venerdì 18 febbraio 2011


COSA E’ L’UGUAGLIANZA

L’uguaglianza è l’ideale in base al quale un uomo desidera essere considerato uguale nei diritti al pari degli altri uomini. L’uguaglianza è un valore difficile da realizzare. Come si possono rendere uguali degli uomini che in natura sono tra loro diversi in molti aspetti? Come è possibile fare parti uguali tra disuguali?

Alcune ideologie politiche, sociali, religiose hanno teorizzato le differenze di razza (nazismo, fascismo), di casta (induismo), di classe sociale (disuguaglianze economiche), biologiche (darwinismo sociale), sessuali (esclusione delle donne da opportunità economiche e politiche). Ogni epoca storica ha le sue diseguaglianze.

Nella polis greca esistevano tre fondamentali principi:

-di isonomia (isos = uguale, nomos = legge), cioè dell’uguaglianza formale davanti alla legge di tutti i cittadini maschi liberi (esclusi gli schiavi);

-di isegoria (agoreio = parlare), cioè l’uguale potere di parlare nelle assemblee, liberamente (parrhesìa = libertà di parola);

-di isomoiria (da moira = parte), cioè dell’uguaglianza delle parti nella spartizione dei beni.

Se nella sfera privata valeva il principio dell’uguaglianza per tutti, nella sfera pubblica, invece, valeva il principio della competenza (aretè = eccellenza in qualcosa, fama conseguita per stile di vita, condotta, coraggio, valore, conoscenze, ecc.). Nella polis, dunque, i cittadini erano sovrani, però le cariche elettive erano assegnate ai migliori (aristoi = ottimati).

La democrazia, come la intendiamo oggi, è quella forma di governo che dovrebbe consentire l’uguaglianza delle condizioni a tutte le persone, cercando di ridurre al minimo le disuguaglianze nell’ambito politico, sociale, culturale, economico. La nostra Costituzione, oltre a statuire il riconoscimento formale dei diritti inalienabili della persona, promuove anche il riconoscimento sostanziale dell’uguaglianza, impegnandosi a rimuovere tutti gli ostacoli che ne impediscono l’effettività. Uguaglianza di opportunità significa eliminare gli ostacoli che non consentono alle persone socialmente svantaggiate di accedere alle medesime opportunità delle persone socialmente privilegiate. All’eguaglianza giuridica nei diritti civili (propria del liberalismo) si è aggiunta quella nei diritti politici (principio basilare della democrazia) e quella nei diritti sociali ed economici (scopo fondamentale del socialismo). Quella auspicata dal comunismo è l’uguaglianza disuguale: dare a ciascuno in proporzione dei suoi bisogni.

Il socialismo considera il potere politico strumento di dominio nelle mani del potere economico. Il mezzo per ridurre la diseguaglianza economica è la riduzione, in tutto o in parte, della proprietà individuale o dei mezzi di produzione o dei prodotti o di entrambi. La proprietà può essere socializzata dai lavoratori associati oppure nazionalizzata dallo Stato. Se lo Stato liberale si astiene dall’intervenire nei rapporti economici in base al principio del “laissez-faire”, lo Stato socialista propugna la necessità dell’intervento o mediante la pianificazione dell’economia o mediante politiche assistenziali (Welfare State). Socialismo e liberalismo appaiono dunque antagonisti.

Il cristianesimo primitivo, pur affermando radicalmente il principio di uguaglianza, estendendolo senza distinzioni a tutti gli uomini, non si oppose al potere dispotico, cercando la soluzione, in parte, nella teoria consolatoria dell’aldilà, in parte, nel solidarismo fraterno. L’attuale dottrina sociale della Chiesa (cristianesimo sociale) rifiuta del liberalismo la libera concorrenza e del socialismo l’abolizione della proprietà privata, che considera diritto naturale e mezzo per lo sviluppo della personalità umana, auspicandone la massima diffusione, anche attraverso la partecipazione azionaria dei lavoratori nelle imprese di produzione (alla privatizzazione del diritto di proprietà deve corrispondere la socializzazione dell’uso della proprietà).

Il principio di fratellanza, auspicato come valore nella Rivoluzione Francese, più che avere valenza politica, è un sentimento di solidarietà e di militanza all’interno di un gruppo di persone, legate da un comune interesse, che può degenerare in dispotismo di carattere religioso o ideologico, soprattutto quando la fratellanza non ha valenza universale, bensì antagonistica. Più che la fratellanza è auspicabile la comunanza tra gli uomini attraverso la solidarietà e l’apertura in concreto verso gli altri che sono a noi vicini, prima che allargarsi in modo astratto al mondo intero.

Poiché gli uomini vivono in società con altri uomini, si pone il problema dell’uguaglianza in relazione a chi. Se nessuno è perfettamente uguale ad un altro, si pone anche il problema dell’uguaglianza in che cosa. Per esempio, nell’esercizio dei diritti politici è rilevante il requisito della cittadinanza, mentre sono indifferenti tutte le altre caratteristiche della persona rispetto all’uguaglianza politica. Successivamente all’individuazione del requisito della cittadinanza, occorrerà procedere all’individuazione di tutte le persone che si equivalgono in base a tale requisito (per esempio, tutti gli individui residenti nel territorio italiano). Una volta accertati i due requisiti, di rilevanza e di equivalenza, ogni cittadino potrà esercitare il proprio diritto politico in eguale misura (giudizio di equità). Nelle società per azioni o nelle assemblee condominiali, dove rilevante è la quota di proprietà, distribuita in misura diseguale tra i soci o i condomini, il giudizio di equità sarà diverso e il peso delle decisioni sarà in misura proporzionale alle quote di proprietà possedute da ciascuno. Ne consegue che un diverso giudizio di rilevanza (cittadinanza o proprietà) dà origine ad un diverso criterio di uguaglianza in relazione al potere di ciascuno. Se, come nel comunismo, rilevante è il bisogno, e poiché il bisogno è equivalente in tutti gli uomini, il giudizio di equità porta al radicalismo egualitario. La conflittualità tra le diverse idee di uguaglianza è una conseguenza dei diversi giudizi di rilevanza e delle diverse concezioni di equità. L’uguaglianza non è un diritto naturale, bensì un prodotto della razionalità dell’uomo che vive in società e che cerca di realizzarla mediante apposite istituzioni. Il liberalismo cerca di realizzare l’eguaglianza delle persone di fronte alla legge mediante la formalizzazione del sistema giuridico. La democrazia cerca di realizzare l’eguaglianza politica mediante l’istituzione della rappresentanza parlamentare e del suffragio universale. Il socialismo cerca di realizzare l’eguaglianza sociale ed economica mediante politiche sociali concertate con politiche di fiscalizzazione. Una politica egualitaria dovrebbe poter dare pari dignità alle differenze.

I concetti di eguaglianza e giustizia devono essere disciplinati da regole che stabiliscono la ripartizione di benefici ed oneri rispetto a determinate caratteristiche. Un sistema politico che distribuisse parti uguali di tutto a tutti sarebbe non egualitario. Una regola è non egualitaria quando gli eguali hanno parti diseguali e i non eguali hanno parti eguali. Una regola è tanto più egualitaria quanto maggiore è il numero delle persone cui si applica. Rispetto a tale regola, un’imposta progressiva sul reddito appare non egualitaria, in quanto impone l’onere fiscale maggiore su una minore popolazione (ancorché abbia redditi elevati). Appare invece egualitaria se consideriamo che sia più equo assegnare benefici maggiori ai più bisognosi e oneri maggiori ai più abbienti. Ne consegue che un’imposta progressiva sul reddito è non egualitaria e tuttavia giusta. La regola “a ciascuno secondo i propri bisogni”, ripartisce i benefici in proporzione ai bisogni. Se parte della popolazione non può soddisfare almeno i bisogni fondamentali, si è in presenza di una grave diseguaglianza. La regola “a ciascuno secondo i propri meriti” è egualitaria se il grado di merito di una persona è accertabile oggettivamente in base al suo talento (per esempio, misurabile in base alla capacità, all’abilità, alla produttività), altrimenti è un giudizio di valore soggettivo, che potrebbe risultare discriminatorio. Una regola redistributiva del reddito è egualitaria e giusta se riduce le differenze riguardo alla sproporzione dei benefici e degli oneri tra i diversi ceti. Un aumento dell’imposta indiretta è ingiusto, in quanto costituisce un aggravio maggiore per i meno abbienti. Livellare la distribuzione della ricchezza significa ridurre le disuguaglianze esistenti ed i conflitti tra i diversi ceti della società. La competitività tra le persone deve iniziare dopo che a tutti è stata data pari opportunità.

                                 Lucio Apulo Daunio

  BIBLIOGRAFIA

M. REVELLI, Lezioni

N. BOBBIO, Enciclopedia del Novecento; Destra e sinistra; Eguaglianza e libertà

N. BOBBIO, N. MATTEUCCI, G. PASQUINO, Dizionario di politica

J. P. VERNANT, Le origini del pensiero greco

L. IRIGARAY, Io, tu, noi; per una cultura della differenza

J. RAWLS, Una teoria della giustizia

R. NOZICK, Anarchia, Stato, utopia.

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