mercoledì 20 aprile 2011

CRISTO RESUSCITATORE DI MORTI


CRISTO RISUSCITATORE DI CADAVERI



PRIMA PARTE


        Gesù, per sfuggire ai religiosi giudei, che volevano lapidarlo, perché ritenevano che fosse posseduto da un satanasso, si diresse oltre il fiume Giordano, verso il luogo dove il parente Giovanni aveva impartito il battesimo ai peccatori penitenti (Gv 10, 39 seg.).

        Vennero in molti a trovarlo per ascoltare la sua parola (solo le guardie giudaiche non lo trovavano). Queste persone sapevano che il profeta Giovanni non aveva realizzato alcun prodigio, però ritenevano che sul conto di Gesù avesse affermato il vero. Questi intanto bivaccava in quei paraggi in attesa degli eventi. Un giorno ricevette un’ambasciata per conto delle sorelle di Lazzaro, un caro amico di Betania, villaggio della Giudea (Gv 11, 1 seg.). Le due donne si chiamavano l'una Marta l'altra Maria, entrambe amate da Gesù (taluni studiosi ipotizzano che Gesù, essendo ebreo, fosse sposato con la Maria di Betania e che il cognato Lazzaro fosse quel discepolo che, secondo gli evangelisti, era amato da Gesù). I messaggeri riferirono che Lazzaro era gravemente ammalato. La dolorosa notizia non rattristò il Cristo più di tanto; anzi, pensando che non tutti i mali vengono per nuocere, commentò che la malattia del suo amico era capitata a proposito per la gloria di Dio e per la sua. Egli, portentoso Figlio d’onorato Padre, era deputato a dare un saggio della sua divina potenza. Non accorse subito a resuscitare l'amico, ma rimase a crogiolarsi nei dintorni per alcuni giorni; poi, finalmente, si risolse a partire per Betania, nonostante che i suoi discepoli cercassero di dissuaderlo. Essi temevano l’ira dei "sacerdoti" giudei, decisi a lapidare il Galileo, eretico impostore. Gesù, invece, non li temeva; anzi, impavido, li sfidava apertamente, predicando la "buona novella". La sua terrena missione doveva essere compiuta alla luce del sole. Così, in pieno giorno, s’incamminò verso Betania, seguito dal codazzo dei suoi discepoli, per andare a risvegliare l’amico Lazzaro, perché, a suo dire, s’era appisolato. La morte, secondo alcune correnti dell’ebraismo (cfr. Dn 12, 2; Is 26, 19; 2 Mc 7, 9. 14. 23. 29. 36), era considerata apparente, come un lungo sonno in attesa del ritorno alla vita (Paolo, nella Prima Lettera ai Corinzi - cfr. 15, 35-53 - spiega in che modo avverrà il "risveglio" dalla morte). I suoi discepoli, come sempre, fraintesero le sue parole (erano ancora nell'attesa di ricevere i lumi dello Spirito Santo). Intanto Gesù godeva per loro, perché la morte di Lazzaro era un’occasione buona per dimostrare di che calibro fossero le sue armi, vale a dire di quale potenza taumaturgica fosse egli capace nella scienza peonia. Novello Asclepio, Gesù ridonava la vita ai morti come il mitico medico greco, figlio di Apollo. I discepoli, che seguivano riluttanti Gesù, temevano che stessero andando a ficcarsi in guai seri, tanto che uno di loro, Tommaso, disse apertamente che andavano a morire con lui. Quando Gesù arrivò a Betania, Lazzaro era già morto e sepolto da ben quattro giorni. La sorella Marta, che era accorsa incontro a Gesù, appena lo scorse ne implorò l’aiuto, chiamando in soccorso anche l'Altissimo. Gesù la rasserenò, assicurandola che avrebbe fatto risuscitare il fratello, non alla fine dei tempi, ma lì per lì. Dichiarò solennemente d'avere lui, e lui solo, il potere di risuscitare i morti, donando loro la vita. Credere in lui significava vivere anche dopo la morte, per l’eternità. Marta protestò la sua fede in lui, il Cristo, Figlio di Dio, fattosi uomo. Poi corse ad avvertire la sorella del suo arrivo. Maria, impaziente di vederlo, si precipitò da lui, accompagnata da un codazzo di piagnoni, che si condolevano con lei della perdita di Lazzaro. Raggiuntolo, si prostrò ai suoi piedi, lamentandosi che a causa del suo tardivo arrivo non aveva potuto salvare Lazzaro dalla morte. Si struggeva di pianto, e con lei piangevano anche coloro che l’avevano seguita. Quel piagnisteo fece fremere e turbare il Cristo, il quale, immemore di ciò che dichiarava d’essere, cioè onniveggente, chiese agli astanti di indicare il luogo dove era stato sepolto Lazzaro. Appena vide il sepolcro, proruppe in lacrime. Perché piangere chi potrà resuscitare? Non poteva rianimare Lazzaro dal sonno della morte appena ricevette la triste notizia (ancora una volta Gesù non dà segni di chiaroveggenza), evitando la messa in scena del miracolo davanti al sepolcro dell'amico? In altre occasioni aveva già operato miracoli a distanza. Anche i giudei presenti si chiesero perché non si fosse adoperato in tempo per salvare il suo amico (avrebbe dovuto sapere che stava per morire). Perché poi avrebbe dovuto sottrarlo alla morte, se era certo che il suo Lazzaro aveva finalmente raggiunto il beato e agognato regno paradisiaco del celeste impero? Esauriti i funerei pianti, Gesù, fremente (forse per l’impazienza di prodigare il miracolo), si avvicinò al sepolcro. Comandò agli astanti di smuovere la pietra che occludeva l’ingresso della grotta (non poteva smuoverla lui, con la sua potente parola, mediante la quale aveva creato il mondo e poteva spostare montagne?). Intervenne Marta per impedire l'apertura del sepolcro, poiché il fratello giaceva morto da quattro giorni e il suo fetore sarebbe stato insopportabile. Gesù la rassicurò che non avrebbe sentito puzza di cadavere. Anzi, stava per ammirare la gloria di Dio. Rimossa che fu la pietra e aperto il sepolcro, Gesù rivolse i suoi occhi verso la volta del cielo (dove si presume che sia l’altolocata dimora di Dio), per ringraziare il Padre di aver ascoltato le sue preghiere a beneficio di Lazzaro. Ora poteva dimostrare ai presenti (e ai posteri credenti), che lui era un inviato speciale di Dio Padre, che lo aveva mandato in missione sulla terra ed era sempre disposto ad ascoltare le sue preghiere. Non sempre però il Padre sarà favorevole ad esaudire le sue suppliche. Nell’orto di Getsemani, infatti, non allontanerà da lui il calice amaro del calvario, che dovrà invece bere fino alla feccia (Mc 14, 36). Nell’ora della sua agonia sulla croce, lo abbandonerà al suo destino di morte (Mc 15, 34). In ogni caso, quella volta, l’autorizzò a portare a termine la sceneggiata miracolistica. Davanti al sepolcro, Gesù con voce possente ordinò al cadavere di Lazzaro, ancorché fosse mummificato, avvolto mani e piedi con bende, di venire fuori dalla tomba. Un macabro zombi cadaverico, legato come un salame, con il volto coperto dal sudario, apparve sull’uscio della tomba (dio sa come!). Gesù lo fece slegare, lasciandolo vivo e libero. Che cosa fece poi Lazzaro, non si sa. Quanto a Gesù, che lo amava e che tanto aveva pianto la sua morte, dopo che ebbe ridonato a lui la vita, non manifestò la gioia di rivederlo, né corse ad abbracciarlo, ma rimase impassibile e gelido nel suo divino amore. Al riguardo, va osservato che Dio, per quanto onnipotente, non può contraddirsi, annullando le leggi della natura che lui stesso – si racconta – ha creato. Insomma, non è possibile che possa vivificare un cadavere in stato di putrefazione. Sorprende inoltre il fatto che un simile, quanto inverosimile prodigio, sia stato menzionato solamente nel Vangelo secondo Giovanni, redatto molto tardi rispetto ai vangeli sinottici. Si tratta, verosimilmente, di un episodio di pura fantasia, avente significato simbolico, per insegnare ai neofiti il mistero del regno di Dio. Con tale significato si rappresenta un analogo episodio narrato nel “vangelo segreto di Marco”, della cui esistenza ha dato testimonianza il vescovo, padre della Chiesa, Clemente di Alessandria, in una lettera (della cui autenticità si discute) al discepolo Teodoro. Il brano in questione, dal quale risulta che Lazzaro nella tomba non era ancora morto, potrebbe quindi riferirsi alle cerimonie iniziatiche, in cui la morte rituale e la rinascita spirituale del neofito sono state appositamente travisate dall’evangelista Giovanni a fini apologetici. Del resto, il cristianesimo è debitore di riti, credenze e simbolismi d’altre antiche religioni, come il rito della discesa nella morte apparente e della successiva risuscitazione. Il neofita cristiano, infatti, deve rinascere a nuova vita, prima della morte fisica, mediante la morte figurativa dell’uomo vecchio.

        Alcuni dei piagnoni venuti a porgere le condoglianze alle sorelle di Lazzaro e che avevano assistito all’incredibile risuscitazione del cadavere in via di putrefazione, andarono a riferire ai farisei ciò che avevano visto compiere da Gesù (Gv 11, 45 seg.). Fu tosto convocato il Sinedrio, non per indagare l'attendibilità del prodigio compiuto dal santone, ma per discutere i provvedimenti da adottare nei suoi confronti. Bisognava toglierlo di mezzo, perché turbava con le sue bravate miracolistiche la quiete pubblica e fomentava disordini con le sue prediche blasfeme. Questo fu l'unanime verdetto pronunciato dai membri del Sinedrio, che temevano l’ira dei Romani dominatori, i quali avrebbero potuto allontanarli dalla loro patria e distruggere il sacro Tempio di Gerusalemme. Decisero quindi che non si potevano più tollerare le bizzarrie dell'eretico Cristo. L’accresciuto numero dei suoi seguaci e le folle che richiamava al suo passaggio, avrebbero potuto scatenare un incontrollabile putiferio tra il popolo. Tutto ciò non sarebbe sfuggito all’indagine dell'autorità romana, le cui risultanze avrebbero potuto dare adito a nefaste conseguenze per i privilegi goduti dai membri del sinedrio e dalla classe dirigente. Sarebbe stato meglio e più proficuo per i loro interessi decretare la condanna a morte del Nazareno, salvando così e la nazione e i loro scranni. Gesù, saputo del pericolo incombente su di lui, evitò di mostrarsi in pubblico. Si ritirò in una vicina regione desertica, accampandosi nel villaggio d'Efraim. Lì attese il corso degli eventi, intuendo l’imminenza dell’ora fatale, in cui le Moire avrebbero reciso lo stame della sua vita per volontà inappellabile del Padre extragalattico.


PARTE SECONDA


        All’evangelista Luca è stato attribuito l'omonimo vangelo, che si ritiene sia stato redatto successivamente ai vangeli attribuiti a Marco e a Matteo. Luca, a coronamento di storie inverosimili su Gesù, si cimenta in due racconti di risuscitamento (Lc 7, 11-17). Egli vuol apparire credibile al lettore, avendo accuratamente indagato tradizioni e testimonianze (Lc 1, 1). Nel vangelo descrive un miracolo avvenuto in Galilea, nei pressi del villaggio di Naim. Egli narra che Gesù, accompagnato dal codazzo dei discepoli e seguito da un folto gruppo di sventurati imploranti grazie, s’imbatté in un funerale nelle vicinanze della porta d’ingresso della cittadina. Accompagnavano il feretro molti abitanti del villaggio assieme alla madre, vedova, che piangeva la perdita del suo unico figlio. Gesù, preso da umana compassione per l’afflitta donna, le si avvicinò, confortandola. I portatori ne approfittarono per fare una sosta. Dopo aver consolato la vedova, Gesù s’accostò alla bara e, toccandola con la mano, comandò al cadavere di ritornare in vita. Manco a dirlo, lo zombi si animò e in quattro e quattr’otto si levò sulla bara, da dove improvvisò un’oratoria (n'aveva cose da dire, dopo l’esperienza del gelido aldilà!). Il giovinetto, per grazia ricevuta, ancorché non richiesta, fu restituito in vita alla madre dalla pietà di Gesù. L'incredibile miracolo si concluse, come i salmi, nel “gloria in excelsis Deo”. La storia della vedova e dello zombi resuscitato, balzò di città in città, di regione in regione, diffondendo e accrescendo la fama del santone taumaturgo, il figlio prediletto di Dio (cioè, secondo i Padri conciliari, di se stesso). Negli “Atti” attribuiti a Luca (20, 7-12), si accenna ad un altro miracoloso risuscitamento di un giovinetto per intercessione di Paolo, degno apostolo delle gesta del suo eroe, detto il Nazareno.

        Un altro risuscitamento, avvenuto in concomitanza con una miracolosa guarigione, è descritto nei tre vangeli sinottici (Mt 9, 18-26, Mc 5, 21-43, Lc 8, 40-56). Un giorno Gesù, mentre era attorniato dalla folla, fu avvicinato da un notabile di nome Giairo, capo della sinagoga. Questi, prono ai suoi piedi, supplicò Gesù a seguirlo presso la sua casa per guarire l’unica figlia moribonda. Gesù si diresse con lui, seguito dai discepoli, mentre una folla vociferante gli si pressava contro. Una donna, sofferente d'emorroissa, seguiva la scorribanda. Ella aveva già consumato tutto il suo patrimonio per curarsi ed erano già trascorsi dodici anni senza che riuscisse a guarire dalle perdite di sangue. Approfittando della confusione, riuscì ad avvicinarsi alle spalle di Gesù e a lambirgli la veste. Miracolo! La donna guarì all'istante in virtù della sua feticistica fede nel santone guaritore. Gesù, secondo i vangeli, avvertì che una potente forza usciva dal suo corpo. Fermatosi, domandò alla folla circostante chi aveva avuto l’ardire di toccare le sue vesti (aveva forse dimenticato che era Dio onniveggente?). Tutti negarono d’averlo toccato. I discepoli osservarono che nella calca chiunque avrebbe potuto accostarlo. Gesù, intanto, cercava con lo sguardo il molestatore tra la folla. I suoi occhi penetrarono taglienti in ogni persona che incrociava. Incisero anche quello della donna miracolata, la quale, timorosa e tremante, non potendo resistergli, crollò ai suoi piedi e svuotò il sacco. Gesù n’ebbe misericordia e, in virtù della fede attestata dalla donna, la lasciò andare. Quando finalmente arrivò alla casa della giovinetta, figlia di Giairo, apprese la funesta notizia della sua morte. Il padre precipitò nella più nera disperazione, non più sperando di rivederla in vita. Intervenne Gesù per esortarlo a non perdere la fede in lui, paladino di Dio. Questa era la condizione che richiedeva per la salvezza della giovinetta. Dall’interno della casa proveniva uno strepitar di pianti e lamenti di prefiche. Si vedevano inoltre i suonatori di flauto pronti per dar corso al rito funebre. Gesù fece allontanare la rumoreggiante folla dalla casa, entrò nella stanza dove giaceva defunta la giovinetta, zittì piagnistei e lamenti, tranquillizzò i famigliari. A suo dire la ragazza non era morta: stava solamente dormendo (come Lazzaro). Lo derisero, increduli, ma quando videro che prese la mano della defunta e le gridò di risorgere dal sonno della morte, rimasero stupefatti: il corpicino inerte della ragazza si rianimava. La giovinetta, rediviva, balzò dal suo giaciglio, camminando lungo la stanza, completamente guarita. Chiese persino di mangiare. Gesù raccomandò ai genitori, che erano senza fiato per l’emozione, di non divulgare la notizia del prodigio appena compiuto (forse non gradiva l’esuberanza di lodi e ringraziamenti, come continuano a innalzare al celeste Trono clero e fedeli). Figuriamoci se quel miracolo poteva passare inosservato! La notizia non soltanto trapelò, ma si diffuse rapidamente tra la gente delle vicine contrade, espandendosi a macchia d’olio. Per puro caso non raggiunse le sonnecchianti orecchie dei Romani. Fece scalpore solo tra gli zelanti redattori delle sacre gesta del Nazareno, che si cimentarono in fantastici voli pindarici sul fenomeno Gesù, mitizzandolo. Si dubita che le sue gesta siano attendibili e abbiano un qualche storico riscontro, giacché non documentate da fonti originarie, non di parte. I compilatori delle Sacre Scritture, librandosi tra i nembi della fertile ispirazione immaginifica, oltrepassarono i limiti dell'umana realtà. Liquefattosi il cerume sulle ali posticce della fantasia, per effetto dei cocenti raggi della critica razionale e della conoscenza scientifica, i cristiani sono precipitati, come il mitico Icaro, nel pelago del mistero insondabile della fede, in cui il dramma del Galileo si risolve in oscure verità mistico-teologiche.

        Confrontando i parallelismi presenti nella successione degli eventi descritti negli episodi di risuscitazione della figlia di Giairo, dell’amico Lazzaro e del figlio della vedova di Naim, possiamo ipotizzare che gli autori dei vangeli abbiano voluto contraffare una vicenda di stampo iniziatico, con morte rituale e resurrezione spirituale (tipico di molte comunità gnostiche della chiesa primitiva). Possiamo altresì ipotizzare che si abbia voluto attribuire a Gesù, come a Paolo (At 20, 7-12), le mitiche gesta di risuscitamento di giovinetti, posti in essere da Elia (1 Re 17, 17-24) ed Eliseo (2 Re 4, 8-37). Gli odierni discepoli di Gesù hanno perso il presunto carisma dei primi apostoli: di “guarire gli infermi, risuscitare i morti, mondare i lebbrosi” (Mt 10, 8), sia che svolgano la funzione a titolo gratuito sia mediante compenso. Si dubita quanto all’efficacia degli esorcismi. A “scacciar demoni”, cioè a curare epilettici e psicotici è preferibile ricorrere alla scienza medica specialistica.

        Se gli inverosimili miracoli descritti nei vangeli (amplificati e moltiplicati quanto più le redazioni dei medesimi si allontanano dal tempo degli avvenimenti) possono essere ritenuti fantasiosi racconti privi di fondamento storico, quelli incredibili di risuscitazione di cadaveri sono da considerare mere leggende teologiche, ossia enunciati di fede aventi lo scopo di avvalorare la mitica divinità del Cristo Gesù, onnipotente padrone, in cielo e in terra, della vita e della morte. Iniziato ai misteri divini, l'uomo Gesù si è voluto renderlo partecipe della natura e potenza di Dio (antropoteismo o divinazione dell’uomo). La divinità esclusiva che si è voluto attribuire a Gesù dai teologi, costruttori dell’istituzione politico-religiosa del cristianesimo, non fa testo in un’epoca in cui la “terra è così infestata dalle divinità che è più facile incontrare un dio che un uomo” (cfr. Satyricon di Petronio). Gesù, del resto, non aveva l’esclusività di compiere miracoli (Mc 38, 41; Mt 12, 27-28; Lc 11, 19-20; At 8, 9-11; Atti apocrifi di Pietro e Paolo). Il fenomeno della presunta risuscitazione dalla morte era di comune credenza nella mentalità superstiziosa dell’antichità. In Babilonia, sembra che operassero guaritori e risuscitatori di morti. Un documento (n. 45.2, sez. I), conservato presso l’archivio storico di Novi Ligure, attesta che nel Cinquecento, in una città della Mesopotamia, era nato un bambino che guariva gli ammalati e resuscitava i morti. Il mitico medico guaritore Asclepio, famoso risuscitatore di cadaveri, fu fulminato da Zeus, perché, facendo sfuggire alla morte gli uomini, violava le regole del Fato (cfr. la “Biblioteca” di Apollodoro, III). In compenso del bene fatto al genere umano, Asclepio riceverà l'apoteosi, ossia la divinazione. L’adorazione del dio Tammuz, che moriva d’inverno per risorgere in primavera, era stata introdotta in Israele dai dominatori babilonesi (Ez 8, 14). In Betlemme c’era un boschetto sacro dedicato al dio Adone, di cui si festeggiava il 25 dicembre la natività dalla vergine Mirra e, nel periodo pasquale, la sua risurrezione dopo tre giorni dalla morte, analogamente ad altre divinità cananee (Baal), deprecate dai profeti Elia ed Osea a causa delle abominevoli nefandezze degli atti di culto. Anche del dio Attis si festeggiavano sia la morte sia, in primavera, la resurrezione. Dionisio, venerato come dio liberatore, divenne immortale dopo essere risorto dalla morte e asceso al cielo per sedere alla destra di Zeus. I misteri dionisiaci contemplano la sua discesa agli Inferi e l’omofagia, ossia la consumazione della carne e del sangue di un animale, simboli del corpo e del sangue del dio. Krishna, dio indù salvatore del mondo, nato da una vergine fecondata da un lampo folgorante di luce divina, perseguitata da un tiranno che ordina l’uccisione di bambini, fa miracoli, risuscita cadaveri, muore e risorge per ascendere al cielo dove risiede come seconda persona della trinità indiana. Il taumaturgo e ascetico Apollonio di Tiana, vissuto all’epoca di Gesù, risuscita una giovane romana, opera numerosi miracoli e guarigioni spirituali, dà vaticini, produce potenti talismani, risorge dalla morte ed appare a due suoi discepoli. Di Apollonio parlano nei loro scritti Giustino Martire e san Gerolamo. Caracalla innalzò un tempio alla sua memoria (cfr. Dione Cassio, LXXVIII, 18,2). Altri analoghi miti sono quelli di Mithra, di Horus (risuscitatore di Osiride), di Zoroastro, di Orfeo, ecc. La Chiesa, non avendo prove incontrovertibili per dimostrare quanto afferma come verità di fede, si è avvalsa dell’anatema contro chi non crede o mette in dubbio tutti i racconti miracolosi contenuti nelle Sacre Scritture (cfr. la Costituzione dogmatica sulla fede cattolica del Concilio Vaticano I). La pretesa infallibilità dogmatica della Chiesa cattolica non è una prova per attestare la divinità del Cristo Gesù e la sua nascita da una sempre vergine Madonna, deificata come Regina del cielo, immacolata e Madre di Dio.


Lucio Apulo Daunio

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