sabato 10 settembre 2011


JAHVE’ E GESU’
TALE PADRE TALE FIGLIO

              


          Si racconta che, in tempi biblici, un dio geloso e vendicatore, avendo costatato che l’umana gente, a causa di una tara originaria, era dedita alla violenza e alla corruzione, e che perciò andava progressivamente degenerando, ne fu addolorato, fino a pentirsi d’aver creato una così triste genìa (l’Onnisciente non presagì che le sue creature sarebbero divenute malvagie). Decise quindi di sterminarle, scatenando un furioso e prolungato diluvio (quasi) universale, distruggendo persino bestie e piante, che nulla avevano a che fare con la sua collera. Solo l’ebreo Noè e la sua famigliola trovarono grazia agli occhi dell’Onnipotente, che ebbe cura di loro, salvandoli dall’inondazione assieme a bestie e piante adunate e racimolate chi sa come nei dintorni. Gli uomini, però, nonostante la batosta del cataclisma, non smisero di comportarsi in conformità alla loro natura. Dio stesso si rassegnò, tollerando la loro indole malvagia, la loro inguaribile mediocrità. Decise di venire a patti con Noè e con la sua progenie. Gli impose le condizioni per un’alleanza, valevole non solo per la sua stirpe ma anche per tutta l’umanità (offrendo in tal modo al popolo eletto il pretesto per giudicare i non circoncisi). Egli non si sarebbe più incollerito, non avrebbe più maledetto la Terra, né l’avrebbe più inondata con il diluvio, né devastata con cataclismi (parole vane). A perenne ricordo dell’alleanza e delle sue promesse, fece apparire l’arcobaleno. Così, tutte le volte che il cielo si rannuvola e irrora di pioggia la terra, al cessare della tempesta compare il suo caleidoscopico segno di pace (Gn 6.7.8.9). Anche Gesù è venuto a stipulare, in nome del Padre, una nuova alleanza con gli uomini, minacciando i peccatori impenitenti, che sottoporrà a giustizia sommaria nell’aldilà. Speriamo che non perda la pazienza e che, accecato dall’ira, decida con Padre e Spirito Santo di rompere tutti i patti. Speriamo che sia occupato per un lungo tempo a dirimere grane divine e che trascuri quelle quotidianamente prodotte dall'umana gente. Speriamo che l’arcobaleno continui a far capolino tra le nubi, allontanando la catastrofe di un nuovo diluvio ecumenico (Spes ultima dea). La Chiesa, intanto, affiancata dalla potente istituzione dell’Opus Dei e attingendo alle ingenti finanze vaticane, perpetua il suo apostolato tra le genti, cristianizzandole col sacro lavacro degli infanti, plasmando le coscienze con l’indottrinamento catechistico. La dottrina cristiana, colpevolizzando gli istinti naturali, alimenta la sindrome peccaminosa e i sensi di colpa, che generano il bisogno dell’assoluzione sacramentale al fine di liberarsi dal peso dei peccati. Gli istituti sacramentali sono strumenti indispensabili per la sopravvivenza del gioco religioso. L’offerta religiosa, infatti, crea la propria domanda nella libera economia del mercato dei beni cristiani.

Jahvè, Dio degli eserciti, non riferì ai giudei l’esistenza di una vita dopo la morte e non parlò ai profeti di luoghi infernali, serbati per i malvagi, o di prati d’asfodelo, dove far pascere le anime dei beati. Con la morte, l’uomo si estingueva e ritornava ad essere materia inerte (Gn 3, 19). Suo Figlio, l’eretico ebreo Gesù, cristianizzato dall’apostolo Paolo, ha invece predicato la speranza di una vita oltre la morte, riaprendo l’accesso al Paradiso per chi è propenso a seguirlo, minacciando pene eterne per chi non è incline a farsi da lui plagiare. Ha ostentato di avere il potere di far risorgere gli uomini dalla morte, cui distribuirà premi o castighi. Nessuno sarà lasciato giacere nella pace dell’eterno riposo (nonostante che i cristiani continuano a invocarlo per i loro cari estinti), quando le trombe del giudizio universale suoneranno l’allerta per tutte le anime, buone o prave che siano. Le umane carcasse, intanto, nell’attesa degli apocalittici eventi, sono soggette a putrefazione e disfacimento, ma non anche il prodotto delle loro intelligenze, acquisito dalla coscienza collettiva dell’umanità. Il dio giudaico, a differenza del dio cristiano, distribuiva premi e castighi durante la vita terrena e puniva implacabilmente la colpa dei padri sui figli fino alla terza e quarta generazione (Es 20, 5, Lv 26, 3-46, Dt 28, 1-46). Insomma, dall’uno e dall’altro, “mono” o trino, in questa vita o nell’altra, sono botte da orbi. Persino le bagattelle saranno purgate! La Chiesa, impostasi come unica infallibile guida per i seguaci di Cristo, offre una “chance” contro l’eterna pena: l’istituto sacramentale della penitenza, mediante il quale lo spirito, purificandosi dai peccati, si candida all’eterna salvazione. Ciò nondimeno, il confessionale lavacro non esime il penitente dall’espiazione delle pene temporali nel fuoco del Purgatorio. Per liberarsi dalla messa in purgo (e rimpinguare le casse clericali, che fanno affidamento sul pareggio dei conti che i cristiani dovranno sanare nell’aldilà), non resta che approfittare delle varie concessioni d’indulgenze, che santa madre Chiesa a man salva prodiga. In favore dei cari estinti, l’onere per le messe di suffragio è a carico dei parenti, a meno che gli interessati non abbiano già provveduto, conferendo alla Chiesa donazioni “pro remedio animae”.

Il codice mosaico (sintesi del codice babilonese di Hammurabi) contemplava la legge del taglione (tale reato, tale pena), con cui disciplinava la vendetta privata (Mt 5, 38, Es 21, 23-25, Lv 24, 17-23, Dt 19, 21). L’offeso e l’oppresso potevano sperare, vita perdurando, nella vendetta di Dio (Gb 19, 25, Gr 11, 20 e 17, 10 e 20, 12, Is 66, 16). Non si concepivano castighi dopo la morte, nel buio e triste Sheol, luogo senza vita per buoni e cattivi. Con il cristianesimo, lo Sheol si trasformò, distinguendosi in tre dimore: Inferno, luogo di pena per le anime dannate; Limbo, dimora dei bimbi non battezzati e dei giusti deceduti prima della venuta di Cristo; Purgatorio, luogo di purificazione delle anime defunte nella “grazia di Dio”. Nel Limbo (recentemente abolito dal Papa) discese Cristo, prima di salire al Padre, per annunciare la salvezza ai morti giacenti. Una contraddittoria prescrizione del codice mosaico vietava di odiare il prossimo, di serbargli rancore e di vendicarsi, obbligando invece ad amarlo (Lv 19, 17-18. 33-34). Gesù è più esplicito, al riguardo: alla legge del taglione oppone quella del perdono incondizionato (principio dell’assoluta non violenza, ossia dell’estrema tolleranza), rafforzando la prescrizione dell’amore fraterno fino al parossismo, ossia all’affetto per i nemici (Mt 5, 38-48). Per lui non è valida l’offerta cultuale, se prima, chi ha offeso il fratello, non va a conciliarsi con lui (Mt 5, 23-24). Nell’animo del cristiano non deve allignare il sentimento della vendetta (principio della non ritorsione). Egli non deve opporre resistenza al male. Chi si busca un ceffone sulla guancia, deve porgere anche l’altra (in vero, l’uomo Gesù non sopportò cristianamente lo schiaffo della guardia - cfr. Gv 18, 19-24 - né lo sopportò il focoso Paolo, che imprecò contro il sommo sacerdote Anania - cfr. At 23, 1-5). Chi è trascinato in giudizio da chi pretende la sua tunica, deve dargli anche il mantello. Chi è costretto dalla prepotenza di un energumeno a seguirlo per un miglio, deve accompagnarsi a lui anche per due miglia. Chi riceve la domanda di un prestito o di qualunque altra cosa o prestazione, deve soddisfarne la richiesta (Mt 5, 39-42). Paolo, partendo dal presupposto che ogni terrena autorità proviene da Dio, vieta ai cristiani la ribellione all’autorità costituita, al fine di non incorrere e nella punizione umana e nell’ira divina. L’autorità costituita è la spada di Dio sulla terra per punire chi compie il male (Rm 13, 1 seg.). Quella spada colpirà anche lui e molti altri devoti cristiani, nonostante l’elogio profuso all’autorità profana. Paolo, però, spesso cambiava opinione. Quando volle esaltare la sapienza dell’altro mondo, denigrò quella di questo mondo e dei suoi governanti, che non potendo conoscere l’altra, crocifissero Cristo, antesignano di cotale sapienza (1 Co 1, 17-31; 2, 1-8; 3, 18-21). Non risparmiò nemmeno la filosofia, tacciata di fatuo inganno, giacché essa s’ispirava alle tradizioni umane ed agli elementi del mondo, anziché a Cristo, il quale, dopo la gloria della risurrezione, salito sul carro del trionfo, ha delegittimato ogni autorità e potenza umana (Col 2, 1-15). Illusoria e priva di fondamento era la giustizia umana, a suo dire; perciò consigliava ai suoi seguaci, i santi di Cristo, di sbrigare le loro beghe in famiglia (1 Co 4, 1-6 e 6, 1-8). Gesù, a differenza del suo sapientone discepolo, aveva una diversa concezione dell’autorità profana, non sovrapponendola, bensì separandola dalla sfera religiosa (Mt 22, 15-22 e paralleli).

I Giudei non amavano i loro nemici (Mt 5, 43). Mosè, per esempio, reagì alla violenza d’Amalek con altrettanta aggressività, aiutato dal bastone del dio degli eserciti d’Israele, che rendeva invincibile la sua armata (Es 17, 8-16). La distruzione degli Amaleciti avvenne su ordine del bellicoso dio giudaico (Dt 25, 17-19). Animato da furore patriottico, Jahvè indusse gli Israeliti a scacciare tutti i popoli che dimoravano sulla terra a loro promessa (Es 34, 10 seg.), cioè l’antico Paese di Canaan, già terra dei Filistei, ribattezzata col nome di Palestina dall’imperatore Adriano. Non risparmiò poi l’Egitto, colpendolo con il flagello delle piaghe, per costringere il faraone a liberare il popolo d’Israele da una presunta schiavitù (Dt 29, 1 seg.). Il beneamato popolo del monolitico, geloso dio si guardò bene dal contaminarsi con altre genti. Jahvè vietò i matrimoni misti e una discendenza di bastardi. La disubbidienza a questo divieto lo avrebbe acceso d’ira, cagionando il loro sterminio (Dt 7, 1 seg.). L’ira di dio, come la spada di Damocle, pendeva sulla testa del popolo ebraico, pronta a falciarla, qualora tramasse il tradimento (Dt 9, 7seg.). Una serie di tremende maledizioni Jahvè minacciò a loro danno, qualora trasgredissero i suoi precetti (Dt 28, 15 seg.). La sua ira si accese, quando li vide adorare il vitello d’oro, ma poi il suo volto si addolcì, grazie all’intercessione di Mosè. Si pentì persino del male che stava covando ai danni del suo diletto popolo. Mosè, al contrario, non si contenne nell’ira quando, sceso dal monte e avvicinatosi all’accampamento, vide l’orgia del suo popolo attorno all’idolo del vitello d’oro. Accesosi di sdegno, ordinò che gli orgiasti fossero sterminati in gran quantità, giustificando il massacro come voluto da Jahvè (che, invece, li aveva perdonati e si era persino pentito del male che avrebbe voluto attuare). Gli assassini furono benedetti da Mosè al termine del genocidio. Il giorno seguente il massacro, il pio patriarca s’avviò verso il monte per implorare il divino perdono per il peccato d’idolatria commesso dal suo popolo (non per lo sterminio da lui comandato). Dio, che il giorno precedente aveva assicurato il suo perdono, cambiò umore, castigando a dovere quei poveracci, già decimati dall’ira del loro capo (Es 32, 1-35).

Gesù, contrariamente al suo vendicativo Padre, pareva di diverso avviso. Alla violenza e all’offesa altrui contrapponeva il perdono. All’odio dei nemici opponeva l’amore (come già insegnavano Socrate e Platone). All’oppressione dei persecutori si limitava a pregare (Mt 5, 44 seg.). Non si vada dicendo, però, che il Figlio volesse insegnare la morale al Padre! Egli ci assicura d’imitare la morale e la bontà paterna. Forse, in prosieguo di tempo, il Padre si era rabbonito, temprando quel suo caratterino bellicoso e vendicativo. Sarà poi vero?  E’ solo illusione? Fatto sta che, se Gesù insegna a pregare per chi ci fa del male (Lc 6, 27 seg.), le anime dei martiri, al contrario, invocano vendetta a Dio (Ap 6, 9-11) e ottengono il suo consenso. Che la vendetta sia un compito specifico di Dio, nel giorno in cui ci sarà la resa dei conti e si scatenerà la sua tremenda ira, lo afferma Paolo (Rm 12, 19-21). Egli c'invita ad imitare Dio (Ef 5, 1): un’entità sconosciuta, immaginata eterna e invisibile, senza inizio e senza fine, immutabile ed inaccessibile alla mente umana. Questo dio, proprio perché somigliante all’uomo, a volte è buono a volte è cattivo, spesso è contraddittorio. Sempre geloso, non è immune da omicidi, da ire, da insulti, da vendette e da altri vizi umani. Il suo divino amore lo ha riversato dapprima, e a lungo, su di un solo popolo, al quale ha elargito i suoi favori, purché osservasse i suoi precetti. Il motto, consone a questo dio, è “do ut des”. Gesù, invece, con maggior incisività rispetto all’A.T. (cfr. Lv 19, 17-18, Es 23, 4-5, Dt 22, 1-4), insegna ad amare tutti, disinteressatamente (insegnamento comune sia ad altre religioni, come la buddista, che alle filosofie, come lo stoicismo). Nessun merito si ha ad amare solo quelli che ci amano, a contraccambiare il bene ricevuto e a concedere prestiti solo a chi può restituirli. Lui, che affermò d’essere perfetto come il Padre ed esortò a imitarlo (Mt 5, 48), non sempre razzolò bene: minacce, vituperi e maledizioni egli rivolse contro chi non la pensava come lui. Altro che amore incondizionato per l’umanità! Questo dio trino dei cristiani, nella persona dello Spirito Santo, si offende come le corna delle lumache e non perdona chi lo bestemmia. Castighi eterni e bruciature infernali sono le pene con cui questo dio tricefalo, inventato dalla fervida fantasia dei teologi cristiani, minaccia non solamente i rei, ma anche chi, ancorché uomo giusto, non intenda convertirsi al catechismo dei suoi epigoni e non desideri amarlo per ottenere ricompense paradisiache. Se il prossimo è antipatico e malvagio, io devo comunque averlo per simpatico e perdonarlo? Certamente, giacché, per farsi bello agli occhi di Dio, il cristiano deve comunque amarlo, anche se non l’aggrada. Questa è ipocrisia, perdinci! Per convivere con l’umana gente è più proficuo imparare la morale dalle favole d’Esopo, piuttosto che dalle Sacre Scritture. Preferibile sarebbe cercare prima l’utile comune, la virtù dopo. Per non essere divorati dal lupo, bisogna non farsi pecora. Forse, l’invenzione di Dio, è la proiezione di un nostro desiderio di perfezione. Credere che egli veda e provveda alle nostre umane necessità è una pia illusione. Uomo, aiutati, perché Dio non t’aiuta! Dio non si trova in ogni luogo, perché ovunque nessuno lo ha concretamente trovato. Non è dato sapere né cosa faccia né come trascorra il suo tempo nel regno senza tempo dei cieli. Sarebbe opportuno che questo fantomatico dio trino, giudaico-cristiano, prima di redarguirci con predicozzi e predicarci la morale della favola cristiana, correggesse le sue imperfezioni, nascoste dentro la bisaccia che porta dietro la schiena. Se avesse orecchi per intendere, non farebbe orecchie da mercante! Gli eccessi della fantasia sono spesso viziosi. Buona norma di vita è stabilire una misura in tutte le cose (est modus in rebus).

Per amare il prossimo, secondo l’insegnamento di Gesù (Mt 7, 1 seg.), bisogna “in primis” non giudicarlo. La verità è un’altra. Ciascuno di noi giudica quotidianamente gli altri per svariati motivi: per assolverlo o per condannarlo, per premiarlo o per castigarlo, per onorarlo o per disonorarlo, e così via. Non dobbiamo più farlo, se vogliamo che il padreterno non ci giudichi con lo stesso metro da noi usato. Guai poi a non essere misericordiosi, perché non otterremo misericordia (Gc 2, 13). Dio applicherà la legge del taglione nel giorno del giudizio. Lui può giudicare, ma non gradisce essere criticato, tantomeno i suoi epigoni. Egli si ritiene immune da vizi, perciò s’arroga il diritto di soppesare quelli altrui. I mali che affliggono il mondo, sua pretesa creazione, smentiscono però la sua ambizione perfezionistica: medico, cura prima te stesso!

Un fratello ci offende? Gesù ci autorizza a rimproverarlo (Lc 17, 3-4). Si è pentito delle sue malefatte? Possiamo allora perdonarlo; ma se non si pentisse, siamo autorizzati a rimproverarlo davanti a testimoni (Mt 18, 15 seg.). Se non ascolterà neppure i loro rimbrotti, allora possiamo deferirlo al tribunale ecclesiastico. Se, infine, non vuol sentir ragioni e si ribella persino alla Chiesa, questa dovrà scomunicarlo e trattarlo alla stregua di un pagano o di un pubblicano (misericordia cristiana!). E non finisce qui, perché il giudizio espresso dalla Chiesa, di condanna o d’assoluzione, è recepito anche in cielo, dove il reo la sconterà dolorosamente. Dio non permette che ci si prenda gioco di lui e dei suoi servitori (Ga 6, 7), né in cielo né in terra. Lui non è un debole, né è sempre indulgente (2 Co 13, 2-3).

Dio non paga il sabato!

               

  Lucio Apulo Daunio



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