L’ULTIMA CENA SECONDO GIOVANNI
Dopo che Giuda
si allontanò, Gesù iniziò a recitare una filastrocca di prediche frammiste a
preghiere (Gv 13, 31 – 17, 26). Stava per compiersi la sua gloriosa missione,
preceduta dalla sua passione (la sofferenza della morte per l’espiazione dei
peccati altrui). Prossima era la sua dipartita, ma dove stava per andare, non
potevano i suoi discepoli seguirlo. Il solito ardimentoso Pietro si fece
avanti, dichiarandosi disponibile a seguirlo pure in capo al mondo, a costo di
rimetterci la pellaccia. Gesù raffrenò l’impeto del focoso apostolo,
predicendogli che per ben tre volte sarebbe stato da lui rinnegato. Rivoltosi
verso tutti, li esortò ad amarsi reciprocamente, come lui aveva amato loro.
Sarebbero stati riconosciuti suoi discepoli proprio dal loro amorevole
comportamento (vana esortazione cristiana). Rimanendo costanti nella fede, si
sarebbero assicurati un posto nelle celesti dimore extra galattiche di suo
Padre (non aveva detto che i loro scranni erano stati già assegnati?). Lui
stesso andava innanzi a preparare una degna dimora per loro; poi sarebbe
ritornato a prelevarli per condurli con sé. Intanto, nell’attesa, potevano
incamminarsi per la via maestra da lui tracciata (lastricata di lacrime e
sangue), che portava verso il Padre. Gesù, infatti, dichiarò d’essere lui la
via, la verità e la vita. Conoscendo lui si conosceva anche il Padre, poiché
l’uno era nell’altro (conoscendone uno, si conoscevano tutti gli esseri divini
appartenenti alla medesima stirpe). Non ci si poteva sbagliare su questo. Chi
credeva in lui, avrebbe compiuto anche prodigi più strabilianti di quelli dei
suoi discepoli. Chi chiedeva qual cosa, sarebbe stato esaudito. In vece sua, il
Padre avrebbe mandato agli apostoli un altro Paracleto, lo Spirito di Verità,
che il mondo non poteva accogliere, non essendo in grado di vederlo né
conoscerlo. Solamente gli apostoli potevano percepirlo, possedendolo come
inquilino dimorante nel loro intimo, disponibile per ogni richiesta di
chiarimento dottrinario. Lui, intanto, stava per accomiatarsi da loro per
volere del fato, ma sarebbe presto ritornato e l’avrebbero rivisto in carne e
ossa. Il mondo, però, non l’avrebbe più rincontrato (almeno fino alla remota
parusia). Lui è la vite che suo Padre accudisce, recidendo gli infruttuosi
tralci e mondando quelli fruttuosi, affinché apportino abbondanti frutti. Chi
rimane a lui legato, come il tralcio alla vite, darà ricchi frutti. Chi invece
se n’allontana, si dissecca, perciò sarà reciso. Per godere la sua amicizia ed
essere da lui amato, occorre osservare i suoi comandamenti ed amare il prossimo
(nemici compresi) a costo di rimetterci la vita. Dopo la sua dipartita, gli
amici di Gesù, da lui eletti e costituiti apostoli, ai quali aveva fatto
conoscere tutto ciò che aveva udito dal Padre, dovevano continuare la sua opera
d’evangelizzazione per le contrade del mondo. Avrebbero però dovuto sopportare
e persino amare chi li avrebbe odiati e perseguitati senza una ragione, solo
perché così era scritto nel libro del fato. In realtà, coloro che li
perseguitarono, ragioni da vendere n’avevano.
L’intenzione
di Gesù era di trasmettere fiducia ai suoi discepoli, fortificandoli nella
fede, affinché potessero affrontare le avversità con serenità e sopportare
l’imminente scandalo delle persecuzioni. In realtà, le sue parole sortirono
l’effetto contrario, riempiendo di mestizia il cuore dei suoi compagni. Questo
stato d’animo, tuttavia, si sarebbe tramutato in gioia, parola di Gesù,
allorquando l’avrebbero rivisto, appena sarebbe risorto dalla funesta morte.
Parlando con linguaggio figurato, li rassicurò che il Paracleto (lo Spirito
Santo) sarebbe venuto a conversare con loro esprimendosi con semplicità, “apertis verbis”, in modo tale da rendere
comprensibile l'enigmatica dottrina divina. Dovevano pertanto pazientare fino
all’arrivo dello Spirito “clarito”, il divino boccadoro, dal quale avrebbero brillantemente
appreso la sacra oratoria. Terminata la predica, guarnita di figure retoriche,
Gesù iniziò a recitare le preghiere al Padre, invocando la gloria per sé, la
consacrazione per i suoi amici e l’unità per la sua setta (vana speranza!). Più
tardi comandò agli apostoli di levarsi dalla mensa e di seguirlo. La sacra
brigata si diresse verso un orto, situato di là di un torrente, dove
abitualmente s’intrattenevano (Gv 18, 1 seg.). Qui Giuda, che conosceva le
abitudini del suo Maestro, si accingeva a raggiungerlo per farlo arrestare. Lo
seguiva una coorte di militi romani, armati di tutto punto, provvisti di
fiaccole e lanterne (era notte). Abitualmente la coorte era formata da tre
manipoli, pari a sei centurie, per un totale di seicento militi. Le unità che
operavano nelle provincie potevano avere un minor numero di militi. Tuttavia
erano tanti, forse cinquecento uomini e ben armati, quelli inviati ad arrestare
un innocuo profeta in compagnia di pochi seguaci. Probabilmente, ad essere
inviato fu un drappello di guardie, giacché la spedizione di un’intera coorte
trovava una giustificazione solo se i nazareni fossero (o erano?) un folto
gruppo di ribelli, sospettati di tramare una sommossa, che occorreva presto
sedare. Comunque, al sopraggiungere delle guardie, Gesù fu sorpreso vedendo
un’ingente mobilitazione di soldati. Chiese ai loro caporioni cosa stessero
cercando. Risposero che avevano l’ordine di arrestare il Nazareno. Gesù si fece
riconoscere. Quelli, intimoriti dalla presenza del santone, indietreggiarono,
ruzzolando per terra. Forse temevano una sua malefica reazione, poiché, secondo
l’evangelista, quella spaurita e superstiziosa soldatesca ebbe un momento
d'incertezza prima di arrestarlo. Gesù, però, non oppose resistenza,
limitandosi a chiedere la libertà per i suoi compagni. In quel mentre, si fece
avanti l’irruente Pietro, deciso a praticare il “Jihad” (guerra santa) contro
gli infedeli persecutori, sfoderando la spada e mozzando un orecchio al servo
del sommo sacerdote, dimentico del precetto del suo Maestro, che ordinava di
amare i nemici ed essere proclivi a perdonare le loro malefatte fino a settanta
volte sette. Pietro, che non aveva la pazienza di un santo (nonostante ciò fu
innalzato dalla Chiesa agli onori degli altari), si fece sopraffare in quel
frangente dalla sua violenta natura (o dal suo spirito patriottico?), facendo
prevalere l’istinto della difesa su quello dell’amore. La passò liscia,
nonostante il suo cruento gesto. Le guardie, inspiegabilmente, non
l’arrestarono. Il truce Pietro nemmeno da Gesù fu biasimato o rimproverato. Il
Maestro ordinò semplicemente al discepolo di riporre nel fodero la sua spada,
essendo ormai giunta l’ora dell’amarezza, durante la quale doveva ingurgitare
l’amaro calice della “passione”, che l’amato Padre aveva riservato al suo
diletto Figlio in riparazione di un’offesa fattagli da due ingenui e
sprovveduti individui appena creati.
Lucio Apulo Daunio
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