venerdì 11 ottobre 2013


Liber de tribus Impostoribus

Il libro maledetto



L’anonimo autore sostiene che Dio esiste e che gli si deve prestare un culto, ossequiarlo come un potente da temere. Che cosa è Dio? Lo ignoriamo. Ignoriamo i suoi confini, perciò lo crediamo infinito. Crediamo che sia da sé originato, ma non comprendiamo il suo inizio. Lo crediamo creatore dell’Universo, ma non comprendiamo chi ha creato lui. Se non comprendiamo chi sia, allora Dio non esiste.

Che cosa significa esistere? Esistere nella materia è lo stesso che esistere nello Spirito? Se Dio esiste in un processo infinito nella dimensione spirituale, perché non deve esistere anche la materia in un processo infinito?

Che cosa significa rendere un culto a Dio, adorandolo? Non significa, forse, ossequiare i potenti, che pretendono di rappresentare Dio sulla terra? La diversità delle religioni e la varietà dei culti non sono l’effetto prodotto dalle diverse concezioni della divinità tra i popoli della terra? Possiamo credere che Dio voglia uccisioni e stragi di popoli per favorire un popolo eletto? Eppure il Dio d’Israele si è reso responsabile delle stragi compiute dall'egiziano Mosè e da Giosuè, nonché di aver ordinato ad Abramo il sacrificio del figlio Isacco. Non da meno si è reso responsabile l'arabo Maometto. Ugualmente responsabili sono i cristiani per aver perpetrato misfatti in nome di Dio. Non è ridicolo che Dio ingravidi con il suo Spirito una vergine per avere un Figlio divino: l'ebreo Gesù? Perché critichiamo uccisioni e unioni carnali delle divinità pagane se troviamo fatti simili nelle tre religioni monoteistiche? Possiamo fidarci di chi diffuse il suo credo religioso con l’uso dell’esercito o di chi fu condannato al supplizio della croce per aver fomentato il popolo alla disobbedienza della Legge? Non sono degli impostori colori che ingannano?

Per alcuni, Dio è confuso con la Natura, per altri è l’essere trascendente, invisibile e incomprensibile, cui si presta un culto per timore di punizioni o nella speranza di ottenere benefici. Non è ridicolo concepire un Dio che sottopone l’uomo alla tentazione dell’albero, pur prevedendo che avrebbe commesso una trasgressione? Eppure i cristiani lo adorano per il suo amore verso gli uomini. Forse è amore quello di aver punito incolpevoli generazioni per la trasgressione commessa dagli avi, di cui era in suo potere prevedere?  Non è Dio colpevole di premeditazione? Non è ridicolo il sacrificio del Figlio per redimere la colpa originale, pur sapendo Dio che era inevitabile, data l’imperfezione della natura delle sue creature?

Se Dio è l’essere più perfetto, che bisogno aveva di creare un mondo imperfetto e di essere onorato da creature infide? Non è verosimile che Dio è un’invenzione dei potenti per governare meglio gli istinti violenti del popolo, facendo loro temere l’enorme potenza di esseri invisibili e misteriosi, implacabili giustizieri? La casta sacerdotale non ricava il proprio tornaconto dalla credulità popolare, fingendo di essere in intima intesa con la divinità? La paura di ricevere dal giudice divino l’eterna punizione per il male commesso, induce l’uomo a invocare la mediazione di chi fa credere di avere il potere di intercedere presso la divinità per redimere le colpe degli uomini. Il potere della casta sacerdotale si accresce con l’invenzione di reliquie miracolose e santi benefattori, venerati come i pagani veneravano statue e ammassi di pietre come abitazioni dei loro dei.

Si dice che Dio esiste e a lui si deve un culto, ma chi esso sia non si sa, perché egli trascende i limiti del nostro intelletto. Se nessuno lo ha mai visto o conosciuto, essendo invisibile e misterioso, anche dopo essersi rivelato nel Figlio, perché si continua a credere che egli voglia essere conosciuto dagli uomini, se continua a essere inaccessibile al nostro intelletto? Perché si continua a credere a testimonianze di “scritture” contraddittorie e inverosimili? Perché si continua a credere alle frottole di sacerdoti, giudei, cristiani, maomettani e di altre fedi, che si contrappongono gli uni agli altri, invalidando gli uni la fondatezza delle credenze degli altri? E non sono queste fedi interdipendenti le une dalle altre: il giudaismo dal paganesimo, il cristianesimo dal giudaismo, l’islam da tutte le precedenti? Non si accusano reciprocamente d’impostura? Non sono in disaccordo su tutto? Qual è dunque la verità? Non è impostura abusare della credulità umana, ingannandola con la finzione di supposte divinità, per trarne vantaggi e benefici politici ed economici? Perché non chiamare impostori i fondatori di religioni, che convincono o costringono a credere, senza dimostrare ciò che affermano, chi non è educato a discernere il vero dal falso?

Le verità di religione non possono essere dimostrate perché non sono verificabili. Esse si fondano sul paradosso della fede, sulla credenza di immaginare vero ciò che si desidera che sia. Su una cosa le religioni sono concordi: nella pretesa di credere esistente un essere impossibile. La religione, dunque, giacché credenza in un essere presunto esistente, da cui i sacerdoti fanno discendere sacre e inviolabili norme divine, valide erga omnes, è un’impostura.

Lucio Apulo Daunio




Per approfondimenti riguardo al libello anonimo, si rimanda a:


https://it.wikipedia.org/wiki/ Trattato dei tre impostori

mercoledì 9 ottobre 2013


FORME DI MATERIALISMO E ATEISMO NELL’ANTICHITA’

 

“Empio non è chi rinnega le divinità del volgo, ma chi le opinioni del volgo applica alle divinità”

(Epicuro)

“I soli possono tramontare e risorgere: noi, quando è tramontata la breve giornata della nostra vita, dobbiamo dormire un’unica notte perpetua”

(Catullo, carme 5)

«La paura primamente creò nel mondo gli dei»

(Stazio, Tebaide III, 661)

 

L’accettazione dell’ateismo (negazione-assenza del teismo) libera l’uomo dalla subordinazione a una supposta volontà divina e dalla credenza dell’ineluttabile fatalità del destino. La liberazione dalle credenze religiose e da qualsiasi altra superstizione (concezioni magiche, adorazioni astrali, ecc.) è una delle condizioni per l’uguaglianza tra gli uomini, giacché non più distinti con riguardo alle diverse fedi, che innalzano barriere immaginarie impedenti il raggiungimento di una comune etica sociale. Prometeo odia tutti gli dei, perché soffocano l’autocoscienza degli uomini asservendoli ai loro voleri.

Lo scetticismo verso le credenze religiose, si fonda sull’impossibilità di conoscere e dimostrare l’esistenza di supposte divinità. Ciò che non si conosce non può essere dimostrato. Dio o esiste o non esiste. Cercare una via di mezzo, affermando che l’esistenza o l'inesistenza di Dio siano ugualmente probabili, è un modo fallace di ragionare (argumentum ad temperantia), giacché la probabilità che esista l’inesistente non implica di per sé la verità di qualsiasi supposta esistenza. L’idea che esista qualcosa oltre la realtà materiale, non riconducibile a essa, è un concetto metafisico non supportato da una conoscenza oggettiva. Dio, trascendenza, sono termini concettuali, inconsistenti, irreali, astratti, accettabili solamente in un contesto personale di fede religiosa. Credere in qualcosa o in qualcuno non implica né verità né esistenza. Da ciò che non esiste nella realtà conoscibile, le religioni deducono molte assurdità, assunte dai credenti come sacre verità dogmatiche di fede, valide per tutti e ovunque. Dio, entità trascendente, è concepito come dispotico legislatore cui sottomettersi per non subire orribili pene eterne nell’aldilà. L’apocalittica presunta rivelazione di Gesù, supposto Figlio di Dio e Lui stesso Dio (assoluta assurdità teologica), riguardo all’imminente fine del mondo, non si è avverata. L’ostinata accettazione cieca della fede cristiana nell’escatologia ha prolungato in un futuro indeterminato il catastrofico accadimento. La fine dell’uomo e del mondo, in realtà, non dipenderà dall’economia della provvidenza divina, ma da cause naturali, fisiche.

Lo scetticismo riguardo alle credenze religiose si riscontra in quei reperti e scritti pervenuti fino a noi sin dalle più antiche civiltà. Ciò che possiamo apprendere da un antichissimo testo come l’Epopea di Gilgamesh è la rilevanza di un’esperienza di vita terrena piuttosto che la sopravvivenza dopo la morte. Il Canto dell’arpista, dedicato al faraone egiziano, invita a rallegrarsi dei beni della vita, essendo improbabile una seconda vita oltre la morte. Un’antica scuola di pensiero pre-induista, materialista e atea, negava l’esistenza di entità immateriali. L’etica confuciana non contempla l’aldilà.

La natura fisica nel pensiero greco è la struttura originaria, eterna, del mondo (Eraclito, fr. 37), le cui leggi sono governate dalla necessità (anànche). La necessità è ciò che deve essere nell’ordine naturale, che non può variare. La natura è armonia, calcolo matematico, regolarità, immutabilità. Dallo studio della natura ha origine il sapere scientifico. La natura è caratterizzata da una temporalità ciclica (kiklos), un ripetersi all’infinito. Tutto in natura ha un tempo, un ciclo di vita. Secondo Platone, l’uomo è libero perché non è condizionato dagli istinti come lo sono gli animali. L’uomo apprende la conoscenza dalla visione del mondo, dalla regolarità e ciclicità dell’ordine naturale. Egli, a differenza degli animali, ha consapevolezza (pre-visione) del suo destino, della ineluttabilità della morte. Dalla sua capacità di apprendere, l’uomo sviluppa la tecnica, con cui volge a suo vantaggio l’ordine della natura. In virtù della memoria, conserva il ricordo delle precedenti esperienze, progredendo nelle conoscenze. La sua previdenza lo rende consapevole dell’unicità e irripetibilità della sua vita. La speranza d’immortalità è una pia illusione, un inganno. La vita va vissuta pienamente, sviluppando al massimo l’eccellenza umana, fisica e psichica, espandendo la virtù (areté) nella giusta misura, senza travalicare i propri limiti, per non peccare di tracotanza (hybris). Dalla conoscenza della tragicità della sua vita, l’uomo apprende la necessità di dare un senso, uno scopo alla sua breve, corporale esistenza. Il dolore, per i greci, è parte costitutiva della vita, un’anticipazione della morte.

Nella concezione cristiana, invece, la natura è una creazione della volontà di Dio, posta sotto il dominio dell’uomo. Il dolore è l’espiazione per una colpa originaria. La sua cristiana accettazione apre la porta del paradiso, alla speranza della sopravvivenza oltre la morte. La storia nel cristianesimo è concepita come redenzione nel presente, per una colpa commessa nel passato, e come speranza di salvezza nel futuro. Il senso cristiano della storia svuota di senso la morte, depotenziano la vita presente a vantaggio della speranza di una vita futura.

Le comunità culturali dell’antica Grecia ebbero una visione della vita materialistica e edonistica, fondata sulla centralità dell’uomo e della natura (physis). Era la razionalità, quella dell’uomo e quella della natura, a occupare prevalentemente l’interesse dei greci. Tutti gli ideali erano terreni e con il sopraggiungere della morte terminava per sempre la vita. L’oltretomba era immaginato come il mondo del non essere. Primeggiavano le virtù eroiche (areté), l’impari lotta dell’eroe contro l’oscura e misteriosa forza del Fato. Il divino era un’idealizzazione scaturente della fragilità umana, un bisogno per vincere la paura dell’ignoto; perciò si rappresentava in forme e caratteristiche umane e si onorava ottemperando a norme cultuali prestabilite dalla tradizione, dalla cui osservanza si speravano protezioni per sé e per l’intera comunità-stato. Criticare il culto degli dei, o metterne in dubbio la loro esistenza, si rischiava d'incorrere nel delitto (religioso e politico) di empietà, passibile di condanna per abbandono della loro protezione (ateos). Ciò non ostacolò l’espressione del libero pensiero, la critica riguardo alla veridicità dei miti e la generale diffusione dell’incredulità dovuta alla disattesa manifestazione della giustizia divina e all’incapacità degli dei d’impedire il male nel mondo.

Euripide, nella tragedia “Bellerofonte”, mise in dubbio l’esistenza degli dei, rispecchiando un comune sentire del popolo. Attraverso i personaggi delle tragedie “Edipo a Colono” e “La Fenicie”, egli criticò l’ingiustizia degli dei, perché non perseguivano i malvagi e lasciavano soffrire i buoni. In “Oreste”, traspare la condizione umana asservita all’ineluttabile volontà degli dei e del Fato. In “Medea”, Euripide evidenziò l’impotenza umana di fronte alle trame e alla malevolenza degli dei. In “Elena”, dubitò dell’esistenza degli dei, concepiti come immagini create dal pensiero. L’irrazionalità umana, piuttosto che il volere del Fato, è per Euripide causa permanente di sofferenza. Aristofane, nella commedia “Le Rane”, taccia Euripide (già ridicolizzato in “Acarnesi”) di ateismo, amoralità, corruzione. Euripide, infatti, attraverso i personaggi delle tragedie, manifestava un atteggiamento scettico e razionalista, perciò fu accusato e processato per empietà.

Eschilo, in “Prometo”, e Sofocle, nelle tragedie “Filottete”, “Elettra” e “Le Trachinie”, rimproverano gli dei per la loro ingiustizia e crudeltà, che opprimono i giusti e causano sofferenze umane.

Melisso, secondo Diogene Laerzio (IX, 24), affermò che sugli dei non bisogna pronunciarsi, perché di essi non è possibile conoscenza. Democrito (e poi anche Epicuro) attribuì l’invenzione degli dei e della religione al terrore provato dagli uomini primitivi davanti a fenomeni celesti, malefici o benefici, di cui non sapevano spiegarne la ragione; perciò essi immaginarono che fossero causati da entità a loro superiori, dotate di straordinaria potenza. Dio (Theos) è, dunque, l’eccezionale manifestazione di un evento fisico; perciò soltanto attraverso lo studio della natura si possono comprendere i fenomeni naturali e superare il timore degli dei. La natura, secondo Lucrezio, non richiede un dio né tantomeno ha bisogno della sua provvidenza.

Pitagora, fondatore di una scuola etica a carattere religioso – dogmatico, derivante dalla dottrina salvifica orfica, credeva nell’armonia e nel misticismo dei numeri (concepiti come enti astratti rappresentabili in uno spazio ideale) e nella reincarnazione della natura umana in altra natura animata (metemsomatosi) per scontare le colpe commesse durante la vita. Riteneva altresì che solamente l’acquisizione della conoscenza scientifica potesse liberare l’uomo dal male dell’ignoranza.

Ecateo di Mileto fu il primo a criticare la tradizione mitologica dei Greci mediante un’interpretazione razionalistica. Egli si mostrava spregiudicato e noncurante per tutto ciò che allora era considerato sacro e inviolabile.

In Grecia, i filosofi fisici naturalisti spiegarono i fenomeni naturali mediante cause materiali, fisiche, non divine (dissacrazione della natura). La sostanza fondamentale eterna (arché), da cui ogni cosa si era formata, era stata di volta in volta individuata nell’acqua (Talete) o nell’aria (Anassimene) o nel fuoco (Eraclito) o nel mescolamento di queste sostanze (radici dell’essere) con la terra, in virtù di due forze cosmiche antagoniste, che determinano stati di aggregazione (solido liquido gassoso etereiforme) e progressive selezioni delle forme originarie (Empedocle). L’allievo di Talete, Anassimandro, pose il fondamento del tutto nell’infinita forza della natura, indefinita (àpeiron), di per sé ovunque generatrice delle cose. Egli sostenne la tesi della sfericità della Terra. Con Anassagora si affina la concezione materialistica. Egli concepì l’esistenza d’infinite sostanze primordiali (semi), aggregate da una forza materiale (nous o intelligenza cosmica, non creatrice, non finalistica). Per aver messo in dubbio la divinità degli astri fu accusato e processato per empietà. Diogene d’Apollonia passava per ateo, perché spiegava l’universo in termini fisici, ritenendo mere allegorie religioni e miti. Diceva che niente diviene dal non essere e nulla perisce nel non essere. Eraclito sostenne che l’unico fondamento della realtà è la materia (monismo materialistico) e il perenne fluire di tutte le cose (pànta rèi).

Con Leucippo e Democrito si pongono le basi scientifiche della casualità meccanica dei processi naturali (l’essere – l’esistente) concepiti come combinazioni di atomi: particelle invisibili dotate di movimento vorticoso, vaganti nel vuoto (il non-essere - lo spazio). La realtà, dunque, concepita in termini materialistici, consiste in un’infinità di atomi in continuo movimento e trasformazione, da cui trae origine la pluralità materiale del cosmo in forma di curva. In questa loro visione deterministica e meccanicistica, fisica e cosmologica, in cui l’esistenza della materia è determinata dal caso e dalla necessità, si escludono la creazione e la provvidenza divina nonché il finalismo dei fenomeni naturali. Tale sarà anche il pensiero di Lucrezio. La divinità, dirà Epicuro, se esiste, è ininfluente: non s’interessa degli uomini, non è creatrice di materia, perciò la conoscenza naturalistica può fare a meno della metafisica. Quanto alle regole comportamentali, individuali e sociali, esse vanno osservate per la loro utilità, non per timore di castighi divini o per meritare premi paradisiaci. Bene è godere sobriamente e gioiosamente i beni della vita e i frutti del proprio lavoro (Meslier).

Dopo gli esperimenti scientifici di Boyle, nel 1600, e le successive ricerche sperimentali da parte dei chimici, furono individuati i veri e propri elementi chimici (sostanze pure da cui non è possibile ottenere sostanze più semplici). Tutte le atre sostanze presenti sulla terra (come le quattro supposte dai filosofi naturalisti) sono scomponibili negli elementi che le formano.

Diagora di Melo, discepolo di Democrito, accusato di empietà (asebeia) e ateismo, fu bandito da Atene per aver criticato il culto degli dei, negata la divina provvidenza, profanato i Misteri Eleusini, distogliendo molti dalla loro celebrazione. Se gli dei, posto che esistano, non s’interessano degli affari umani, tanto valeva disinteressarsi di loro. Anche Ippone di Reggio fu considerato ateo perché negatore della religione. Affermava, infatti, che nulla esiste fuori della materia. Le opere sulla religione scritte da Protagora furono bruciate sulla pubblica piazza per manifesta incredulità. Egli negò la possibilità di determinare l’esistenza o l'inesistenza delle divinità. Crizia riteneva che le divinità fossero invenzioni umane allo scopo di rendere gli uomini timorosi del castigo divino, qualora avessero trasgredito le leggi (religio instrumentum regni). Ciò pensava anche Cicerone, cioè che la credenza degli dei fosse uno strumento etico per tenere il popolo sottomesso. Senofane di Colofone, che criticava l’antropomorfismo religioso di Omero e di Esiodo e concepiva il divino come proiezione del sentire umano, affermò che intorno all’esistenza degli dei possiamo avere soltanto opinioni, non certezze.

Aristippo di Cirene, che dette inizio al materialismo edonistico della scuola cirenaica, disprezzò convenzioni sociali e tradizioni. Fu cultore di uno stile di vita libero e autosufficiente (possiedo, non sono posseduto), volto alla moderata ricerca del piacere (hedonè), inteso come qualsiasi bene che dia godimento (il che implica come disvalore la sofferenza e come valore la felicità, ed esclude la ricerca metafisica e la contemplazione del divino). Egesia di Cirene riteneva che la conoscenza fosse incerta e che gli eventi fossero dominati dall’impersonale potenza del caso (tyche). Gli antichi, secondo Prodico di Ceo, considerarono divinità tutte le cose utili per la vita dell’uomo (così il fuoco divenne Efesto, l’acqua Poseidone, ecc.) e inventarono il timore degli dei come spauracchio per i malvagi che riuscivano a eludere la giustizia umana. Evemero affermò che gli dei erano stati uomini illustri, divinizzati per aver reso servizi all’umanità. Che gli dei fossero creazione degli uomini, è ciò che ritenne già Demade. Teodoro detto l’Ateo fu bandito dalla città di Atene perché criticava i valori tradizionali e negava l’esistenza di ogni divinità. Il fine della vita, secondo Teodoro, consisteva nel raggiungimento del piacere, mediante la saggezza pratica, al fine di conseguire un permanente stato d’animo gioioso. I filosofi cinici (Antistene, Diogene di Sinope, Bione di Boristene, ecc.) escludevano la possibilità di una qualche conoscenza e ponevano il raggiungimento della vita virtuosa nell’estrema autosufficienza (autàrcheia), cioè nella drastica riduzione dei bisogni. Con provocante libertà di parola (parresìa), disprezzavano le convenzioni sociali e negavano le credenze religiose, opponendo a queste la natura (physis). Enomao di Gadara criticava la credenza nei responsi degli oracoli e nelle profezie, ritenendo che non provenissero dalle divinità, poiché queste non si curavano minimante delle cose umane. Stilpone di Megara, pur non credendo nella religione politeistica popolare, evitò di criticarla pubblicamente. Nonostante questo suo prudente comportamento, fu condannato all’esilio per empietà verso gli dei. Anche Socrate fu condannato per ateismo e corruzione, perché accusato di non riconoscere le divinità tradizionali della polis e d’introdurre nuove divinità e nuove pratiche religiose. Aristodemo il Giovane irrise i credenti. Carneade, scettico radicale, svuotò di significato la disputa intorno a Dio, data la debolezza delle argomentazioni tendenti a provarne l’esistenza. Plinio il Vecchio denunciò l’imbecillità degli uomini nel voler deificare tutte le cose. Tacito (An. XVI, 33) affermò che gli dei erano indifferenti al bene e al male. Nelle sue Satire, Giovenale evidenzia il carattere sanguinario delle religioni. Lo scettico Luciano di Samosata, critico irriverente delle religioni e degli dei, che mette in ridicolo nei “Dialoghi”, irrideva la credenza dei cristiani nell’immortalità dell’anima e nella cieca obbedienza ai dogmi di un presunto dio crocefisso. La sua opera “Peregrino”, infatti, è una parodia del cristianesimo.

Durante l'età medievale, l’incredulità era diffusa tra il popolo e nelle corti dei sovrani (Federico II). Tra gli intellettuali l’incredulità si esprimeva in forme letterarie (come in Carmina Burana dei Goliardi). Il filosofo islamico Averroè (Ibn Rushd) affermerà l’eternità del mondo e negherà la provvidenza divina, l’immortalità dell’anima e la risurrezione dei corpi. Gli ebrei Maimonide e Isaac Albalag accoglieranno, l’uno, l’idea dell’eternità del mondo, l’altro, la dottrina della doppia verità: quella filosofica, contraria alla fede; quella di fede, contraria alla ragione. San Tommaso, invece, sosterrà che l'esistenza di Dio non è di per sé evidente, giacché la natura umana, tramite i sensi, può avere conoscenza certa soltanto di cose materiali. Egli perciò partirà dalla materia per dimostrare, attraverso cinque discutibili vie, l’esistenza dell’Assoluto. Sarà poi Guglielmo di Occam che confuterà le cinque prove di san Tommaso, tenendo separate e distinte la fede e la ragione.

Si fa risalire al XIII secolo l’esistenza dello scandaloso e anonimo trattato “de tribus impostoribus”, in cui sono qualificati come impostori Mosè, Gesù e Maometto, fondatori dette tre religioni monoteistiche.
Lucio Apulo Daunio

 

lunedì 8 ottobre 2012


SPIGOLATURE TEOLOGICHE



          “Grande successo e molta prosperità gli dei diedero agli uomini che loro vogliono, mentre ad altri assegnarono dolori e sospiri per volere delle Moire” (dal fram. 16 del poeta lirico corale Ibico di Reggio, VI sec. a.e.v.).

Nelle antiche civiltà, come quella egizia, la conoscenza era prerogativa del ceto sacerdotale, detentore di una sapienza arcana, enigmatica, esoterica, simboleggiata dalla Sfinge. I fenomeni naturali erano interpretati come accadimenti determinati da entità divine. Il Nilo, che irrigava periodicamente la terra, era considerato un nume benefico, rappresentato da Osiride. La terra fertilizzata dalla piena del fiume, era rappresentata dalla dea Iside. La conoscenza, frammista all’arcano delle cose divine, gelosamente custodita nell’impenetrabilità di un misterioso linguaggio, era svelata esclusivamente agli iniziati nei misteri, mentre ai profani si raccontavano ambigue favole, scollegate dalle loro arcane significazioni.

Molti furono i sapienti greci, fondatori di dottrine misteriche (Omero, Pitagora, Orfeo, Museo e altri), che, secondo la tradizione, andarono a erudirsi in Egitto. Il leggendario sacro scrittore Ermete Trismegisto, illuminato da Osiride, insegnò ai sapienti greci l’arcano delle cose divine, espresso con simbolico linguaggio. In Grecia, la divinità si esprimeva tramite pizie e sibille in modo oracolare, cioè mediante allegorie, metafore e sentenze ambigue.

Il culto del dio Serapide fu introdotto in Egitto da Tolomeo I, generale di Alessandro Magno, sostituendosi a Osiride (il Dio morto e resuscitato come Gesù) e associandosi a Iside. Serapide fu identificato con molte divinità greche, tra cui Helios, Dio Sole. Il suo culto fu confuso con il cristianesimo (cfr. Historia Augusta, Vita di Saturnino, 8,2).

Ogni società è caratterizzata da forme di vita rituali, emozionali, non solo nelle manifestazioni religiose (quali le liturgie o i conferimenti di sacramenti) ma anche in diversi comportamenti profani, spesso con residuali significati di sacralità laica (come i riti processuali e l’inaugurazione dell’anno giudiziario o di quello accademico). In un’epoca di globalizzazione, certe ritualità della vita sociale assumono carattere universale, sovrapponendosi a quelle locali, tradizionali, emarginandole. Forme rituali si riscontrano anche nei riti d’iniziazione e di passaggio da una condizione precedente a una successiva (spesso si è alla presenza di un cambiamento peggiorativo, come nel caso delle mutilazioni sessuali delle donne, relegate a uno stato di subordinazione nell’ambito della famiglia).

Dogma fondamentale dell’ebraismo è la fede nell’unicità di Dio (Dt 6,4): nessun altro Dio c’è all’infuori di Lui (Dt 4,35). Dogma fondamentale del cristianesimo è la fede nella Trinità, in cui la natura divina è distinta in tre persone: Padre, Figlio, Spirito Santo (vero e proprio rompicapo teologico). Complessa è la natura di Dio concepita dal cristianesimo: pur essendo un’unica natura, Dio si manifesta nella moltitudine di rappresentazioni tra loro distinte.

Nei più antichi documenti del cristianesimo (Lettere attribuite a Paolo di Tarso, persecutore dei cristiani prima della sua conversione) nulla è detto riguardo alla biografia di Gesù. Negli Atti degli Apostoli, redatti più tardi rispetto alle Lettere, laddove si racconta la conversione di Paolo in terza persona (9,3 seg), è scritto che egli sentì una voce che diceva di essere Gesù, mentre chi lo accompagnava sentiva il suono della voce ma non vedeva nessuno. Più avanti (22,6 seg.), l’autore degli Atti fa parlare Paolo in prima persona, che afferma di aver sentito una voce che diceva di essere Gesù il Nazareno, mentre chi lo accompagnava non udì alcuna voce (in contraddizione con quanto prima affermato). L’aggiunta dell’appellativo “il Nazareno” dà motivo di ritenere che quest’ultima pericope sia stata inserita dopo negli Atti, quando Nazareno fu interpretato come cittadino di Nazareth, supposto villaggio della Galilea della cui esistenza all’epoca di Gesù si dubita, essendo sconosciuto sia agli autori delle epistole paoline, sia agli scrittori non cristiani del primo e secondo secolo e.v., come Giuseppe Flavio; né, peraltro, risultano prove della sua esistenza dai reperti archeologici. Anche del villaggio Cafarnao, dove Gesù si trasferì dopo aver lasciato Nazareth, sorgono dubbi sulla sua esatta ubicazione. Quanto al villaggio di Betania, nel Vangelo secondo Giovanni (1,28; 10,40) si troverebbe di là del fiume Giordano, dove c’era Giovanni Battista che battezzava i penitenti e dove andò di nuovo Gesù per sfuggire all’arresto. Betania, dunque, sembrerebbe trovarsi a Est, nella regione Perea di là del Giordano. Invece, in Giovanni 11,18, Betania disterebbe circa tre chilometri da Gerusalemme, quindi a ovest del Giordano.

I Vangeli medesimi, del resto, databili negli ultimi decenni del primo secolo, non sono stati scritti da testimoni oculari, ma da autori ignoti, che hanno raccolto notizie frammentarie, inattendibili, contraddittorie, rivestendole di carattere apologetico a fini propagandistici. Non solo le fonti bibliche, ma anche quelle extrabibliche non sono documenti atti a comprovare l’esistenza storica di Gesù, limitandosi a testimoniare l’esistenza di una setta praticante una religione misterica, considerata come nociva superstizione. Paolo stesso esorta i convertiti della chiesa di Corinto a diventare amministratori dei misteri di Cristo (1 Co 4,1). Un’ulteriore prova del carattere misterico del cristianesimo è quella fornita dall’apocrifo “Vangelo segreto di Marco” (della cui attendibilità si discute tuttora). Il cristianesimo, nato da una corrente dell’ebraismo, ha sorprendenti somiglianze con il mitraismo, religione misterica- astrologica di derivazione greco-romana-persiana. Mitra fu associato al dio greco Helios (Sole) e al romano Sol Invictus e venerato di domenica (giorno del Sole). La sua nascita si festeggiava durante il solstizio d’inverno. Era raffigurato con una luminosa aureola sul capo. Il massimo sacerdote al suo servizio si denominava “papa”, governava i seguaci dal mitreo sul colle Vaticano, sede di diversi culti orientali, indossava la mitra (copricapo frigio-persiano) e portava in mano una grossa chiave con cui si credeva aprisse le porte del cielo alle anime dei defunti. I seguaci del mitraismo consumavano un pasto sacro, durante il quale celebravano il sacrificio del Dio Salvatore, risorto di domenica. Mitra rappresentava la forza fisica, causa della precessione degli equinozi, scoperta dall’astronomo Ipparco di Rodi nel 128 ante era volgare. Ipparco costatò che l’equinozio di primavera ai suoi tempi si era spostato dalla costellazione del Toro a quella dell’Ariete e stava per transitare in quella dei Pesci. Mitra era raffigurato nell’atto di sacrificare un toro. Al tempo di Gesù l’equinozio di primavera era già nella costellazione dei Pesci. Cristo, infatti, novello Mitra, era simboleggiato con l’ariete: l’agnello divino sacrificato nel giorno di Pasqua per riscattare l’umanità dal peccato originale. Altro simbolo rappresentativo di Cristo erano i pesci. Il termine greco ICHTHUS, che significa pesce, rappresentava l’acrostico: “Gesù Cristo, Figlio di Dio, Salvatore”. La leggenda dei Magi provenienti dall’Oriente (tra le varie ipotesi c’è chi congettura che provenissero dalla regione Frigia dell’Anatolia), guidati da una stella (assurdo!), rappresenterebbe taluni astrologi sacerdoti mitraici, che vanno ad adorare la divinità della nuova era dei Pesci.

Jacob Lorber, un mistico visionario slovacco dell’800, udiva voci dall’aldilà che trascrisse come Nuova Rivelazione in numerosi libri. Quelle voci, in fede sua, erano di Gesù Cristo. Uno dei suoi libri s’intitola “Scambio di lettere fra Abgaro, re di Edessa, e Gesù”. In verità, non sono lettere autentiche, giacché Gesù non scrisse nulla di sua mano, sono invece invenzioni di un visionario. Allo stesso modo dovremmo considerare non solo i tanti libri apocrifi del Nuovo Testamento, come la pretesa corrispondenza tra Pilato e Tiberio, ma anche i libri canonici, stante l’abbondanza di fantasticherie in essi raccontate. Cosa c’è di razionale nei documenti del Nuovo Testamento, che parlano di un essere soprannaturale, fattosi uomo tramite la nascita da una sempre vergine donna ingravidata dallo Spirito Santo? La sua spettacolare missione sulla terra non fece impressione agli storici e scrittori suoi contemporanei e a quelli vissuti dopo. Nessun documento storico, che non sia di parte cristiana, conosce Gesù e tantomeno i suoi apostoli. Quei pochi e indiretti cenni sulla superstizione cristiana, che si riscontrano in alcune opere di scrittori non cristiani, sono sospette d’interpolazioni o falsificazioni. La storia greca e romana tace sull’esistenza di Gesù. Giuseppe Flavio, Filone e Giusto di Tiberiade, dotti ebrei suoi contemporanei, lo ignorano, nonostante il gran chiasso che fece, secondo quanto raccontano gli evangelisti, che avrebbe dovuto lasciare tracce significative di sé. Altri documenti ebraici, che accennano a Gesù e ai cristiani, sono di alcuni secoli più tardi. Di lui non parlano come figura storica realmente esistita gli scrittori Seneca, Giovenale, Plinio il Giovane, Svetonio, Plutarco e altri di lingua latina o greca. E’ evidente che gli evangelisti, se non hanno inventato il personaggio Gesù, hanno certamente esagerato fino all’inverosimile su di lui, fino a divinizzarlo. Ne consegue che il Gesù storico, se è esistito, è stato persona diversissima dal Gesù mitizzato dei Vangeli, le cui attestazioni non hanno valore probatorio, essendo meri documenti di fede. Altrettanto leggendari appaiono i fatti su Gesù, sulla sua famiglia e sugli apostoli narrati nei testi apocrifi, esclusi dal canone del Nuovo Testamento non solo per l’inattendibilità storica dei medesimi, ma anche perché ritenuti non ispirati dallo Spirito Santo. Molti furono gli eretici che negarono la divinità di Cristo. Quanto alle brevi citazioni su Gesù nell’opera “Antichità giudaiche” di Giuseppe Flavio (libro 18,63-64 e libro 20,200), esse sono evidenti interpolazioni. La prima, infatti, è inserita tra due episodi connessi tra loro e contiene espressioni (come l’affermazione che Gesù era il Cristo) che potevano essere pronunciate da un cristiano ma non dall’ebreo Giuseppe. La seconda contraddice la prima, giacché Giuseppe pur citando Gesù non lo riconosce come il Cristo. Il bibliografo Fozio, patriarca di Costantinopoli, che aveva letto una copia dell’opera di Giuseppe senza le suddette interpolazioni, ci fa sapere che nessun ebreo ha mai parlato di Gesù. Quanto all’eminente storico romano Tacito, egli parla (Annali, libro 15,44) di persone processate e condannata a morte da Nerone, invise per i loro misfatti, chiamate dal volgo cristiani, perché seguaci di Cristo, loro capo. Le altre aggiunte nel passo in questione sono evidenti interpolazioni. In un passo precedente (libro 2, 85), Tacito confonde la superstizione cristiana con quella giudaico-egiziana, i cui addetti furono espulsi da Roma per la loro identica superstizione. Lo storico romano Svetonio riferisce che durante il regno di Claudio furono espulsi da Roma i giudei, perché istigati da Cresto erano in continuo tumulto (Vita di Claudio, cap. 25). E’ evidente che non vi era ancora distinzione tra giudei e cristiani. Cresto (che significa Buono, titolo attribuito al dio Sole egiziano Serapide), non potrebbe essere riferito a Cristo, morto parecchi decenni prima. E’ probabile, invece, che le credenze dei cristiani fossero confuse con quelle delle religioni orientali.

Simili in molti aspetti cultuali ai cristiani, e di epoca a essi anteriore, era la setta sincretistica ebraica dei Terapeuti, di cui parlano Giuseppe Flavio (Guerra giudaica) e Filone (La vita contemplativa), considerati come “Esseni contemplativi”. Erano guaritori, che curavano il corpo e lo spirito (mediante l’unzione con olio nel giorno di sabato) e adoravano il Dio Sole e la dea Iside, denominata “Madre di Dio”. Eusebio, nella sua “Storia ecclesiastica” (cfr. libro X e XVII), dice che i Terapeuti erano cristiani solitari che adoperavano il Vangelo e gli scritti degli Apostoli. Non pare del tutto inverosimile supporre che il cristianesimo sia di derivazione di culti giudaico-egiziani, i cui adepti in Roma furono espulsi al tempo di Augusto e di Tiberio (come informa Tacito). Il Padre della Chiesa, Epifanio di Salamina, nel Panarion (“Contro le eresie”) afferma che i Terapeuti sono i cristiani.

Il Cristo di cui parlano gli (sconosciuti) evangelisti è un essere spiritualizzato, irreale, astorico, anche se antropomorfizzato in un uomo chiamato Gesù e collocato in un contesto storico attendibile. Di lui è ignoto il luogo, il giorno e l’anno della sua nascita (anche se erroneamente si crede che sia nato il giorno dell’anno in cui il Dio Sole risorge dopo il solstizio d’inverno). La storia ignora la sua vita e la sua tragica morte. Ignora la strage degli innocenti e la leggenda dei Magi arrivati dall’oriente, guidati da una stella, per omaggiare il nuovo re dei Giudei. Ignora i tragici eventi e i portenti verificatisi alla morte ignominiosa del Dio Salvatore. Ignora l’impossibile resurrezione di Cristo e la sua ascensione nel Regno celeste. Gli evangelisti, di cui due erano suoi apostoli, ignorano persino il suo aspetto fisico, perché, evidentemente, non lo hanno conosciuto, eppure su di lui hanno fantasticato storie inverosimili. Hanno immaginato un modello ideale di uomo, dotato di poteri magici soprannaturali: hanno inventato il mito di un nuovo Dio e di un nuovo credo.

Durante i primi oscuri secoli del cristianesimo sorsero numerose fazioni religiose in lotta tra di loro per la supremazia. Il Concilio di Nicea nel 325 decretò la vittoria dell’ortodossia a una di esse, tacciando di eresia le restanti fazioni. Furono poi scelti quattro Vangeli, senza fornire prove di autenticità, se non la dogmatica dichiarazione che gli autori erano stati ispirati dallo Spirito Santo, mentre furono dichiarati apocrifi i molti Vangeli bocciati. Sembra che a ispirare gli evangelisti siano stati più Spiriti Santi, poiché nei loro scritti abbondano divergenze e contraddizioni. Tutta la vicenda del Cristo Gesù è descritta come un continuo miracolo, dalla nascita soprannaturale alla voluta e preannunciata morte, resurrezione e apoteosi, cioè la sua assunzione tra gli dei dell’Olimpo cristiano. Tutto di lui è stato preordinato dall’Altissimo e annunciato dai profeti nelle antiche Scritture. Tutta la sua vita è in funzione dell’adempimento delle sacre Scritture. Egli, in realtà, è un simbolo inventato dalla Chiesa, cioè l’Eletto che porta a compimento le profezie messianiche dell’Antico Testamento. Ciò che a un attento esame critico appare un’impostura, è stato invece legittimato dall’autorità bi-millenaria della Chiesa come verità sacrosanta: una verità imposta ai fedeli già dalla più tenera età, in modo che resti indelebilmente impressa nella loro mente. 

L’evangelista Matteo prima pretende di dimostrare che Gesù discende dal re Davide tramite il padre Giuseppe, poi sostiene (assurdamente) che Gesù è stato concepito per opera dello Spirito Santo (che secondo la Chiesa è la terza persona divina di un Dio che si manifesta come Trinità nelle persone del Padre e del Figlio Gesù: mistero cristiano!). Delle due l’una: se Gesù discende geneticamente dalla stirpe di Davide, tramite il padre Giuseppe, non può esser stato concepito dallo Spirito Santo; se, invece, è stato concepito dallo Spirito Santo, non appartiene alla Stirpe di Davide. Matteo fa nascere Gesù al tempo di Erode (morto nel 4 a.e.v.), in una casa di Betlemme, dove arrivano i Magi, guidati da una stella, per omaggiare il neonato re dei Giudei. L’evangelista Luca, invece, fa nascere Gesù almeno 11 anni dopo la morte di Erode, che si spaventa (e con lui tutta Gerusalemme), quando apprende la notizia della nascita di un nuovo re. Temendo di essere spodestato dal suo trono, ordina la strage degli innocenti. La sacra famiglia, avvertita da un angelo del Signore, fugge in Egitto. Morto Erode, la sacra famiglia ritorna in patria, ma non a Betlemme, per paura di Archelao, figlio di Erode. Va invece in Galilea e si stabilisce nel villaggio di Nazareth. Luca, contraddicendo Matteo, dice che la sacra famiglia abita in Nazareth ed è a causa di un censimento che va a Betlemme, paese originario della famiglia di Giuseppe e della casa di Davide da cui discende. Al loro arrivo, la sposa Maria dà alla luce il figlio Gesù in una mangiatoia, perché non c’è posto in albergo. Il bambinello riceve la visita dei pastori. Dopo otto giorni, Gesù è circonciso; in seguito, è portato al Tempio in Gerusalemme per la prescritta purificazione della puerpera e l’offerta del neonato al Signore. Nel Tempio, Gesù è riconosciuto da Simeone e dalla profetessa Anna come il Messia atteso. La notizia (nel racconto dell’evangelista Luca) non può arrivare alle orecchie di Erode, essendo egli morto almeno 11 anni prima. Manca quindi nel racconto di Luca la truce strage degli innocenti e la fuga in Egitto della sacra famiglia, che, invece, ritorna in Galilea, a Nazareth. Altri episodi circa l’infanzia e l’adolescenza di Gesù gli evangelisti ignorano fino all’età in cui, intorno ai trent’anni, inizia la sua divina missione (prima in Galilea poi in Giudea, secondo i Vangeli sinottici; soprattutto in Giudea, nel Vangelo secondo Giovanni). Soltanto Luca ci fa sapere che all’età di circa dodici anni Gesù andò con la sua famiglia a Gerusalemme per la ricorrenza della festa di Pasqua. Al ritorno verso la Galilea, la famiglia si accorge dell’assenza del giovinetto. Lo cercano, ma soltanto dopo tre giorni lo trovano nel Tempio, mentre stava disputando con i dottori della Legge. Gesù, raggiunta l’età adulta, prima di iniziare il suo ministero, va a farsi battezzare da Giovanni Battista. Secondo l’evangelista Marco, durante il rito Gesù ha una personale esperienza: vede da uno squarcio di cielo lo Spirito Santo discendere su di lui in forma di Colomba e sente una voce che si compiace di lui e lo proclama Figlio dell’Altissimo. Secondo Matteo, il Battista conosce bene Gesù, tanto che si rifiuta di battezzarlo, ritenendo di non esserne degno. Eppure, secondo Luca, il Battista sobbalzò nel seno di sua madre Elisabetta quando venne a farle visita la parente Maria, già gravida di Gesù. L’evangelista Giovanni, invece, dice che il Battista non sapeva chi fosse Gesù. Soltanto quando vide scendere su di lui lo Spirito Santo nella forma di una colomba lo riconobbe come Messia. Comunque sia, il Battista non si fa cristiano e nutre dubbi su di lui, tanto che dopo il suo arresto invia alcuni discepoli da Gesù per accertare se sia proprio lui il Messia. E se Matteo fa dire a Gesù che il Battista è il profeta Elia, Giovanni fa dire al Battista che non è lui il profeta Elia. Peraltro, Giovanni risparmia ai lettori sia la favola delle tentazioni di Satana a Gesù in ritiro spirituale nel deserto sia le guarigioni degli indemoniati mediante esorcismi. E se in Luca risulta che i Samaritani non accolsero Gesù, tanto che due suoi apostoli, Giacomo e Giovanni, vollero castigarli e, per distruggerli, volevano invocare fuoco dal cielo, l’apostolo Giovanni, supposto autore del quarto Vangelo, racconta invece che Gesù ebbe buona accoglienza presso i Samaritani. Contradditori sono anche i resoconti degli evangelisti sui fatti precedenti e successivi all’arresto di Gesù (per esempio, se Marco dice che Gesù fu crocefisso all’ora terza, circa le nove del mattino, per Matteo e Luca è l’ora sesta, circa mezzogiorno, mentre per Giovanni all’ora sesta Gesù era ancora sotto processo; inoltre, se nei Vangeli sinottici si dice che dall’ora sesta fino all’ora nona si fece buio su tutta la terra, nel Vangelo secondo Giovanni tutto avvenne nella piena luce del giorno). Se per Luca i poveri sono gli indigenti, per Matteo sono i poveri di spirito. Se in Matteo pagani e pubblicani sono disprezzati, in atri passi dei sinottici Gesù predilige accompagnarsi a peccatori e pubblicani. Si fa dire a Gesù che le buone opere devono essere compiute alla luce del giorno; invece in altre circostanze gli si fa dire che devono essere fatte in segreto. Se talvolta Gesù autorizza a rendere pubblico il miracolo compiuto, in altre circostanze vieta di propagandarlo. Se talvolta Gesù invita a sopportare l’altrui violenza, in altre circostanze ordina l’uso della forza. Se Gesù dice che chi non è con lui è contro di lui (come dire che chiunque non è cristiano e nemico dei cristiani), altrove dice che chi non è contro di lui è con lui. Non risulta che Gesù abbia compiuto i sacrifici prescritti dalla Legge, anche se raccomanda ad altri di compierli. Egli, infatti, secondo Matteo, non è venuto ad abrogare la Legge e i profeti; invece, secondo Luca, Gesù dice che la Legge e i profeti hanno avuto validità fino a Giovanni Battista, mentre dopo Giovanni la salvezza è solamente in lui.

Se il Cristo dei Vangeli predica la rassegnazione di fronte alle ingiustizie, Paolo consiglia di subire l’ingiustizia piuttosto che rivendicarla (1 Co 6, 7). Aggiunge che chi non si sottomette all’autorità civile, che è stabilita e ordinata da Dio, subirà doppia punizione, umana e divina (Rm 13, 1-2.5). In altri passi dei vangeli, invece, Gesù invita a resistere nei tribunali degli uomini, garantendo l’assistenza agli imputati mediante la sapienza dello Spirito Santo (per esempio, in Luca 21,12 e seg. e in Mt 10,17-18). L’evangelista Matteo fa dire a Gesù che non è venuto a portare la pace sulla terra, bensì la spada con cui recidere i sentimenti umani all’interno della famiglia, affinché i chiamati possano incondizionatamente ed esclusivamente dedicarsi a lui (cfr. Mt 8,21-22; 10, 34 seg; Lc 9,59-62). Per salvarsi, secondo il Gesù descritto da Giovanni (12,25), Luca (14,26) e Matteo, occorre odiare la propria famiglia e la propria vita (fino a rendersi eunuchi per il regno dei cieli; cfr. Mt 19,12), non preoccupandosi di cosa mangiare e vestirsi né darsi pensieri per il domani: basta a ciascun giorno la sua pena (Mt 6,24-34). Chi vuol essere suo discepolo deve rinunciare a tutto (Lc 14,33). Egli predilige la cura delle cose celesti, piuttosto che di quelle terrestri (Lc 10,38-42). Manda i suoi discepoli a mietere e a godere i frutti di chi ha faticato per ottenerli (Gv 4,38). Predica l’incondizionato perdono alle offese e persino di amare i propri nemici e pregare per loro. Per essere perfetti non bisogna reagire al male ma subirlo (Mt 5,38-48). Il suo amore, però, lo riversa solamente agli ebrei, proibendo ai discepoli di predicare la “buona novella” ai Samaritani e ai Gentili (Mt 10,5-6; 15,21-26). Gesù non prega per il mondo ma soltanto per chi crede in lui (Gv 17,9). Nessuno, però, può credere in lui se il Padre non li ha predestinati alla salvezza (Gv 6,44). Solamente i predestinati sono iniziati ai misteri di Cristo, agli altri, invece, Gesù racconta parabole affinché non intendano né possano salvarsi (Lc 8,9-10). A Dio Padre, Figlio e Spirito Santo è lecito fare ciò che vogliono (Mt 20, 1 seg.). Solamente a chi è predestinato ad accogliere il suo credo Gesù promette l’eterna salvezza (Mt 13,10-12); infatti, molti sono i chiamati ma pochi gli eletti (Mt 22,8-14). Per quelli che si perdono, Dio acceca la mente incredula, affinché non vedano la luce del Vangelo (2 Co 4,3-4; 2 Ts 2,11-12; Fl 2,13). I ricchi, anche se non malvagi, a causa del loro stato, difficilmente potranno entrare nel regno di Dio (Mc 10,17seg); mentre i poveri, proprio perché tali (anche se malvagi?) potranno salvarsi (Lc 6,20). Per salvarsi, secondo il Gesù di Marco (16,16), bisogna aderire al suo credo e sottoporsi al rito del battesimo. Chi non ha fede in lui sarà dannato in eterno; anzi, nel giorno del giudizio universale, sarà trattato peggio degli abitanti di Sodoma e Gomorra (Mt 13,14-15; Lc 19,27). Il merito delle persone, parola di Gesù, sarà valutato in base alla loro fede piuttosto che ai loro comportamenti virtuosi. Chi non si converte alla fede cristiana sarà reciso e, come un tralcio che non fruttifica, arso nel fuoco (Mt 7, 15-19; Gv 15,6). Non appartenere a Cristo significa non appartenere a Dio, perciò chi nega Cristo non deve essere né salutato né accolto nella comunità dei credenti (2Gv 9-11). Chi non si conforma alle decisioni della Chiesa deve essere scomunicato (Mt 18,17). Il Vangelo secondo Matteo è stato redatto parecchio tempo dopo quello in cui si presume che Gesù sia vissuto, giacché gli si fa dire ciò che non avrebbe potuto dire, perché la Chiesa come istituzione era ancora da edificare. Gesù fu condannato a morte dai Romani per sedizione, non per blasfemia. Il che fa supporre che Gesù fosse uno zelota, come alcuni suoi discepoli. Il processo giudaico, invece, sembra un’invenzione degli evangelisti per addossare agli Ebrei la responsabilità della condanna di Gesù.

I primi secoli del cristianesimo, fino all’età costantiniana, furono caratterizzati dalla lotta intestina tra opposte fazioni cristiane (cristiani legati alle tradizioni giudaiche contro quelli provenienti dal paganesimo). In seguito, le fazioni vincitrici si auto – proclamarono ortodosse e combatterono i gruppi religiosi dissenzienti, tacciandoli di eresia. Dopo Costantino (milites pro deo) l’odio religioso perseguitò anche i pagani (i non ancora convertiti al cristianesimo). Persino le pubbliche calamità erano spiegate come causa dell’ira divina contro pagani ed eretici, ritenuti in preda di mire demoniache. La cultura religiosa pagana fu accusata come malefica superstizione. Opere letterarie non conformi alla fede cristiana furono date al rogo.  I templi pagani distrutti o trasformati in chiese. Molti pagani ed eretici furono ritenuti artefici di manipolazioni demoniache e perciò accusati di magia. Le malefiche opere demoniache erano credute una conseguenza dell’ira divina per il peccato di Adamo. I peccati degli uomini erano attribuiti all’esistenza del demonio. L’umanità, massa dannata, condannata alla morte eterna, per essere liberata dal demonio e dalla colpa originaria doveva aderire alla fede cristiana e farsi battezzare. Mediante il sacramento del battesimo, dono del sacrificio del Figlio di Dio, il Cristo Gesù morto per noi sulla croce, l’umanità può beneficiare della vita eterna e della contemplazione di Dio. Con la legittimazione istituzionale della Chiesa, il clero, disciplinato nella gerarchia ecclesiastica, immerso nella sfera religiosa, si distinse dalla sfera profana, secolare, mondana, di cui fanno parte i laici, il popolo cristiano che presiede al culto. I valori di una ristretta e sacralizzata classe sacerdotale furono imposti, volenti o nolenti, a tutti, credenti o diversamente credenti.

Furono i giudei cristiani a trasmettere i loro libri sacri (Bibbia dei Settanta, tradotta in lingua greca) ai convertiti pagani. Solamente verso la fine del IV sec. si ebbe una traduzione in latino della Bibbia, eseguita da san Gerolamo (c.d. Vulgata). Le traduzioni in lingue moderne, purché fossero autorizzate dalla Chiesa, furono eseguite intorno all’epoca umanistica. Il Concilio di Trento, nel 1546, definì il canone dei libri sacri del cattolicesimo, ammettendo testi rigettati dalle prime comunità cristiane o rigettando quelli in uso nella Chiesa antica. Moltissimi erano i vangeli che circolavano nei primi tempi del cristianesimo e che furono considerati apocrifi dopo l’istituzione del canone tridentino.

Il cristianesimo, in quanto religione derivante dall’ebraismo, ha adottato i libri dell’Antico Testamento (alleanza tra Dio e il suo eletto popolo), cui ha aggiunto i libri canonici del Nuovo Testamento (alleanza con un nuovo popolo). I testi sacri dell’Ebraismo sono: il Pentateuco (la legge che Dio aveva dettato a Mosè), i libri dei Profeti (antichi e posteriori), ispirati da Dio, e altre Scritture (sapienziali, storiche, ecc.), ritenute non ispirate direttamente da Dio. A questi testi è stato aggiunto il Talmud, formato dalla Mishnah (la legge orale), una raccolta di tradizioni sull’interpretazione della Legge, e dalla Ghemara (un commento alla Mishnah). La Bibbia, in quanto ritenuta ispirata da Dio, non può errare né ingannare; dunque, essa non può che assumere l’autorità della verità in ogni sua parte. In realtà, l’immagine che la Bibbia dà di Dio è negativa. Il Dio biblico è omicida, favorisce un solo popolo, purché sia a lui servilmente obbediente, e lo incita a sterminare o ridurre in schiavitù altri popoli. E’ un Dio dispotico, geloso, ingiusto, rancoroso, vendicativo, che dichiara lecite le uccisioni da lui comandate, in opposizione alle leggi da lui stesso decretate nel Decalogo. Questa figura negativa di Dio, che rispecchia quello concepito nell’A.T., è stata accolta nel Corano, soprattutto nelle sure medinesi. I testi sacri delle tre religioni monoteistiche (ebraismo, cristianesimo, islamismo), giacché sono creduti di provenienza divina, si considerano verità assolute, dogmatiche, valide in ogni tempo e luogo, prove infallibili della rivelazione di Dio. Un solo errore o una sola falsità riscontrabile nei suddetti sacri testi li renderebbe inattendibili. In realtà, molti sono gli errori, le falsità, le divergenze, le contraddizioni, le assurdità, le incoerenze, le inverosimiglianze e altre negatività in essi riscontrabili, se letti con senso critico. Dunque, non paiono attendibili. Nel dubbio, ognuno può ritenerli veri, per fede, o falsi, quindi non degni di fede.

Con quali criteri furono scritti i tanti vangeli (canonici e apocrifi) e come fu accertata l’attendibilità o falsità dei medesimi? Gli autori furono testimoni oculari o riportarono altrui testimonianze e quali, quelle dei testimoni oculari o quelle dedotte dalla tradizione orale? Quali prove o garanzie furono addotte per avvalorare la veridicità delle narrazioni e dei presunti miracoli operati da Gesù, che nulla scrisse di suo pugno? Quale certezza abbiamo che le copie a noi pervenute siano fedeli ai perduti testi originali e che non abbiano subito nel tempo interpolazioni o aggiunte? Quali sono i vangeli più autentici, quelli dei cristiani giudaizzanti o quelli dei gentili convertiti? Mah! La moderna critica testuale, il cui scopo è emendare il testo da errori, glosse e difetti introdotti volontariamente o involontariamente da copisti e traduttori, fino a che punto può garantire l’autenticità della copia in esame al testo originale (sempreché questo si possa ritenere veridico in ogni sua parte)? L’attuale testo delle Scritture è preferibile leggerlo con spirito critico per quello che letteralmente dice e comprenderlo per quanto consente la nostra intelligenza. Lasciamo alle speculazioni teologiche argomentare illazioni, supposizioni, ipotesi per fortificare la fede dei credenti.

Il Concilio Vaticano I, presieduto da Pio IX, aveva decretato l’infallibilità del papa e aveva stabilito che sacri e canonici dovevano essere intesi i libri approvati come tali dal Concilio di Trento, giacché autore di essi è Dio, che ha ispirato gli scrittori e che ispira lo stesso papa quando parla “ex cathedra” (infallibilità delle sue decisioni). Il Concilio di Trento, in verità, aveva santificato non i testi originari, ma la traduzione in latino di san Gerolamo (c.d. Vulgata), ritenuta ispirata da Dio al traduttore. Pio X con l’enciclica del 1907 condannò la critica testuale, perché riteneva i testi sacri immutabili e intangibili in conformità al credo tridentino. Già Pio IX tacciava i filologi come nemici della divina rivelazione. Pio XII, invece, con l’enciclica del 1943, promosse la critica testuale, contraddicendo i suoi predecessori e la loro presunta infallibilità. I testi sacri, in realtà, come qualsiasi altro testo antico, possono subire interpolazioni e corruzioni durante il lungo processo storico della loro esistenza.

Il diritto e l’eticità di uno Stato devono fondarsi sulla religione o essere indipendenti da essa, che presume di conoscere la volontà di Dio? Su quale religione e su quale Dio deve fondarsi l'eticità e il diritto, posto che ogni religione ha il suo Dio? Il Gesù dei vangeli sembra voler indicare che vi siano due autorità e due distinte competenze, quella terrena e quella celeste. Il cristianesimo ha interpretato le parole messe in bocca a Gesù, ritenendo che la legge divina, cioè la norma per accedere alla salvezza e alla vita eterna nel Regno di Dio, sia superiore alla legge dello Stato, il cui scopo è limitato al governo della vita terrena. Dunque, i doveri verso Dio, così come prescritti e garantiti dalla Chiesa, sarebbero superiori ai doveri verso lo Stato. La legge morale della religione cristiana, quindi, sarebbe superiore a quella derivante dalle norme giuridiche dello Stato, perché l’una discenderebbe dalla volontà di Dio, l’altra da quella deliberata dagli uomini. Ne consegue che il potere della Chiesa dovrebbe essere superiore a quello dello Stato, che non può ostacolare i doveri che il cristiano ha verso Dio né può limitare l’autorità della Chiesa in merito all’interpretazione della volontà divina. L’autorità dello Stato, quindi, dovrebbe essere subordinata a quella della Chiesa, che può o non legittimare l’altro, secondo che la legge dello Stato sia o non conforme a quella della Chiesa, la cui legittimazione, superiorità e sacralità discenderebbero direttamente da Dio.

 Lucio Apulo Daunio



martedì 2 ottobre 2012


SPIGOLATURE EVANGELICHE

              



               Gli autori dei vangeli canonici (cioè ritenuti ispirati da Dio) narrano i detti, i fatti, i tempi, le persone e altre circostanze della vita di Gesù in modo differente sia gli uni dagli altri sia rispetto agli altri autori dei vangeli apocrifi (quelli che la Chiesa, in seguito, ha ritenuto non ispirati da Dio). Taluni, poi, dicono ciò che altri ignorano. Due vangeli canonici, attribuiti a Matteo e Giovanni, apostoli di Gesù, sono l’uno diverso dall’altro, tanto che il Gesù dell’uno non assomiglia a quello dell’altro. Marco, che ha scritto il vangelo riportando altrui testimonianze, ignora la nascita di Gesù e quella del suo precursore Giovanni Battista. Matteo e Luca, invece, descrivono nei più intimi dettagli la nascita di Gesù. Luca aggiunge quella di Giovanni Battista e un episodio dell’adolescenza di Gesù, che discute con i dotti ebrei nel Tempio. Giovanni, come Marco, nulla dice sulla nascita dell’uno e dell’altro.

Luca fa nascere i due protagonisti al tempo di Erode il Grande, re di Giudea. Un angelo, Gabriele, annuncia prima a Zagaria la nascita del figlio Giovanni, il Battista, e sei mesi dopo, a Maria di Nazareth, la miracolosa concezione di Gesù. Maria, dopo il divino concepimento, parte (da sola?) verso la Giudea per far visita alla parente Elisabetta, moglie di Zagaria. Vi resta per circa tre mesi con loro, facendo esultare Giovanni nel seno di sua madre. L’evangelista Giovanni, invece, fa dire al Battista che non conosceva Gesù, né come parente né come Messia. Luca racconta che, a causa di un (improbabile) censimento disposto dalle autorità romane, Giuseppe e Maria, prossima a partorire, lasciarono la Galilea per recarsi in Giudea, a Betlemme, paese originario della sacra famiglia, dove alloggiarono presso una stalla perché non c’era posto in albergo a causa dell’affollamento (non pare credibile che non avessero più alcun parente che potesse ospitarli). Dopo il parto di Maria, andarono a Gerusalemme nel Tempio per ottemperare alle prescrizioni legali. Luca ignora se andarono a trovare i parenti Zagaria ed Elisabetta ivi residenti. Eppure, il bambino Gesù fu riconosciuto nel Tempio come l’atteso Salvatore di Israele. In tutta Gerusalemme si era sparsa la voce del lieto evento e, qualche tempo prima, anche nella vicina Betlemme e dintorni per opera dei pastori, che andarono ad adorare il bambinello nella mangiatoia. Luca, però, prima dice che Gesù e il Battista erano parenti ed entrambi conoscevano la missione cui l’altro era destinato, poi, nel proseguimento del racconto, dice che il Battista dubitò della messianicità del Cristo, ancorché avesse visto discendere lo Spirito Santo in forma di colomba durante il battesimo dell’altro.

Nel sacro poema epico dell’India, il Mahabharata, si contempla un leggendario episodio analogo alla vicenda di Zagaria. Nascite miracolose annunciate da angeli si riscontrano anche nell’A.T., come quelle di Isacco, di Sansone e di Samuele, che furono consacrati al dio d’Israele. Gli angeli Gabriele, Michele e Raffaele, secondarie figure protagoniste dell’Antico e del Nuovo Testamento (Nuova Alleanza), fanno parte della mitologia persiano-caldea, importata dalla cultura ebraica durante la cattività babilonese.

Matteo, all’inizio del suo racconto, riporta la genealogia di Gesù, iniziando da Abramo, e suddividendola in tre gruppi ciascuno di quattordici generazioni (per un totale effettivo di quarantuno anziché quarantadue generazioni). Questa genealogia presenta imprecisioni e differenze rispetto alle genealogie riportate nei testi ebraici. Lo scopo cui allude l’evangelista è dimostrare la discendenza di Gesù, preteso Messia Salvatore, dalla stirpe di Davide, com’era stato annunziato dai profeti. Luca, invece, che descrive la genealogia di Gesù dopo l’episodio del battesimo, risale fino ad Adamo, differendo in più punti da quella riportata da Matteo. Quanto al padre putativo di Gesù, sia l’uno sia l’altro evangelista lo fanno discendere da persone diverse. Dubbia è in Luca la discendenza di Maria dalla casa di Davide, essendo la stessa stretta parente di Elisabetta, discendente dalla casa di Aronne. Dunque, dubbia è anche la discendenza di Gesù dalla stirpe di Davide, se si afferma dogmaticamente che Giuseppe è padre putativo, anziché naturale di Gesù e che questi è consanguineo di Giovanni Battista. In verità, lo scopo di Luca è dimostrare che Gesù non soltanto apparterebbe alla stirpe davidica nella linea del padre Giuseppe, ma è anche sacerdote e re come Melchisedec , discendente della stirpe di Aronne (in verità, Melchisedec era un sacerdote cananeo), cui apparterebbe la madre Maria. Ne consegue l’assurda discendenza di Maria dalle due stirpi, regale e sacerdotale. Sembra quindi evidente che i perduti testi originari, attribuiti a Matteo e Luca, siano stati in seguito rimaneggiati per avvalorare le interpretazioni ideologiche delle varie comunità religiose dominanti.

Marco tace sulla nascita miracolosa e sulla vita di Gesù fino all’età adulta, quando inizia la sua pretesa missione divina. Egli è il Cristo, ancorché figlio di Maria e del carpentiere Giuseppe, dimoranti in uno sconosciuto villaggio della Galilea. Ha fratelli e sorelle, dunque non è figlio unigenito. Marco quindi ignora ciò che poi diverrà di fondamentale importanza del cristianesimo, anche se il suo vangelo pare che sia tra le più antiche testimonianze sulla vita di Gesù. Anche Giovanni, quantunque divinizzi la figura di Gesù, tace sulla sua vita fino all’età adulta. Egli fa dire a un discepolo che Gesù è figlio di Giuseppe, da Nazareth. Ha fratelli che non credevano in lui. Eppure, secondo Matteo e Luca, la sua nascita soprannaturale divenne un fatto pubblico in Giudea. Matteo asserisce che la dimora della sacra famiglia era in Betlemme (contraddicendo Luca, che pur confermando la nascita di Gesù a Betlemme, in Giudea, a causa di un censimento, dice che sia prima sia dopo la nascita di Gesù la famiglia abitava in Nazareth, nella Galilea).

Secondo Matteo, prima di consumare il matrimonio con Giuseppe, Maria si trovò incinta per opera divina. Accortosi della gravidanza, Giuseppe voleva ripudiarla, ma un angelo apparsogli in sogno lo informò che a mettere incinta Maria era stato lo Spirito Santo. Maria - aggiunse l’angelo - darà alla luce il Salvatore del suo popolo. Giuseppe mangiò la foglia e si tenne Maria, astenendosi dai rapporti sessuali fino alla nascita del primogenito Gesù. Dunque, in seguito, avrebbe generato altri figli. Secondo Luca, fu l’angelo Gabriele che, sei mesi dopo l’annuncio del figlio Giovanni a Zaccaria, apparve a Maria per annunciarle il concepimento miracoloso di Gesù, figlio dell’Altissimo, erede del regno di Davide, destinato a regnare in eterno sulla casa di Giacobbe. Maria rimase turbata non dall’improvvisa apparizione ma dalle parole dello sconosciuto, che era apparso senza dire chi fosse, mentre a Zagaria era apparso presentandosi come angelo Gabriele. Gesù, inoltre, non è descritto come modesto salvatore dei peccati del suo popolo, bensì come re d’Israele. Come la prese Giuseppe l’incresciosa notizia della gravidanza miracolosa di Maria, ciò non è detto. Nessuna inventiva è impossibile alla fervida e contraddittoria fantasia degli evangelisti!

Svetonio, nella vita di Augusto, cita un frammento di Asclepiade di Mendes, secondo il quale Atia (cioè Azia Maggiore), madre di Augusto, fu ingravidata dal dio Apollo. Filostrato racconta che alla madre incinta di Apollonio di Tiana (il Cristo pagano) apparve il dio Proteo. Ella, per nulla intimorita dall’inquietante divinità, le chiese di chi si sarebbe sgravata. E l’altro rispose che si sarebbe sgravata di lui. Nell’opera “Ricognizioni” di un autore anonimo del II secolo, si racconta che Simone Mago, messia dei Samaritani, si vantava di essere nato dalla vergine Rachele prima che costei avesse rapporti sessuali con il marito. Apuleio, nell’opera “Su Platone e la sua dottrina”, narra che Aristone, padre di Platone, fu ammonito da una voce divina di lasciare illibata la sua sposa fino a quando il dio Apollo non la ingravidasse. Nel mito di fondazione di Roma si racconta che la vestale Rea Silvia fu messa in cinta dal dio Marte. Mitra, Adone e altre divinità della Persia, dell’Egitto e della Siria si credevano concepiti da vergini donne rese gravide da uno spirito divino. A simili racconti si dava credito in quei tempi.

Se Matteo fa nascere Gesù nel decennio precedente l’anno zero, Luca lo fa nascere nel successivo decennio. La nascita di Gesù al 25 dicembre, durante il periodo in cui si celebravano a Roma i Saturnali e si festeggiava il natale del dio Mitra, Sole Invitto, è un’invenzione della Chiesa.

Dopo la nascita di Gesù in una grotta a Betlemme – secondo la narrazione di Luca – un angelo avvertì i pastori nei dintorni che era nato in una mangiatoia il Salvatore d’Israele. Intanto una moltitudine dell’esercito celeste inneggiava il “Gloria”. I pastori accorsero ad adorare il Messia-Signore, seguendo le indicazioni dell’angelo. Trascorsi otto giorni, il bambinello fu circonciso e, in seguito, secondo gli usi ebraici, fu portato al Tempio in Gerusalemme per essere riscattato con un’offerta. Nel Tempio fu riconosciuto dal pio Simeone come il Cristo del Signore e dalla profetessa Anna come il liberatore di Gerusalemme. La profezia divenne (o sarebbe dovuta diventare) di pubblico dominio.

Matteo, a differenza di Luca, fa nascere Gesù nella casa paterna, in Betlemme, dove riceve la visita dei Magi guidati sul luogo da una stella (cosa del tutto assurda). I Magi erano verosimilmente sacerdoti caldei, studiosi di astrologia; essi credevano che i sette pianeti allora conosciuti mostrassero i segni degli eventi futuri. L’evangelista aggiunge l’improbabile strage degli innocenti, ordinata da Erode, e la preventiva fuga in Egitto della sacra famiglia, avvertita del pericolo da un angelo.

Pastori, magi e notabili del Tempio divulgarono la lieta notizia dell’avvento del Messia, liberatore d’Israele, rendendola di dominio pubblico e dando così avvio al mito e al mistero di Gesù, noto solamente agli scrittori cristiani.

Plutarco narra che quando nacque Osiride fu udita una voce che lo proclamava Signore di tutto il mondo. La voce stessa comandò a una donna di nome Pamilia, che andava al tempio di Giove per attingere acqua, di divulgare in giro che era nato il gran re e benefattore Osiride.

Svetonio riporta una tradizione secondo la quale, prima della nascita di Augusto, accadde un prodigio in Roma, del quale si congetturò che la natura stava per partorire il re del popolo romano. Ciò diede adito al Senato di emanare un editto, poi non applicato, con cui si ordinava di uccidere tutti i bambini nati durante quell’anno fatidico.

Secondo la tradizione giudaica, Elia doveva comparire alla fine del mondo, precedendo l’avvento del Salvatore d’Israele. Gesù, come testimoniano gli autori dei vangeli sinottici, parlando di Elia, intendeva riferirsi al suo precursore Giovanni Battista. L’evangelista Giovanni, invece, dice che il Battista, interrogato da sacerdoti, leviti e farisei, che gli chiesero se fosse lui il Cristo o Elia o il profeta, cioè se fosse l’atteso salvatore escatologico, rispose di no.

L’ennesimo prodigio occorso durante il battesimo di Gesù sulle rive del Giordano non ebbe effetti persuasivi, al pari degli altri miracoli e portenti operati da Gesù, per la conversione dei giudei alla sua divina missione. Eppure, in molti videro discendere su Gesù da uno squarcio di cielo lo Spirito di Dio sotto la forma di una colomba e udirono la voce tonante di Dio Padre proclamarlo Figlio suo diletto. Secondo alcuni antichi miti, la colomba era venerata come una divinità (Semiramide, regina degli Assiri, ascese tra gli dei sotto forma di una colomba). Gli evangelisti, seguendo la tradizione popolare, simboleggiarono nella colomba l’immagine visibile dello Spirito di Dio.

Secondo una mitologia giudaica, il regno di Satana, che ha potestà sulle tenebre, sarebbe terminato con l’avvento del regno del Messia. Secondo i vangeli sinottici, lo Spirito Santo, disceso su Gesù durante il rito del battesimo, volle mettere alla prova la sua efficacia su Gesù, perciò lo condusse nel deserto, dove si riteneva che abitassero gli spiriti malefici. In quel luogo desolato, vivendo con le fiere, astenendosi dal mangiare, servito dagli angeli (a che pro?), Gesù fu tentato per quaranta giorni da Satana, che evidentemente volle conoscere chi fosse colui che l’avrebbe dovuto spodestare dal suo tenebroso regno. Gesù, ovviamente, ne uscì vittorioso dalla lotta con il principe del male.

Tra i prodigi operati da Gesù, soltanto l’evangelista Giovanni riporta quello della trasformazione dell’acqua in vino durante una festa di nozze nel villaggio di Cana. Epifanio di Salamina, nella sua opera “Panarion” (trattato contro le eresie), racconta che in una città della regione Caria (nell’attuale Turchia) ci fosse una fontana da cui, nel giorno e ora in cui avvenne il prodigio di Cana, scorreva vino anziché acqua. Plinio il Vecchio, nella sua opera “Storia Naturale”, racconta che nell’isola di Andros nelle Cicladi alle idi di gennaio (nel tredicesimo giorno del mese) zampillava vino da una fontana. Altri miti raccontano analoghi portenti.

Se Luca riporta la conversione di Zaccheo, ricco capo dei pubblicani (cioè magistrato che sovrintendeva alle pubbliche rendite), Giovanni riporta quella di Nicodemo, capo dei giudei (cioè un membro del Sinedrio, massimo organo religioso). Soltanto Giovanni dice che quando Gesù venne in Giudea con i suoi discepoli a battezzare, la gente accorreva per farsi da lui battezzare. I discepoli del Battista si lamentarono con il loro maestro della concorrenza dell’altro, ma egli rispose loro che non era lui il Messia, bensì Gesù. Poco più avanti, però, Giovanni si corregge, dicendo che non era Gesù che battezzava ma i suoi discepoli. I Sinottici, invece, dicono che la missione di Gesù consisteva nel predicare; non dicono che lui o i suoi discepoli battezzassero. Giovanni, inoltre, dice che Gesù e i suoi discepoli passarono per la Samaria, dove avvenne l’incontro con la Samaritana al pozzo di Giacobbe. I Sinottici, invece, dicono che Gesù proibì espressamente ai discepoli di andare in Samaria (fra Giudei e Samaritani non correva buon sangue).

Secondo Marco e Matteo, Gesù inizia la sua missione di predicatore nella regione palestinese della Galilea, spostandosi lungo le sponde del lago di Tiberiade. In seguito, va a predicare a Nazareth, dove diede scandalo e, a causa dell’incredulità dei paesani, non poté compiere miracoli. Secondo Luca, invece, Gesù venne prima a predicare a Nazareth, dove indignò i Nazareni che, a furor di popolo, lo trascinarono fino in cima al monte, su cui era situato il loro villaggio, per farlo precipitare giù (l’attuale Nazareth, però, non si trova sul pendio di un monte). Gesù, chi sa come, in quel frangente riuscì a farla franca, trasferendosi definitivamente a Cafarnao, sul lago di Tiberiade. Se per Marco e Matteo i primi discepoli di Gesù erano pescatori, Luca aggiunge che questi si convertirono dopo che Gesù compì il miracolo dell’abbondante pesca. Un analogo miracolo racconta anche Giovanni, ma dopo la resurrezione di Cristo, che si fece riconoscere dai discepoli affranti, dopo aver compiuto il miracolo dell’abbondante pesca. Quanto alle singole conversioni di apostoli e discepoli, gli evangelisti differiscono l’uno dagli altri. Due apostoli, Filippo e Andrea (fratello di Simon Pietro), hanno nomi greci (ciò pare impossibile per un giudeo palestinese). Un altro apostolo, Bartolomeo, sembra un patronimico (bar-tolomeo, cioè figlio di Tolomeo, un nome greco). Luca aggiunge che Gesù elesse anche altri settantadue discepoli e che li inviò in coppia nei luoghi che stava per visitare.

Moltissimi e clamorosi furono i miracoli e i prodigi che, secondo l’immaginazione degli autori dei vangeli, Gesù avrebbe compiuto. Il famoso “Discorso sul monte” (una raccolta di detti morali attribuiti a Gesù), riportato da Matteo, trova qualche accenno in Marco e Luca (Discorso della pianura), non in Giovanni, che a sua volta non conosce il miracolo della guarigione del lebbroso, narrata dai tre sinottici (Luca aggiunge la miracolosa guarigione di altri dieci lebbrosi). Alcuni pretesi miracoli di guarigione sono riferibili a un fatto medesimo narrato in modo differente da ciascun evangelista, come le guarigioni dalle infermità o quelle dalle supposte possessioni demoniache (queste ultime sconosciute a Giovanni). Luca riferisce che quando Gesù guarì l’indemoniata di Gerasa, la popolazione del luogo, anziché inneggiare al miracolo, si spaventò, costringendo Gesù ad allontanarsi da loro. Anche il racconto della guarigione di un paralitico è presentato in modo differente dagli evangelisti. Marco e Luca aggiungono alla narrazione di Matteo un inverosimile episodio. A causa della folla che ostruiva l’ingresso dell’abitazione in cui Gesù operava guarigioni, alcune persone sollevarono il lettuccio, su cui giaceva il paralitico, fin sopra il tetto della casa. Una volta scoperchiate le tegole e praticato un foro, lo calarono giù presso Gesù, da cui fu tosto guarito. Giovanni, invece, cambia i particolari. Il miracolo avvenne non in una casa della Galilea, ma a Gerusalemme, presso la piscina di Betesda.

Quanto all’incredibile e impossibile risuscitazione di morti, Marco, Matteo e Luca riportano l’episodio della risuscitazione della figlia di Giairo, capo della sinagoga. Luca aggiunge la risuscitazione del figlio della vedova di Naim. Giovanni non conosce i prodigi di risuscitamento narrati dai sinottici, né gli autori di questi vangeli conoscono il clamoroso ritorno in vita di Lazzaro, l’amato da Gesù, avvenuto in Betania, villaggio vicino a Gerusalemme, narrato da Giovanni. Lazzaro era il fratello di Marta e di quella Maria che aveva unto il Signore con del profumo costosissimo e gli aveva asciugato i piedi con i capelli. Luca dice che l’unzione di Gesù avvenne in un villaggio della Galilea nella casa di un fariseo, che aveva invitato a pranzo Gesù; aggiunge, inoltre, che l’unzione gli fu fatta da una peccatrice, di cui non indica il nome. Di Marta e Maria, Luca racconta un diverso episodio avvenuto in un villaggio, di cui non specifica il nome. Matteo e Marco riportano l’episodio dell’unzione con unguento prezioso avvenuto in Betania nella casa di Simone il lebbroso da parte di una donna, di cui non specificano il nome.

Circa le guarigioni miracolose di ciechi narrate dai quattro evangelisti, Marco dice che la guarigione miracolosa di un cieco avvenne a Betsaida (villaggio a nord del Lago di Tiberiade, nella regione Gaulanitide, confinante con la Galilea). Betsaida, dove secondo Giovanni erano nati gli apostoli Pietro, Andrea e Filippo, fu aspramente rimproverata da Gesù (secondo Matteo, perché gli abitanti non si erano convertiti, nonostante i numerosi miracoli cui avevano assistito). Matteo dice che Gesù guarì due ciechi a Cafarnao e subito dopo un sordomuto. Aggiunge che guarì un indemoniato cieco e muto e altri due ciechi a Gerico (secondo Luca e Marco era uno; Marco specifica che quel cieco era Bar-timeo, cioè figlio di Timeo). Giovanni dice che Gesù guarì un cieco a Gerusalemme. Marco e Giovanni dicono che Gesù guarì il cieco applicandogli negli occhi un impiastro di fango (Marco aggiunge che il cieco guarì dopo che Gesù applicò due volte le mani sugli occhi; Giovanni, invece precisa che il cieco guarì dopo essersi lavato nella piscina di Siloe). In Matteo, tutti i ciechi sono guariti mediante il tocco delle mani. In Marco, Bartimeo è guarito con la semplice parola, a differenza del cieco di Betsaida. Anche Luca dice che Gesù guarì il cieco con la parola. Lo storico romano Tacito riporta analoghe guarigioni operate dall’imperatore Vespasiano.

Tutti e quattro gli evangelisti raccontano l’inverosimile episodio miracoloso della moltiplicazione di alcuni pani e pesci per sfamare la numerosa folla al seguito di Gesù (più di quattromila o cinquemila persone). Soltanto Marco e Matteo raccontano un altro analogo episodio, quello della seconda moltiplicazione di pochi pani e pesci. Ovviamente, gli evangelisti differiscono tra loro in molti particolari. Per esempio, se nel primo episodio Gesù benedisse e moltiplicò cinque pani e pochi pesci e, dopo la distribuzione, avanzarono dodici ceste (allusione ai dodici apostoli e alle dodici tribù d’Israele); nel secondo episodio egli benedisse cinque pani e pochi pesci e, dopo la distribuzione, avanzarono sette ceste (numero sacro per gli ebrei). Secondo la tradizione giudaica, anche Elia ed Eliseo compirono il miracolo della moltiplicazione di farina e olio. Quanto alle leggende che si raccontano su Maometto, ve ne sono alcune riferite ai suoi supposti prodigi. Per sfamare gli operai che stavano scavando una trincera intorno a Medina per resistere all’assedio dei Meccani, Maometto compì il portento di moltiplicare le provviste di datteri secchi, di un pane d’orzo e di un arrosto di agnello (notizia tratta dal Dizionario storico-mitologico di Giovanni Pozzoli).

Un altro inverosimile episodio, quello di Gesù che cammina sulle acque del lago di Tiberiade per soccorrere gli apostoli durante una tempesta, è narrato da tre autori dei vangeli: Marco, Matteo e Giovanni. Luca, assieme a Marco e Matteo, riporta un altro inverosimile episodio, quello di aver sedato una tempesta, mentre viaggiava in barca con gli apostoli. L’uno e l’altro episodio sono narrati in modi diversi dagli autori dei vangeli. Del resto, nei libri biblici si racconta che Mosè passo a piedi il Mar Rosso senza bagnarsi; anche Giosuè passo a piedi il fiume Giordano senza bagnarsi, e lo stesso fece Eliseo stendendo il mantello di Elia.

Gli autori dei vangeli sinottici riportano la risposta che gli apostoli diedero a Gesù, quando chiese loro cosa pensavano di lui. Gli rispose l’apostolo Pietro, dicendogli che era il Messia (secondo Marco); che era il Messia di Dio (secondo Luca); che era il Messia, figlio del Dio vivente (secondo Matteo). Soltanto l’evangelista Matteo riporta che Gesù elogia Pietro perché il Padre celeste a lui ha rivelato la divinità del Figlio. Poi (continua il racconto di Matteo), seduta stante, lo insignì quale pietra angolare dell’edificante Chiesa, sentenziando che le tenebre non prevarranno mai su di essa. A Pietro (e ai suoi successori) darà le chiavi del Regno dei cieli e ogni cosa che egli avrà legato o sciolto sulla terra, altrettanto avverrà nei cieli. Pare evidente che in Matteo ci sia un’interpolazione aggiunta in tempi successivi dai teologi per dar lustro, autorità, sacralità e supremazia ai successori di Pietro. La facoltà di legare e sciogliere, in verità, Gesù la concesse, come lo stesso Matteo riporta più avanti nel suo vangelo, a tutti gli apostoli. La medesima cosa fa dire Giovanni a Gesù risorto, quando soffiò sugli apostoli lo Spirito Santo.

Gli autori dei vangeli sinottici dicono che l’ultima cena di Gesù con gli apostoli fu consumata durante la ricorrenza della Pasqua (ebraica), in cui -secondo la Chiesa- Gesù istituì il sacramento dell’Eucaristia. Per Marco e Matteo, durante il consumo della cena, Gesù prese del pane, lo benedì, lo spezzo e invitò i discepoli a mangiarne, perché quello era il suo corpo. Luca aggiunge “che è dato per voi” (dunque non per tutti). Prese poi del calice colmo di vino, lo benedì e invitò i discepoli a berne, perché, secondo Marco e Matteo, quello era il suo sangue della nuova alleanza che stava per versare per molti (dunque non per tutti). Matteo aggiunge “in remissione dei peccati” (supponendo una colpa da espiare e una vittima da sacrificare). Luca, invece, fa dire a Gesù, dopo l’offerta del vino ai discepoli, che egli non avrebbe più bevuto vino fino a quando non verrà il Regno di Dio. Questo fan dire a Gesù anche gli altri due evangelisti, precisando, l’uno (Marco), che lo berrà con loro nel Regno di Dio, l’altro (Matteo), nel Regno del Padre mio (qualificando così Gesù come Figlio di Dio). Solamente Luca fa dire a Gesù “Fate questo in memoria di me”, cioè in ricordo dell’imminente morte. Su queste parole la Chiesa ha poi istituito il rituale del sacramento eucaristico.

Giovanni, invece, dice che l’ultima cena avvenne prima della festa di Pasqua, ma non fa alcun accenno all’istituzione dell’Eucaristia. Egli riporta soltanto l’episodio della cerimonia che si riferisce al lavaggio dei piedi agli apostoli, ignorata dai sinottici. Continua la narrazione con una lunga, mistica predica di Gesù, nella quale, fra l’altro, gli fa dire che lui è nel Padre come il Padre è in lui, anche se il Padre è più grande di lui, ma lui è la via, la verità e la luce. Aggiunge la promessa di Gesù ai discepoli, che il Padre manderà un altro Paracleto, cioè lo Spirito Santo, che farà loro ricordare tutto quello che lui ha predicato. In un’altra predica, precedente quella dell’ultima cena, Giovanni fa dire a Gesù che lui è il pane della vita, cioè la sua carne che sacrificherà per la vita del mondo. Chi non mangerà la sua carne e non berrà il suo sangue non avrà la vita eterna.

Se, però, molti sono i chiamati e pochi gli eletti, e se il sangue di Cristo, simbolo della nuova alleanza (e non più il sangue della circoncisione, che sanciva l’antica alleanza tra Dio e gli ebrei sotto il giogo della Legge), è versato per molti (non per tutti), e se il suo corpo è stato sacrificato per la salvezza di pochi eletti, allora l’immolazione di Cristo sulla croce appare essere a esclusivo beneficio dei predestinati alla salvezza.

Di altre invenzioni, incoerenze e assurdità riportate dagli autori dei vangeli circa la cattura, il processo, la condanna, la morte, la sepoltura, la risurrezione, l’apparizione e l’ascensione del risorto Gesù, voglia il lettore curioso, improntato a pazienza e guarnito di spirito critico, dedurle direttamente dal confronto dei contraddittori racconti degli evangelisti.


 Lucio Apulo Daunio