venerdì 2 settembre 2011


L’ULTIMA CENA SECONDO GIOVANNI

               Durante una cena in prossimità della Pasqua (festa ricorrente, secondo il calendario ebraico, al quindicesimo giorno del mese di Nissan, in prossimità dell’equinozio di primavera), avendo Gesù preso coscienza dell’avvicinarsi della sua dipartita, volle ancora una volta rammentare agli apostoli le regole auree di comportamento, insistendo sul tema dell’umiltà (Gv 13, 1 seg.). Stava cenando con gli apostoli sdraiati intorno al desco (delle pie donne al seguito nulla dice l’evangelista), quando decise di lavare i piedi ai commensali, sostituendosi ai servi adibiti a quell’umile servizio, secondo l’usanza in voga in quei tempi. Simon Pietro, manco a dirlo, s’indignò, rifiutando di farsi lavare i piedi dal suo idolo. Gesù insistette sulla necessità di dover adempiere quell’incombenza, il cui significato l’avrebbe compreso in seguito; perciò, se voleva continuare a far parte della sua accolita e aspirare alla gloria, doveva farsi lavare i piedi da lui. Pietro, di fronte alla gloria, smise di indignarsi e non solo si fece lavare i piedi, ma chiese anche il lavacro di mani e capo (“ad maiora”, Pietrone!). Gesù, con linguaggio traslato, cercò di smussare i suoi picchi di gloria, convincendolo che non aveva bisogno di farsi un nuovo bagno purificatorio alla Battista. Tutti gli apostoli, parola di Gesù, erano già mondi, tranne uno: la pecora nera che stava per tradirlo, succube della potenza del malefico principe di questo mondo e dei suoi fedeli manutengoli. Questo diabolico essere invisibile, pare che ammazzi il tempo divertendosi a traviare il genere umano trascinandolo tra la perduta gente. Dopo aver terminato il lavaggio dei piedi agli apostoli, sedutosi al suo posto intorno al desco, Gesù chiese se avessero compreso il significato del suo umile gesto (non aveva già detto a Pietro che solo in seguito avrebbero potuto comprenderlo?). Non ricevendo risposta, ne spiegò loro il significato. Non la gloria di questo mondo, gli apostoli avrebbero dovuto perseguire, ma l’umiltà, facendosi piccoli per amore del prossimo, rendendosi disponibili a svolgere modesti servizi, sull’esempio del loro Maestro. Rendendosi umili verso il prossimo si sarebbero guadagnati gloria e beatitudini nell’altro mondo. La sua lezione di umiltà, però, non poteva essere accolta dalla pecora nera, altrimenti, parola di Gesù, la Scrittura non si sarebbe potuta compiere: tutto era stato predestinato dal Padre! Non manca nel Vangelo la solita citazione biblica (Salmo 41, 10), in cui qualcuno si lamenta del suo intimo amico, con cui mangiava il medesimo pane e di cui si fidava, avendo costui levato il calcagno contro di lui. Gesù, dunque, sapeva d’essere incorso nella disistima di uno dei suoi e quella sera, intimamente turbato, volle sputar fuori il rospo. Spiattellò il tradimento di uno in faccia a tutti, senza nominare l’infame, creando un clima di reciproco sospetto. Uno degli apostoli, quello che Gesù amava e che gli stava adagiato accanto sul triclinio, sollecitato da un cenno di Pietro, si chinò sul petto di Gesù e gli chiese di rivelargli il nome. Gesù, vinto dalle moine del suo amato (la tradizione vuole che sia Giovanni, il presunto autore dell’omonimo Vangelo), denunciò il fellone: era colui cui stava per porgere il boccone che aveva intinto nel piatto. Giuda Iscariota abboccò il boccone porto da Gesù e con esso imboccò anche Satana. A questo punto Gesù tagliò corto e con lapidarie parole esortò Giuda a portare subito a compimento i suoi malefici propositi: così era scritto, così doveva essere compiuto (anche gli dei sottostanno al potere supremo e ineluttabile del fato, che, secondo il mito, le Moire filano, reggono e tagliano). L’apostolo fedifrago non se lo fece ripetere due volte. Assaporato che ebbe il boccone amaro, se la filò, assorto sul da farsi, svanendo nel buio della notte. Gli apostoli, intenti a banchettare, non afferrarono del tutto cosa volesse intendere Gesù, né s’insospettirono riguardo alle trame che Giuda, tesoriere della loro comunità, stava ordendo. Giuda, purtroppo, si era già messo d’accordo con i capi dei sacerdoti e delle guardie per far catturare Gesù. Da qualche tempo, i capi dei giudei cercavano il modo di sopprimerlo, senza provocare tumulti fra il popolino, che lo teneva da conto. Si accordarono quindi con Giuda e convennero in trenta monete d’argento il prezzo del tradimento (Mt 26, 14 seg.; Mc 14, 10 seg.; Lc 22, 1 seg.). Questo non è punto credibile, perché per arrestare Gesù, le autorità giudaiche non avevano necessità di accordarsi con quel briccone di apostolo.

Dopo che Giuda si allontanò, Gesù iniziò a recitare una filastrocca di prediche frammiste a preghiere (Gv 13, 31 – 17, 26). Stava per compiersi la sua gloriosa missione, preceduta dalla sua passione (la sofferenza della morte per l’espiazione dei peccati altrui). Prossima era la sua dipartita, ma dove stava per andare, non potevano i suoi discepoli seguirlo. Il solito ardimentoso Pietro si fece avanti, dichiarandosi disponibile a seguirlo pure in capo al mondo, a costo di rimetterci la pellaccia. Gesù raffrenò l’impeto del focoso apostolo, predicendogli che per ben tre volte sarebbe stato da lui rinnegato. Rivoltosi verso tutti, li esortò ad amarsi reciprocamente, come lui aveva amato loro. Sarebbero stati riconosciuti suoi discepoli proprio dal loro amorevole comportamento (vana esortazione cristiana). Rimanendo costanti nella fede, si sarebbero assicurati un posto nelle celesti dimore extra galattiche di suo Padre (non aveva detto che i loro scranni erano stati già assegnati?). Lui stesso andava innanzi a preparare una degna dimora per loro; poi sarebbe ritornato a prelevarli per condurli con sé. Intanto, nell’attesa, potevano incamminarsi per la via maestra da lui tracciata (lastricata di lacrime e sangue), che portava verso il Padre. Gesù, infatti, dichiarò d’essere lui la via, la verità e la vita. Conoscendo lui si conosceva anche il Padre, poiché l’uno era nell’altro (conoscendone uno, si conoscevano tutti gli esseri divini appartenenti alla medesima stirpe). Non ci si poteva sbagliare su questo. Chi credeva in lui, avrebbe compiuto anche prodigi più strabilianti di quelli dei suoi discepoli. Chi chiedeva qual cosa, sarebbe stato esaudito. In vece sua, il Padre avrebbe mandato agli apostoli un altro Paracleto, lo Spirito di Verità, che il mondo non poteva accogliere, non essendo in grado di vederlo né conoscerlo. Solamente gli apostoli potevano percepirlo, possedendolo come inquilino dimorante nel loro intimo, disponibile per ogni richiesta di chiarimento dottrinario. Lui, intanto, stava per accomiatarsi da loro per volere del fato, ma sarebbe presto ritornato e l’avrebbero rivisto in carne e ossa. Il mondo, però, non l’avrebbe più rincontrato (almeno fino alla remota parusia). Lui è la vite che suo Padre accudisce, recidendo gli infruttuosi tralci e mondando quelli fruttuosi, affinché apportino abbondanti frutti. Chi rimane a lui legato, come il tralcio alla vite, darà ricchi frutti. Chi invece se n’allontana, si dissecca, perciò sarà reciso. Per godere la sua amicizia ed essere da lui amato, occorre osservare i suoi comandamenti ed amare il prossimo (nemici compresi) a costo di rimetterci la vita. Dopo la sua dipartita, gli amici di Gesù, da lui eletti e costituiti apostoli, ai quali aveva fatto conoscere tutto ciò che aveva udito dal Padre, dovevano continuare la sua opera d’evangelizzazione per le contrade del mondo. Avrebbero però dovuto sopportare e persino amare chi li avrebbe odiati e perseguitati senza una ragione, solo perché così era scritto nel libro del fato. In realtà, coloro che li perseguitarono, ragioni da vendere n’avevano.

L’intenzione di Gesù era di trasmettere fiducia ai suoi discepoli, fortificandoli nella fede, affinché potessero affrontare le avversità con serenità e sopportare l’imminente scandalo delle persecuzioni. In realtà, le sue parole sortirono l’effetto contrario, riempiendo di mestizia il cuore dei suoi compagni. Questo stato d’animo, tuttavia, si sarebbe tramutato in gioia, parola di Gesù, allorquando l’avrebbero rivisto, appena sarebbe risorto dalla funesta morte. Parlando con linguaggio figurato, li rassicurò che il Paracleto (lo Spirito Santo) sarebbe venuto a conversare con loro esprimendosi con semplicità, “apertis verbis”, in modo tale da rendere comprensibile l'enigmatica dottrina divina. Dovevano pertanto pazientare fino all’arrivo dello Spirito “clarito”, il divino boccadoro, dal quale avrebbero brillantemente appreso la sacra oratoria. Terminata la predica, guarnita di figure retoriche, Gesù iniziò a recitare le preghiere al Padre, invocando la gloria per sé, la consacrazione per i suoi amici e l’unità per la sua setta (vana speranza!). Più tardi comandò agli apostoli di levarsi dalla mensa e di seguirlo. La sacra brigata si diresse verso un orto, situato di là di un torrente, dove abitualmente s’intrattenevano (Gv 18, 1 seg.). Qui Giuda, che conosceva le abitudini del suo Maestro, si accingeva a raggiungerlo per farlo arrestare. Lo seguiva una coorte di militi romani, armati di tutto punto, provvisti di fiaccole e lanterne (era notte). Abitualmente la coorte era formata da tre manipoli, pari a sei centurie, per un totale di seicento militi. Le unità che operavano nelle provincie potevano avere un minor numero di militi. Tuttavia erano tanti, forse cinquecento uomini e ben armati, quelli inviati ad arrestare un innocuo profeta in compagnia di pochi seguaci. Probabilmente, ad essere inviato fu un drappello di guardie, giacché la spedizione di un’intera coorte trovava una giustificazione solo se i nazareni fossero (o erano?) un folto gruppo di ribelli, sospettati di tramare una sommossa, che occorreva presto sedare. Comunque, al sopraggiungere delle guardie, Gesù fu sorpreso vedendo un’ingente mobilitazione di soldati. Chiese ai loro caporioni cosa stessero cercando. Risposero che avevano l’ordine di arrestare il Nazareno. Gesù si fece riconoscere. Quelli, intimoriti dalla presenza del santone, indietreggiarono, ruzzolando per terra. Forse temevano una sua malefica reazione, poiché, secondo l’evangelista, quella spaurita e superstiziosa soldatesca ebbe un momento d'incertezza prima di arrestarlo. Gesù, però, non oppose resistenza, limitandosi a chiedere la libertà per i suoi compagni. In quel mentre, si fece avanti l’irruente Pietro, deciso a praticare il “Jihad” (guerra santa) contro gli infedeli persecutori, sfoderando la spada e mozzando un orecchio al servo del sommo sacerdote, dimentico del precetto del suo Maestro, che ordinava di amare i nemici ed essere proclivi a perdonare le loro malefatte fino a settanta volte sette. Pietro, che non aveva la pazienza di un santo (nonostante ciò fu innalzato dalla Chiesa agli onori degli altari), si fece sopraffare in quel frangente dalla sua violenta natura (o dal suo spirito patriottico?), facendo prevalere l’istinto della difesa su quello dell’amore. La passò liscia, nonostante il suo cruento gesto. Le guardie, inspiegabilmente, non l’arrestarono. Il truce Pietro nemmeno da Gesù fu biasimato o rimproverato. Il Maestro ordinò semplicemente al discepolo di riporre nel fodero la sua spada, essendo ormai giunta l’ora dell’amarezza, durante la quale doveva ingurgitare l’amaro calice della “passione”, che l’amato Padre aveva riservato al suo diletto Figlio in riparazione di un’offesa fattagli da due ingenui e sprovveduti individui appena creati.
Lucio Apulo Daunio

 

 

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