Gesù non si trovava insieme alla
comitiva di parenti e conoscenti. I genitori, preoccupati, ritornarono indietro
per cercarlo. Tre giorni dopo lo ritrovarono nel tempio a discutere con i
dottori della Legge. Al rimprovero della trepidante madre, il ragazzetto Gesù
replicò con alterigia, rammentandole ciò che avrebbe dovuto sapere, ossia che
era predestinato a compiere la missione del Padre divino. I genitori non
compresero le sue impudenti parole (avevano dimenticato i segni divini). Ad
ogni modo, volente o nolente, ritornò a Nazareth con i suoi, dove visse a loro
sottomesso secondo la Legge, apprendendo ed esercitando il mestiere del padre
(presunto putativo). In verità, anche quando iniziò la sua pubblica missione,
ebbe scarso apprezzamento verso la sua famiglia, votandosi anima e corpo a
compiere la volontà del Padre celeste. Non è punto credibile che tale volontà
fosse a lui nota per filiazione diretta con l’Altissimo. Deve averla certamente
appresa presso qualche scuola rabbinica. Sappiamo, dalla raccolta di detti
rabbinici (cfr. la Mishnah Pirkei Avot, sez. 5), che le tappe della vita di un
ebreo consistevano nello studio delle Scritture all’età di cinque anni, della
Mishnah (studio della Tradizione orale) a dieci anni, dei comandamenti a
tredici (età in cui si entrava nella responsabilità religiosa), del Talmud
(decisioni legali rabbiniche) a quindici. L’età per il matrimonio era fissata a
diciotto anni, a venti per provvedere al proprio sostentamento. Gesù,
probabilmente, sarà stato educato da Zaccaria fino all’età di dodici o tredici
anni, assimilando le Scritture e la Tradizione con profitto, tanto da poter
meritarsi la stima dei maestri del tempio. Raggiunta l’età in cui poteva essere
considerato membro della comunità e soggetto alle prescrizioni della Legge, i
suoi vennero a riprenderselo in occasione della festività pasquale, per
avviarlo al mestiere esercitato da suo padre. Ciò potrebbe aver causato la
reazione brusca del ragazzo a non voler cambiar vita, disconoscendo il padre
Giuseppe e riconoscendo Dio come suo vero padre. Probabilmente a Nazareth avrà
continuato ad approfondire l’educazione religiosa e, forse, avrà condiviso le
idee e la vita sobria della comunità degli Esseni.
Se
ipotizziamo che Gesù sia stato educato da Zaccaria, possiamo supporre che sia
vissuto assieme a Giovani, almeno fino all’età di dodici o tredici anni.
Giovanni, influenzato dalla rigida educazione religiosa impartitagli dal
visionario padre Zaccaria, al raggiungimento dell’età adulta avrà creduto di
essere investito di una divina missione: quella di preparare la via all’atteso
messia liberatore. Egli si sarà convinto, rammentando Isaia (40,3), d’essere la
voce di chi grida nel deserto di preparare la via di Jahvè. E nel deserto di
Giuda si andò a temprare il corpo e lo spirito. Lungo il fiume Giordano
arringava le folle dei peccatori, sentenziando precetti di giustizia. Li
purificava con il battesimo d’acqua, nell’attesa che arrivasse il messia
liberatore, che li avrebbe battezzati con il fuoco dello Spirito Santo. La sete
di giustizia di Giovanni cozzò con l’ingiustizia di un figlio di Erode, che
aveva sposato Erodiade, sua nipote e cognata, a causa della quale, e della
figlia Salomè, il Battista ci rimise la vita. Un giorno i due parenti, Gesù e
Giovanni, s’incontrarono lungo il fiume Giordano. Gesù veniva per essere
battezzato (forse aveva qualche peccatuccio da farsi perdonare). Giovanni lo
riconobbe, non solo perché erano parenti, ma perché di lui andava dicendo di
non essere degno di sciogliere i calzari. L’evangelista Giovanni, invece, ci fa
sapere che il Battista non conosceva Gesù e che solamente dopo il battesimo lo
riconobbe, quando vide i cieli che si squarciavano e lo Spirito Santo
discendere sopra di lui nella forma corporea di una colomba, mentre la voce di
Dio rivelava che Gesù era il suo diletto figlio. Questo era il segno per mezzo
del quale il Battista avrebbe dovuto riconoscere il messia, come gli aveva
annunciato chi (non si sa chi sia) lo aveva mandato a battezzare con acqua. E’
sufficiente la testimonianza di un profeta visionario e invasato di messianismo
per credere nella teofania che sarebbe avvenuta durante il battesimo
purificatorio di Gesù? No, secondo la ragione. E’ possibile, invece, che la
rigida formazione religiosa, impartitagli del fanatico Zaccaria, e,
soprattutto, l’ascetico ritiro nel deserto, abbiano influito sulla mente del
Battista, esaltando la sua immaginazione verso il divino. Giovanni comunque,
prima o dopo il battesimo, riconobbe in Gesù l’atteso messia. Di lui e della
teofania andava predicando al popolo, con la conseguenza che molti dei suoi
seguaci si fecero discepoli dell’altro, anche perché l’altro era diverso. Gesù,
infatti, era caratterialmente differente dal rigido asceta Giovanni. Si
mostrava prudente e sfuggente. Proibiva ai miracolati di andare a strombazzare
in giro i prodigi che lui compiva. Predicava il Verbo circondato dalle folle e
dallo stuolo dei discepoli. Apprezzava la buona tavola. Non disdegnava la
compagnia dei peccatori né temeva di contaminarsi con gli infermi. Comprensivo
con le donne al suo seguito, le consolava e da loro si lasciava profumare piedi
e capelli. Senza contare i (presunti) miracoli da lui compiuti. Questo
comportamento di Gesù deve aver fatto venire dubbi al Battista, tant’è che,
quando fu messo in prigione, inviò a Gesù taluni suoi fedeli discepoli per
chiedergli se era proprio lui il messia o si doveva aspettare qualche altro.
Gesù gli mandò a dire che a testimoniare di sé erano i miracoli e i prodigi che
lui compiva, e ciò poteva bastare (anche se non riuscì a salvare il Battista
dalla decapitazione).
Dopo il
battesimo, prima di iniziare la sua missione, Gesù fu spinto dallo Spirito
Santo a ritirarsi in meditazione ascetica nel deserto di Giuda. Il periodo di
tirocinio, prima di svolgere la funzione messianica, sarebbe durato quaranta
giorni. Tormentato dalla fame, ebbe momenti di allucinazione e autoesaltazione.
Aveva la percezione di vedere e sentire Satana che lo tentava. Gli diceva di
approfittare della sua potenza, trasformando le pietre in pane fragrante. Gesù,
manco a dirlo, buon conoscitore delle Scritture, utilizzando parole tratte dal
libro Deuteronomio (8,3), rispose che non di solo pane vive l’uomo, ma di tutte
le parole che Dio pronuncia. Un altro giorno fu trasportato dal demonio sul
pinnacolo del tempio di Gerusalemme e da costui incitato a precipitarsi nel
vuoto, invocando la protezione degli angeli. Manco a dirlo che il demonio e
Gesù si parlavano citando passi dai libri della Bibbia: l’uno dai Salmi (91,11-12),
l’altro dal Deuteronomio (6,16). Alla provocazione del demonio, Gesù ribatté
che non si deve tentare l’Altissimo. Satana, dopo aver provato a indurre Gesù a
mostrare la sua potenza, gli promise il dominio e la gloria su tutti i regni
della Terra. Gesù replicò con parole tratte dal Deuteronomio (6,13), secondo
cui il suo regno non era di questo mondo.
Possiamo dar
credito a queste fantasticherie degli evangelisti? Del resto, pur mancandogli
il pane nel deserto, ai morsi della fame c’era rimedio. Gesù, infatti, aveva di
che nutrirsi, cibandosi di locuste e miele selvatico, come faceva l’ascetico
parente Giovanni. Quanto a mostrare di essere potente come dio… meglio non
provarci, non si sa mai cosa poteva accadere. Le pietre, forse, non si
sarebbero trasformate in pane. A saltare nel vuoto poi, si sarebbe potuto
sfracellare. Quanto a dominare il mondo intero… era preferibile lasciare
l’incombenza alla sua potente “chiesa”.
Per
ulteriori, specifici approfondimenti riguardo alle tesi sopra esposte, si
rimanda al libro di:
Saporetti Claudio, Jeshua e
Gesù.
Lucio Apulo Daunio
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