COSA E’ L’UGUAGLIANZA
L’uguaglianza
è l’ideale in base al quale un uomo desidera essere considerato uguale nei
diritti al pari degli altri uomini. L’uguaglianza è un valore difficile da
realizzare. Come si possono rendere uguali degli uomini che in natura sono tra
loro diversi in molti aspetti? Come è possibile fare parti uguali tra
disuguali?
Alcune
ideologie politiche, sociali, religiose hanno teorizzato le differenze di razza
(nazismo, fascismo), di casta (induismo), di classe sociale (disuguaglianze
economiche), biologiche (darwinismo sociale), sessuali (esclusione delle donne
da opportunità economiche e politiche). Ogni epoca storica ha le sue
diseguaglianze.
Nella polis
greca esistevano tre fondamentali principi:
-di isonomia (isos = uguale,
nomos = legge), cioè dell’uguaglianza formale davanti alla legge di tutti i
cittadini maschi liberi (esclusi gli schiavi);
-di isegoria (agoreio = parlare),
cioè l’uguale potere di parlare nelle assemblee, liberamente (parrhesìa =
libertà di parola);
-di isomoiria (da moira = parte),
cioè dell’uguaglianza delle parti nella spartizione dei beni.
Se nella sfera
privata valeva il principio dell’uguaglianza per tutti, nella sfera pubblica,
invece, valeva il principio della competenza (aretè = eccellenza in qualcosa,
fama conseguita per stile di vita, condotta, coraggio, valore, conoscenze,
ecc.). Nella polis, dunque, i cittadini erano sovrani, però le cariche elettive
erano assegnate ai migliori (aristoi = ottimati).
La democrazia,
come la intendiamo oggi, è quella forma di governo che dovrebbe consentire
l’uguaglianza delle condizioni a tutte le persone, cercando di ridurre al
minimo le disuguaglianze nell’ambito politico, sociale, culturale, economico.
La nostra Costituzione, oltre a statuire il riconoscimento formale dei diritti
inalienabili della persona, promuove anche il riconoscimento sostanziale
dell’uguaglianza, impegnandosi a rimuovere tutti gli ostacoli che ne
impediscono l’effettività. Uguaglianza di opportunità significa eliminare gli
ostacoli che non consentono alle persone socialmente svantaggiate di accedere
alle medesime opportunità delle persone socialmente privilegiate.
All’eguaglianza giuridica nei diritti civili (propria del liberalismo) si è
aggiunta quella nei diritti politici (principio basilare della democrazia) e
quella nei diritti sociali ed economici (scopo fondamentale del socialismo).
Quella auspicata dal comunismo è l’uguaglianza disuguale: dare a ciascuno in
proporzione dei suoi bisogni.
Il socialismo
considera il potere politico strumento di dominio nelle mani del potere
economico. Il mezzo per ridurre la diseguaglianza economica è la riduzione, in
tutto o in parte, della proprietà individuale o dei mezzi di produzione o dei
prodotti o di entrambi. La proprietà può essere socializzata dai lavoratori
associati oppure nazionalizzata dallo Stato. Se lo Stato liberale si astiene
dall’intervenire nei rapporti economici in base al principio del
“laissez-faire”, lo Stato socialista propugna la necessità dell’intervento o
mediante la pianificazione dell’economia o mediante politiche assistenziali
(Welfare State). Socialismo e liberalismo appaiono dunque antagonisti.
Il
cristianesimo primitivo, pur affermando radicalmente il principio di uguaglianza,
estendendolo senza distinzioni a tutti gli uomini, non si oppose al potere
dispotico, cercando la soluzione, in parte, nella teoria consolatoria
dell’aldilà, in parte, nel solidarismo fraterno. L’attuale dottrina sociale
della Chiesa (cristianesimo sociale) rifiuta del liberalismo la libera
concorrenza e del socialismo l’abolizione della proprietà privata, che
considera diritto naturale e mezzo per lo sviluppo della personalità umana,
auspicandone la massima diffusione, anche attraverso la partecipazione
azionaria dei lavoratori nelle imprese di produzione (alla privatizzazione del
diritto di proprietà deve corrispondere la socializzazione dell’uso della
proprietà).
Il principio
di fratellanza, auspicato come valore nella Rivoluzione Francese, più che avere
valenza politica, è un sentimento di solidarietà e di militanza all’interno di
un gruppo di persone, legate da un comune interesse, che può degenerare in
dispotismo di carattere religioso o ideologico, soprattutto quando la
fratellanza non ha valenza universale, bensì antagonistica. Più che la
fratellanza è auspicabile la comunanza tra gli uomini attraverso la solidarietà
e l’apertura in concreto verso gli altri che sono a noi vicini, prima che
allargarsi in modo astratto al mondo intero.
Poiché gli
uomini vivono in società con altri uomini, si pone il problema dell’uguaglianza
in relazione a chi. Se nessuno è perfettamente uguale ad un altro, si pone
anche il problema dell’uguaglianza in che cosa. Per esempio, nell’esercizio dei
diritti politici è rilevante il requisito della cittadinanza, mentre sono
indifferenti tutte le altre caratteristiche della persona rispetto
all’uguaglianza politica. Successivamente all’individuazione del requisito
della cittadinanza, occorrerà procedere all’individuazione di tutte le persone
che si equivalgono in base a tale requisito (per esempio, tutti gli individui
residenti nel territorio italiano). Una volta accertati i due requisiti, di
rilevanza e di equivalenza, ogni cittadino potrà esercitare il proprio diritto
politico in eguale misura (giudizio di equità). Nelle società per azioni o
nelle assemblee condominiali, dove rilevante è la quota di proprietà,
distribuita in misura diseguale tra i soci o i condomini, il giudizio di equità
sarà diverso e il peso delle decisioni sarà in misura proporzionale alle quote
di proprietà possedute da ciascuno. Ne consegue che un diverso giudizio di
rilevanza (cittadinanza o proprietà) dà origine ad un diverso criterio di
uguaglianza in relazione al potere di ciascuno. Se, come nel comunismo,
rilevante è il bisogno, e poiché il bisogno è equivalente in tutti gli uomini,
il giudizio di equità porta al radicalismo egualitario. La conflittualità tra
le diverse idee di uguaglianza è una conseguenza dei diversi giudizi di rilevanza
e delle diverse concezioni di equità. L’uguaglianza non è un diritto naturale,
bensì un prodotto della razionalità dell’uomo che vive in società e che cerca
di realizzarla mediante apposite istituzioni. Il liberalismo cerca di
realizzare l’eguaglianza delle persone di fronte alla legge mediante la
formalizzazione del sistema giuridico. La democrazia cerca di realizzare
l’eguaglianza politica mediante l’istituzione della rappresentanza parlamentare
e del suffragio universale. Il socialismo cerca di realizzare l’eguaglianza
sociale ed economica mediante politiche sociali concertate con politiche di
fiscalizzazione. Una politica egualitaria dovrebbe poter dare pari dignità alle
differenze.
I concetti di
eguaglianza e giustizia devono essere disciplinati da regole che stabiliscono
la ripartizione di benefici ed oneri rispetto a determinate caratteristiche. Un
sistema politico che distribuisse parti uguali di tutto a tutti sarebbe non
egualitario. Una regola è non egualitaria quando gli eguali hanno parti diseguali
e i non eguali hanno parti eguali. Una regola è tanto più egualitaria quanto
maggiore è il numero delle persone cui si applica. Rispetto a tale regola,
un’imposta progressiva sul reddito appare non egualitaria, in quanto impone
l’onere fiscale maggiore su una minore popolazione (ancorché abbia redditi
elevati). Appare invece egualitaria se consideriamo che sia più equo assegnare
benefici maggiori ai più bisognosi e oneri maggiori ai più abbienti. Ne
consegue che un’imposta progressiva sul reddito è non egualitaria e tuttavia
giusta. La regola “a ciascuno secondo i propri bisogni”, ripartisce i benefici
in proporzione ai bisogni. Se parte della popolazione non può soddisfare almeno
i bisogni fondamentali, si è in presenza di una grave diseguaglianza. La regola
“a ciascuno secondo i propri meriti” è egualitaria se il grado di merito di una
persona è accertabile oggettivamente in base al suo talento (per esempio,
misurabile in base alla capacità, all’abilità, alla produttività), altrimenti è
un giudizio di valore soggettivo, che potrebbe risultare discriminatorio. Una
regola redistributiva del reddito è egualitaria e giusta se riduce le
differenze riguardo alla sproporzione dei benefici e degli oneri tra i diversi
ceti. Un aumento dell’imposta indiretta è ingiusto, in quanto costituisce un
aggravio maggiore per i meno abbienti. Livellare la distribuzione della
ricchezza significa ridurre le disuguaglianze esistenti ed i conflitti tra i
diversi ceti della società. La competitività tra le persone deve iniziare dopo
che a tutti è stata data pari opportunità.
BIBLIOGRAFIA
M. REVELLI, Lezioni
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Novecento; Destra e sinistra; Eguaglianza e libertà
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L. IRIGARAY, Io, tu, noi; per una
cultura della differenza
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utopia.
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