JAHVE’ E
GESU’
TALE PADRE
TALE FIGLIO
Si racconta che, in tempi biblici, un
dio geloso e vendicatore, avendo costatato che l’umana gente, a causa di una
tara originaria, era dedita alla violenza e alla corruzione, e che perciò
andava progressivamente degenerando, ne fu addolorato, fino a pentirsi d’aver
creato una così triste genìa (l’Onnisciente non presagì che le sue creature
sarebbero divenute malvagie). Decise quindi di sterminarle, scatenando un
furioso e prolungato diluvio (quasi) universale, distruggendo persino bestie e
piante, che nulla avevano a che fare con la sua collera. Solo l’ebreo Noè e la
sua famigliola trovarono grazia agli occhi dell’Onnipotente, che ebbe cura di
loro, salvandoli dall’inondazione assieme a bestie e piante adunate e
racimolate chi sa come nei dintorni. Gli uomini, però, nonostante la batosta
del cataclisma, non smisero di comportarsi in conformità alla loro natura. Dio
stesso si rassegnò, tollerando la loro indole malvagia, la loro inguaribile
mediocrità. Decise di venire a patti con Noè e con la sua progenie. Gli impose
le condizioni per un’alleanza, valevole non solo per la sua stirpe ma anche per
tutta l’umanità (offrendo in tal modo al popolo eletto il pretesto per
giudicare i non circoncisi). Egli non si sarebbe più incollerito, non avrebbe
più maledetto la Terra, né l’avrebbe più inondata con il diluvio, né devastata
con cataclismi (parole vane). A perenne ricordo dell’alleanza e delle sue
promesse, fece apparire l’arcobaleno. Così, tutte le volte che il cielo si
rannuvola e irrora di pioggia la terra, al cessare della tempesta compare il
suo caleidoscopico segno di pace (Gn 6.7.8.9). Anche Gesù è venuto a stipulare,
in nome del Padre, una nuova alleanza con gli uomini, minacciando i peccatori
impenitenti, che sottoporrà a giustizia sommaria nell’aldilà. Speriamo che non
perda la pazienza e che, accecato dall’ira, decida con Padre e Spirito Santo di
rompere tutti i patti. Speriamo che sia occupato per un lungo tempo a dirimere
grane divine e che trascuri quelle quotidianamente prodotte dall'umana gente.
Speriamo che l’arcobaleno continui a far capolino tra le nubi, allontanando la
catastrofe di un nuovo diluvio ecumenico (Spes ultima dea). La Chiesa,
intanto, affiancata dalla potente istituzione dell’Opus Dei e attingendo alle
ingenti finanze vaticane, perpetua il suo apostolato tra le genti,
cristianizzandole col sacro lavacro degli infanti, plasmando le coscienze con
l’indottrinamento catechistico. La dottrina cristiana, colpevolizzando gli
istinti naturali, alimenta la sindrome peccaminosa e i sensi di colpa, che
generano il bisogno dell’assoluzione sacramentale al fine di liberarsi dal peso
dei peccati. Gli istituti sacramentali sono strumenti indispensabili per la
sopravvivenza del gioco religioso. L’offerta religiosa, infatti, crea la
propria domanda nella libera economia del mercato dei beni cristiani.
Jahvè, Dio
degli eserciti, non riferì ai giudei l’esistenza di una vita dopo la morte e
non parlò ai profeti di luoghi infernali, serbati per i malvagi, o di prati
d’asfodelo, dove far pascere le anime dei beati. Con la morte, l’uomo si
estingueva e ritornava ad essere materia inerte (Gn 3, 19). Suo Figlio,
l’eretico ebreo Gesù, cristianizzato dall’apostolo Paolo, ha invece predicato
la speranza di una vita oltre la morte, riaprendo l’accesso al Paradiso per chi
è propenso a seguirlo, minacciando pene eterne per chi non è incline a farsi da
lui plagiare. Ha ostentato di avere il potere di far risorgere gli uomini dalla
morte, cui distribuirà premi o castighi. Nessuno sarà lasciato giacere nella
pace dell’eterno riposo (nonostante che i cristiani continuano a invocarlo per
i loro cari estinti), quando le trombe del giudizio universale suoneranno
l’allerta per tutte le anime, buone o prave che siano. Le umane carcasse,
intanto, nell’attesa degli apocalittici eventi, sono soggette a putrefazione e
disfacimento, ma non anche il prodotto delle loro intelligenze, acquisito dalla
coscienza collettiva dell’umanità. Il dio giudaico, a differenza del dio
cristiano, distribuiva premi e castighi durante la vita terrena e puniva
implacabilmente la colpa dei padri sui figli fino alla terza e quarta
generazione (Es 20, 5, Lv 26, 3-46, Dt 28, 1-46). Insomma, dall’uno e
dall’altro, “mono” o trino, in questa vita o nell’altra, sono botte da orbi.
Persino le bagattelle saranno purgate! La Chiesa, impostasi come unica
infallibile guida per i seguaci di Cristo, offre una “chance” contro l’eterna
pena: l’istituto sacramentale della penitenza, mediante il quale lo spirito,
purificandosi dai peccati, si candida all’eterna salvazione. Ciò nondimeno, il
confessionale lavacro non esime il penitente dall’espiazione delle pene
temporali nel fuoco del Purgatorio. Per liberarsi dalla messa in purgo (e
rimpinguare le casse clericali, che fanno affidamento sul pareggio dei conti
che i cristiani dovranno sanare nell’aldilà), non resta che approfittare delle
varie concessioni d’indulgenze, che santa madre Chiesa a man salva prodiga. In
favore dei cari estinti, l’onere per le messe di suffragio è a carico dei
parenti, a meno che gli interessati non abbiano già provveduto, conferendo alla
Chiesa donazioni “pro remedio animae”.
Il codice
mosaico (sintesi del codice babilonese di Hammurabi) contemplava la legge del
taglione (tale reato, tale pena), con cui disciplinava la vendetta privata (Mt
5, 38, Es 21, 23-25, Lv 24, 17-23, Dt 19, 21). L’offeso e l’oppresso potevano
sperare, vita perdurando, nella vendetta di Dio (Gb 19, 25, Gr 11, 20 e 17, 10
e 20, 12, Is 66, 16). Non si concepivano castighi dopo la morte, nel buio e
triste Sheol, luogo senza vita per buoni e cattivi. Con il cristianesimo, lo
Sheol si trasformò, distinguendosi in tre dimore: Inferno, luogo di pena per le
anime dannate; Limbo, dimora dei bimbi non battezzati e dei giusti deceduti
prima della venuta di Cristo; Purgatorio, luogo di purificazione delle anime
defunte nella “grazia di Dio”. Nel Limbo (recentemente abolito dal Papa)
discese Cristo, prima di salire al Padre, per annunciare la salvezza ai morti
giacenti. Una contraddittoria prescrizione del codice mosaico vietava di odiare
il prossimo, di serbargli rancore e di vendicarsi, obbligando invece ad amarlo
(Lv 19, 17-18. 33-34). Gesù è più esplicito, al riguardo: alla legge del
taglione oppone quella del perdono incondizionato (principio dell’assoluta non
violenza, ossia dell’estrema tolleranza), rafforzando la prescrizione
dell’amore fraterno fino al parossismo, ossia all’affetto per i nemici (Mt 5,
38-48). Per lui non è valida l’offerta cultuale, se prima, chi ha offeso il
fratello, non va a conciliarsi con lui (Mt 5, 23-24). Nell’animo del cristiano
non deve allignare il sentimento della vendetta (principio della non
ritorsione). Egli non deve opporre resistenza al male. Chi si busca un ceffone
sulla guancia, deve porgere anche l’altra (in vero, l’uomo Gesù non sopportò
cristianamente lo schiaffo della guardia - cfr. Gv 18, 19-24 - né lo sopportò
il focoso Paolo, che imprecò contro il sommo sacerdote Anania - cfr. At 23,
1-5). Chi è trascinato in giudizio da chi pretende la sua tunica, deve dargli
anche il mantello. Chi è costretto dalla prepotenza di un energumeno a seguirlo
per un miglio, deve accompagnarsi a lui anche per due miglia. Chi riceve la
domanda di un prestito o di qualunque altra cosa o prestazione, deve
soddisfarne la richiesta (Mt 5, 39-42). Paolo, partendo dal presupposto che
ogni terrena autorità proviene da Dio, vieta ai cristiani la ribellione
all’autorità costituita, al fine di non incorrere e nella punizione umana e
nell’ira divina. L’autorità costituita è la spada di Dio sulla terra per punire
chi compie il male (Rm 13, 1 seg.). Quella spada colpirà anche lui e molti
altri devoti cristiani, nonostante l’elogio profuso all’autorità profana.
Paolo, però, spesso cambiava opinione. Quando volle esaltare la sapienza
dell’altro mondo, denigrò quella di questo mondo e dei suoi governanti, che non
potendo conoscere l’altra, crocifissero Cristo, antesignano di cotale sapienza
(1 Co 1, 17-31; 2, 1-8; 3, 18-21). Non risparmiò nemmeno la filosofia, tacciata
di fatuo inganno, giacché essa s’ispirava alle tradizioni umane ed agli elementi
del mondo, anziché a Cristo, il quale, dopo la gloria della risurrezione,
salito sul carro del trionfo, ha delegittimato ogni autorità e potenza umana
(Col 2, 1-15). Illusoria e priva di fondamento era la giustizia umana, a suo
dire; perciò consigliava ai suoi seguaci, i santi di Cristo, di sbrigare le
loro beghe in famiglia (1 Co 4, 1-6 e 6, 1-8). Gesù, a differenza del suo
sapientone discepolo, aveva una diversa concezione dell’autorità profana, non
sovrapponendola, bensì separandola dalla sfera religiosa (Mt 22, 15-22 e
paralleli).
I Giudei non
amavano i loro nemici (Mt 5, 43). Mosè, per esempio, reagì alla violenza
d’Amalek con altrettanta aggressività, aiutato dal bastone del dio degli
eserciti d’Israele, che rendeva invincibile la sua armata (Es 17, 8-16). La
distruzione degli Amaleciti avvenne su ordine del bellicoso dio giudaico (Dt
25, 17-19). Animato da furore patriottico, Jahvè indusse gli Israeliti a
scacciare tutti i popoli che dimoravano sulla terra a loro promessa (Es 34, 10
seg.), cioè l’antico Paese di Canaan, già terra dei Filistei, ribattezzata col
nome di Palestina dall’imperatore Adriano. Non risparmiò poi l’Egitto,
colpendolo con il flagello delle piaghe, per costringere il faraone a liberare
il popolo d’Israele da una presunta schiavitù (Dt 29, 1 seg.). Il beneamato
popolo del monolitico, geloso dio si guardò bene dal contaminarsi con altre
genti. Jahvè vietò i matrimoni misti e una discendenza di bastardi. La
disubbidienza a questo divieto lo avrebbe acceso d’ira, cagionando il loro
sterminio (Dt 7, 1 seg.). L’ira di dio, come la spada di Damocle, pendeva sulla
testa del popolo ebraico, pronta a falciarla, qualora tramasse il tradimento
(Dt 9, 7seg.). Una serie di tremende maledizioni Jahvè minacciò a loro danno,
qualora trasgredissero i suoi precetti (Dt 28, 15 seg.). La sua ira si accese,
quando li vide adorare il vitello d’oro, ma poi il suo volto si addolcì, grazie
all’intercessione di Mosè. Si pentì persino del male che stava covando ai danni
del suo diletto popolo. Mosè, al contrario, non si contenne nell’ira quando,
sceso dal monte e avvicinatosi all’accampamento, vide l’orgia del suo popolo
attorno all’idolo del vitello d’oro. Accesosi di sdegno, ordinò che gli
orgiasti fossero sterminati in gran quantità, giustificando il massacro come
voluto da Jahvè (che, invece, li aveva perdonati e si era persino pentito del
male che avrebbe voluto attuare). Gli assassini furono benedetti da Mosè al
termine del genocidio. Il giorno seguente il massacro, il pio patriarca s’avviò
verso il monte per implorare il divino perdono per il peccato d’idolatria
commesso dal suo popolo (non per lo sterminio da lui comandato). Dio, che il
giorno precedente aveva assicurato il suo perdono, cambiò umore, castigando a
dovere quei poveracci, già decimati dall’ira del loro capo (Es 32, 1-35).
Gesù,
contrariamente al suo vendicativo Padre, pareva di diverso avviso. Alla
violenza e all’offesa altrui contrapponeva il perdono. All’odio dei nemici
opponeva l’amore (come già insegnavano Socrate e Platone). All’oppressione dei
persecutori si limitava a pregare (Mt 5, 44 seg.). Non si vada dicendo, però,
che il Figlio volesse insegnare la morale al Padre! Egli ci assicura d’imitare
la morale e la bontà paterna. Forse, in prosieguo di tempo, il Padre si era
rabbonito, temprando quel suo caratterino bellicoso e vendicativo. Sarà poi
vero? E’ solo illusione? Fatto sta che, se Gesù insegna a pregare
per chi ci fa del male (Lc 6, 27 seg.), le anime dei martiri, al contrario,
invocano vendetta a Dio (Ap 6, 9-11) e ottengono il suo consenso. Che la
vendetta sia un compito specifico di Dio, nel giorno in cui ci sarà la resa dei
conti e si scatenerà la sua tremenda ira, lo afferma Paolo (Rm 12, 19-21). Egli
c'invita ad imitare Dio (Ef 5, 1): un’entità sconosciuta, immaginata eterna e
invisibile, senza inizio e senza fine, immutabile ed inaccessibile alla mente
umana. Questo dio, proprio perché somigliante all’uomo, a volte è buono a volte
è cattivo, spesso è contraddittorio. Sempre geloso, non è immune da omicidi, da
ire, da insulti, da vendette e da altri vizi umani. Il suo divino amore lo ha
riversato dapprima, e a lungo, su di un solo popolo, al quale ha elargito i
suoi favori, purché osservasse i suoi precetti. Il motto, consone a questo dio,
è “do ut des”. Gesù, invece, con maggior incisività rispetto all’A.T.
(cfr. Lv 19, 17-18, Es 23, 4-5, Dt 22, 1-4), insegna ad amare tutti,
disinteressatamente (insegnamento comune sia ad altre religioni, come la
buddista, che alle filosofie, come lo stoicismo). Nessun merito si ha ad amare
solo quelli che ci amano, a contraccambiare il bene ricevuto e a concedere
prestiti solo a chi può restituirli. Lui, che affermò d’essere perfetto come il
Padre ed esortò a imitarlo (Mt 5, 48), non sempre razzolò bene: minacce,
vituperi e maledizioni egli rivolse contro chi non la pensava come lui. Altro
che amore incondizionato per l’umanità! Questo dio trino dei cristiani, nella
persona dello Spirito Santo, si offende come le corna delle lumache e non
perdona chi lo bestemmia. Castighi eterni e bruciature infernali sono le pene
con cui questo dio tricefalo, inventato dalla fervida fantasia dei teologi
cristiani, minaccia non solamente i rei, ma anche chi, ancorché uomo giusto,
non intenda convertirsi al catechismo dei suoi epigoni e non desideri amarlo
per ottenere ricompense paradisiache. Se il prossimo è antipatico e malvagio,
io devo comunque averlo per simpatico e perdonarlo? Certamente, giacché, per
farsi bello agli occhi di Dio, il cristiano deve comunque amarlo, anche se non
l’aggrada. Questa è ipocrisia, perdinci! Per convivere con l’umana gente è più
proficuo imparare la morale dalle favole d’Esopo, piuttosto che dalle Sacre
Scritture. Preferibile sarebbe cercare prima l’utile comune, la virtù dopo. Per
non essere divorati dal lupo, bisogna non farsi pecora. Forse, l’invenzione di
Dio, è la proiezione di un nostro desiderio di perfezione. Credere che egli
veda e provveda alle nostre umane necessità è una pia illusione. Uomo, aiutati,
perché Dio non t’aiuta! Dio non si trova in ogni luogo, perché ovunque nessuno
lo ha concretamente trovato. Non è dato sapere né cosa faccia né come trascorra
il suo tempo nel regno senza tempo dei cieli. Sarebbe opportuno che questo
fantomatico dio trino, giudaico-cristiano, prima di redarguirci con predicozzi
e predicarci la morale della favola cristiana, correggesse le sue imperfezioni,
nascoste dentro la bisaccia che porta dietro la schiena. Se avesse orecchi per
intendere, non farebbe orecchie da mercante! Gli eccessi della fantasia sono
spesso viziosi. Buona norma di vita è stabilire una misura in tutte le cose (est
modus in rebus).
Per amare il
prossimo, secondo l’insegnamento di Gesù (Mt 7, 1 seg.), bisogna “in primis”
non giudicarlo. La verità è un’altra. Ciascuno di noi giudica quotidianamente
gli altri per svariati motivi: per assolverlo o per condannarlo, per premiarlo
o per castigarlo, per onorarlo o per disonorarlo, e così via. Non dobbiamo più
farlo, se vogliamo che il padreterno non ci giudichi con lo stesso metro da noi
usato. Guai poi a non essere misericordiosi, perché non otterremo misericordia
(Gc 2, 13). Dio applicherà la legge del taglione nel giorno del giudizio. Lui
può giudicare, ma non gradisce essere criticato, tantomeno i suoi epigoni. Egli
si ritiene immune da vizi, perciò s’arroga il diritto di soppesare quelli
altrui. I mali che affliggono il mondo, sua pretesa creazione, smentiscono però
la sua ambizione perfezionistica: medico, cura prima te stesso!
Un fratello
ci offende? Gesù ci autorizza a rimproverarlo (Lc 17, 3-4). Si è pentito delle
sue malefatte? Possiamo allora perdonarlo; ma se non si pentisse, siamo
autorizzati a rimproverarlo davanti a testimoni (Mt 18, 15 seg.). Se non
ascolterà neppure i loro rimbrotti, allora possiamo deferirlo al tribunale ecclesiastico.
Se, infine, non vuol sentir ragioni e si ribella persino alla Chiesa, questa
dovrà scomunicarlo e trattarlo alla stregua di un pagano o di un pubblicano
(misericordia cristiana!). E non finisce qui, perché il giudizio espresso dalla
Chiesa, di condanna o d’assoluzione, è recepito anche in cielo, dove il reo la
sconterà dolorosamente. Dio non permette che ci si prenda gioco di lui e dei
suoi servitori (Ga 6, 7), né in cielo né in terra. Lui non è un debole, né è
sempre indulgente (2 Co 13, 2-3).
Dio non paga
il sabato!
Lucio Apulo Daunio
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