sabato 3 settembre 2011


L'ULTIMA CENA SECONDO I VANGELI SINOTTICI

Una diversa versione dell’ultima cena consumata da Gesù in compagnia degli apostoli è narrata nei tre Vangeli sinottici (Mc 14, 12 seg.; Mt 26, 17 seg.; Lc 22, 7 seg.). La Pasqua al 15 di Nissan, in quell’anno fatidico per la sorte di Gesù, coincideva con il sabato (Gv 19, 31.42). Nel vangelo marciano la cena pasquale è consuma la sera del giorno 14, vigilia della Pasqua, quando dopo il tramonto, secondo l’uso ebraico, inizia il giorno 15 di Nissan. Più avanti, però, l’evangelista dice che Gesù morì di venerdì (così anche dicono Matteo, Luca e Giovanni). Dunque, la cena non può essere stata consumata la sera del giorno 14, vigilia di Pasqua coincidente con il sabato. In Marco e Matteo (Mc 14, 1 seg.; Mt 26, 2), si dice anche che mancavano due giorni alla celebrazione della festa di Pasqua e degli Azzimi, quando i capi religiosi decisero di sopprimere Gesù.

La cena pasquale si consumava la sera del giorno 14 di vigilia. Le celebrazioni si svolgevano con l’immolazione dell’agnello pasquale. Durante la cena si mangiava pane azzimo (non era lecito far uso di pane lievitato). In quell’anno, per non profanare il giorno del riposo (sabato 15 di Pasqua), l’ultima cena non poteva essere consumata la sera del giorno di vigilia (venerdì 14 di Nissan) e neanche la sera del giorno prima (giovedì 13), perché, se così fosse, l’attività processuale conseguente all’arresto di Gesù sarebbe avvenuta durante il periodo pasquale, che comprendeva anche il giorno di vigilia, e cioè nel periodo in cui era vietata qualsiasi attività per gli ebrei (cfr. Talmud Babilonese). Una soluzione potrebbe essere che Gesù fu arrestato mercoledì 12, processato giovedì 13 e crocefisso venerdì 14 dai militi romani. La cena, quindi, fu consumata presumibilmente mercoledì sera, quando dopo il tramonto inizia il giorno 13. Se invece si ritiene che l’attività processuale del Sinedrio potesse essere svolta per gravi reati anche durante il giorno di vigilia, l’arresto di Gesù potrebbe essere avvenuto la sera di giovedì 13, quando, dopo il tramonto, inizia il giorno venerdì 14 di vigilia.

Durante quella cena, Gesù prese del pane, lo benedì e, dopo averlo spezzato, ne diede un pezzo a ciascun commensale (com’era in uso nel rito d’apertura del pasto comunitario degli Esseni). Il rito dell’ultima cena, consumata nel giorno in cui Gesù fu tradito (1 Co 11, 23-26), è raffigurato come un pasto sacro, caratteristico delle religioni misteriche, durante il quale i commensali si cibavano figurativamente della carne e del sangue del dio (teofagia), ricevendone divine virtù. Appare piuttosto evidente che i redattori dei Vangeli sinottici, nel trascrivere la tradizione orale della cena pasquale sulla falsariga riportata da Paolo nella Prima Lettera ai Corinzi, abbiano voluto differenziare la ritualità della pasqua cristiana da quella ebraica (relativa al ricordo della decima piaga d’Egitto, quando l’angelo della morte risparmiò gli ebrei, passando oltre le loro case). Quel pane offerto da Gesù agli apostoli e da loro mangiato, doveva rappresentare l’oblazione simbolica del suo corpo. Il vino contenuto in un calice, che Gesù benedisse prima di passarlo ai commensali, affinché ne bevessero un sorso, doveva rappresentare il suo sangue, che stava per essere versato per la remissione dei peccati (“peccato” inteso in senso lato, come radice di tutti i mali), quale segno della nuova alleanza (Mt 26, 26-29, Mc 14, 22-25, Lc 22, 17-20). L’ultima cena di Gesù ricorda il mito del capro espiatorio, sacrificato e condiviso nel banchetto rituale.

Nel Vangelo secondo Giovanni, l’episodio riguardante la “fractio panis” e l’offerta del calice di vino ai discepoli (tipica concezione cultuale delle religioni misteriche pagane), è sostituito dalla descrizione della lavanda dei piedi. L’episodio in questione è altresì omesso (dal verso 19 b alla fine del verso 20) in alcuni codici antichi (Codice di Beza e altri). L’evangelista Luca (22, 19) e il neofito apostolo Paolo (che riferisce ciò che ha ricevuto dal Signore, cfr. 1 Co 11, 23 seg.) asseriscono che Gesù comandò di commemorare quella cena cultuale in ricordo di lui (quinto mistero luminoso, in cui si contempla nel sacro pasto il sacrificio simbolico della morte del dio). La celebrazione del sacro pasto (omofagia o cannibalizzazione del divino per assumerne le qualità), annunziante la morte del dio nell’attesa del giorno della parusia (del suo trionfale ritorno sulla terra), sarà poi tramutata dalla Chiesa in rito sacramentale (eucaristia, caratterizzata da catechesi, digiuno e purificazione, analogamente agli antichi culti misterici). L’affresco di Leonardo, raffigurante l’Ultima Cena, dove Gesù è al centro della scena e gli apostoli ai suoi lati, suddivisi in gruppi di tre, appare come un’allegoria della ruota dello zodiaco, dove il sole è raffigurato al centro, circondato dai simboli delle quattro stagioni, ciascuna di tre mesi. La successiva tradizione della Chiesa commemorerà la “passione” di Gesù nel rito della Santa Messa, simbolo del sacrificio propiziatorio della mistica vittima immolata a Dio in riscatto dei peccati degli uomini. L’istituzione del sacramento dell’eucaristia (comunione fra la divinità e i fedeli, fra l’Uno e i molti) avrà la funzione di perpetuare l’incarnazione del Verbo nei simulacri del pane e del vino (simboli dionisiaci, rappresentanti il fanciullo divino divorato dai Titani), che si trasformano a ogni consacrazione del prete (atto magico), nel corpo e nel sangue di Cristo (transustanziazione), alimento dei cristiani per conseguire la vita eterna. Il pane, corpo di Cristo, è rappresentato dal simbolo dell’ostia consacrata (hostia=vittima), che il sacerdote officiante consuma e offre in comunione ai fedeli. Il vino, sangue di Cristo, è invece bevuto dal sacerdote durante la comunione, dopo aver spezzato l’ostia (simbolo dello smembramento del dio). Il rito della comunione (nutrimento divino) ricalca quello dei pasti sacri delle antiche teofagie, come quella del rito dionisiaco (Dioniso, dio dei misteri traci, che muore e risorge, è una figura centrale dell’orfismo). L’odore d’incenso, che l’immortale mitico uccello cercava per il suo rogo funebre, esala nel tempio cristiano in onore della morte simbolica di Cristo crocefisso. Il redattore della Lettera agli Ebrei (7, 11-28; 10, 1-18) afferma che Gesù abrogò, nella sua setta, non solo il precedente ordinamento giudaico, perché la Legge non conduceva nulla a perfezione, ma anche il sacerdozio, sostituendolo con il suo, eterno e non trasmissibile, perciò unico. Assumendo la funzione sacerdotale, atta a consacrare e santificare, Cristo ha offerto se stesso per la remissione dei peccati in modo definitivo. Appare dunque inutile ufficiare riti ripetitivi d’oblazione, istituiti dalla Chiesa, essendo già avvenuta la remissione dei peccati con il sacrificio di Cristo.

I Vangeli sinottici concordano nel descrivere gli avvenimenti che caratterizzarono la sera dell’ultima cena (Mt 26, 20-25, Mc 14, 17-21, Lc 22, 21-23). Quella sera Gesù denunciò il tradimento di un apostolo, un ipocrita che stava lì ad ingozzarsi senza alcun rimorso per ciò che covava. Ma, così era scritto e così doveva essere, per buona pace di tutti. Tremendi furono gli improperi di cui fu coperto Giuda. Meglio sarebbe stato per lui che non fosse mai nato (questo è assurdo, sia perché non era in suo potere venire o non in questo mondo, sia perché, se non fosse stato lui a tradire Gesù, sarebbe stato necessariamente un altro, perché era scritto nel libro del fato che un apostolo doveva tradirlo). Gesù rincarò la dose inviando anatemi all’indirizzo del traditore. Non era Gesù il Figlio di Dio e lui stesso Dio? Non fu proprio domineddio a stabilire che uno degli apostoli doveva assolvere la parte del traditore sulla scena del mondo in cui doveva rappresentarsi il dramma del Figlio? Perché colpevolizzare un uomo già segnato da una cattiva sorte? Perché infierire su di lui, predestinato a essere il traditore del Cristo? Non è forse vero che “summum ius, summa iniura”? Del resto, unico colpevole del misfatto perpetrato a danno di Gesù fu proprio lo stesso danneggiato. E allora, vivaddio, non diamogliela vinta a chi vuole accusare di colpevolezza un uomo condizionato dall’ineluttabile fato! Noi umani, non cristiani e diversamente credenti, assolviamo Giuda, strumento incolpevole della volontà divina!

L’accusa di Gesù addolorò profondamente gli apostoli. Nel parapiglia che si venne a creare, ognuno si chiese chi fosse il reo. Interrogarono in proposito il Maestro. Giuda anche volle saperlo e Gesù gli fece capire che era proprio lui. Nella confusione che si era generata, fomentata da una disputa (Lc 22, 24 seg.) su chi fosse tra loro il più grande (alla barba dell’umiltà!), gli apostoli non prestarono attenzione all’accusa di Gesù contro Giuda. La lezione di Gesù, di farsi piccoli come pargoli, era proprio dura da assimilare, anche per dei campioni della fede, che Dio Padre aveva puntigliosamente selezionato per il Figlio. Pazientemente, Gesù impartì per l’ennesima volta una lezione d’umiltà agli apostoli, ostentando se stesso come modello. Egli, pur essendo Dio in carne ed ossa, oltre che in spirito, si era scomodato a lasciare il suo altolocato e beato regno, scendendo verso i bassifondi terrestri, sino a infangarsi nella melma del mondo, umiliandosi come servo di tutti. Per soddisfare le loro smanie di grandezza, il Nazareno promise mari e monti nell’aldilà a compenso della loro perseveranza nella fede nell’aldiquà. Un regno addirittura andava a preparare per loro nel celeste impero (in verità era stato già predestinato), dove il Padre ne aveva già preparato uno per lui (in verità, l’aveva già prima della sua incarnazione). Lassù, nell’incantevole bengodi (luogo d’ogni ben di dio), baloccandosi in ozi eterni e gozzovigliando alla mensa divina, si sarebbero rivalsi dei patimenti sofferti sulla terra. Lassù, assisi comodamente su troni di gloria apprestati per loro (quello riservato a Giuda, sarebbe stato assegnato a un altro apostolo), si sarebbero dilettati a giudicare i peccati commessi dalle dodici tribù d’Israele. Quanto alle rimanenti tribù umane, non appartenenti all’eletto popolo d’Israele, avrebbe provveduto Gesù stesso a esperire la funzione della pubblica accusa, sobbarcandosi, da provetto stacanovista, un esorbitante carico di lavoro. 

Calmati i bollenti spiriti degli apostoli, Gesù mise in guardia Pietro dagli assalti del satanico bestione, autorizzato per ordine del Padre a molestare gli apostoli con le sue diaboliche trovate. Dio-Padre voleva metterli alla prova, come già fece nel deserto con suo Figlio. Gli esami, ancorché divini, non finiscono mai, neanche per i figli di papà! Pietro, però, non si diede pensiero delle grinfie del malefico, essendo disposto a tutto, anche alla morte (almeno a parole, perché di lì a poco avrebbe rinnegato Gesù per ben tre volte pur di farla franca). Gesù, intanto, aveva compreso che la sua missione terrena stava per compiersi. Tempi duri per i troppo buoni stavano per arrivare. La sorte per tutti loro stava per capovolgersi; occorreva perciò prepararsi ad affrontare accortamente l’imminente difficile situazione. Se prima circolavano in fogge francescane e si sostenevano con la fede in Dio e nella Divina Provvidenza, che non li privava del sostentamento, ora il tempo delle vacche grasse stava per finire. Dovevano perciò tirarsi su le maniche e lavorare di gomito per campare. Dovevano procurarsi il viatico per la missione: borse, bisacce e persino spade (!), a costo di vendersi il mantello. Gli apostoli presero in parola i consigli di Gesù. Andarono subito a racimolare un paio di spadoni, che portarono a Gesù per predisporre una difesa all’arma bianca dell’armata nazarena. Forse non capirono (come sostiene la dottrina revisionistica cristiana) il senso delle parole del loro Maestro, poco incline a parlare con chiarezza (a nulla serviva la stretta parentela che lo legava al dotto ed eloquente Spirito Santo). Fatto sta che Gesù ebbe un attimo di stizza e tagliò corto sull’argomento in discussione, bastando le cose così come stavano. Sulle “due spade” allegorizzò tempo dopo la Chiesa, conclamando in termini dogmatici d'avere sia la potestà della spada spirituale, condotta per mano del suo clero, sia della spada temporale, condotta dal re per conto e su indicazione della Chiesa stessa. In altri termini, tutti gli uomini, re compresi, dovevano assoggettarsi al “dictatus papae”.

 Gesù, terminato che ebbe il sacro convivio e l’orazione di commiato per la sua imminente dipartita, recitò con i suoi compagni l’inno pasquale. Poi, sempre accompagnato dal codazzo dei “suoi”, raggiunse il Monte degli Ulivi, soffermandosi nel podere di Getsemani, dove si accinse a superare un’altra prova iniziatica: la veglia di preghiera per non cadere in tentazione. Giunti che furono sul luogo, si predisposero a pregare per non cadere tra le grinfie aguzze dell’infernale tentatore. Il Maestro si mise in disparte dagli altri. Luca (Lc 22, 39 seg.) riferisce, in fede sua e di nessun altro, che a Gesù orante apparve un angelo dal cielo per confortarlo. Un angelo che si mette a confortare Dio è una pura e semplice invenzione dell’evangelista, peraltro non avallata da prove certe né da testimonianze attendibili. Gli apostoli, per giunta, tra paternostri e avemarie si erano appisolati, accasciati dalla pesante tristezza della concione del loro Maestro. Cristo, dopo il conforto divino, entrò in agonia, mentre dal suo corpo grondava, gocciolando per terra, sudore di sangue (primo mistero doloroso). Impareggiabile è la fertile fantasia di Luca! Gesù indubbiamente ebbe paura, presagendo la sua cattiva sorte. D’ingurgitare quel calice amaro della passione proprio non se la sentiva, né come dio né tanto meno come uomo. Inesorabilmente pendeva sul suo capo la spada di Damocle, il fato cui non poteva sfuggire (come non si poteva evitare il destino filato dalle Moire, al quale era soggetto anche l’olimpico Zeus). L’irremovibile Padre non si era piegato alle sue preghiere, né si era lasciato commuovere dalle atroci sofferenze (sudava sangue, perdio!). A Gesù non restò altro da fare che mettersi l’animo in pace, rassegnandosi alla cattiva sorte; così, rorido di sangue, cessò di pregare e se ne tornò dai “suoi”. Li trovò assonnati. Li svegliò. Li esortò a pregare per non cadere in tentazione del maligno (anche durante il sonno, il diavolo ci prova a stendere i suoi tentacoli per carpire qualche animuccia). In verità, l’unica tentazione che poteva allettare gli apostoli era di trovare un modo per scampare ai pericoli paventati da Gesù.


Nel Vangelo secondo Marco e Matteo (Mc 14, 32 seg.; Mt 26, 36 seg.), la versione dei fatti occorsi nel campo di Getsemani è diversa da quella lucana. Gesù, a loro dire, si ritirò in disparte a pregare, portando con sé Pietro e i due figli di Zebedeo, Giacomo e Giovanni. Ai restati apostoli comandò di sedersi e di attendere il suo ritorno. Ai tre che aveva condotto con sé, ordinò di restare a vegliare, mentre lui si allontanava di poco. Rimasto solo, si prostrò a terra e pregò. Il suo animo era triste e pervaso dall’angoscia. Ebbe paura, al pari di un uomo, dimentico di aver insegnato a non temere chi uccideva il corpo (Mt 10,28). Ancorché fosse consapevole che la sua preghiera non avrebbe intenerito il Padre, essendo irrimediabilmente segnato il suo destino di morte ignominiosa, tentò ugualmente, implorando salvezza all’Altissimo, invisibile. Il Padre, a suo dire, tutto poteva, anche cambiare l’amaro destino. L’altro, però, faceva lo gnorri, non ci sentiva o faceva finta di non sentire da entrambe le orecchie, poiché non voleva recedere dalle sue decisioni. A Gesù non restò altro da fare che rassegnarsi alla volontà paterna. Tornato indietro in cerca di conforto, trovò i tre apostoli addormentati. S’inquietò, li svegliò, li rimproverò, li obbligò a recitare orazioni per non cadere in tentazioni. Se ne ritornò sui suoi passi per continuare a pregare, se non la salvezza dal calvario, almeno la liberazione dalle seduzioni del maligno. Ritornato dopo un po’ di tempo dai tre, li trovò nuovamente addormentati. Ancora una volta andò in disparte a pregare e, per la terza volta, al suo ritorno, li trovò dormienti: erano sì caduti in tentazione, ma in quella del sonno, che rese pesanti le palpebre dei loro occhi. Invano implorò la salvezza dal Padre, invano cercò il conforto dagli apostoli, invano sperò nel ravvedimento di Giuda. Tre volte pregò. Tre volte esortò i dormienti a pregare. Tre volte sperò salvezza dal Padre e conforto dai tre apostoli. Il simbolismo dei numeri è parte integrante del Vangelo. La triplicità della preghiera, infatti, fa “pendant” con altre triplicità, sparse nelle sacre Scritture, come il triplice rinnegamento di Pietro, la triplice tentazione nel deserto, il triplice annunzio della passione, la resurrezione dalla morte dopo tre giorni, e altre bibliche triplicità. Quanto all’istituzione della Triade divina, il culto della Santissima Trinità, occorrerà attendere tre secoli, esattamente l’A.D. 325, in cui si radunò a Nicea il concilio universale della Chiesa (il primo ecumenico della storia), convocato da Costantino (primo imperatore romano a riconoscere la Chiesa ed il suo papa, purché a lui sottomessi). 

Gesù, presagendo l’imminente pericolo (in conseguenza del tradimento di Giuda), allertò l’apostolica truppa, scotendola dal torpore del sonno. Li esortò ad alzarsi, essendo ormai vicino il traditore (Mt 26, 45 seg.). Non c’era più tempo per dormire e riposare, perché s’approssimava l’ora in cui sarebbe stato consegnato nelle mani dei Giudei, incalliti peccatori (Mc 14, 41 seg.). Infatti, sopraggiunse una turba di gente, guidata da Giuda (Lc 22, 47 seg.). Questa concitata moltitudine, armata di spade e bastoni, aveva ricevuto l’ordine di arrestare Gesù per condurlo dinanzi al consesso dei sacerdoti, degli scribi e degli anziani del popolo (Mt 26, 57). Secondo il Vangelo di Giovanni (18, 3), era addirittura una coorte di soldati romani (circa 500-600 uomini comandati da un tribuno) con l’aggiunta di un corpo di guardie giudaiche. Assurdo è il timore dei militi, che indietreggiarono ruzzolando per terra al cospetto di Gesù. Eccessivo appare l’ingente dispiegamento di forze militari per arrestare una minuscola setta di pacifici dissidenti. Anomalo è, secondo le leggi ebraiche, l’arresto di una persona durante la notte e nel giorno di vigilia, se non in flagranza di reato. Verosimilmente, le autorità preposte all’ordine pubblico, informate dalla delazione di Giuda dei piani di sommossa che la combriccola nazarena fautrice della lotta messianica era in procinto di compiere, disposero di inviare sul posto forze sufficienti per evitare disordini. Forse ci fu una resistenza armata da parte del Nazareno e dei suoi seguaci, successivamente travisata nei racconti degli evangelisti, che ritennero opportuno spoliticizzare gli avvenimenti della setta nazarena. Infatti, seguendo il racconto da essi descritto, Giuda si avvicinò a Gesù e lo baciò: era quello il segnale convenuto per individuarlo. Subito la turbolenta masnada gli mise le mani addosso e lo arrestò, preoccupando gli apostoli, che domandarono al Maestro se dovevano difendersi con le armi. Uno di loro, però, non attese la risposta. Sguainata la spada, staccò con un taglio netto l’orecchio destro al servo del sommo sacerdote, dimentico del precetto del perdono fino a settanta volte sette (Mt 18, 21-22). Nel racconto di Luca, Gesù intervenne a sedare la breve scaramuccia e a miracolare il malcapitato, ricucendogli l’orecchio con un tocco di mano (non c’è limite alla fervida fantasia degli evangelisti!). Nel racconto di Matteo, Gesù, rivolgendosi all’irruente apostolo (egli è Pietro, secondo l’evangelista Giovanni, che non ne nasconde l’identità, come fanno i redattori dei sinottici; cfr. Gv 18, 1 seg.), lo invitò a rimettere la spada nel fodero, sentenziando che chi di spada ferisce di spada perisce (ogni violenza grida vendetta). A Simon Pietro, infatti, Gesù diede l’appellativo di “bariona”, che in aramaico significa impulsivo, combattente, piuttosto che “figlio di Giona”. Poi la sparò grossa, sperando di farla franca, terrorizzando i presenti con la minaccia che, se avesse voluto, avrebbe potuto pregare il Padre, affinché inviasse in suo soccorso una dozzina, e anche più, di legioni d’angeli. Più di centomila guerrieri dell’impero celeste, armati a dovere, contro uno sparuto drappello, è a dir poco una rodomontata. Fatto sta, che non poteva richiedere questo al Padre, eludendo i sacri testi biblici, le profezie ispirate da Dio. Ciò che era stato scritto doveva ora adempiersi. Di questo fatalismo, espressamente riferibile al Cristo Gesù, non si ha riscontro nelle antiche Scritture.

Nel Vangelo marciano risulta che Gesù protestò contro i turbolenti che erano venuti ad arrestarlo con spade e bastoni, come se fosse un brigante. Luca evangelista asserisce che tra la folla, arrivata in piena notte in assetto di guerra per arrestarlo, c’erano nientemeno i gran sacerdoti, gli ufficiali del Tempio e gli anziani del popolo. Gesù si rivolse verso costoro e chiese perché venivano ad arrestarlo, armati di tutto punto e in ore non cristiane, come se fosse un delinquente. Avrebbero potuto comodamente catturarlo durante il giorno, quando sostava nel Tempio a pregare quello stesso Dio, che egli e i suoi connazionali concepivano in modi differenti. Oramai, il tempo per le vane chiacchiere era terminato ed era iniziata l’ora della potenza delle tenebre, in conformità al volere del Padre celeste. I predatori del Nazareno tagliarono corto, consegnandolo al giudizio del sommo sacerdote. Gli apostoli, temendo il peggio, speditamente si dispersero, come pecorame quando il pastore lo percuote, abbandonando il Maestro al suo destino. Tradirono Gesù con un vile atteggiamento dinanzi al pericolo. Solamente Pietro lo seguiva, stando però a debita distanza, timoroso di essere scoperto. Un ragazzetto, sbucato chi sa dove, gli stava più dappresso. Le guardie tentarono di afferrarlo, ma riuscirono solamente ad agguantare la veste di lino che ricopriva il suo nudo corpo. L’altro se la diede a gambe, svignandosela nudo come un pesce. Secondo l’evangelista Giovanni (Gv 18, 15-16; 25-27), Pietro e un altro anonimo discepolo, noto al sommo sacerdote, poterono entrare nel cortile della dimora di quest’ultimo, dove era stato portato Gesù. Riconosciuto da taluni come discepolo del Nazareno, per tre volte Pietro negò, avverando la predizione del Maestro (Mt 26, 30-35.69-75). Il rinnegamento e il successivo pentimento dell’apostolo divennero il modello per eccellenza del cristianesimo ai fini della salvezza. Discutibile è la cronologia concernente la passione di Cristo per le incongruenze e le divergenze degli evangelisti riguardo alla cena pasquale, all’arresto, al procedimento giudiziario, alla morte e all’incredibile resurrezione.
Lucio Apulo Daunio


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