ATTI DEGLI
APOSTOLI
Gli “Atti
degli Apostoli”, attribuiti all’evangelista Luca, databili alcuni decenni dopo
la stesura delle lettere di Paolo, narrano le vicende (acta = azioni) della
comunità giudeo-cristiana posteriori alla crocifissione del Cristo Gesù. Luca,
ancorché si attesti come stretto collaboratore di Paolo, ignora l’esistenza
dell’epistolario paolino e tantomeno la dottrina teologica dell’altro. La
pretesa dell’autore degli “Atti” di raccontare fatti storici contrasta con i
continui riferimenti agli interventi divini, agenti nella storia, tipici delle
narrazioni mitiche. I racconti sono arbitrarie ricostruzioni di ciò che i
personaggi possano aver detto. Luca, in quanto credente, tende più a
propagandare la propria fede, che ad attenersi scrupolosamente al metodo
storico nella ricerca dei fatti. Il fine dell’autore è quello di raccontare una
storia apologetica, che miri a rafforzare la fede dei lettori.
Nella prima
parte sono particolarmente descritte le vicende dell’apostolo Pietro, quelle della
Chiesa di Gerusalemme, quella dell’evangelizzazione nei paesi circostanti,
quella del martirio del diacono Stefano (1,1-12,25); nella seconda parte,
prevalgono le vicende dell’apostolo Paolo (13,1-28,31). Appena qualche accenno
l’autore dedica a Giacomo e Giovani, le altre due colonne della Chiesa di
Gerusalemme. La missione di evangelizzazione a tutti i popoli della terra è
affidata ai “dodici” (1, 8), con potere di compiere miracoli e prodigi (Lc 9,
1-2, At 2, 43; 5, 12). L’apostolo Filippo è l’iniziatore dell’evangelizzazione
della Samaria, dove converte Simon Mago, personaggio straordinario, che
strabiliava il popolo con l’arte magica (8, 4 seg) e predicava un insegnamento
esoterico, che rendeva l’iniziato partecipe della potenza divina (cfr l’apocrifo
“Atti di Pietro e Paolo"). I miracoli operati da Filippo, però, secondo
l’autore degli “Atti”, superavano le magie dell’altro (8, 6-7. 13).
Gli altri
episodi descritti negli “Atti” riguardano: l’ascensione di Gesù risorto,
involatosi tra le nubi del cielo; la morte di Giuda e la sua sostituzione con
l’apostolo Mattia; la rumorosa e fantasiosa discesa dello Spirito Santo (il
Paraclito, Consolatore, promesso agli apostoli dal Cristo risorto, che darà
loro la forza per annunciare il vangelo in tutto l'ecumene), sotto forma di
lingue di fuoco, che vanno a posarsi su ciascun apostolo durante la festa
ebraica della Pentecoste; il discorso di Pietro contro gli empi giudei,
responsabili della morte di Gesù il Nazareno, accreditato da Dio con prodigi,
portenti e miracoli, e da lui risorto. Rilevante è l’incisività della
requisitoria di Pietro contro gli ebrei, rei dell’uccisione di Cristo (2,
14-41; 3, 11-26; 4, 8-11; 5, 29-30). Li esorta a convertirsi, mediante il
pentimento ed il battesimo purificatore (nel nome del Signore, non della
Trinità, di là da venire), in modo da beneficiare dei doni carismatici dello
Spirito Santo nell’attesa dell’instaurazione del regno messianico.
La
testimonianza di fede di Pietro e degli apostoli di fronte al Sinedrio (4,
8-12; 5, 29-32), in concomitanza delle persecuzioni contro i fedeli del
Nazareno, creano le premesse per il definitivo distacco del cristianesimo dal
giudaismo. Il motivo del distacco è posto in risalto nel discorso pronunciato
da Stefano (7, 2-53), seguito dalla sua visione (allucinazione) del Figlio di
Dio, Gesù, seduto alla destra del Padre (7, 54 seg.). Accusato da alcuni membri
della sinagoga per aver sconvolto la loro religione, pronunciando parole
blasfeme contro Mosè e contro Dio, Stefano è condotto con violenza al Sinedrio
per essere giudicato. La sua lunga difesa, frammista a invettive contro i
giudici, termina con la blasfema glorificazione dell’uomo Gesù. Tappandosi le
orecchie e gridando per lo sdegno, i membri del Sinedrio si scagliano contro di
lui, trascinandolo fuori della città per lapidarlo. Saulo (Paolo), non ancora
convertito (At, 9, 1 seg.), ne approva l’uccisione (8, 1a).
Gli Atti
informano sulla vita delle primitive comunità cristiane, sulle origini della
Chiesa di Gerusalemme, ancora legata alle tradizioni religiose ebraiche (come
la circoncisione, la purificazione rituale, il riposo sabbatico e le preghiere
nel tempio), nonché sulla formazione delle chiese sparse nel mondo pagano,
sciolte dalle osservanze giudaiche. Mostrano altresì l’incipiente
contrapposizione tra i giudeocristiani e i revisionisti seguaci della setta
(intesa come gruppo religioso) dei Nazorei, capeggiati da Paolo. La primitiva
comunità cristiana viveva nell’attesa della seconda venuta di Cristo. Gli
adepti avevano i loro beni in regime di comunione e si riunivano sotto
l’autorevole guida (governo) degli apostoli. Pregavano e celebravano pasti in
comune (2, 42-47), simili alle agapi cultuali delle religioni misteriche,
caratterizzate dalla consacrazione e salvezza dei partecipanti attraverso la
comunione con la divinità e la partecipazione alla sua natura (antropoteismo).
L’ingresso dei pagani nella comunità cristiana è attestato dalla visione di
Pietro e dal suo discorso rivolto ai gentili residenti a Cesarea (10, 1 seg.). Miracoli
e prodigi avvenivano tramite gli apostoli (2, 43), soprattutto (manco a dirlo!)
per opera di Pietro, “primus inter pares” (3, 1-16; 5, 12-16, 9,
32-43;10, 44-48). L’era dei Pontefici, massimi capi della cristianità, è di là
da venire.
Tra le varie
ipotesi teorizzate allo scopo di poter spiegare la diffusione della “buona
novella” nell’Impero romano, una riguarda il ritorno alle loro dimore della
moltitudine di pellegrini giudei presenti in Gerusalemme, provenienti da
diverse nazioni, testimoni del miracolo della Pentecoste (At 2, 1 e seg.);
un’altra concerne il ritorno nei loro paesi di mercanti itineranti o di militi
romani, che prestavano servizio in Palestina, convertiti alla nuova fede. La
presenza di Pietro a Roma, secondo una tradizione, si spiegherebbe con la fuga
da Gerusalemme, dopo la miracolosa liberazione dalla prigionia, verso un altro
luogo sicuro, non precisato dal redattore degli Atti (12, 17). Secondo Eusebio
(scrittore cristiano poco attendibile), Pietro raggiunse Roma tra la fine del
regno (dal 37 al 41) di Caligola e il principio di quello (dal 41 al 54) di
Claudio. San Girolamo, invece, indica l’anno 42 del regno di Claudio. Secondo
certe tradizioni e interpretazioni, egli pose la sua cattedra lontano dai
quartieri giudei di Roma per motivi a noi ignoti (forse per la turbolenza dei
suoi compatrioti, più volte scacciati da Roma per turbamento dell’ordine
pubblico). La conversione al cristianesimo di migliaia di persone a Roma
potrebbe aver suscitato - secondo la testimonianza di Giustino (cfr. Apologia
Prima 31, 6 e Dialogo con Trifone 17) - l’ostilità dei giudei. Svetonio
(Claudius 25) racconta che l’imperatore Claudio ordinò (intorno all’anno 49)
l’espulsione, per turbamento dell’ordine pubblico, di tutti gli israeliti
(giudei e cristiani) da Roma, responsabili dei disordini provocati a causa di
un certo Chresto. Versione confermata dagli Atti degli Apostoli (cfr. XVIII,
2). Secondo Dione Cassio (Hist. LX, 6), invece, Claudio si limitò a proibire le
loro riunioni. Forse, anche Pietro partì con i cristiani espulsi da Roma. Lo si
ritrova nel 50 a presiedere con Giacomo e gli altri apostoli il c.d. “Concilio
di Gerusalemme” (At 15, 6 e seg.). Qualche anno dopo, nei saluti inviati da
Paolo a diversi membri della comunità di Roma, manca il nome di Pietro (cfr.
Lettera ai Romani 16, 3-15). Secondo una leggenda, Pietro sarebbe ritornato a
Roma per contrastare la fama che Simon Mago si era procurato con gli
incantesimi e per confutare la dottrina che l’altro andava propalando. Fatto
prigioniero durante la persecuzione neroniana, Pietro riuscì a fuggire dal
carcere. Percorrendo la via Appia, gli apparve Gesù, che lo invitò a ritornare
sui suoi passi. Nuovamente arrestato, subì il martirio (forse nel 64). Fu
crocifisso con la testa all’ingiù, come aveva richiesto agli aguzzini.
Nella
seconda parte degli Atti, protagonista della narrazione è Paolo, vaso
d’elezione (eletto da Dio), capo della setta dei Nazorei (At 24, 5; 28, 22).
Autoproclamatosi apostolo dopo aver ricevuto la visione di Gesù sulla via per
Damasco, presume d’aver da Lui ricevuto l’indottrinamento del vangelo (Ga 1,
15-17). Tuttavia, pur essendo le lettere di Paolo gli scritti più antichi del
cristianesimo, nulla riportano della biografia di Gesù. Gli Atti pongono in
rilievo alcuni discorsi di Paolo: quello agli ebrei, rei di deicidio (13,
16-41e 46-47); quello tenuto nell’Areopago d'Atene, dove tenta invano di
convincere gli ascoltatori concordando il cristianesimo con la filosofia pagana
(17, 22-31); quello d’addio ai responsabili della chiesa di Efeso, alla quale
paventa le tribolazioni che potrebbero capitargli a Gerusalemme, dove stava
andando per consegnare alla comunità giudeo-cristiana le offerte dei gentili
convertitisi al paganesimo (20, 18-35). Seguono le orazioni pronunciate in sua
difesa contro le accuse dei giudei (22, 1-21, 24, 10-21, 26, 2-29).
I discorsi,
improntati al modello convenzionale della storiografia antica, riflettono il
pensiero dell’autore degli “Atti” sui fatti ed i personaggi su cui indaga. Egli
cerca di ammorbidire gli scontri inevitabili tra le diverse aree culturali del
cristianesimo delle origini, cioè tra i convertiti provenienti dal paganesimo,
che costituivano la setta degli apostolici, fondata da Paolo (cfr. l’apocrifo
Vangelo di Filippo), e i convertiti d’origine giudaica, distinti a loro volta
in Giudei residenti in Palestina e Giudei della Diaspora o Ellenisti, oltre
alle sette cristiane di tipo gnostico. Solo gli apostolici, auto-definitisi
cattolici, si affermeranno come istituzione gerarchica politica religiosa,
dominante all’interno del cristianesimo.
Con la
descrizione dei tre viaggi missionari di Paolo e dell’altro suo viaggio come
prigioniero verso Roma, l’autore degli Atti intende mettere in risalto, per un
verso, la diffusione del cristianesimo nell’impero romano (da connettere con
l’atteggiamento generalmente benevolo dei funzionari romani nei confronti
dell’attività missionaria paolina, ritenuta compatibile con i doveri civici,
anche se non assimilabile al sincretismo della religione romana), per un altro
verso, la rottura definitiva della Chiesa col giudaismo (che riteneva
inammissibile e blasfema, dunque eretica, la dottrina predicata da Paolo). Gli
ebrei accusarono di superstizione Paolo, perché credeva in Gesù vivo, anche se
era morto. I cristiani, dissociandosi dal destino d’Israele, rifiutarono
d’impegnarsi nella guerra messianica contro i Romani, che fu causa della rovina
del popolo ebreo (distruzione di Gerusalemme nel 70, per mano di Tito;
sterminio per mano di Adriano nell’anno135; successiva e definitiva diaspora
della maggior parte di loro). In seguito a tali eventi, si disperse anche la
comunità anti-paolina dei giudeo-cristiani di Gerusalemme. Durante tale
periodo, in verità, il mondo giudaico era costituito da una pluralità di
giudaismi, comprensivi dei vari cristianesimi, allora considerati dai “gentili”
come sette giudaiche.
Paolo,
nell’anno 58, accusato dai giudei di Cesarea al tribunale del procuratore
romano Porcio Festo, si appellò a Cesare, avvalendosi del privilegio riservato
ai cittadini romani (At 25, 10-12). Condotto a Roma nel 60, visse in
semi-libertà in attesa del giudizio (At 28, 16). Assolto nel 63 dall’accusa,
come risulta dalla seconda epistola a Timoteo (4, 17), si suppone che abbia
lasciato Roma per intraprendere altri viaggi missionari (forse in Spagna,
secondo Clemente Romano, Lett. ai Cor. 6). Secondo una tradizione, subì il
martirio (forse nel 67) della decapitazione (pena per i cittadini romani) durante
gli anni della persecuzione ordinata da Nerone (morto nel 68), che fece cadere
sui cristiani e sulla loro religione, considerata superstizione malefica, i
sospetti contro l’imperatore per l’incendio di Roma del 64. Da Nerone in poi
diventerà più netta la distinzione tra ebrei e cristiani (nome entrato in uso
per la prima volta ad Antiochia - cfr. At 11, 26 - ma non impiegato da Paolo
nelle lettere). Due antichi testimoni, Clemente Romano (1 Lettera ai Corinzi
5,4) e Ignazio di Antiochia (Lettera ai Romani 4,3) non confermano ciò che una
successiva tradizione affermerà circa il martirio di Paolo e di Pietro a Roma.
Straordinari
sono i prodigi e i miracoli attribuiti a Paolo (At 19, 11-12), tra cui
l’esorcismo di una schiava (16, 16-18) e la risuscitazione di un ragazzo (20,
7-12). Durante il viaggio verso Roma, per essere giudicato dal tribunale di
Cesare, la nave che lo trasportava naufragò nei pressi di Malta, dove Paolo
compì due prodigi contro il potere demoniaco. Morso da una vipera, rimase indenne
dall’effetto letale del veleno. Ospitato dal magistrato che governava l’isola,
guarì il padre affetto da febbre e dissenteria (28, 1-10). Durante i giorni
della tempesta, approfittando dello stato d’animo dei suoi compagni di viaggio,
propagandò la sua fede, impressionando gli uditori con il racconto rassicurante
avuto dalla (presunta) visione di un angelo di Dio (27. 21-26).
La santa
Chiesa cristiana cattolica romana, governata dal sedicente successore di
Pietro, si è formata sulla catechesi di Paolo piuttosto che su quella di
Pietro. L’uno fu crocifisso, nonostante l’assicurazione che le porte degli
inferi (la morte) non avrebbero prevalso su di lui (Mt 16, 18-19), perché
doveva compiere la missione (Gv 21, 17) di pascere il gregge di Cristo (inizio
della “traditio lampadis”, cioè del
passaggio di mano della testimonianza di fede). L’altro, essendo cittadino
romano, fu decapitato, nonostante la promessa che nessuno gli avrebbe messo le
mani addosso (At 18, 9-10). Molti cristiani, cui Paolo garantì che avrebbero
giudicato persino i santi e gli angeli (1 Co 6, 1-3), furono abbandonati ad un
atroce destino di morte. Quando però il cristianesimo, nel IV sec, divenne
religione di stato, l’episcopato romano, anziché perseguire la moderazione e la
semplicità di vita, ambì al potere e alle ricchezze connesse con l’assunzione
dell’alta, influente carica di vescovo di Roma (cfr. Res gestae,
libro XXVII, di Ammiano Marcellino).
Lucio Apulo Daunio
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