giovedì 4 agosto 2011


L’INVENZIONE DI DIO

"Rari e felici i tempi in cui è permesso di pensare ciò che si vuole, e di dire ciò che si pensa" (Tacito, Historiae, I,1)

LA CRITICA NON CONOSCE TESTI INFALLIBILI (Ernest Renan)




Dio è un nome, che richiama un soggetto astratto, di cui si predica l’esistenza in base ad una fede religiosa. Il suo essere, dunque, è il predicato di un concetto, non una realtà tangibile. Non essendo un'entità reale, Dio è un’ipotesi concettuale, espressione delle esigenze e delle ragioni storiche di un popolo. Gli ebrei, ad esempio, hanno introdotto nella loro storia il mito di Jahvè-Elohim, che promette loro una terra e ne determina gli avvenimenti, imponendo valori da osservare nella vita pratica e somministrando nell’aldiquà premi e castighi. L’eden biblico è immaginato come un luogo paradisiaco sulla terra, non come una dimora celeste. Lo sheol, il regno triste e buio delle ombre dei morti, è immaginato nel profondo degli abissi. Il mito della giustizia nell’aldilà è un’invenzione dell’ideologia cristiana. Il cosmo non ha necessariamente una ragion d’essere né una causa prima trascendente. Se ogni cosa sembra avere una causa materiale che la determina, ciò non implica che nel risalire dagli effetti alle cause prime debba esserci necessariamente un principio incausato, personificato in un essere supposto esistente oltre il reale, da cui presumere l’origine di ogni cosa. E’ un modo illogico di argomentare, deducendo la realtà delle cose dall’immaginazione. Se escludiamo l’ipotesi della causa prima, non resta che ammettere una successione infinita di cause. La supposta necessaria esistenza di una causa prima, e per giunta intelligente, a immagine dell’uomo, oltre il mondo reale, è un’invenzione della mente.

Se la credenza nella Rivelazione, quale autentica testimonianza di un’entità suprema, è una costruzione umana, ne consegue che le Scritture (giudaica, cristiana, musulmana), che ne attestano l’esistenza, sono espressioni culturali umane, determinatesi nei diversi contesti storici dei popoli che le hanno prodotte. I precetti disposti nella Bibbia (Antico e Nuovo Testamento) e nel Corano, in quanto storicamente riferibili ai costumi di popoli antichi, non possono avere la pretesa di essere universali e immutabili. Le cose di questo mondo, l’unico conoscibile, non hanno in sé un fine ultimo, né implicano la necessità di un legislatore divino o di uno spirito immanente, che regoli i processi naturali secondo un sistema organico, predeterminato, finalistico. Le leggi della natura sono convenzioni stabilite dall’uomo, descrizioni per comprenderne i fenomeni, senza dover ricorrere ad ipotesi extra-fisiche, misteriose. Ciò che non può essere spiegato, il non ancora conoscibile, non implica la necessità di avvalorare illazioni che giustificano l’ipotesi di Dio, di una causa prima trascendente, fuori della natura. I popoli primitivi spiegavano i fenomeni come potenze divine, spirituali, che animavano il mondo. Il senso del divino, la religione, nasce dal timore dell’uomo verso l’ignoto e dal conseguente bisogno di sicurezza e protezione, di un patrono cui implorare soccorso. L’emotività influenza la psiche, soggiogandola, e stimola la fantasia, dalla quale scaturisce l’immagine di un essere potente e sublime, rappresentato con i massimi valori. Affascinato da questa creazione della mente, l’uomo rappresenta Dio come supremo creatore e legislatore di un ordine morale universale, valido per tutti i tempi e luoghi. Ispirati profeti presumono di ricevere divine rivelazioni, che incorporano in sacri testi. Sono comandamenti divini, superiori a ogni norma civile e persino al diritto naturale.

Il peccato, in quanto violazione delle prescrizioni divine, è inteso come azione sgradita a Dio e meritevole del suo castigo. La paura delle pene, che saranno inflitte ai peccatori impenitenti nell’aldilà, è l’espediente per non cadere nelle tentazioni del demonio nell’aldiquà. L’acritica accettazione di una fede religiosa può determinare nei credenti posizioni estreme di fanatismo, d’intolleranza contro i miscredenti, di superstizione (religio mater superstitionem). L’egemonia della religione nella società influenza l’eticità delle coscienze, determina le norme morali da osservare e le sanzioni sociali da infliggere nei confronti dei comportamenti devianti o trasgressivi, impone un comando cui non si può sfuggire (imperativo categorico), pena la disapprovazione della società per l’inosservanza ai doveri giuridicamente prescritti o tradizionalmente osservati (religio instrumentum regni). Il comportamento umano è condizionato dalla relatività di un ordine etico-religioso (oltre che giuridico), le cui regole, se violate, provocano l’ira divina, che può essere esorcizzata mediante l’espiazione della colpa. La penitenza è dunque necessaria per eliminare la colpa e ripristinare la salute dell’anima (salus animae). Del resto, la ragione umana, in quanto soggetta all’errore, non può garantire il vivere “secundum virtutem”. La norma evangelica, principio guida dei cristiani, è il mezzo (illusorio) per assicurarsi la salvezza ultraterrena, ma anche la pace interiore con la propria coscienza, legata a valori metafisici (la religione intesa come oppio dei popoli).

L’antropomorfismo della religione cristiana pone sopra tutto l’amore per Dio, in particolare nella persona di Cristo, Verbo divino (Logos) incarnato nell’umana natura. In questo rapporto d’amore con Dio, bene assoluto, il cristiano raggiunge il totale godimento dell’anima. Se Dio è tutto, può appagare ogni bisogno umano. La salvezza dell’anima, scopo principale del cristiano, risiede solo in Dio. Per avere la salvezza e godere la vita eterna, il cristiano deve concentrarsi nel suo rapporto d’amore con Dio. Amandolo, può sperare nella sua grazia. Chi arde di desiderio per l’altro mondo, però, non si cura della propria vita in questo mondo. Pur restando col corpo sulla terra, il suo spirito s’invola alto verso il cielo e un po’ per volta anche il suo corpo si separa dal mondo. Il folle di Dio anela la morte per potersi ricongiungere all’oggetto del suo desiderio. Ogni giorno che passa, in lui muore una parte di sé e si accresce la sua perfezione, che lo rende emerito per il Regno dei cieli. Disprezzando i beni del mondo, egli gode già i beni futuri. Per essere perfetto e avere un tesoro in cielo, il cristiano deve rinunciare al mondo, alla libera e critica formazione culturale (in Dio sono ogni sapere e conoscenza), al possesso di beni materiali (Dio è la vera ricchezza, che soddisfa ogni bisogno), agli affetti della famiglia (Gesù stesso rinnegò la sua famiglia; cfr. Mc 3, 31-35), alla sessualità (Dio è amore casto). La salvezza si ottiene esclusivamente attraverso la sofferenza della croce. La liberazione dalla vita mondana e dal matrimonio avvicina il perfetto cristiano alla vita soprannaturale. I celibi e le nubili si votano alla castità per imitare la purezza verginale di Cristo, degli angeli e di tutti gli esseri celesti, che pur concepiti con un corpo, non hanno attributi sessuali. L’ideale innaturale che persegue il pio cristiano è di essere simile agli angeli, cioè asessuato. Tra i godimenti celesti, infatti, è assente quello riguardante il sesso, esclusivamente terrestre. Il teologo Origene si fece eunuco per amore di Dio. Il paradiso islamico, perlomeno, è più gradevole, almeno per i maschi benemeriti di Allah.

Il celibato è sacro, ma anche il matrimonio, purché strettamente monogamico e non contaminato dal desiderio di tradimento. Nell’amore coniugale, in realtà, i coniugi si preoccupano di come piacere l’uno all’altra piuttosto che essere graditi a Dio. Il matrimonio, pertanto, è meno indicato per raggiungere la cristiana perfezione. Il modello resta il celibato e il nubilato, che rendono simili a Dio. Coloro che non si sono contaminati con donne, sono primizia per Dio (Ap 14, 4). La comunità cristiana deve presentarsi al suo sposo, Cristo, con la purezza verginale della sposa (2 Co 11, 2). Verginità e castità sono virtù caratteristiche del cattolicesimo, di una fede fondata sul sacrificio: quello di Dio a vantaggio degli uomini e quello degli uomini per amore di Dio. In nome suo il devoto mortifica se stesso, la sua natura, i suoi istinti, la sua intelligenza, ogni azione, atteggiamento e qualità naturali umane non conformi alla legge morale cristiana. L’eroico attivismo cristiano è fondato sull’etica del sacrificio e della sofferenza meritoria. Quanto più si esaltano le virtù cristiane, tanto più si nega la natura umana. Esse trovano la ragion d’essere nella fede in Dio e nell’ubbidienza alle Scritture e ai dettami della santa madre Chiesa, non nel valore che hanno in sé. Il cristiano, insomma, non desidera praticare le virtù per il bene dell’umanità, ma per guadagnarsi l’amore di Dio e un posto nel suo regno. Benedetto l’uomo che in lui confida e che in lui ripone la sua speranza! Maledetto l’uomo che confida nell’uomo e nella sua forza, anziché nella potenza di Dio! (Gr 17, 5 e 7). I precetti del cristianesimo, in quanto creduti fondati sulla “ragione” di Dio, sono inviolabili. In verità, giacché consistono in principi assoluti e dogmatici, riferibili a una sacrosanta istituzione garante di una suprema “ragione”, superiore a quella umana, sono arbitrari, perciò possono giustificare tutto, sottraendosi al vaglio della ragione critica. La logica clericale è circolare. La Chiesa, infatti, sostiene di affermare il vero in conformità a quanto testimoniato dal Vangelo, ritenuto attendibile in base alla fiducia accordata dall’autorità della Chiesa. Questa fiducia si fonda non su prove incontrovertibili, bensì su verità di fede dedotte da divina ispirazione. Questa fede implica l’umile sottomissione all’obbedienza della “auctoritas” ecclesiastica, vera fonte di quella scritturale, astrazione verbalistica adombrata di finta sapienza divina, costituita da speculazioni teologiche inneggianti al Nulla.

L’estro teologico immaginativo, occupato nella frenetica ricerca del vacuo metafisico, ostacola la conoscenza della verità oggettiva e della ricerca scientifica. Ogni fede religiosa segna un episodio della storia umana nel suo viaggio unico verso l’ignoto. Quelle monoteistiche, sorte in un lontano passato tra gente incolta di minuscoli paesi, ancora contrassegnate da una dottrina medievale inadeguata rispetto alle esigenze dell’uomo moderno e della civiltà tecnologica, sono fuori del tempo e della realtà e del tutto incompatibili con la razionalità del metodo scientifico.

 Lucio Apulo Daunio


mercoledì 3 agosto 2011


L’ANNUNCIO DELLA PASSIONE E RESURREZIONE DI GESU’

 

Una cupa afflizione oppresse gli apostoli, allorché appresero l’imminente “passione” cui doveva soccombere il loro Maestro. Non servì a rinfrancarli l’annuncio di Gesù concernente la sua risurrezione (Mt 16, 21; 17, 22-23). Non compresero le meste parole di lui, l’ennesimo mistero del dio che soffre, muore e risorge, e che ritornerà nella gloria alla fine dei tempi per giudicare i vivi e i morti. Sgomenti, preferirono non approfondire l’arcano (Mc 9, 32; Lc 9, 45). Nemmeno noi, liberi pensatori, possiamo comprendere che il Figlio di Dio, onnipotente più di qualsiasi stregone di questo mondo, si sia lasciato fare la pelle da una masnada di miscredenti per riscattare dall’ira dell’implacabile Padre i peccati dell’umanità. Figuriamoci poi se possiamo credere che dopo esser morto e sepolto sia risorto come la mitica araba fenice, il favoloso uccello che risorgeva dalle sue ceneri. Solamente la cieca fede può far credere al mistero insondabile del Cristo Gesù, invenzione della religione cristiana.

Il baldanzoso Pietro reagì all’annuncio delle sofferenze di Cristo. Cercò di dissuaderlo da quei propositi di sventura, invocando la protezione del Padre celeste. Non l’avesse mai avuto tutto quel riguardo per il burbero Figlio del celeste impero, suo idolo! Questi, infatti, non gradì il premuroso atteggiamento del granitico pupillo, scacciandolo da sé con rimbrotti, perché lo tentava come un dannato satanasso. Il suo destino era ormai segnato e non c’era nessun Pietro di questo mondo che potesse cambiarlo. Quelli di Pietro, del resto, erano umani sentimenti, non conciliabili con i divini disegni (Mt 16, 22-23; Mc 8, 32-33): quelli del Padre, capoccia dell’olimpo cristiano, degno successore degli Elohim, creatori dell’universo, e di Jahvè, dio tremendo degli eserciti d’Israele. Tutte queste divinità, comunque si vogliano concepire, sono sempre entità illusorie, immagini scaturite dalla fervida, sublime fantasia umana, cui addossare responsabilità e giustificare proprie ambizioni di potere. N’è prova il fatto che anche la divinità cristiana, una o trina che sia, è assetata di sangue non meno degli Elohim e di Jahvè. Prima di glorificare il Figlio e la sua accolita apostolica, il Padre volle dissetarsi del loro sangue, gustandosi la scena finale del martirio dell’uno e degli altri. Non da meno furono i suoi vicari. Questi, presumendo d’interpretare la divina volontà, hanno trasformato la religione in strumento di potere, proponendosi come garanti dell’ordine mondiale, determinando i destini dei popoli.

Un giorno Gesù salì lungo la china di un monte per cercare un luogo isolato dove pregare il dio d’Israele, suo Padre (Mt 17, 1 seg., Mc 9, 2 seg., Lc 9, 28 seg.). E’ concepibile credere che Gesù, dio presso dio, possa pregare se stesso? Si fece accompagnare da tre suoi apostoli: Pietro, Giacomo e Giovanni. Durante la preghiera, il suo volto s’illuminò e le vesti risplendettero di un candido bagliore. I tre apostoli videro (in fede loro) la mitica trasfigurazione di Gesù (quarto mistero luminoso, in cui si contempla la gloria del Cristo). Sulla fantasmagorica scena apparve Mosè, accompagnato dal profeta Elia, in atto di conversare con Gesù. Come abbiano potuto i tre apostoli riconoscere, senza averli mai visti prima, i due pellegrini discesi in tutta la loro gloria dall'alto dei cieli, è un mistero (erano, forse, in stato d’ipnosi). I due spiriti apparsi si soffermarono a conversare con Gesù, rammentandogli la sua prossima dipartita dalla santa (ma non troppo) città di Gerusalemme. A Gesù piaceva fare le ore piccole per pregare e, in quella circostanza, i tre discepoli, quantunque oppressi dal sonno, si sforzavano di restare svegli. Complice quel dormiveglia, se scartiamo l’ipotesi dello stato d’ipnosi, possiamo supporre che presero un abbaglio, sembrando loro di vedere (nel dormiveglia) venerabili figure umane animare la scena. Pietro, addirittura, voleva predisporre tre tende per accogliere degnamente le spettrali figure. Non sapeva quel che diceva. Parlava a vanvera. Dove avrebbe potuto trovare delle tende su quel monte? Intanto, mentre perdurava quella visione, apparve un’abbagliante nube che li avvolse con la sua ombra. Tra abbagli e umbratili foschie di nubi splendenti, la paura raggelò gli apostoli appena udirono una misteriosa, profonda voce proclamare che Gesù era il figlio diletto del Padre celeste (tanto per chiarire ai presenti la divina paternità di Gesù). Il Padre venerabile si compiaceva di avere un cotale Figlio (“alter ego” di sé), disposto ad accettare (in vece sua) il patibolo del calvario per amore degli uomini, ancorché impenitenti peccatori. L’autorevole voce del trismegisto dio, tre volte se stesso, intimò di ascoltare il suo prediletto sostituto, indiscusso campione delle olimpiche vette cristiane. Quando la visione cessò, Gesù intimò ai tre apostoli di tacere: non dovevano spifferare a nessuno quanto avevano visto (cioè sognato), perlomeno fintantoché lui, apparentemente sconfitto nella giostra del mondo, non si sarebbe preso la rivincita con una mirabile risurrezione dal regno dei morti. Chi vuol berla la storiella della trasfigurazione la tracanni pure a garganella. Noi altri, liberi pensatori, gradiamo dissetarci con bevande che deliziano il palato e ristorano la mente.

Pietro e i restanti apostoli dubitavano che Gesù potesse resuscitare dal sonno della morte. Né comprendevano perché doveva soffrire (le pene del calvario) per salvare l’umanità dall’ira del Padre, a causa dell’offesa arrecategli con il peccato originale da due sprovveduti. In verità, nel mondo, solamente l'atavico popolo degli ebrei conosceva il burbero dio Jahvè. Dunque, come poteva il resto dell'umanità offendere chi non conosceva? Se a oltraggiarlo furono due remoti antenati, che colpa avevano da spartire con loro le future generazioni? Questo permaloso e rancoroso dio giudaico-cristiano, impercettibile fino a svanire nell’inconsistenza del nulla, faccia il sacrosanto piacere di lasciarci godere in pace le parche gioie della nostra singolare esistenza nel mondo, tormentata da dubbi, angosciata da problematiche esistenziali, stimolata dall'insaziabile sete di conoscere le ultime ragioni delle cose! Quando, Dio volendo, arriverà l’ora, l’ultima, voglia lasciarci dormire in pace l'eterno sonno della morte. Così sia!

Un giorno, molti suoi discepoli, dopo aver ascoltato nella sinagoga di Cafarnao una predica di Gesù intrisa di crude parole, trovandola alquanto indigesta, non appetirono più di sdraiarsi al suo desco per ascoltare il simposio della “buona novella”, perciò lo abbandonarono (Gv 6, 26-71). Dopo che costoro si tirarono indietro, ritornando sui propri passi e ai loro materiali interessi, Gesù chiese ai fedelissimi (ma non troppo) da che parte volevano stare, se dalla sua o da quella del mondo. Gli rispose il solito scorzone di Pietro, assicurandolo che tutti loro tifavano per lui. Del resto, non sapevano più dove andare a parare e dove sbattere la testa, dopo aver abbandonato ogni cosa per seguirlo e servirlo, ascoltando quelle incantevoli favole sull’invisibile mondo dell’aldilà. Protestarono perciò la loro fede al santo di Dio, che a sua volta accordò loro la sua fiducia. Egli li aveva scelti tra tanti, accreditandoli presso il Padre. Su di loro non si era sbagliato (tranne che per uno; anche quello, però, gli serviva, affinché s’adempisse il suo fatale destino).

La favola che maggiormente sbalordì gli apostoli fu certamente quella riguardante la risurrezione dei morti nel giorno del Giudizio Universale (Mt 16, 27, 25, 31-46, Ap 20, 11-15, Gv 5, 24-30). In quel tremendo giorno della resa dei conti, in cui si scatenerà l’ira di dio, Adamo ed Eva risorgeranno con tutta l’umana discendenza ed assieme ai viventi superstiti tutti passeranno sotto il giogo del giudizio insindacabile del divo Gesù, la cui giustizia, conforme alla volontà del Padre, è garantita dai lumi dello Spirito Santo. In quel giorno apocalittico nessun mortale redivivo potrà fare il morto. Il destino delle anime non sarà sorteggiato in un’urna da Minosse, come si racconta nei miti dell’antichità. Sarà invece celebrato un processo, che non prevede garanzie per gli imputati: né il diritto di difesa né quello d’appello all’autorità del Padre, e mancherà persino l’aiuto del Paracleto. Insomma, saremo soli ad affrontare un dio potentissimo, un giustiziere non misericordioso. Le sue sentenze d’assoluzione o di condanna, saranno definitive, inappellabili, eterne, inesorabili ed inspiegabilmente giuste. Erano fole da far rabbrividire quelle anime semplici degli apostoli. Le apocalittiche, esiziali predizioni di Gesù atterrivano e annichilavano il loro senno. Ogni fibra del loro corpo vibrava di un gelido fremito al pensiero del terrificante dio. Un dio che appariva sommamente ingiusto, avendo voluto trasmettere a generazioni innocenti la colpa imputabile ai primi avi. Questo dio singolare giudaico-cristiano non si scandalizza per la prostituzione, per l’incesto, per la poligamia, per l’omicidio e per altre nefandezze del suo popolo, ma soltanto per la sodomia praticata nei villaggi di Sodoma e Gomorra, che rade al suolo, arroventando tra le fiamme gli abitanti, bambini compresi. Da questo dio, insomma, non possiamo attenderci nessuna umana giustizia, se non quella, inesorabile, divina. Possa il passatore acheronteo traghettare gli esclusi dalla pia consorteria cristiana verso la reggia di Ade, Signore dell’oltretomba, soggiorno dell’umana aurea stirpe! Laggiù, nel mortifero luogo senza Dio, noi reietti incontreremo l’umanità più nobile, la pia gente dell’età dell’oro!

Il nudo e crudo discorso, che fece allontanare molti discepoli da Gesù, riguardava la sua incarnazione, quella della nascita di un dio, figlio di un altro dio, tramite un terzo dio, che metteva incinta una vergine ragazza immacolata, promessa sposa dell’ebreo Giuseppe, presunto discendente della reale casa di Davide. Gesù, sedicente Messia, inviato di Dio, pane di vita eterna, si vuole salvatore di tutti quelli che si cibano della sua carne e si dissetano del suo sangue. Per salvarsi, nutrendosi di quel ben di dio, occorreva avere un gagliardo appetito. Del resto, nessuno poteva essere attratto da cotanta grazia di dio, se non per grazia ricevuta dal Padre. L’amorevole e strampalato padreterno volle nascondere ai nostri primi avi l’albero della vita in una valle recondita dell’Eden, affinché non mangiassero alcuni frutti, il cui nutrimento dava la vita eterna, divenendo simili a lui. Poi, pentitosi, volle in qualche modo riparare il male fatto all’umanità, concedendo agli eletti la possibilità di ottenere la vita eterna. Non poteva riflettere l’Invisibile onnisciente, prima d’immettere sulla scena del creato gli atti tragici della condizione umana? Che senso hanno il suo tardivo pentimento e la misericordiosa venuta del Figlio vivandiere, per mezzo del quale sperare nella salvezza, saziandosi col pane della sua vita e dissetandosi col vino della sua vite? Questo sacro cibo d’inestimabile valore, che la cristiana comunione impartisce anche ad incalliti vegetariani, si trasforma in carne e sangue di Cristo in virtù della magica consacrazione operata dal prete: miracolo della transustanziazione! Sacrosanta assurdità cristiana!

Un giorno Gesù tenne una lezione d’umiltà, che fu mal digerita dai suoi allievi e ben presto dimenticata. Ciascuno di loro, a detta di Gesù, doveva farsi servo degli altri, evitando di primeggiare (Mc 10, 43-45). Non era facile mettere in pratica l’insegnamento del Maestro, che mostrava comportamenti improntati alla modestia, facendosi servo di tutti (Mt 10, 24-25, Lc 6, 40, Gv 15, 20). Capitava spesso che gli apostoli si beccassero tra loro come i capponi che Renzo portava all’Azzeccagarbugli. Discutevano animosamente per stabilire chi tra loro fosse il più grande (Mt 18, 1 seg., Mc 9, 33 seg., Lc 9, 46 seg.). Gesù reagiva nell’ascoltare quelle diatribe, raffreddando i loro animi infuocati, esortandoli a più umili atteggiamenti, a diventare semplici come bambini. Regola aurea doveva essere quella del vivere in comunità con spirito di fratellanza, l’uno amando l’altro (facile a dirsi). Uno solo era il loro maestro e precettore: Cristo. Uno solo era il loro padre: Dio (Mt 23, 8-11).  E lo Spirito Santo, l’eccelso Paracleto, cos’era? Al riguardo, Gesù non si pronunciò.

Un giorno, secondo l’evangelista Matteo (Mt 20, 20-28), si avvicinarono a Gesù, accompagnati dalla madre, i figli di Zebedeo, Giacomo e Giovanni, divenuti pescatori d’uomini e non più di pesci, per chiedergli un favore. Prostrati ai suoi piedi, prese la parola per prima la madre, raccomandando i suoi ragazzi, pupilli del Messia, affinché concedesse loro un posto d’onore nel regno che si pensava che stesse per realizzare nella città santa, a Gerusalemme. Di diverso avviso, al riguardo, è l’evangelista Marco (Mc 10, 35-45), il quale attesta che la richiesta fu fatta a Gesù direttamente dai due apostoli, che volevano sedersi l’uno alla sua destra e l’altro alla sua sinistra, quand’egli avrebbe realizzato la sua gloria. Gesù, in un caso o nell’altro, li avvertì che non c’erano rose senza spine. Fuori di metafora, non c’è gloria immune da sofferenze. Se volevano veramente conquistare l’alloro insieme a lui, non dovevano temere il martirio. Questa cupa prospettiva non spaventò gli intrepidi pupilli. Temerariamente, confessarono che erano disposti a tutto pur d'avere quei primi posti. Per non far torto agli altri apostoli, Gesù rispose, menando il can per l’aia, che non era in suo potere (dunque, non si riteneva pari a Dio) concedere quei posti d’onore, essendo stati riservati a coloro per i quali il Padre, lungimirante, li aveva già predisposti. Il Figlio non poteva interferire, ostacolando la volontà paterna (riconoscendo in tal modo la sua dipendenza dal Padre). Dio sarà pure uno e trino, tuttavia la persona del Padre qui appare dotata di supremazia su quelle del Figlio e dello Spirito Santo (come afferma la cristologia subordinazionistica), salvo ammettere che Gesù, pur avendo la medesima autorità del Padre, abbia cercato una scusa per non recare un dispiacere ai due apostoli. Sui divini misteri non è dato sapere altro. Salvo il fatto che gli altri apostoli ne furono indignati, avvelenandosi il sangue. Cominciarono a mugugnare tra loro. La lezione d’umiltà: farsi piccoli come bambini, perché in ciò è vera grandezza (Mt, 18, 3-4), l’avevano già dimenticata. Ci pensò Gesù a rammentargliela, cercando di acquietare i bollenti spiriti dei pescatori d’uomini, ridimensionando la loro smania di grandezza, addolcendo gli animi rancorosi, redarguendo i più riottosi. Li esortò a seguire il suo esempio: vivere in povertà e umiltà, l'una, vera ricchezza, l'altra, vera grandezza. Altro che voler diventare grandi, ognuno doveva farsi servo degli altri. Lui stesso era venuto a servire il prossimo, compiendo la sua missione fino a immolare la propria vita in riscatto di molti, liberandoli dalla schiavitù del peccato (asservendoli, però, all’autorità della sua accolita clericale).
Lucio Apulo Daunio

 

 

LA VIA PER ACCEDERE NEL REGNO DEI CIELI

              Mai Gesù desistette dal giudizio negativo nei confronti dei giudei, apostrofandoli con l’epiteto di vipere (Lc 12, 1 seg.), scagliandosi soprattutto contro la setta dei farisei, la fazione religiosa rigorosa nell’osservanza della Legge e della tradizione. Egli mise in guardia i suoi discepoli dall’ipocrisia farisaica. Era disposto a perdonare chi sparlava di lui, mai chi bestemmiava contro lo Spirito Santo. Costoro non avrebbero trovato scampo dalla dura condanna del Padre. C’è poco da scherzare con Gesù e con la sua altolocata famigliola del celeste impero. Dio non perdona, se offeso nella persona dello Spirito Santo, il terzo dio retore, che dona sapienza e multilinguismo (ossia la capacità di potersi esprimere in tutte le lingue della biblica Babele; cfr. Gn 11, 1 seg.). Essendo permaloso, si adombra per un nonnulla. Se poi è oltraggiato da qualche sconsiderato, diventa immisericordioso e non perdona l’offesa, né in terra né in cielo (cfr. il Vangelo apocrifo di Tommaso). L’impietosa durezza di questa terza ipostasi divina non è da meno di quella della coppia Padre e Figlio. Questo trio poco cristiano ci giudicherà con piglio severo nel triste giorno dell’universale resa dei conti, quando dovremo passare sotto il giogo delle celesti forche Caudine. Il pio credente, scrupoloso osservante di ciò che la sua Chiesa comanda, potrà sperare di ottenere misericordia e accedere nel regno paradisiaco, dove trascorrerà le ore beate, adulando i nuovi padroni. L’empio ribelle, invece, avrà vita dura lassù, anzi laggiù, negli abissi infernali. Infilzato con sataniche forche, sarà arroventato e tormentato in eterno nel luciferino fuoco. L’inflessibile durezza riscontrabile nei sacri testi non lascia scampo alcuno. Dio, uno o trino che sia, impone un’ardua scelta: o l’eroismo indomito dello scettico ribelle, che farà pagare a caro prezzo, o la codarda remissiva accettazione della fede. Di fronte al dubbio, se le Sacre Scritture siano o non un “bluff” colossale, o ci si arrischia nel laico scetticismo o ci s’invischia nella cristiana sofferenza meritoria. Chi vuol essere libero dal servaggio di un dio e dai suoi imbonitori terresti, rischia di pagare penosamente la sua scelta, qualora, dopo l’ineluttabile morte, non si spegne del tutto la fievole luce dell’esile vita. Se, invece, Dio è l’invenzione di un clero bluffatore, la pace dell’eterno riposo, senza ignominia, sarà il premio ambito per chi rifugge dalle fole dell’aldilà. L’illustre Dio Ignoto, circonfuso di fitto mistero, non si concede all’umana conoscenza. Su ciò che non si conosce, né può essere oggetto d’indagine, è preferibile tacere, piuttosto che fantasticare corbellerie sulla sua presunta esistenza e sui dettami che avrebbe imposto, tramite suoi vicari, all’umana gente.

Gesù, in fede degli evangelisti, conosce la verità sull’altro mondo, perciò non tace, ma esorta a non essere avidi di ricchezze materiali, che si dovranno lasciare col sopraggiungere della morte (Lc 12, 13). Consiglia di arricchirsi con benemerenze grate a Dio e di non darsi troppi pensieri per il domani, ma di attendere alle quotidiane incombenze, affidandosi all’ausilio della Divina Provvidenza. “Carpe diem”, vivere alla giornata, senza preoccuparsi del domani, questo è il motto che si addice ai cristiani. La loro sopravvivenza è a carico di Dio-Padre. Campa cavallo, che l’erba cresce! Ma se non cresce la carità del prossimo, c’è pericolo di morire di fame. Agguerriti da una fede intrepida, i rigorosi seguaci di Gesù intraprendono una vita da pitocco, preoccupandosi unicamente di guadagnarsi l’entrata nel regno di Dio; quanto al resto, esso (si spera) sarà dato in sovrappiù. Giustamente, i non convertiti al cristianesimo considerarono il Nazareno e i suoi seguaci dei fanatici mestatori, che sognavano un fantomatico regno di cuccagna oltre i sette cieli (dove nessuno può arrivarci per appurarne l’esistenza). Vendendo i loro beni per donare il ricavato ai poveri, gli asceti cristiani della prima ora impoverivano se stessi, mendicando a loro volta come pezzenti (come farà il glorioso fulgido Francesco). Avevano compassione per i poveri, ma si ridussero a vivere in quella trista condizione. Quanto più s’involarono col cuore e con la mente nel fantastico mondo di lassù, tanto meno si occuparono dei loro corpi quaggiù, che solo la misericordia del prossimo, cui era promessa l’eterna salvezza nel celeste paese di bengodi, badava a nutrire e vestire. Solo i poveri possono entrare attraverso la cruna nel misterioso regno dei cieli. Per fortuna del mondo, non tutti scelgono di vivere in povertà (tantomeno il clero), vendendo i propri beni e vivendo alla giornata, altrimenti, qualora tutti vendano per donare ai poveri, non ci sarebbero più compratori né produttori di ricchezze (e neanche propagatori di fede, cui necessitano costosissimi mezzi).

Il perfetto cristiano ha bisogno dei quattrini del ricco, disposto sia a comprare i suoi beni materiali, allorché se ne libera per seguire Gesù, sia a sostenerlo con la carità dell’umana provvidenza. Benedette siano nei secoli dei secoli le pecore nere! Benemerito sia chi non aspira al depauperamento per guadagnarsi il regno di Dio! La ricchezza materiale è funzionale a quella spirituale. Le pecore nere, ai tempi di Gesù, erano i giudei rimasti fedeli alla Legge e alle sacre tradizioni avite, che prosperavano con la benedizione di Jahvè e con gli interessi ricavati dal prestito ai “gentili” (Dt 15, 6; 28, 11-12). Mosè li aveva esortati a diventare un popolo potente, in ottemperanza alla volontà di Jahvè. Gesù, invece, voleva che il nuovo popolo eletto di Dio vivesse in povertà, umiltà e semplicità. Forse, con il passare del tempo, il dio giudaico aveva cambiato ideologia, com’è costume degli uomini fare, divenendo dio cristianissimo.
               Lucio Apulo Daunio

 

 

 

LA RIVELAZIONE DI PIETRO




Sfuggiva all’onnisciente dio Gesù l’opinione della gente sul suo conto, tanto che un giorno interrogò in proposito gli apostoli per conoscere le chiacchiere che circolavano intorno al “figlio dell’uomo” (Mt 16, 13 seg.). I discepoli riferirono le dicerie correnti su di lui. C’era chi lo scambiava per Giovanni, il Battista; altri credevano che fosse Elia o Geremia o un profeta messianico, pronto a liberare Israele dal dominio romano. Gesù volle conoscere anche cosa loro pensavano su di lui. Gli rispose Simon Pietro, protestando la sua fede con fermezza. Gli disse che era il Cristo, il Figlio del Dio vivente. Soddisfatto, Gesù glorificò seduta stante Pietro, chiamandolo “figlio di Giona” (forse voleva dire che era un “patriota combattente”, uno zelota). Solamente lo Spirito Santo, secondo Gesù (cioè secondo l’evangelista), avrebbe potuto illuminare Pietro circa l’identità del Cristo. L’illuminazione di Pietro, però, ebbe breve durata, il guizzo di un lampo. Ben presto gli apostoli dimenticarono l’identità e la paternità di Gesù, né credettero alla sua resurrezione (Mc 16, 12-14; Lc 24, 11-12), nonostante che fosse scritto (non si sa bene in quale sacrosanta Scrittura) che dopo la morte sarebbe risuscitato (Gv 20, 9), come si credeva accadesse all’araba fenice, il mitico uccello che rinasceva dalle sue ceneri. Eppure, qualche tempo prima, Pietro e gli altri apostoli avevano creduto in lui, riconoscendolo come il santo di Dio, datore di vita eterna (Gv 6, 66-69). I misteri della fede cristiana, per buona pace di molti, sono comprensibili solamente alla progenie di pochi eletti, che si arrogano la missione di illuminare il mondo (“asinus portans mysteria”, secondo il giudizio dei pagani). La rivelazione (cioè l’adulazione) di Pietro, comunque, fu premiata da Gesù: egli ricevette l’incarico di capocordata della nascente comunità cristiana, prona a sottomettersi all’autorità vicaria per ascendere lungo l’erta via che conduce al regno (illusorio) delle beatitudini. A Pietro, promosso maggiordomo del regno paradisiaco, Gesù concesse il possesso delle chiavi d’accesso, che la Chiesa consegnò ai suoi successori, autoproclamatasi vicari di Dio sulla terra. Gesù volle contare sulla roccia dell’apostolo Pietro per edificare la sua accolta ecclesiale, salvaguardandola da maligni satanassi, che, dopo essere stati precipitati nel fondo degli Inferi, di tanto in tanto, di soppiatto, erano autorizzati a risalire sulla terra per predare le anime dell’umana gente. Non gli bastò farlo capoccia e maggiordomo, Gesù concesse al suo Pietrone anche altri poteri (Mt 16, 18-19), che estese poi a tutti gli apostoli (Mt 18, 18; Gv 20, 23), memore di quel precetto che aveva loro insegnato, che vietava a ciascuno di primeggiare sugli altri. Subito dopo l’enfasi pietrina, avendo Gesù profetizzato l’imminente passione in obbedienza alla volontà del Padre (Mt 16, 20-23), lo stesso Pietro cercò di dissuaderlo dall’incombente fatidico doloroso destino. Non l’avesse mai fatto! Gesù lo scacciò da sé, sospettando che in lui parlasse Satana. Qualche tempo dopo, trovandosi Gesù in cattive acque con le autorità a causa della predica evangelica, l’irsuto Pietro, la roccia (friabile) di Dio, si sgretolò e la sua fede vacillò. In quella notte atroce, funesta, in cui Cristo fu arrestato, Pietro ebbe paura e rinnegò per ben tre volte il suo Maestro (Mt 26, 69 seg.), rivelandosi indegno del riconoscimento di capo della Chiesa e custode del regno celeste, autorità conferitagli dall’improvvido Messia, servitore di Dio. Gli apostoli prima, i loro successori dopo, si arrogarono il sacrosanto diritto di condannare o assolvere, legare o sciogliere, vietare o permettere, ammettere o escludere a loro insindacabile giudizio l’accesso al regno dei cieli. Con l’andar del tempo, i capi della Chiesa cattolica romana, come la storia documenta, vollero primeggiare su tutti, ritenendosi legittimi successori di Pietro e vicari di Cristo re. Né ebbero scrupoli di produrre falsificazioni né di compiere soprusi e nefandezze, proclamando persino l’infallibilità dei loro ispirati “diktat”, pronunciati o non “ex cathedra”. Il vescovo Liutprando di Cremona, vissuto nel X sec. e.v., nella sua opera "Antapodosis" (Ritorsione), descrive l'increscioso periodo della cosiddetta "pornocrazia" del papato, controllato dalle corrotte matrone delle influenti famiglie romane (c.d. "governo delle prostitute"), che inizia con Sergio III e termina con Giovanni XII. Per non parlare di altri poco edificanti presunti successori di Pietro, corrotti, nepotisti e pornocrati che la storia documenta.

L’evangelista Giovanni attesta che Pietro ricevette da Gesù l’incarico di accudire al suo gregge (Gv 21, 15 seg.). Altrove, invece, chiarisce che il magistero dottrinario proveniva esclusivamente dai lumi che lo Spirito Santo effondeva a tutti gli apostoli, indistintamente (Gv 14, 25-26; 16, 12-15). Nelle epistole attribuite a Pietro, questi, infatti, non fa alcun cenno al presunto conferimento di una primazia, cioè di un potere assoluto. L’elenco degli apostoli, inoltre, non ha un ordine gerarchico: nessuno di loro ha preminenza sugli altri. Nei Vangeli e negli Atti, Pietro si distingue solo come portavoce degli apostoli. Giacomo, parente di Gesù, assume una posizione di rilievo nella Chiesa di Gerusalemme, pur non essendo uno dei “dodici” (At 12, 17; 15, 13 seg.). Giovanni, poi, non era il discepolo amato da Gesù? Non era proprio lui adagiato sul triclinio vicino al Cristo nell’ultima cena? (Cfr. Gv 13, 23 e 19, 26-27 e 20, 2 e 21, 7. 20). In verità, nella Lettera attribuita a Pietro (1 Pt 2, 1 seg.), è scritto che solo Gesù è l’unica pietra vivente scelta da Dio per edificare la sua chiesa. Secondo l’opinione di Paolo (Ga 2, 9), le colonne della chiesa erano Giacomo, Cefa (Pietro) e Giovanni, anche se poi non si fa scrupolo di accusare Pietro d'ipocrisia, a causa del suo comportamento giudaizzante, contrario allo spirito del vangelo che Paolo andava predicando alle genti (Ga 2, 11). Del resto, anche Paolo non fu da meno di Pietro quanto ad ipocrisia ed incoerenza, avendo anche lui giudaizzato (At 21, 23-26). Paolo, inoltre, asserisce di aver appreso il vangelo direttamente dai lumi di Cristo (Ga 1, 11 seg.), non quindi dal magistero di Pietro o di un altro apostolo. Egli asserisce che non vi è altro fondamento fuori di Cristo Gesù (1 Co 3, 9-17), unica roccia spirituale (1, Co 10, 4), unica pietra angolare sulla quale cresce l’edificio della Chiesa (Ef 2, 20-22). A Paolo (non a Pietro) Gesù affidò sulla via per Damasco la missione di evangelizzare i “gentili”, resosi conto del fallimento dell’annuncio della buona novella presso il popolo eletto (Ef 2, 11 – 3, 13). Questo ripensamento di Cristo fu propizio per il futuro missionario e imperialistico della Chiesa cattolica. Agli apostoli, infatti, Gesù durante il suo ministero aveva proibito di evangelizzare i pagani (Mt 10, 5-6; 15, 24). Del resto, da buon ebreo, figlio di Jahvè, Gesù era ligio alle leggi (discriminatorie) sancite dal Padre a favore esclusivo degli Israeliti.

Non si può negare che il seme del razzismo, della xenofobia, del disprezzo verso il diverso, verso l’infedele, verso l’eretico, verso l’ateo, sia attecchito - come la storia documenta - anche nel fertile terreno della religione giudaico-cristiana. Non da meno è l’islamismo, che discrimina chi non risponde alla chiamata del loro esclusivo dio, Allah, e dove la rappresentanza politica ha valore sacrale (ierocrazia) e la normativa giuridica si conforma al verbo coranico divinizzato. La discriminazione praticata dagli Ebrei nei riguardi dei gentili, come si rileva nella Bibbia, era motivata dalla conservazione della purezza genetica e religiosa e dalla considerazione di essere un popolo eletto, superiore agli altri popoli. Dio stesso non ebbe scrupoli nel maledire il genere umano per una banalità commessa dai nostri primi avi, facendo ricadere la vendetta su generazioni incolpevoli. Noè non fu da meno del padreterno, quando maledì la discendenza del figlio Cam, da lui umiliato per averlo visto nudo (Gn 9, 20-27). Egli, infatti, si vendicò, condannando i Cananei (cioè i discendenti di Canaan, figlio di Cam) alla schiavitù dei semiti. Questo mito biblico servì a giustificare la riduzione in schiavitù del popolo nero. In Isaia si riscontra la massima esaltazione del popolo eletto, la cui prosperità avverrà a danno della ricchezza delle altre nazioni, i grandi delle quali dovranno prostrarsi dinanzi alla potenza d’Israele, mentre i loro popoli saranno resi servi (Is 49, 22-26; 61, 5-6). Il dio ebraico autorizzava il suo popolo a schiavizzare gli stranieri e a lasciarli in eredità ai propri figli, affinché li prendessero in possesso eterno (Lv 25, 44-46). Jahvè non considerava un misfatto possedere schiavi. Nel Decalogo, inciso su tavole di pietra, aveva sancito come colpa grave desiderare gli schiavi altrui e, a carico degli schiavi, non santificare il giorno di riposo settimanale. Era lecito, per suo ordine, votare all’anatema, ossia allo sterminio sacro, i popoli stranieri, nei riguardi dei quali aveva proibito i matrimoni misti (Dt 7, 1-6). L’interdizione aveva lo scopo di difendere la purezza della razza ebraica dal pericolo di contaminazioni, religiose e genetiche, con differenti etnie (Esd 9 e 10; Ne 10 e 13). Dio stesso guidava il popolo ebreo, eletto per amore, nella guerra santa contro i suoi nemici (Dt 20), giustificando eccidi, razzie, distruzioni e la messa in schiavitù dei superstiti (Nm 31). Il suo eletto popolo non doveva mangiare le carni degli animali morti naturalmente, ma darle ai forestieri (Dt 14, 21). Questo popolo singolare, non doveva estendere agli stranieri tutti i diritti di cui godeva un Israelita (Dt 15, 3), ma poteva concedere loro prestiti ad usura (Dt 15, 6; 23, 20-21). Indigesti appaiono i divini precetti di Jahvè!

Gli evangelisti Marco (8, 27 seg.) e Luca (9, 18 seg.) presentano una diversa versione dell’episodio concernente la divinità di Gesù rivelata da Pietro. Secondo i due evangelisti, Pietro riconobbe in Gesù il Messia, servitore di Dio, non anche la sua divinità. Comunque, che fosse o non il Figlio del Dio vivente, di ciò che l’ispirato Pietro aveva rivelato, Gesù non volle che i suoi andassero a spifferarlo ai quattro venti. Bastavano già i pettegolezzi che il popolo andava dicendo sul suo conto. Tuttavia, perché, se era proprio lui il messia atteso per la salvezza di Israele, non lo diceva apertamente, provandolo con fatti convincenti. Perché, se proprio lui era il Figlio di Dio e si era presa la briga di venire dal suo misterioso regno ultra-galattico, incarnandosi tramite una vergine, destinato a soffrire per la salvezza del suo popolo, si teneva nascosto? Era o non era Dio onnipotente? Si spacciava, forse, per quello che non era? Furono i suoi seguaci a rivestirlo d'attributi e poteri divini per avvalorare i loro mitici racconti? I divini misteri cristiani sono inestricabili. I profeti, del resto, non avevano annunciato la venuta di un messia che fosse Figlio di Dio, consustanziale al Padre nella natura divina. La venuta di un santo, di un re della dinastia davidica, questo era stato predetto dai profeti, non la nascita di un dio misterioso, fazioso, patetico, contestatore delle avite tradizioni d’Israele, attore di una tragica vicenda terrena. Gesù, forse, s’identificò con il servo sofferente di cui parlava Isaia (Is 53): un comune mortale, non un dio incarnato. Egli si fece profeta delle sue sventure, annunciando il suo martirio per espiare i peccati degli uomini. Espiare i peccati altrui è un’idea che deriva dall’antica pratica del capro espiatorio: la vittima (hostia) che si faceva carico dei mali della comunità, scacciata e abbandonata a un triste destino.


 Lucio Apulo Daunio


martedì 2 agosto 2011


LA COLPA ORIGINALE

              

         Paolo, l’apostolo illuminato da Gesù sulla via per Damasco, afferma di dire il vero e di non mentire. Egli attribuisce al Cristo Gesù la figura del mediatore tra Dio e gli uomini, avendoli riscattati con la sua morte dal peccato originale (1 Tm 2, 1-7). Di Mosè ammette che liberò il popolo d’Israele dalla schiavitù d’Egitto, mediando l’alleanza con Jahvè sul monte Sinai, ma aggiunge che fu solo un espediente parziale e transitorio, nell'attesa della venuta del Messia, apportatore di salvezza per tutti (Ga 3, 19 – 4, 7). Cristo, infatti, facendosi uomo, si è sacrificato per tutti noi, placando l’offesa originaria cagionata all’infinita maestà del Padre dai nostri primi avi (mito di Adamo ed Eva del libro biblico “Genesi”). Quale ricompensa del suo volontario sacrificio, egli ottenne dal Padre la redenzione degli uomini.

Il libro “Genesi” racconta che Elohim, divinità di multiformi potenze, piuttosto annoiata dall’essere solo nella solitudine senza tempo, decise di por fine alla monotonia del nulla, creando l’universo e la terra. Coprì la terra con abbondante vegetazione, irrorandola con acque piovane. Poi l’animò, creando varie specie di bestie. Tutto ciò sembrò ben fatto, ma non abbastanza da appagarlo. Decise quindi di creare l’umanità a sua immagine e somiglianza, affinché dominasse sul creato. Detto, fatto. Maschia e femmina Elohim fece l’umanità, affinché le due creature si unissero in una sola carne e procreassero una discendenza (fu la prima indissolubile unione degli unici esseri umani). Secondo un’altra tradizione biblica, il monolitico Jahvè (non Elohim) decise di piantare un giardino a oriente, che denominò Eden (il paradiso terrestre che non è stato mai trovato), collocandovi due umane creature ad accudirlo e custodirlo (un modo per giustificare l’origine servile del genere umano nei confronti degli enti divini). Si chiamavano Adamo ed Eva. Vivevano felici e in uno stato d'assoluta innocenza. Eva, un giorno come un altro, mentre oziava in costume adamitico, s’intrattenne ad ascoltare, incantata, le suadenti parole di una serpe parlante, mentre Adamo stava sgobbando chissà dove. Quel boia di una serpe era il più astuto animale del creato. Nelle sembianze di quella viscida bestiaccia era nascosto il diabolico tentatore degli esseri umani: Satana, nemico immortale di Dio, da lui tollerato, nonostante le sue diaboliche scelleratezze. Costui, che s’annoiava mortalmente a causa della mancanza d’anime da mordere, iniettando il suo micidiale veleno, non stette nella pelle quando incontrò per la prima volta una fascinosa creatura. Avvinghiò l’ingenua Eva, dolcemente insinuandosi nel suo cuore, carpendone la fiducia. Eva non ebbe ribrezzo del serpentesco tentatore, che la sedusse sciorinando la propria satanica erudizione circa l’opportunità d’assaggiare l’agrodolce frutto di un albero. Lasciatasi persuadere, colse e assaporò con il frutto anche la conoscenza del bene e del male. Jahvè aveva piantato quell’albero in una remota parte del giardino, proibendo di cibarsi dei frutti. I nostri sprovveduti “primi avi” mangiarono entrambi il frutto proibito, provocando l’ira di domineddio, che li dichiarò colpevoli di disubbidienza. In verità, sarebbero stati tali, solo se Jahvè li avesse resi compartecipi della conoscenza del bene e del male e coscienti delle conseguenze punitive per la violazione dell’ordine morale. I due, invece, aprirono gli occhi solo dopo aver gustato il frutto, perdendo lo stato d’innocenza e acquisendo la consapevolezza e la responsabilità delle proprie azioni. Solo allora capirono di aver trasgredito l’ordine di Dio. Solo allora ebbero coscienza del loro stato di colpa e dell’offesa arrecata al Creatore. Solo allora impararono a usare la ragione e l’intelligenza. Perché, quindi, imputare loro colpe che non hanno. Disobbedirono a Jahvè a causa della loro ingenuità, non per malizia. Dunque, non commisero alcun peccato originale. Adamo ed Eva, per farla breve, restarono fregati a causa della loro dabbenaggine. Dio, invece, anziché comprendere la balordaggine delle sue creature, volle punirle, e con loro tutta la discendenza, per il sol fatto che erano diventate simili a lui, avendo acquisito la cognizione del bene e del male. L’invidia colpì il geloso Dio, che si adombrò, scatenando la sua ira su due sprovvedute creature. Li castigò ingiustamente non fino alla quarta, bensì in tutte le generazioni, senza misericordia. Poi, paventando che i due potessero anche mangiare i frutti di un altro albero proibito, che donava l’immortalità, li scacciò dal paradiso terrestre. Il maschio lo destinò a lavorare con il sudore della fronte e la donna a partorire con le doglie. L’essere umano, abbandonato alle insidie e alla durezza della vita nel mondo, divenne aggressivo per sopravvivere e adattarsi all’avversa natura, fin quando la triste morte avrebbe decomposto il corpo, trasformandolo in polvere. Per aspirare alla vita eterna, l’uomo ha dovuto attendere la venuta del Cristo Gesù, avendo Dio preclusogli l’accesso all’albero della vita, a custodia del quale mise un’armata di cherubini con spade folgoranti. Questi cherubini sarebbero angeli mostruosi alati, con testa d’uomo e corpo d’animale. Col tempo, si pentì nuovamente d'aver creato l’umana gente, degenerata nel peccato (avrebbe dovuto sapere che tipacci le sue creature avrebbero generato); perciò, un triste giorno decise di eliminarla dalla faccia della terra, affogandola con un diluvio universale. Soltanto al patriarca Noè consentì di salvarsi, rifugiandosi in un barcone galleggiante con la sua famiglia e con quanti animali e vegetali riuscì a raccogliere (dio sa come!). Gli esseri umani, però, non impararono la lezione. Continuarono a inebriarsi in ciò che agli occhi di Dio appariva peccato. Un giorno (fatidico), Jahvè promise una terra ad Abramo e una discendenza. Liberò il suo eletto popolo dalla schiavitù d’Egitto, concludendo un’alleanza con Mosè, imponendo la sua Legge, cui tutti dovevano scrupolosamente osservarla. A chi restava fedele al patto, Dio elargiva benedizioni; maledizioni, invece, per i fedifraghi. Il bene e il male derivavano dall’osservanza o meno della Legge (salvo l’arbitrio insindacabile di Dio nell’elargire beni e mali, come si rileva nella storia del pio Giobbe, emblema della servile rassegnazione alle angherie di un dio bizzarro). Jahvè promise altresì che un giorno avrebbe inviato un messia, un re potente che li avrebbe liberati dalle tenebre, donando loro la luce. Quando l’ebreo Gesù si proclamò Messia, dichiarò d’essere il Redentore dell’umanità, avente il potere di liberarla dalla colpa originaria e dall’eterna morte, infondendo nuove speranze, in virtù del suo sacrificio, per mezzo del quale avrebbe placato l’ostinata ira del Padre celeste. Gesù era il nuovo albero della vita eterna, i frutti del quale non erano proibiti, potendo essere gustati alla sua mensa eucaristica, datrice d’immortalità. I racconti favolosi contenuti nel libro biblico “Genesi” s’intrecciano e ricalcano miti letterari dell’antichità, come quello di Pandora e Prometeo, come quelli cosmogonici dell’origine, come quelli degli alberi sacri, come quelli collegati alla “hybris” dell’uomo, allorquando si ribella all’ordine costituito dagli dei.

Per liberarsi dalla colpa originale, l’umanità deve pentirsi dei peccati commessi e convertirsi alla fede del Cristo Gesù. Deve inoltre osservare i precetti dettati dalla Chiesa e permanere vigile nell’attesa della parusia, cioè dell’improvvisa e imprevedibile ricomparsa di Cristo sulla terra. Gesù stesso avvertì in proposito i discepoli (Lc 12, 35 seg.). Li esortò a stare all’erta, ad essere guardinghi in tutte le ore, per non cadere in tentazioni. Egli, infatti, sarebbe arrivato “ex abrupto”, come un ladro, rubando la vita ai superstiti e risuscitando i morti per sottoporre gli uni e gli altri al giudizio universale. Il divino giustiziere nell’ora fatale non avrà misericordia. Egli, mediante processo sommario, senza patrocinio, fustigherà i cattivi ed encomierà i buoni. Uomo avvertito (di stare all’erta, perseverando nell’attesa, come un servo fedele che attende l’arrivo del padrone o come un padrone che vigila, temendo l’arrivo del ladro), mezzo salvato (di ciò non v’è certezza, almeno fino al giorno del “dies irae”). Guai a chi sarà preso in castagna! Guai per noi tutti, quando i rintocchi funebri dell’era escatologica suoneranno, martellandoci la coscienza! Chiunque fosse stato allora capace di interpretare i fenomeni atmosferici e fare previsioni, avrebbe anche potuto leggere i segni dei tempi (Lc 12, 54 – 13, 5). Occorreva perciò darsi una mossa per regolare subito i conti con Dio, in conformità al credo del Figlio Unigenito, Verbo di Dio. Non si doveva abusare della sua pazienza, rimandando al domani il pentimento. Chi aveva debiti con Dio, li avrebbe scontati nella prigione celeste fino all’ultimo spicciolo. Chi aveva molto ricevuto, avrebbe dovuto maggiormente rendere conto nell’aldilà del suo comportamento (Lc 12, 41-48).

Vollero un giorno i discepoli conoscere i segni del suo ritorno in terra e quelli della fine del mondo, ed anche il tempo in cui tutto ciò sarebbe accaduto (Mt 24, 1 seg, Mc 13, 1 seg, Lc 17, 20 seg). I segni premonitori, parola di Gesù, sarebbero stati tanti e tutti nefasti. Falsi messia - a suo malauguroso dire - verranno a usurpare il titolo biblico, che spetta solo all’autentico Cristo, traendo molti in inganno. Insorgeranno popolo contro popolo, regno contro regno e gli uomini se la daranno di santa ragione. Carestie, pestilenze e terremoti compariranno in diversi luoghi. L’umanità sarà afflitta da inondazioni, alluvioni, franamenti, dissesti idrogeologici, sfruttamenti, angherie, imperialismi, colonialismi, schiavismi, genocidi e…scusate s’è poco! Che il cielo ci scampi e liberi da questi catastrofismi! Gli apostoli, però, non dovevano turbarsi più di tanto alla comparsa dei segni premonitori. Si trattava, del resto, solo dell’inizio delle sofferenze, nefasto anticipo della fine dei tempi (vi pare poco?). La sorte, che sarebbe toccata loro, egli la prevedeva nera: sarebbero stati odiati da tutte le genti a causa del suo nome e consegnati alle autorità per essere suppliziati e uccisi. Molti suoi fedeli soccomberanno in quei frangenti, tradendosi a vicenda e odiandosi. Pseudo-profeti sorgeranno e trarranno in inganno molti cristiani. L’iniquità dilagherà e la carità si raffredderà. Soltanto chi avrà i nervi saldi e una fede incrollabile si salverà nel Regno di Dio. Quando avverrà l’ingente, funesta catastrofe della fine del mondo? Accadrà quanto prima, ma non antecedentemente alla predicazione in tutta l’ecumene del Vangelo, protettivo talismano contro le malefiche prospettive del malauguroso Gesù. Duemila anni sono già trascorsi dalla fatale previsione del Cristo. Sino agli estremi confini del mondo sono giunti i missionari a predicare l’amara “buona novella”, abilmente adornata con parabole e leggendari episodi miracolistici. A detta di Paolo (Rm 10, 17-18), in verità, l’annuncio del Vangelo fu udito in tutta la terra già ai suoi tempi. La cristianità, però, è ancora in stato di “suspense”, in trepidante attesa della parusia e dell’immane, universale catastrofe. Tuttavia, continuano le sofferenze a tormentarci e i cataclismi naturali ad affliggerci la vita. Non cessano di comparire sulla scena del mondo i tanti sciagurati profeti di sventure. Tra alti e bassi prosegue inarrestabile il cammino dell’umanità. La gente non se ne sta con le mani in mano e con il naso all’insù, scrutando invano, tra le nubi, i sogni di gloria del divo Gesù, che vuole di nuovo venire sulla terra a tormentarci, seguito dalla truppa angelica, armata di tutto punto, rastrellando gli eletti a suon di trombone (Mt 24, 30-31), castigando gli altri nei tormenti dell’inferno. I non predestinati al suo regno, separati dall'eletta schiatta dei cristiani, saranno irrimediabilmente giustiziati. Chi, nell’ora fatale, soccorrerà i non eletti? Saranno i valorosi, indomiti eroi redivivi che li proteggeranno dall’ira di un menagramo figlio di un bellicoso Padre, che apparentemente annuncia la pace, ma, in concreto, porta scompiglio (Mt 10, 34)? Chi mai potrà dare tregua alle umane tribolazioni? Chi potrà soccorrere l’uomo se non il suo simile (“homo homini deus”)? Quando l’umanità comprenderà quanto sia sconveniente e nocivo essere nemico dei propri consimili (“homo homini lupus”)? Forse, quando gli uomini sapranno educarsi a perseguire valori comuni di convivenza, non sarà più necessario avere obblighi verso dettami sanciti da illusorie divinità nella notte dei tempi e perpetrati dalla cupida schiatta dei loro accoliti. Allora sarà sufficiente aver riguardo per l’infelice (“res sacra miser”). La spada di Cristo, intanto, continua a infierire contro i naturali sentimenti e apporta sofferenze nei singoli individui e nelle loro famiglie. Per meritarsi il suo affetto, occorre portare gioiosamente (!) il peso della croce. Questo è veramente assurdo, giacché oltrepassa la razionalità umana, che rifugge dagli eccessi, prediligendo la moderazione (“est modus in rebus”). Lo scardinamento dei rapporti famigliari sarebbe un segno premonitore della fine dei tempi, secondo la credenza degli evangelisti Marco (13, 12) e Luca (21, 16). Meglio non curarsi di costoro e degli altri predicatori di assurde verità, guardando ogni cosa con l’acume dell’intelligenza e lo spirito critico del libero pensiero. Arduo è il cammino per l’ispida strada lastricata di tolleranza, pluralismo, confronto, ricerca di valori condivisibili. Non fermiamoci ogni volta che un cane abbaia sacre verità, esortando ad arruolarci nella milizia di un cristo (della cui esistenza si dubita) morto, sepolto e mai risorto, abbandonando ogni cosa per seguirlo: i beni della terra, l’affetto dei propri cari, il gusto per la vita. Non riduciamoci in povertà per abbracciare le sofferenze della croce per amore di un dio permaloso, che castiga l’umanità per una presunta offesa commessa “ab ovo” dai nostri primi avi. Questo dio iracondo, figlio di un bellicoso padre, è venuto a sconvolgerci la vita, già inguaiata di guai. La pace che annuncia alla nascita del figlio divino è quella della rassegnazione alla croce, togliendoci il gusto della vita reale con l’illusione di un’altra nell’aldilà. La pace di Cristo non è come quella che dà il mondo, dopo aver perpetrato la violenza (Gv 14, 27). I suoi seguaci più pertinaci, in verità, vivendo contro natura, contro se stessi e i propri sentimenti, hanno praticato in concreto la violenza. Ogni violenza, com'è noto, richiama altra violenza. La storia della Chiesa è lastricata col sangue, non solo dei suoi pochi martiri, ma soprattutto con quello di tanti innocenti che essa ha inesorabilmente perseguitato per non essersi conformati alle sue imposizioni.



Lucio Apulo Daunio





MILITANZA MISSIONARIA

               

            Gli apostoli, che Gesù inviava in missione (Mc 6, 7-13), andavano appaiati, taciti, soli, senza compagnia, l’uno dinanzi e l’altro dietro (simili a fraticelli che s’incontrano per via). Non portavano appresso né pane per sfamarsi, né bisaccia per elemosinare, né pecunia nella cintura e nemmeno una doppia tunica per coprirsi, ma solo un bastone e un paio di sandali per equipaggiamento (nemmeno questi erano indispensabili, secondo l’austero autore del vangelo matteano). Per il loro sostentamento, parola di Gesù, avevano sacrosanto diritto a essere ricompensati dalla generosità di chi avrebbe beneficiato dei beni spirituali da loro elargiti a piene mani. Nel caso in cui qualche sprovveduto non apprezzava i sacri doni, le sante apostoliche persone si allontanavano da quel luogo impuro, scotendosi la polvere dai piedi. Durante un viaggio di Gesù verso Gerusalemme (Lc 9, 51-56), gli apostoli Giacomo e Giovanni, inviati innanzi a tutti per cercare ospitalità presso un villaggio di samaritani, non essendo stati accolti, chiesero a Gesù se dovessero maledire l’inospite villaggio, invocando il fuoco dal cielo per distruggerlo (estremismo apostolico!). L’autore del vangelo marciano attesta che i “dodici” partirono per la militanza missionaria, operando conversioni, scacciando satanassi e oliando infermi (che, in virtù della santa unzione, immantinente guarivano). Anche l’autore del vangelo lucano attesta che gli apostoli erano dotati di poteri straordinari (Lc 9, 1-6). Dei prodigi da loro compiuti, e di quelli attribuiti a Gesù, la storia profana non ne serba alcun ricordo.

Disumane erano le condizioni prospettate dal Cristo Gesù per seguirlo verso l’erta via verso il regno dei cieli (Lc 9, 23-27, Mt 16, 24-28, Mc 8, 34 seg.). Chi abbracciava la novella fede, doveva rinnegare se stesso e incamminarsi lungo la “via crucis”. Chi rinnegava Cristo, illudendosi di salvare la propria vita su questa terra, si sarebbe dannato per sempre nell’aldilà. Non c’era dunque alcun vantaggio nel guadagnare il mondo intero per poi rovinarsi per l’eternità (forse è più utile il contrario, cioè preoccuparsi per la giustizia e il benessere in questo mondo, piuttosto che per la propria salvezza in un ipotetico aldilà). Guai a coloro che si vergognavano d’essere suoi seguaci! L'offesa alla sua sacra persona l’avrebbe fatta pagare a caro prezzo, appena fosse ritornato nella gloria celeste. Lassù, accanto a Dio Padre, circondato da angeli serventi, i felloni sarebbero stati strapazzati. Ai seguaci fedeli, invece, promise che avrebbero visto il suo regno sulla terra prima che morissero (evidentemente, Gesù prese un abbaglio). Vero discepolo era non solo chi rinunciava alla propria vita, ma anche chi odiava i suoi cari (Lc 14, 25-33). Non poteva il buon Dio-Padre risparmiare ai seguaci dell’Unigenito figliolo queste disumane, penose, indefettibili condizioni per seguirlo sulla via della sofferenza meritoria? Condizioni alle quali, una volta accettate, devono essere perseguite, anche a costo di rimetterci la vita. Non sarebbe meglio lasciare l’umana gente godere in pace la poca felicità che la vita offre? Lasciarla vivere la breve, singolare esistenza, senza che domineddio imponga grazie e disgrazie? Da incoscienti è invocare divinità deputate a tormentarci la vita, già gravida di sofferenze e calvari. Altresì vano è illudersi nella speranza di una rinascita, dopo il fatale abbraccio con sorella morte. L’umanità farebbe volentieri a meno di taluni che si accaniscono a esasperare il prossimo, fino al parossismo, per convertirli ad abbracciare la croce di Cristo, come palliativo per alleviare le sofferenze, illudendosi di meritare paradisiache beatitudini nell’altro mondo. Costoro, ingannevoli predicatori, prospettano estatiche visioni in un favoloso regno di cuccagna, dove si potrà godere l’ambito premio per le tribolazioni patite “in nomine Domini”. Oh, buon dio, lascia a chi non crede nella chimera del tuo regno celeste, la pace dell’eterno riposo! Sia questo il premio concesso per la dura, singolare esistenza umana! Tutti eguaglia la morte nel sonno senza tempo. Solo i santi, aureolati eroi cristiani, circonfusi dallo splendore della gloria, non saranno confusi con la folla dei miseri mortali. Solo costoro oltrepasseranno le sette celesti sfere, che dividono il luogo di ciò che muore dal mitico regno dei Superi eterni. Sia loro concesso credere nella vita eterna! Vivere l’unicità d’una fugace esistenza nel mondo agli altri!

Non solo Gesù insegnò agli apostoli, prima di inviarli alla militanza missionaria, come diventare virtuosi del prodigio, ma provvide altresì a metterli in guardia da incombenti pericoli. Poteva esser loro fatale l’assidua attività volta alla conversione dei giudei al nuovo credo (Mt 10, 16 seg.). Gesù, infatti, li mandava come pecore in mezzo ai lupi (nonostante i poteri straordinari che aveva loro concesso?); perciò, raccomandò loro d’essere guardinghi, prudenti come serpenti, semplici come colombe. Tuttavia, il loro accorto comportamento non li avrebbe protetti dalla persecuzione di persone malvagie. Sarebbero stati consegnati ai sinedri, flagellati nelle sinagoghe, trascinati davanti alle pubbliche autorità per causa sua. Nonostante questi foschi chiari di luna, che si prospettavano all’orizzonte, dovevano tener duro, non rendere pan per focaccia, ma dare testimonianza del Vangelo, tenacemente e pacatamente, senza preclusioni. Non dovevano preoccuparsi di cosa dire, quando finivano tra le grinfie dei persecutori e fossero consegnati agli amministratori della giustizia, perché in loro vece avrebbe parlato il divino eloquente boccadoro: lo Spirito Santo, terzo dio. A farla breve, i dodici questuanti apostoli, aizzati dal loro capo, contestatore del formalismo e del legalismo farisaico, avrebbero dovuto, in verità, sobillare gli animi, scatenando un nuovo putiferio in quella strabenedetta terra in sempiterna agitazione, a causa di una promessa terriera del loro esclusivo dio Jahvè. Il “sessantottismo” cristiano si sarebbe abbattuto sulle famiglie, sconvolgendole. Il fratello avrebbe consegnato a morte il fratello; il padre, il figlio. I figli pure sarebbero insorti contro i genitori, facendoli morire di crepacuore. In questo scompiglio, provocato dall’adesione al Vangelo, l’odio per gli apostoli sarebbe stato inevitabile. Imitando il loro Maestro, a sua volta accusato d’essere principe dei demoni, anche per loro sarebbe stata inevitabile la persecuzione. In ogni modo, per scampare al linciaggio, Gesù raccomandò di darsela a gambe e rifugiarsi altrove, evitando l’eroismo del martirio, prima che giungesse l’ora fatale. Era preferibile, infatti, salvare vigliaccamente la pelle e continuare così a far proseliti, predicando l’eletta ideologia evangelica. Gesù promise loro, tanto per incoraggiarli, che non avrebbero terminato di peregrinare per le città d’Israele, perché sarebbe di nuovo arrivato lui, come un “deus ex machina” di teatrale memoria, ad accomodare ogni cosa, ponendo fine alle persecuzioni (ancora un altro divino abbaglio).

Dopo gli avvertimenti per sfuggire alle insidie dei malvagi e dei persecutori, Gesù esortò gli apostoli affinché non temessero di proclamare pubblicamente il Vangelo nel chiarore del giorno, non nelle tenebre della notte (Mt 10,26 seg.). La morte non doveva spaventarli, perché ciò che moriva era il corpo, non l’anima. Soltanto il padreterno essi dovevano temere, perché a lui apparteneva il potere di far perire nell’inferno anima e corpo (ma non doveva essere Gesù il giudice supremo dei vivi e dei morti?). In verità, non c’è chi non tema la morte; persino Gesù n’ebbe timore all’approssimarsi dei suoi aguzzini. Egli, infatti, pregò vivamente Dio-Padre affinché allontanasse da lui il calice amaro della passione (Mc 14, 36). La sua carne era dunque debole come quella di un uomo qualunque?  L’Altissimo, però, non esaudì la sua prece. In ogni modo, il peggio che poteva capitare agli apostoli, non sarebbe accaduto senza il consenso del padreterno. Se nessun passero perisce che Dio non voglia, se persino i capelli d’ogni uomo sono numerati (per buona pace dei calvi), figuriamoci se il buon Dio poteva trascurare la cura dei suoi amati discepoli (anche Giuda amava?). “Macte animo”, apostoli, fugate ogni timore! Annunciate nel chiarore della luce e dall’alto dei tetti il Vangelo tenebroso che Gesù vi ha svelato in un orecchio! A voi in segreto ha rivelato l’arcano del Vangelo, invece alle folle, che accorrevano (figuriamoci!) ad ascoltarlo nella luce del giorno, ha raccontato storielle sul mistero del regno dei cieli, parabole con cui intrattenerle nell’attesa di compiere qualche miracolo. E quando s’attardava a predicare, consentiva loro di sfamarsi con miracolose pappatorie a base di pane e pesce. Cosa c’era di tanto misterioso, che le folle non dovevano apprendere e che solo agli apostoli sussurrava in un orecchio? Non dovrebbe la verità essere annunciata con chiare parole e fattivamente comprovata, finanche salendo sull’alto dei tetti in modo che tutti possano ascoltarla? La mente umana non può districare i celesti misteri di Gesù e quelli terrestri della sua intricante Chiesa.

Guai a quel discepolo che si sarebbe vergognato di Cristo, rinnegandolo davanti agli uomini! Allorquando arriverà la sua ora, l’ultima, e salirà nella gloria dei cieli, Cristo (non più modesto falegname terrestre, bensì trismegisto sovrano dell’armata celeste) rinnegherà a sua volta il discepolo davanti al Padre. Giuda Iscariota, che lo tradì vendendolo per quattro soldi ai capi giudei, pose fine ai suoi giorni impiccandosi (secondo una leggenda). Pietro, invece, che era la roccia con cui avrebbe sigillato le porte degli Inferi, affinché non prevalessero contro la sua Chiesa, pur rinnegandolo tre volte, fu assolto. Proprio due suoi apostoli lo tradirono e lo rinnegarono. Noi, che non l’abbiamo conosciuto e che non crediamo in ciò che si racconta di lui, né lo rinneghiamo né lo tradiamo, preferendo tacere su ciò che ignoriamo e di cui non possiamo oggettivamente accertare, salvo criticare ciò che di lui si favoleggia e che all’umana ragione appare una proluvie di non sensi.

Oltre i dodici scelti apostoli, essendo molte le anime da convertire, Gesù designò altri settantadue discepoli alla militanza missionaria (Lc 10, 1 seg.). Li mandò appaiati, in avanscoperta, vestiti in fogge rigorosamente cappuccinesche, a predicare la “buona novella”. Che siano stati settantadue o settanta, secondo le fonti, poco importa: siamo di fronte al solito uso strumentale dei numeri per correlare il Vangelo alle antiche Scritture. Qual è il valore simbolico di questo numero? Dalla tradizione giudaica (Gn 10, 1-32) apprendiamo che le nazioni, sparse nel mondo, discendenti dai tre figli di Noè, sono settantadue (secondo altre fonti sono settanta). Ad ogni modo, a quel gran numero di missionari, Gesù impartì istruzioni, prescrizioni, avvertimenti, incoraggiamenti. Li esortò altresì a pregare Dio-Padre, affinché mandasse altri operai evangelici a mietere le anime mature per il paradiso. A differenza degli apostoli, che avevano ricevuto l’incarico di predicare durante il tragitto (Mt 10,7), questi nuovi “inviati” non dovevano salutare nessuno durante il cammino, allo scopo di evitare perdite di tempo con occasionali passanti (Lc 10, 4). Il tempo, com’è noto, è prezioso; quello di Dio poi è inestimabile. Soltanto dove trovavano accoglienza, i missionari potevano porgere la mano, ossia donare il loro saluto di pace. In quelle case potevano restare a mangiare e bere come ricompensa per i loro sacri servigi. In caso d’inospitalità, Gesù li consigliò di mettere in atto la solita messinscena del gesto plateale: lo scuotimento dei piedi sulla pubblica piazza per nettarli dalla polvere dei luoghi inospitali. Dovevano inoltre spaventare quegli improvvidi cittadini, che non volevano avere a che fare con loro, dell’ineludibile durezza del castigo in cui sarebbero incorsi con l’imminente arrivo del catastrofico avvento del Regno di Dio (malaugurosi corvi!). A queste condizioni, Signore Iddio, Essere sublime, come si può respingere l’interessato amore che nutri per delle misere creature? Nella mente di Gesù, intanto, si accavallarono foschi pensieri, che la sua bocca riversò in tonanti sproloqui profetici ai danni degli impenitenti e increduli compatrioti. Egli tuonò contro la buassaggine di chi rifiutava di condividere il suo Vangelo, la tanta decantata “buona novella”, per espiare i suoi peccati e la colpa commessa in tempi biblici dai nostri primi avi. Gli ebrei, insomma, non avrebbero dovuto continuare a seguire le loro avite tradizioni, le leggi scritte col dito di Jahvè e gelosamente custodite da tempi remoti. Dovevano invece convertirsi alle modifiche apportate da un sedicente Cristo, esaltato dai suoi fedeli come Figlio di Dio e profeta della “buona novella”, che obbligava tutti a fare una drastica scelta: abbracciare il credo cristiano o perdersi nella sempiterna sofferenza degli Inferi. La sua triste, malaugurosa novella appariva empia, inopportuna, incomprensibile, incompatibile con la Legge mosaica. Propalando le novelle verità di fede, intercalate da improperi, minacce, anatemi e sciagurate profezie ai danni del popolo eletto, Gesù si rese inviso e fu manifestamente disprezzato e osteggiato. I gentili, in fede sua, a differenza dei suoi compatrioti, lo avrebbero accolto a braccia aperte, rivestendosi col saio dei penitenti e cospargendosi il capo con la cenere. Che andasse pure a rompere le scatole altrove, se proprio ci teneva a sciorinare ai pagani le sue eretiche verità ed a sfoggiare i suoi pretesi miracoli! I laboriosi giudei, nelle loro faccende affaccendati, non volevano essere distolti dalle avite tradizioni, perciò non aspettavano che l’occasione propizia per toglierselo definitivamente dai piedi. Lui, però, manco per carità di dio la smetteva di scagliare la sua acredine contro l’accidia dei connazionali, che non volevano saperne di conformarsi al suo credo e alle sue acide acribìe dottrinarie. Per un nonnulla s’incocciava, adirandosi e invocando la mano pesante del suo accigliato Padre. Minacciò persino gli abitanti di Cafarnao, che lo accolsero dopo la sua fuga da Nazareth, di precipitarli addirittura nell’abisso dell’inferno, perché responsabili, a suo dire, di un’imperdonabile colpa. Se gli abitanti di Cafarnao non approvarono la suadente parola di Gesù e quella dei suoi apostoli, non per questo furono intolleranti o si rivoltarono contro di lui. Perché dunque castigarli, come fece l’implacabile Zeus nei confronti dei Titani, che furono precipitati nel profondo Tartaro per aver osato opporsi alla sua tirannia? In verità, tanto dell’orrido e triste inferno quanto del noioso paradiso dell’altro mondo, i dotti giudei si mostrarono scettici. Piuttosto che accorrere numerosi da lui, preferirono non incappare nelle sue scoccianti prediche in odore di eresia. Dopotutto, di benedizioni e maledizioni i loro sacri testi ne erano stracolmi, e quelle potevano bastare, senza aggiungerne altre.

Accogliere gli apostoli e i discepoli, parola di Gesù, era lo stesso che accogliere lui (Mt 10, 40): il che significava aderire al suo verbo e accettarlo come parola di Dio. Chi si rifiutava di ricevere i suoi messi o non teneva in nessun conto il loro messaggio, era come se disprezzasse non solo lui, il Cristo, Figlio di Dio, ma anche suo Padre, che lo aveva mandato a militare nel mondo “pro domo sua” (Lc 10, 16). Siamo alle solite: o mi apprezzi o mi disprezzi; se però mi disprezzi, oltre a me disprezzi anche chi sta sopra di me. Si può anche non credere al Vangelo, ma le conseguenze sono letali. Si è liberi di scegliere, ma solo tra due possibilità, che danno un unico risultato, quello di soccombere, friggendo nel conformismo di un credo o avvampando sulla brace dei reietti. L’eloquio evangelico, insidioso e minaccioso, mette addosso ai credenti una paura del diavolo, insinuandosi nel profondo dell’animo, terrificandoli.  Prepotenti e fanatici seguaci di un’ignobile fede hanno spadroneggiato nel mondo, improntandolo a loro immagine e somiglianza, per nulla tolleranti e rispettosi delle convinzioni altrui. Si poteva essere tolleranti con l’intemperanza di Gesù e con la protervia dei suoi seguaci? La pazienza, per quanto santa, ha pur sempre un limite, oltre il quale si diventa intolleranti verso chi non è tollerante. Gesù, prima, e i “suoi”, dopo, pagarono cara la loro intolleranza, quando questa urtò quella altrui.

Ritornando gongolanti dalla loro missione, i discepoli riferivano a Gesù i prodigi effettuati in suo nome, stupefatti come quei dannati satanassi obbedivano ai loro esorcismi (Lc 10, 17). Esaltandosi per i loro racconti, Gesù li incalzava, dicendo loro di vedere Satana precipitare dal cielo come un fulmine (povero diavolo!). Come avrebbe potuto vederlo precipitare dall’alto, essendo già scaraventato nel profondo abisso per volontà del Padre? Satana, insomma, dimora in cielo, nell’immenso infimo baratro o è onnipresente in ogni luogo come il padreterno? Gesù, intanto, sempre più si accalorava, vantandosi del suo potere. Sosteneva d’essere in grado di calpestare ogni malefica potenza, compresa quella di scorpioni e serpenti (povere bestie!). Quanto ai serpenti, questi erano denigrati o apprezzati secondo la supposta malvagità o prudenza della loro natura. Quanto ai discepoli, questi, avendo ricevuto il potere di annientare ogni potenza nemica, erano rassicurati dalla promessa che nessuno avrebbe potuto far loro del male (poveri illusi!). Non di questo potere, però, dovevano i discepoli rallegrarsi, ma del fatto che i loro nomi erano stati scritti nel libro della vita eterna, custodito nei cieli. Questo libro li garantiva dalla condanna al precipizio nello stagno di fuoco (Ap 21, 14-15). Non si sa se anche Giuda, il traditore, sia stato scritto nel libro della vita e poi cancellato.  Fatto sta che proprio in virtù di quel libro gli apostoli potevano scampare all’incombente pericolo del mondo e non smarrirsi nella “selva oscura”, che non lascia giammai persona viva. Dopo l’esaltazione e i rimbrotti, Gesù trasalì di gioia, in preda dell’euforia, rapito dallo Spirito Santo. Questo terzo dio giovialone gli suggerì di lodare e ringraziare il Padre per aver tenuto nascosto gli oscuri misteri divini agli uomini dotti della terra, rivelandoli invece ai piccoli, ossia ai suoi ignoranti e creduloni beniamini, a lui cari. Sono questi ultimi i nuovi eletti del dio cristiano, cui ha donato la comprensione della rivelazione dei misteri del celeste impero. Beato chi può capire quello che profeti, re e sapienti non poterono, pur desiderandolo! Solamente ai piccoli (di comprendonio?) è riservato l’ingresso nel suo regno e la salvezza dalla morte. Alleluia! Per gli altri, che invano canteranno il “Miserere” nell’ora fatale, non ci sarà altro canto che il “De profundis”.


Lucio Apulo Daunio




lunedì 1 agosto 2011


I DODICI APOSTOLI


                
         Gesù scelse i suoi primi discepoli, i pescatori d’uomini, all’inizio del suo ministero pubblico, dopo aver lasciato Giovanni Battista, di cui fu probabilmente suo seguace. Più tardi, quando la sua fama si diffuse e il numero dei discepoli si accrebbe, egli nominò dodici “apostoli” per la militanza missionaria, novelli caporioni delle dodici mitiche tribù d’Israele, inviandoli per le contrade della terra abitata dagli ebrei a predicare la “buona novella” (il credo cristiano) e a scacciare i demoni (cioè a guarire gli infermi). Li scelse dopo aver trascorso la notte in bianco, pregando il Padre su una montagna nei dintorni del lago di Galilea (Lc 6, 12-16, Mc 3, 13-19, Mt 10, 1-4). La notte, infatti, porta consiglio. Lo Spirito Santo gli suggerì di non arruolare le donne nel manipolo apostolico. Anche Mosè, come Gesù, si ritirò sul monte Sinai per ascoltare i consigli di Jahvè, che gli incise su tavole la Legge da imporre, volente o nolente, ai rozzi nomadi ebrei, da Lui eletti a suo popolo (Es 19, 3 e 24, 1 seg; 34, 2 seg).

L’evangelista Luca (Lc 6, 12-16) indica i seguenti nomi degli apostoli:

- Simone, detto Pietro, e suo fratello Andrea (Andreas è nome greco, non certamente consueto per un ebreo; inoltre, era discepolo di Giovanni Battista, cfr. Gv 1, 35 seg).

- Giacomo (detto il Maggiore, per distinguerlo dall’apostolo omonimo, detto il Minore) e suo fratello Giovanni (verosimilmente, erano combattenti zeloti, giacché soprannominati “figli del tuono” o “del tumulto” o “dell’ira”, ma il loro padre non era Giove tonante, bensì un tale Zebedeo). Giacomo fu ucciso di spada su ordine di Erode Agrippa. L’autore degli Atti (At 12, 1-2), che ne riporta la notizia, non ne indica la motivazione.

- Filippo (di Betsaida, secondo l’evangelista Giovanni) e Bar-tolomeo (cioè, figlio di Tolomeo?).

- Matteo (che si è voluto identificarlo con il pubblicano Levi) e Tommaso (chiamato Didimo o Gemello; cfr. Gv 20, 24).

- Giacomo, detto il Minore, figlio d’Alfeo (un altro Giacomo, detto il Giusto, indicato come figlio di Maria e fratello di Gesù, svolse un ruolo preminente nella Chiesa di Gerusalemme), e Simone, lo Zelota, che gli evangelisti Marco e Matteo denominano “il Cananeo”, (soprannomi che indicano l’appartenenza alla setta dei nazionalisti giudei, avversari dei romani, e da loro chiamati sicari, cioè briganti, fautori della resistenza armata contro gli invasori).

- Giuda, figlio (secondo Luca) o fratello di Giacomo (secondo l’autore della Lettera omonima). Non sappiamo se questo Giacomo sia il Maggiore o il Minore o il fratello di Gesù, detto il Giusto. Gli evangelisti Marco e Matteo non indicano Giuda ma Taddeo (forse è un soprannome, in quanto Taddeo significa magnanimo). In un altro codice è chiamato Lebbeo (che significa coraggioso), anziché Taddeo. 

- Giuda detto Iscariota (si discute se derivi dal nome di un omonimo villaggio della Giudea da cui proveniva, o nasconda il significato di zelota o sicario).

Alcuni studiosi ipotizzano che gli apostoli fossero una setta di zeloti originari della Galilea (ad eccezione di Giuda iscariota, unico giudeo). Lo deducono dai loro soprannomi, dai libri apocrifi e dalle opere storiche di Giuseppe Flavio. Si sospetta che gli evangelisti abbiano voluto mascherare la violenza politica della setta dei patrioti facenti capo a Gesù, sostituendola con la comunità messianica dei nazareni, non più combattiva, e innalzando Gesù a Salvatore universale e, addirittura, a Verbo (Logos) divino. I nazareni sono generalmente raffigurati come persone pacifiche, predicatori di fratellanza e amore. In verità, la figura di Gesù, come appare descritta nei Vangeli, presenta analogie con la setta degli esseni (una delle tre principali correnti filosofico-religiose degli ebrei). L’interpretazione paolina di Gesù sarà poi quella che prevarrà sulle altre e soppianterà quella originaria dei giudeo-cristiani di Gerusalemme, guidati da Giacomo, fratello di Gesù. Gesù, dunque, accoglie nelle sue file discepoli zeloti, fautori della libertà politica della nazione. Spiega lo scopo della sua missione: compiere tragici eventi. Egli è venuto sulla terra a portare il fuoco (Lc 12, 49) e la spada (Mt 10, 34), non la pace. L’apostolo Giacomo e suo fratello Giovanni, infatti, volevano distruggere un villaggio con il fuoco, perché gli abitanti si erano rifiutati di accoglierli (Lc 9, 54). Nella parabola delle mine, l’evangelista (Lc 19, 27) esprime un tremendo giudizio contro tutti quelli che rifiutano Gesù. Prima di recarsi sul Monte degli Ulivi, Gesù ordina alla brigata apostolica di armarsi (Lc 22, 36-38). Durante il suo arresto, i discepoli sfoderarono le spade per approntare una resistenza. Uno di loro colpì il servo del sommo sacerdote (Lc 22, 49-51; Mt 26, 51; Mc 14, 47; Gv 18, 10). Due fedeli, sospettati di frode per non aver donato alla comunità l’intero ricavo conseguito da una vendita, subirono la morte (At 5). Giuseppe Flavio descrive nella Guerra Giudaica i tumulti verificatisi in Giudea al tempo di Gesù (sia quello causato dall’esposizione dell’effigie di Cesare a Gerusalemme sia quelli causati da Pilato in seguito alla sottrazione dal Tempio del tesoro sacro per impieghi civili). Il testo russo antico della Guerra Giudaica (Testimonium Slavorum) racconta che si aggregarono a Gesù 150 seguaci e una quantità di gente del popolo, che lo esortavano a entrare in Gerusalemme per sterminare i romani e regnare su di loro. I capi dei giudei, temendo che le aspettative politiche createsi intorno alla figura carismatica di Gesù sfociassero in una rivolta antiromana, reagirono, denunciandolo a Pilato, che inviò una spedizione punitiva.

Ritornando alla chiamata degli apostoli della prim’ora, nella dozzina indicata nei Vangeli secondo Marco e Matteo, non compare il nome di Giuda di Giacomo, ma quello di Taddeo (che significa coraggioso) e, in altre versioni, quello di Lebbeo. Si ritiene, da taluni studiosi, che siano soprannomi di Giuda di Giacomo. Nel Vangelo secondo Matteo si racconta la vocazione dell’apostolo omonimo, designandolo con l’appellativo di pubblicano. Gli evangelisti Marco e Luca narrano il medesimo episodio, denominando il pubblicano con il nome di Levi, figlio d’Alfeo (secondo Marco). Se il nome di Levi e quello di Matteo indicano la stessa persona, perché gli autori dei Vangeli non lo hanno specificato, come hanno fatto con Simon Pietro? Sia Levi sia Giacomo il Minore sono indicati come figli d’Alfeo. Alfeo è lo stesso padre dei due apostoli o questi hanno due padri diversi con lo stesso nome? Non è dato saperlo. L’evangelista Giovanni, pur accennando all’eletta dozzina (6, 70-71; 20, 24), prudentemente non s’impantana nella loro identificazione. Si limita a nominarne alcuni: come Tommaso, soprannominato “Didimo”, cioè “Gemello”, o come Natanaele, sconosciuto dagli altri evangelisti, o come Giuda, figlio di Simone Iscariota, o come un non ben identificato discepolo che Gesù amava. In seguito, anche altri discepoli, come Paolo e Barnaba, furono chiamati apostoli, perché “inviati” in missione tra i “gentili” (cfr At 14, 4.14). Discordanti e incerte sono dunque le generalità degli apostoli, che invece avrebbero dovuto essere arcinoti. Lo Spirito Santo, che, secondo la Chiesa, non può errare né avere l’intenzione d’ingannare, allorquando ispirò i redattori dei sacri testi, non diede particolare importanza agli aspetti secondari della vicenda di Cristo e dei suoi seguaci. Del resto, non sono i nomi degli apostoli che possono dare sostegno all’assoluta e sacrosanta verità della fede evangelica. L’onestà intellettuale, allora come ora, vorrebbe che si parli con franchezza e coerenza, non offuscando la verità dei fatti, aborrendo fantasiose invenzioni, evitando interpretazioni allegoriche e tipologiche per avvalorare o prefigurare inesistenti verità, restando invece con i piedi per terra e con la mente libera da pregiudizi e sacri indottrinamenti. Certo è che l’elezione degli apostoli non ebbe carattere democratico. La scelta autoritaria conferì loro un’investitura di diritto divino, che trasmisero nella successione apostolica a tutti gli eminenti pastori della gerarchia ecclesiastica, il più autorevole dei quali si è autoproclamato infallibile, abbagliando il mondo con la luce dei dogmi, che desume da una (presunta) ispirazioni divina.

Gesù, pur essendo un rabbi preclaro e, secondo la dottrina della Chiesa, Dio onnisciente e presciente, chiamò a far parte dei suoi fedelissimi anche chi era destinato a tradirlo: Giuda Iscariota. Tra i tanti discepoli che lo seguivano, perché scelse proprio un rinnegato? Non presagiva di che pasta egli era fatto e quale danno ne sarebbe derivato? Il fatalismo di Gesù è un mistero inesplicabile. Fatto sta che di quella “dozzina” faceva parte anche un fedifrago. Tanti ne scelse quante erano le tribù d’Israele, volendo con ciò significare, secondo l’esegesi teologica, che i dodici apostoli avrebbero dovuto costituire le colonne del nuovo popolo di Dio, in sostituzione delle tribù discendenti dai dodici patriarchi ebrei, figli di Giacobbe, cui Jahvè nomò Israele. Gesù sarà dal nascente cristianesimo raffigurato come novello Helios, il dio Sole Invitto, che transita attraverso i dodici segni dello zodiaco (simbolo degli apostoli), donando la luce a ogni mese dell’anno. Il “dodici” è un numero rappresentativo e ricorrente nella mitologia greca e in quella ebraica, come le dodici fatiche del semidio redentore Ercole o come le dodici coppie di buoi, che Eliseo abbandonò per seguire e servire il profeta Elia. Dodici erano anche le massime divinità romane e quelle olimpiche della religione greca (le divinità minori pagane saranno sostituite dai santi dell’olimpo politeistico cristiano). Come il dio sole, anche il Cristo si farà nascere nel solstizio d’inverno e sarà adorato la domenica. La cerchia dei Dodici fedelissimi (ma non troppo) vivrà assieme a lui, indottrinata e ammaestrata alla propaganda fides e alla pratica dell’esorcismo e del miracolismo. Compito principale degli apostoli consisteva nell’annunciare al popolo la “buona novella” del Cristo Gesù, allo scopo di far proseliti per il Regno di Dio. A loro Gesù concesse il potere di scacciare demoni e di guarire ogni sorta di malanni, senza alcun limite (un’evidente esagerazione). Limitata era invece la terra di missione che gli apprendisti stregoni dovevano percorrere: annunciare il messaggio evangelico solamente alle pecore disperse della casa d’Israele (Mt 10, 5 seg.). Gesù, infatti, proibì di predicare la buona novella anche ai “gentili” (i non ebrei) e ai Samaritani (scismatici ebrei che, pur fiduciosi nell’attesa della venuta di un Messia restauratore, riconoscevano Mosè come unico profeta e i libri del Pentateuco come unico testo sacro). Bisognerà attendere la conversione di Paolo per non discriminare i gentili dal messaggio salvifico. Saranno poi i cristiani a discriminare e disprezzare gli ebrei (antigiudaismo), accusandoli di non aver riconosciuto in Gesù l’atteso messia e di averlo fatto condannare alla pena di morte per crocifissione.

Gesù impartì ai “dodici” precise disposizioni riguardo alla loro missione. Lungo il cammino dovevano predicare l’annuncio che il Regno di Dio stava per arrivare (la solita, illusoria nenia, mai realizzata) e, all’occasione, fornire prova di aver appreso l’arte dello stregone: guarire gli infermi, esorcizzare gli indemoniati, mondare i lebbrosi e persino (manco a dirlo!) risuscitare i morti. Questo, santiddio, è davvero troppo! Una gratuita esagerazione! Nessuno finora ha fornito prova di essere risuscitato dalla morte. Rianimare defunti o risuscitare dal sonno della morte sono fantasie di antichi mitici racconti. Quanto agli apostoli, qualora fosse vero che guarissero chi era afflitto da malanni e si prodigassero in strabilianti miracoli, gratis et amore Dei, cosa avranno pensato i professionisti della nobile arte medica, osservando la sleale concorrenza a loro danno messa in atto dai santoni nazareni? Gesù, infatti, aveva raccomandato loro di non mercanteggiare predicozzi e prodigi con oro, argento o pecunia. Non dovevano elemosinare, perché al loro sostentamento avrebbe badato la Divina Provvidenza (l’inope Francesco, il santo poverello d’Assisi, si piegò a elemosinare la carità del prossimo per sopravvivere, quando la Divina Provvidenza si dimenticava di sfamarlo). Come avrebbe dovuto provvedere la Provvidenza? Gesù suggerì di ricorrere all’ospitalità dei beneficiati per compensare l’opera apostolica. Ordinò dunque ai “dodici” di mettersi in viaggio, ricoperti di una sola tunica, senza portare né calzari né bastone. Questo rigoroso equipaggiamento fu poi il modello seguito dai rigorosi frati cappuccini. Entrando in una città, gli apostoli dovevano informarsi se c’era una persona proba, cui chiedere ospitalità in cambio delle loro opere salutari e salvifiche. Potevano restare a scrocco dell’ospite fino a loro piacimento e poi ripartire. Sempre che l’ospitalità fosse stata di loro gradimento, potevano lasciare quella casa, concedendo il segno di saluto e di pace; in caso contrario, nessuna concessione augurale. Il segno di pace, già annunciato dall’armata celeste alla nascita del Redentore, rappresenta la benevolenza (leggi riappacificazione) di Dio Padre verso l’umana gente, offerta per il tramite del Cristo Gesù (Lc 2, 13-14). Case e villaggi, che rifiutavano di accogliere e ascoltare l’apostolico predicozzo, l’avrebbero vista brutta, anzi terrificante, non tanto per il gesto plateale dei missionari, consistente nello scuotimento della polvere dai piedi (viaggiavano senza calzari), prima di allontanarsi dai luoghi ingrati, quanto per le maledizioni divine che avrebbero gratuitamente ricevuto. “A dir qual fosse la pena, è cosa dura”: Dio sarebbe stato più magnanimo verso Sodoma e Gomorra che verso chi osava negare accoglienza agli apostoli. Chi disprezzava i suoi discepoli, non ascoltandoli, non ospitandoli, non solo disprezzava anche il loro Maestro, ma pure il Padre celeste, perciò per costoro il divo Gesù minacciò atroci sofferenze.

             Siamo alle solite: se non ti converti alla fede di chi vomita sentenze in nome di una supposta divinità, sarai castigato con malevoli anatemi. Delle due l’una: o sei con lui o sei contro di lui, ma se sei contro di lui, quello ti minaccia pene d’inferno (Mt 12, 30, Mc 9, 40). Non da meno sono i suoi discepoli, quelli della prim’ora (Lc 9, 51-56) e quelli dell’ultima. No, dio santo, questo dilemma non si può proprio accettare!  E non si accetta perché si può non avere alcun bisogno d’imbonimenti fideistici, che figli di padri altolocati propinano al mondo con moralizzanti paternali e aprioristiche verità. Non essere d’accordo con qualcuno non implica che siamo contro di lui, ma, semplicemente, che non siamo interessati alle sue prediche. Né ci lasceremo intimorire da chi si arroga meriti divini, in forza dei quali si ritiene in diritto di minacciare e biasimare il prossimo dissenziente. Chi non è tollerante verso chi dissente, non è neanche rispettoso, e il suo preteso amore incondizionato del prossimo è falso. Minacciare pene d’inferno verso chi non si converte al “verbo” di un sedicente dio, che non fornisce prove incontrovertibili della sua esistenza (se non la fede, come dono esclusivo per gli eletti), potrà intimorire persone incolte e sprovvedute, non certamente chi fa uso critico della ragione. Fino a che punto, santa pazienza, si può essere tolleranti con chi è intollerante? Una persona proba, con la testa sulle spalle, non ha alcun obbligo, perdio, di accogliere, ascoltare e credere alle fandonie di accattoni, che bussano alla sua porta per annunciare il “verbo” divino, né tantomeno di ospitarli fin quando a loro piacendo. Per tutti gli dei del cielo e della terra, nessuno ha diritto d’intimorire il prossimo con maledizioni e dannazioni pendenti sulla testa come spade di Damocle! Sacrosanto è il diritto di chi rifiuta, ieri come oggi, l’ospitalità ai missionari del Cristo Gesù. Intollerabile è obbligare il prossimo a fare la scelta tra l’uno o l’altro corno del dilemma evangelico: accogliere la buona novella e meritarsi il premio delle gioie paradisiache; oppure rifiutarla e dannarsi per l’eternità, arroventati nelle fiamme dell’inferno. La libertà umana resta così condizionata da due sole possibilità: o subire le inevitabili tristissime conseguenze del rifiuto alla conversione o, viceversa, meritare l’ambito premio nel celeste impero promesso da Gesù.

Parola del Cristo Gesù: chi accoglie, ospita e ascolta i suoi apostoli, ancorché si presentino alle nostre porte simili a dei miseri straccioni, è come se accogliesse lui e il Padre celeste. Gesù, parola degli evangelisti, è stato inviato sulla terra in missione, come figlio adottivo di Dio, ma non a portare la pace, bensì la spada con cui recidere gli umani sentimenti, gli affetti familiari e i rapporti sociali. Chi ama i propri cari più di Lui, non è degno di Lui; né lo è chi non accetta con gioia (!) la sofferenza del calvario, rinnegando la propria vita per sobbarcarsi la “passione” di Cristo. Su questi presupposti di sofferenza e abnegazione si è sviluppato l’ideale del monachesimo, caratterizzato da un esasperato ascetismo. Chi si sentiva “vocato”, si ritirava nel deserto, vivendo da eremita e aspirando alla santità. In quei luoghi tristi e desolati, abbandonati da Dio, gli anacoreti vagolavano in cerca del miraggio del regno celeste. Quelle ombre dolorose, parvenze umane, avendo perduto il ben dell’intelletto, furono persuasi di seguire le orme di Cristo, e da uomini che furono una volta, si ridussero simili a sterpi, aridi come il luogo dove vivevano.


Lucio Apulo Daunio