martedì 6 settembre 2011


LA FINE DEI TEMPI  
IL GIUDIZIO UNIVERSALE




Il Regno di Dio, preconizzato da Gesù, era forse la teocrazia da realizzare nel regno d’Israele con le armi dei compatrioti Zeloti? Chi lo sa. Ad ogni modo, secondo gli evangelisti, il Regno di Dio stava per arrivare; anzi, era già venuto (Lc 11, 20 e 17, 20-37), però nessuno fino allora se n’era accorto. In verità, neanche dopo duemila anni dal sacrificio ignominioso del divo Gesù ce ne siamo accorti. I cristiani, tuttavia, attendono ancora pazientemente il suo ritorno (la parusia) e l’annunciata catastrofe apocalittica. Nessuno però può conoscere il giorno e l’ora dell’evento funesto, neppure gli angeli del cielo. Persino il Figlio di Dio non era informato al riguardo. Solo al Padre era dato conoscere il futuro. La Chiesa, dunque, ha errato nel decretare che il Figlio è consustanziale al Padre, perciò onnisciente come lui. Lo stesso evangelista si contraddice quando in diversi passi fa dire a Gesù che lui e il Padre sono uno (Gv 10, 30), che chi vede lui vede anche chi lo ha mandato (Gv12, 45), che lui è nel Padre e il Padre è in lui (Gv 10, 38 e 14, 10.20 e 17, 21), ma poi gli fa dire che il Padre è più grande di lui (Gv 10, 30). Ad ogni modo, grazie al cielo, la Terra non è ancora scomparsa, anche se gli uomini continuano a menarsi botte da orbi ed i fenomeni naturali non ci risparmiano disastri. Le previsioni gesuane non si sono avverate, essendo totalmente fallaci. Il Figlio dell’uomo, dunque, non è padreterno. Solo le sue parole, ben camuffate dagli esegeti e diffuse nell’ecumene con l’attivismo catechizzatore dei missionari, coadiuvati dai potenti strumenti mediatici, non sono ancora passate di moda, essendo sistematicamente inculcate nella mente dei giovani fin dalla prima infanzia. I pii cristiani, intanto, per scaramanzia, continuano a vegliare notte e giorno per non farsi trovare addormentati dall’arrivo del celeste padrone, quando sopraggiungerà abbattendosi sui popoli della terra con mortale trappola, secondo la sacrosanta parola dell’orrorosa Apocalisse giovannea. Oh, divino menagramo, impara la moderazione! Nulla di troppo!

A completamento del catastrofico dramma del mondo, si allestirà nel cielo la tragica scena del giudizio universale (Mt 25, 31- 46). Il Figlio dell’uomo, divinizzato dai suoi seguaci, assiso sul trono di gloria in tutta la sua divina maestà, farà sfilare davanti a sé tutte le genti, a cominciare dal cadavere redivivo d’Adamo e della sua progenie, fino all’ultimo nato. Tutti i vivi, assieme ai morti resuscitati, saranno giudicati in base alle loro opere, trascritte nei libri divini, e chi non figurerà in quello della vita beata, sarà gettato a bruciare nello stagno di fuoco (Ap 20, 11-15). Il buon Pastore, infatti, separerà le pecorelle dai caproni. Metterà le prime (le anime benedette dal Padre) alla sua destra (la sede consacrata alla fede religiosa), gli altri (le anime maledette) alla sua sinistra (malefica sede di Satana). Compiuto l’immane travaglio, ai “compagni della destra”, i buoni di maomettana memoria, concederà il possesso del regno beato, predisposto sin dall’origine del mondo, avendo costoro ottemperato ai cristiani precetti. Ai “cattivi della sinistra”, “signati nigro lapillo” nelle liste di proscrizione, infliggerà la pena del fuoco eterno, predisposto per il diavolo e i suoi accoliti. Sia Paolo (1 Co 15, 20-28) sia l’autore dell’Apocalisse (Ap 1, 6 e 5,10 e 20, 6) affermano che tutti i redenti in Cristo saranno sacerdoti di Dio e regneranno con lui per mille anni in terra, prima del giudizio finale. Questa credenza (c.d. “millenarismo” -cfr. Ap 19, 11-21: 20, 1-8) nell’avvento di un paradiso comunistico sulla terra è avversata dalla dottrina della Chiesa, ancorché invocata nella preghiera del Padrenostro (Mt 6, 10). Durante il regno di Cristo, ogni altra potenza sarà annientata, e tutti i nemici cadranno ai suoi piedi. Terminata la sua opera d’annientamento, anche Cristo farà atto di sottomissione al Padre. Il ritorno di Cristo sulla terra, a cavalcioni delle nubi (Ap 1,7), giacché ritenuto imminente dai primi cristiani, sarebbe stato contemplato anche da quelli che lo trafissero (la storia non lo documenta). Alla sua vista, tutte le tribù della terra si sarebbero battute il petto. Egli, allorquando si deciderà a tornare sulla terra, verrà come un ladro, senza dare preavviso (Ap 3, 3; 16, 15). Annienterà il domino terreno di Satana (Ap 19, 11-21) e porrà fine alla malvagità degli uomini, vendicando il sangue innocente dei martiri per la fede (Ap 6, 9-11). Alla fine dei tempi, l’uni-trino dio restaurerà la potenza regale d’Israele (cioè quella cristiana, Nuova Israele) e il culto di Jahvè (come riformato dal Cristo Gesù) trionferà su tutta l’ecumene (At 1, 6-7; 15, 16-18). Riapparirà persino la perduta arca dell’alleanza, nascosta dal profeta Geremia (nell’anno 587 ante era volgare) per sottrarla alla barbarie dell’esercito babilonese guidato da Nabucodonosor. Campa cristiano nell’illusione della fede, nella vana speranza dell’eterna felicità! Sogna pure i verdi prati d’asfodelo del fantasmico regno ultraterreno!

Secondo il vangelo paolino (2 Tm 2, 8), come Cristo risorse dalla morte, così risusciteranno tutti i morti a lui fedeli, allorquando avverrà la teatrale messa in scena della parusia (1 Ts 4, 13 seg.). Protagonisti dello spettacolare evento saranno sia i viventi superstiti sia i cadaveri redivivi. Tutti ascenderanno in processione verso le nubi, preda dell’invitto Gesù, faro splendente dei cristiani sballottati nei flussi del cataclisma universale. Gli eletti (a dispetto degli infedeli reietti) se lo godranno per sempre. “Ipse dixit”, Paolo, il saccente antesignano fondatore del cristianesimo. In verità, il divo di Nazareth è già venuto tra noi, come un ladro, a turbarci l’anima. Egli ci ha liberato dall’iroso Jahvè per subire la sua fideistica tirannia e il dominio sulla terra del suo castigamatti vicario. Chi non desidera avere a che fare con divinità irascibili e sedicenti vicari, diffidi di loro! Stia in guardia da chi va predicando che il Figlio di Dio è disceso dal niveo trono di un regno invisibile per la nostra salvezza da colpe altrui! Non è plausibile che Dio discenda dal suo invisibile regno e venga a sputare sentenze sulla terra, latrando minacce addosso a quelli che (a ragione) non gli danno credito. Diffidiamo di chi predica pretese assolute verità trascritte in sacri, quanto inattendibili testi. Non è ammissibile che Dio si offenda per la colpa originale dell’uomo, punendo la sua discendenza e se stesso, nella persona del Figlio, per riscattarla. Possiamo offendere un dio evanescente che non conosciamo? Saremmo forse degli incompetenti, ma non fino al punto di stravolgere – a nostra rovina personale – i punti difficili da capire nelle epistole del non amato fratello Paolo o in altre parti delle pretese Sacre Scritture (2 Pt 3, 15-16). Non occorre essere iniziati ai misteri gesuani e chiesastici per apprendere che le oscure verità, rivelate da un dio chicchessia e non fondate su prove incontrovertibili, sono condivisibili soltanto in forza di una fede mal riposta, che non regge al vaglio della ragione critica, ancorché limitata dal beneficio del dubbio. Dio, immagine creata dalla fantasia dell’uomo, può ingannare e ingannarsi. Chi ha fede in lui, per grazia ricevuta o per plagio, è stato già ingannato. Qualunque siano le convinzioni riguardo alla divinità (atee, agnostiche, indifferenti, superstiziose o profondamente religiose), ognuno è libero di pensarla come vuole, purché non faccia il menagramo, lanciando dardi fatali a chi è di contrario avviso, similmente alle maledizioni faraoniche a danno dei violatori delle ultime sacre piramidali dimore. Dell’ira del (poco) cristiano dio Gesù, gli scettici se ne fanno un baffo, temendo piuttosto quella dei suoi fanatici adepti, che intronano le teste a suon di mazzapicchi evangelici! Un giorno Giove, a furia di scagliare fulmini ogni volta che un uomo peccava, ne rimase privo per sempre!

La parusia era creduta imminente tra le prime comunità cristiane (1Co 10, 11 e 1Pt 4, 7 e Gc 5, 8). Con il passar degli anni, però, subentrò la cautela; così la fine dei tempi fu prudentemente rimandata “sine die”. Apostoli e profeti si giustificarono con i fedeli, asserendo che il tempo di Dio era diverso da quello cosmico (2 Pt 3, 1 seg.). Del resto, più si prolungava l’attesa, maggiori erano le possibilità per i peccatori di pentirsi e non farsi depredare l’anima dal maligno. La lentezza di Cristo nel mantenere la sua promessa doveva interpretarsi come longanimità a vantaggio di noi peccatori. Vivere moderatamente, evitando sfrenamenti passionali, gozzoviglie notturne, lussurie, orge satiresche, risse e consimili indecenze: questi erano i precetti consigliati per una vita virtuosa (Rm 13, 11-14). Il cristiano, anziché tribolare per i piaceri fugaci del corpo, doveva annichilirsi nella “carne” per rigenerarsi nello spirito e prepararsi, con l’avvento della parusia, alla repentina svolta (1 Co 7, 26- 35). I coniugi dovevano far conto di non avere l’uno, una moglie, l’altra, un marito. Non dovevano, infatti, rendersi piacevoli l’uno per l’altra, ma entrambi per il Signore. Niente piagnistei e nemmeno allegrezze e mondani goderecci: tutto era considerata vanità. Con l’approssimarsi della fine dei tempi e lo spauracchio del giudizio universale, cresceva tra i primi cristiani la convinzione della caducità delle cose mondane. All’inaugurazione del divino anno giudiziario, infatti, tutte le anime saranno chiamate alla resa dei conti davanti all’implacabile tribunale di Cristo (2 Co 5, 10). Ancora un po’ di pazienza occorreva, giacché l’atteso giustiziere non sarebbe tardato. Per i reprobi sarà spaventoso cadere nelle mani del Dio vivente (Eb 10, 25. 30-31. 37). Bisognava perciò odiare la concupiscenza delle cose del mondo, perché essa è opera del maligno (1Gv 2, 12 seg.). L’ultima ora - n’erano convinti allora - stava per scoccare. Le esequie del mondo, al sopraggiungere del momento fatale, sarebbero state prive d'onori.


 Lucio Apulo Daunio


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