L'ULTIMA CENA SECONDO I VANGELI SINOTTICI
Una diversa
versione dell’ultima cena consumata da Gesù in compagnia degli apostoli è
narrata nei tre Vangeli sinottici (Mc 14, 12 seg.; Mt 26, 17 seg.; Lc 22, 7 seg.).
La Pasqua al 15 di Nissan, in quell’anno fatidico per la sorte di Gesù,
coincideva con il sabato (Gv 19, 31.42). Nel vangelo marciano la cena pasquale
è consuma la sera del giorno 14, vigilia della Pasqua, quando dopo il tramonto,
secondo l’uso ebraico, inizia il giorno 15 di Nissan. Più avanti, però,
l’evangelista dice che Gesù morì di venerdì (così anche dicono Matteo, Luca e
Giovanni). Dunque, la cena non può essere stata consumata la sera del giorno
14, vigilia di Pasqua coincidente con il sabato. In Marco e Matteo (Mc 14, 1
seg.; Mt 26, 2), si dice anche che mancavano due giorni alla celebrazione della
festa di Pasqua e degli Azzimi, quando i capi religiosi decisero di sopprimere
Gesù.
La cena
pasquale si consumava la sera del giorno 14 di vigilia. Le celebrazioni si
svolgevano con l’immolazione dell’agnello pasquale. Durante la cena si mangiava
pane azzimo (non era lecito far uso di pane lievitato). In quell’anno, per non
profanare il giorno del riposo (sabato 15 di Pasqua), l’ultima cena non poteva
essere consumata la sera del giorno di vigilia (venerdì 14 di Nissan) e neanche
la sera del giorno prima (giovedì 13), perché, se così fosse, l’attività
processuale conseguente all’arresto di Gesù sarebbe avvenuta durante il periodo
pasquale, che comprendeva anche il giorno di vigilia, e cioè nel periodo in cui
era vietata qualsiasi attività per gli ebrei (cfr. Talmud Babilonese). Una
soluzione potrebbe essere che Gesù fu arrestato mercoledì 12, processato
giovedì 13 e crocefisso venerdì 14 dai militi romani. La cena, quindi, fu
consumata presumibilmente mercoledì sera, quando dopo il tramonto inizia il
giorno 13. Se invece si ritiene che l’attività processuale del Sinedrio potesse
essere svolta per gravi reati anche durante il giorno di vigilia, l’arresto di
Gesù potrebbe essere avvenuto la sera di giovedì 13, quando, dopo il tramonto,
inizia il giorno venerdì 14 di vigilia.
Durante quella
cena, Gesù prese del pane, lo benedì e, dopo averlo spezzato, ne diede un pezzo
a ciascun commensale (com’era in uso nel rito d’apertura del pasto comunitario
degli Esseni). Il rito dell’ultima cena, consumata nel giorno in cui Gesù fu
tradito (1 Co 11, 23-26), è raffigurato come un pasto sacro, caratteristico
delle religioni misteriche, durante il quale i commensali si cibavano
figurativamente della carne e del sangue del dio (teofagia), ricevendone divine
virtù. Appare piuttosto evidente che i redattori dei Vangeli sinottici, nel
trascrivere la tradizione orale della cena pasquale sulla falsariga riportata
da Paolo nella Prima Lettera ai Corinzi, abbiano voluto differenziare la
ritualità della pasqua cristiana da quella ebraica (relativa al ricordo della
decima piaga d’Egitto, quando l’angelo della morte risparmiò gli ebrei,
passando oltre le loro case). Quel pane offerto da Gesù agli apostoli e da loro
mangiato, doveva rappresentare l’oblazione simbolica del suo corpo. Il vino
contenuto in un calice, che Gesù benedisse prima di passarlo ai commensali,
affinché ne bevessero un sorso, doveva rappresentare il suo sangue, che stava
per essere versato per la remissione dei peccati (“peccato” inteso in senso
lato, come radice di tutti i mali), quale segno della nuova alleanza (Mt 26,
26-29, Mc 14, 22-25, Lc 22, 17-20). L’ultima cena di Gesù ricorda il mito del
capro espiatorio, sacrificato e condiviso nel banchetto rituale.
Nel Vangelo
secondo Giovanni, l’episodio riguardante la “fractio panis” e l’offerta del calice di vino ai discepoli (tipica
concezione cultuale delle religioni misteriche pagane), è sostituito dalla
descrizione della lavanda dei piedi. L’episodio in questione è altresì omesso
(dal verso 19 b alla fine del verso 20) in alcuni codici antichi (Codice di
Beza e altri). L’evangelista Luca (22, 19) e il neofito apostolo Paolo (che
riferisce ciò che ha ricevuto dal Signore, cfr. 1 Co 11, 23 seg.) asseriscono
che Gesù comandò di commemorare quella cena cultuale in ricordo di lui (quinto
mistero luminoso, in cui si contempla nel sacro pasto il sacrificio simbolico
della morte del dio). La celebrazione del sacro pasto (omofagia o
cannibalizzazione del divino per assumerne le qualità), annunziante la morte
del dio nell’attesa del giorno della parusia (del suo trionfale ritorno sulla
terra), sarà poi tramutata dalla Chiesa in rito sacramentale (eucaristia,
caratterizzata da catechesi, digiuno e purificazione, analogamente agli antichi
culti misterici). L’affresco di Leonardo, raffigurante l’Ultima Cena, dove Gesù
è al centro della scena e gli apostoli ai suoi lati, suddivisi in gruppi di
tre, appare come un’allegoria della ruota dello zodiaco, dove il sole è
raffigurato al centro, circondato dai simboli delle quattro stagioni, ciascuna
di tre mesi. La successiva tradizione della Chiesa commemorerà la “passione” di
Gesù nel rito della Santa Messa, simbolo del sacrificio propiziatorio della
mistica vittima immolata a Dio in riscatto dei peccati degli uomini.
L’istituzione del sacramento dell’eucaristia (comunione fra la divinità e i
fedeli, fra l’Uno e i molti) avrà la funzione di perpetuare l’incarnazione del
Verbo nei simulacri del pane e del vino (simboli dionisiaci, rappresentanti il
fanciullo divino divorato dai Titani), che si trasformano a ogni consacrazione
del prete (atto magico), nel corpo e nel sangue di Cristo (transustanziazione),
alimento dei cristiani per conseguire la vita eterna. Il pane, corpo di Cristo,
è rappresentato dal simbolo dell’ostia consacrata (hostia=vittima), che il sacerdote officiante consuma e offre in
comunione ai fedeli. Il vino, sangue di Cristo, è invece bevuto dal sacerdote
durante la comunione, dopo aver spezzato l’ostia (simbolo dello smembramento
del dio). Il rito della comunione (nutrimento divino) ricalca quello dei pasti
sacri delle antiche teofagie, come quella del rito dionisiaco (Dioniso, dio dei
misteri traci, che muore e risorge, è una figura centrale dell’orfismo).
L’odore d’incenso, che l’immortale mitico uccello cercava per il suo rogo
funebre, esala nel tempio cristiano in onore della morte simbolica di Cristo
crocefisso. Il redattore della Lettera agli Ebrei (7, 11-28; 10, 1-18) afferma
che Gesù abrogò, nella sua setta, non solo il precedente ordinamento giudaico,
perché la Legge non conduceva nulla a perfezione, ma anche il sacerdozio,
sostituendolo con il suo, eterno e non trasmissibile, perciò unico. Assumendo
la funzione sacerdotale, atta a consacrare e santificare, Cristo ha offerto se
stesso per la remissione dei peccati in modo definitivo. Appare dunque inutile
ufficiare riti ripetitivi d’oblazione, istituiti dalla Chiesa, essendo già
avvenuta la remissione dei peccati con il sacrificio di Cristo.
I Vangeli
sinottici concordano nel descrivere gli avvenimenti che caratterizzarono la
sera dell’ultima cena (Mt 26, 20-25, Mc 14, 17-21, Lc 22, 21-23). Quella sera
Gesù denunciò il tradimento di un apostolo, un ipocrita che stava lì ad
ingozzarsi senza alcun rimorso per ciò che covava. Ma, così era scritto e così
doveva essere, per buona pace di tutti. Tremendi furono gli improperi di cui fu
coperto Giuda. Meglio sarebbe stato per lui che non fosse mai nato (questo è
assurdo, sia perché non era in suo potere venire o non in questo mondo, sia
perché, se non fosse stato lui a tradire Gesù, sarebbe stato necessariamente un
altro, perché era scritto nel libro del fato che un apostolo doveva tradirlo).
Gesù rincarò la dose inviando anatemi all’indirizzo del traditore. Non era Gesù
il Figlio di Dio e lui stesso Dio? Non fu proprio domineddio a stabilire che
uno degli apostoli doveva assolvere la parte del traditore sulla scena del
mondo in cui doveva rappresentarsi il dramma del Figlio? Perché colpevolizzare
un uomo già segnato da una cattiva sorte? Perché infierire su di lui,
predestinato a essere il traditore del Cristo? Non è forse vero che “summum ius, summa iniura”? Del resto,
unico colpevole del misfatto perpetrato a danno di Gesù fu proprio lo stesso
danneggiato. E allora, vivaddio, non diamogliela vinta a chi vuole accusare di
colpevolezza un uomo condizionato dall’ineluttabile fato! Noi umani, non
cristiani e diversamente credenti, assolviamo Giuda, strumento incolpevole
della volontà divina!
L’accusa di
Gesù addolorò profondamente gli apostoli. Nel parapiglia che si venne a creare,
ognuno si chiese chi fosse il reo. Interrogarono in proposito il Maestro. Giuda
anche volle saperlo e Gesù gli fece capire che era proprio lui. Nella
confusione che si era generata, fomentata da una disputa (Lc 22, 24 seg.) su
chi fosse tra loro il più grande (alla barba dell’umiltà!), gli apostoli non
prestarono attenzione all’accusa di Gesù contro Giuda. La lezione di Gesù, di
farsi piccoli come pargoli, era proprio dura da assimilare, anche per dei campioni
della fede, che Dio Padre aveva puntigliosamente selezionato per il Figlio.
Pazientemente, Gesù impartì per l’ennesima volta una lezione d’umiltà agli
apostoli, ostentando se stesso come modello. Egli, pur essendo Dio in carne ed
ossa, oltre che in spirito, si era scomodato a lasciare il suo altolocato e
beato regno, scendendo verso i bassifondi terrestri, sino a infangarsi nella
melma del mondo, umiliandosi come servo di tutti. Per soddisfare le loro smanie
di grandezza, il Nazareno promise mari e monti nell’aldilà a compenso della
loro perseveranza nella fede nell’aldiquà. Un regno addirittura andava a
preparare per loro nel celeste impero (in verità era stato già predestinato),
dove il Padre ne aveva già preparato uno per lui (in verità, l’aveva già prima
della sua incarnazione). Lassù, nell’incantevole bengodi (luogo d’ogni ben di
dio), baloccandosi in ozi eterni e gozzovigliando alla mensa divina, si
sarebbero rivalsi dei patimenti sofferti sulla terra. Lassù, assisi comodamente
su troni di gloria apprestati per loro (quello riservato a Giuda, sarebbe stato
assegnato a un altro apostolo), si sarebbero dilettati a giudicare i peccati
commessi dalle dodici tribù d’Israele. Quanto alle rimanenti tribù umane, non
appartenenti all’eletto popolo d’Israele, avrebbe provveduto Gesù stesso a
esperire la funzione della pubblica accusa, sobbarcandosi, da provetto
stacanovista, un esorbitante carico di lavoro.
Calmati i
bollenti spiriti degli apostoli, Gesù mise in guardia Pietro dagli assalti del
satanico bestione, autorizzato per ordine del Padre a molestare gli apostoli
con le sue diaboliche trovate. Dio-Padre voleva metterli alla prova, come già
fece nel deserto con suo Figlio. Gli esami, ancorché divini, non finiscono mai,
neanche per i figli di papà! Pietro, però, non si diede pensiero delle grinfie
del malefico, essendo disposto a tutto, anche alla morte (almeno a parole,
perché di lì a poco avrebbe rinnegato Gesù per ben tre volte pur di farla
franca). Gesù, intanto, aveva compreso che la sua missione terrena stava per
compiersi. Tempi duri per i troppo buoni stavano per arrivare. La sorte per
tutti loro stava per capovolgersi; occorreva perciò prepararsi ad affrontare
accortamente l’imminente difficile situazione. Se prima circolavano in fogge
francescane e si sostenevano con la fede in Dio e nella Divina Provvidenza, che
non li privava del sostentamento, ora il tempo delle vacche grasse stava per
finire. Dovevano perciò tirarsi su le maniche e lavorare di gomito per campare.
Dovevano procurarsi il viatico per la missione: borse, bisacce e persino spade
(!), a costo di vendersi il mantello. Gli apostoli presero in parola i consigli
di Gesù. Andarono subito a racimolare un paio di spadoni, che portarono a Gesù
per predisporre una difesa all’arma bianca dell’armata nazarena. Forse non
capirono (come sostiene la dottrina revisionistica cristiana) il senso delle
parole del loro Maestro, poco incline a parlare con chiarezza (a nulla serviva
la stretta parentela che lo legava al dotto ed eloquente Spirito Santo). Fatto
sta che Gesù ebbe un attimo di stizza e tagliò corto sull’argomento in
discussione, bastando le cose così come stavano. Sulle “due spade” allegorizzò
tempo dopo la Chiesa, conclamando in termini dogmatici d'avere sia la potestà
della spada spirituale, condotta per mano del suo clero, sia della spada
temporale, condotta dal re per conto e su indicazione della Chiesa stessa. In
altri termini, tutti gli uomini, re compresi, dovevano assoggettarsi al “dictatus papae”.
Gesù, terminato che ebbe il sacro convivio e
l’orazione di commiato per la sua imminente dipartita, recitò con i suoi
compagni l’inno pasquale. Poi, sempre accompagnato dal codazzo dei “suoi”,
raggiunse il Monte degli Ulivi, soffermandosi nel podere di Getsemani, dove si
accinse a superare un’altra prova iniziatica: la veglia di preghiera per non
cadere in tentazione. Giunti che furono sul luogo, si predisposero a pregare
per non cadere tra le grinfie aguzze dell’infernale tentatore. Il Maestro si
mise in disparte dagli altri. Luca (Lc 22, 39 seg.) riferisce, in fede sua e di
nessun altro, che a Gesù orante apparve un angelo dal cielo per confortarlo. Un
angelo che si mette a confortare Dio è una pura e semplice invenzione
dell’evangelista, peraltro non avallata da prove certe né da testimonianze
attendibili. Gli apostoli, per giunta, tra paternostri e avemarie si erano
appisolati, accasciati dalla pesante tristezza della concione del loro Maestro.
Cristo, dopo il conforto divino, entrò in agonia, mentre dal suo corpo
grondava, gocciolando per terra, sudore di sangue (primo mistero doloroso).
Impareggiabile è la fertile fantasia di Luca! Gesù indubbiamente ebbe paura,
presagendo la sua cattiva sorte. D’ingurgitare quel calice amaro della passione
proprio non se la sentiva, né come dio né tanto meno come uomo. Inesorabilmente
pendeva sul suo capo la spada di Damocle, il fato cui non poteva sfuggire (come
non si poteva evitare il destino filato dalle Moire, al quale era soggetto
anche l’olimpico Zeus). L’irremovibile Padre non si era piegato alle sue
preghiere, né si era lasciato commuovere dalle atroci sofferenze (sudava
sangue, perdio!). A Gesù non restò altro da fare che mettersi l’animo in pace,
rassegnandosi alla cattiva sorte; così, rorido di sangue, cessò di pregare e se
ne tornò dai “suoi”. Li trovò assonnati. Li svegliò. Li esortò a pregare per
non cadere in tentazione del maligno (anche durante il sonno, il diavolo ci
prova a stendere i suoi tentacoli per carpire qualche animuccia). In verità,
l’unica tentazione che poteva allettare gli apostoli era di trovare un modo per
scampare ai pericoli paventati da Gesù.
Nel Vangelo
secondo Marco e Matteo (Mc 14, 32 seg.; Mt 26, 36 seg.), la versione dei fatti
occorsi nel campo di Getsemani è diversa da quella lucana. Gesù, a loro dire,
si ritirò in disparte a pregare, portando con sé Pietro e i due figli di
Zebedeo, Giacomo e Giovanni. Ai restati apostoli comandò di sedersi e di
attendere il suo ritorno. Ai tre che aveva condotto con sé, ordinò di restare a
vegliare, mentre lui si allontanava di poco. Rimasto solo, si prostrò a terra e
pregò. Il suo animo era triste e pervaso dall’angoscia. Ebbe paura, al pari di
un uomo, dimentico di aver insegnato a non temere chi uccideva il corpo (Mt
10,28). Ancorché fosse consapevole che la sua preghiera non avrebbe intenerito
il Padre, essendo irrimediabilmente segnato il suo destino di morte
ignominiosa, tentò ugualmente, implorando salvezza all’Altissimo, invisibile.
Il Padre, a suo dire, tutto poteva, anche cambiare l’amaro destino. L’altro,
però, faceva lo gnorri, non ci sentiva o faceva finta di non sentire da
entrambe le orecchie, poiché non voleva recedere dalle sue decisioni. A Gesù
non restò altro da fare che rassegnarsi alla volontà paterna. Tornato indietro
in cerca di conforto, trovò i tre apostoli addormentati. S’inquietò, li
svegliò, li rimproverò, li obbligò a recitare orazioni per non cadere in
tentazioni. Se ne ritornò sui suoi passi per continuare a pregare, se non la
salvezza dal calvario, almeno la liberazione dalle seduzioni del maligno. Ritornato
dopo un po’ di tempo dai tre, li trovò nuovamente addormentati. Ancora una
volta andò in disparte a pregare e, per la terza volta, al suo ritorno, li
trovò dormienti: erano sì caduti in tentazione, ma in quella del sonno, che
rese pesanti le palpebre dei loro occhi. Invano implorò la salvezza dal Padre,
invano cercò il conforto dagli apostoli, invano sperò nel ravvedimento di
Giuda. Tre volte pregò. Tre volte esortò i dormienti a pregare. Tre volte sperò
salvezza dal Padre e conforto dai tre apostoli. Il simbolismo dei numeri è
parte integrante del Vangelo. La triplicità della preghiera, infatti, fa
“pendant” con altre triplicità, sparse nelle sacre Scritture, come il triplice
rinnegamento di Pietro, la triplice tentazione nel deserto, il triplice annunzio
della passione, la resurrezione dalla morte dopo tre giorni, e altre bibliche
triplicità. Quanto all’istituzione della Triade divina, il culto della
Santissima Trinità, occorrerà attendere tre secoli, esattamente l’A.D. 325, in
cui si radunò a Nicea il concilio universale della Chiesa (il primo ecumenico
della storia), convocato da Costantino (primo imperatore romano a riconoscere
la Chiesa ed il suo papa, purché a lui sottomessi).
Gesù,
presagendo l’imminente pericolo (in conseguenza del tradimento di Giuda),
allertò l’apostolica truppa, scotendola dal torpore del sonno. Li esortò ad
alzarsi, essendo ormai vicino il traditore (Mt 26, 45 seg.). Non c’era più
tempo per dormire e riposare, perché s’approssimava l’ora in cui sarebbe stato
consegnato nelle mani dei Giudei, incalliti peccatori (Mc 14, 41 seg.).
Infatti, sopraggiunse una turba di gente, guidata da Giuda (Lc 22, 47 seg.).
Questa concitata moltitudine, armata di spade e bastoni, aveva ricevuto
l’ordine di arrestare Gesù per condurlo dinanzi al consesso dei sacerdoti,
degli scribi e degli anziani del popolo (Mt 26, 57). Secondo il Vangelo di
Giovanni (18, 3), era addirittura una coorte di soldati romani (circa 500-600
uomini comandati da un tribuno) con l’aggiunta di un corpo di guardie giudaiche.
Assurdo è il timore dei militi, che indietreggiarono ruzzolando per terra al
cospetto di Gesù. Eccessivo appare l’ingente dispiegamento di forze militari
per arrestare una minuscola setta di pacifici dissidenti. Anomalo è, secondo le
leggi ebraiche, l’arresto di una persona durante la notte e nel giorno di
vigilia, se non in flagranza di reato. Verosimilmente, le autorità preposte
all’ordine pubblico, informate dalla delazione di Giuda dei piani di sommossa
che la combriccola nazarena fautrice della lotta messianica era in procinto di
compiere, disposero di inviare sul posto forze sufficienti per evitare
disordini. Forse ci fu una resistenza armata da parte del Nazareno e dei suoi
seguaci, successivamente travisata nei racconti degli evangelisti, che ritennero
opportuno spoliticizzare gli avvenimenti della setta nazarena. Infatti,
seguendo il racconto da essi descritto, Giuda si avvicinò a Gesù e lo baciò:
era quello il segnale convenuto per individuarlo. Subito la turbolenta masnada
gli mise le mani addosso e lo arrestò, preoccupando gli apostoli, che
domandarono al Maestro se dovevano difendersi con le armi. Uno di loro, però,
non attese la risposta. Sguainata la spada, staccò con un taglio netto
l’orecchio destro al servo del sommo sacerdote, dimentico del precetto del
perdono fino a settanta volte sette (Mt 18, 21-22). Nel racconto di Luca, Gesù
intervenne a sedare la breve scaramuccia e a miracolare il malcapitato,
ricucendogli l’orecchio con un tocco di mano (non c’è limite alla fervida
fantasia degli evangelisti!). Nel racconto di Matteo, Gesù, rivolgendosi
all’irruente apostolo (egli è Pietro, secondo l’evangelista Giovanni, che non
ne nasconde l’identità, come fanno i redattori dei sinottici; cfr. Gv 18, 1 seg.),
lo invitò a rimettere la spada nel fodero, sentenziando che chi di spada
ferisce di spada perisce (ogni violenza grida vendetta). A Simon Pietro,
infatti, Gesù diede l’appellativo di “bariona”, che in aramaico significa
impulsivo, combattente, piuttosto che “figlio di Giona”. Poi la sparò grossa,
sperando di farla franca, terrorizzando i presenti con la minaccia che, se
avesse voluto, avrebbe potuto pregare il Padre, affinché inviasse in suo
soccorso una dozzina, e anche più, di legioni d’angeli. Più di centomila
guerrieri dell’impero celeste, armati a dovere, contro uno sparuto drappello, è
a dir poco una rodomontata. Fatto sta, che non poteva richiedere questo al
Padre, eludendo i sacri testi biblici, le profezie ispirate da Dio. Ciò che era
stato scritto doveva ora adempiersi. Di questo fatalismo, espressamente
riferibile al Cristo Gesù, non si ha riscontro nelle antiche Scritture.
Nel Vangelo
marciano risulta che Gesù protestò contro i turbolenti che erano venuti ad
arrestarlo con spade e bastoni, come se fosse un brigante. Luca evangelista
asserisce che tra la folla, arrivata in piena notte in assetto di guerra per
arrestarlo, c’erano nientemeno i gran sacerdoti, gli ufficiali del Tempio e gli
anziani del popolo. Gesù si rivolse verso costoro e chiese perché venivano ad
arrestarlo, armati di tutto punto e in ore non cristiane, come se fosse un
delinquente. Avrebbero potuto comodamente catturarlo durante il giorno, quando
sostava nel Tempio a pregare quello stesso Dio, che egli e i suoi connazionali
concepivano in modi differenti. Oramai, il tempo per le vane chiacchiere era
terminato ed era iniziata l’ora della potenza delle tenebre, in conformità al
volere del Padre celeste. I predatori del Nazareno tagliarono corto,
consegnandolo al giudizio del sommo sacerdote. Gli apostoli, temendo il peggio,
speditamente si dispersero, come pecorame quando il pastore lo percuote,
abbandonando il Maestro al suo destino. Tradirono Gesù con un vile
atteggiamento dinanzi al pericolo. Solamente Pietro lo seguiva, stando però a
debita distanza, timoroso di essere scoperto. Un ragazzetto, sbucato chi sa
dove, gli stava più dappresso. Le guardie tentarono di afferrarlo, ma
riuscirono solamente ad agguantare la veste di lino che ricopriva il suo nudo
corpo. L’altro se la diede a gambe, svignandosela nudo come un pesce. Secondo
l’evangelista Giovanni (Gv 18, 15-16; 25-27), Pietro e un altro anonimo
discepolo, noto al sommo sacerdote, poterono entrare nel cortile della dimora
di quest’ultimo, dove era stato portato Gesù. Riconosciuto da taluni come
discepolo del Nazareno, per tre volte Pietro negò, avverando la predizione del
Maestro (Mt 26, 30-35.69-75). Il rinnegamento e il successivo pentimento
dell’apostolo divennero il modello per eccellenza del cristianesimo ai fini
della salvezza. Discutibile è la cronologia concernente la passione di Cristo
per le incongruenze e le divergenze degli evangelisti riguardo alla cena
pasquale, all’arresto, al procedimento giudiziario, alla morte e
all’incredibile resurrezione.
Lucio Apulo Daunio
Nessun commento:
Posta un commento