sabato 10 settembre 2011


IL SERMONE DEL MONTE

 

Da tutte le contrade - in fede dei Vangeli - giungevano folle avide, non tanto per ascoltare le farraginose prediche messianiche del Cristo docente, quanto per farsi curare gli acciacchi con magie ed esorcismi propinati dal Cristo taumaturgo. Il portentoso fluido magnetico di Gesù era ritenuto una vera e propria panacea (Lc 6, 17-19; Mt 4, 23-25). In quei tempi si credeva che le infermità fossero causate dagli spiriti maligni. Perciò, prima di ottenere la guarigione dai mali fisici, bisognava curarsi l’anima (in altri termini, predisporre la psiche ad accogliere supinamente la nuova fede), ascoltando la “buona novella” col cuore aperto e la mente chiusa alla riflessione critica. Scribi e farisei, invece, non si lasciarono persuadere (suggestionare), poiché ascoltavano disincantati e con spirito critico (ancorché condizionato dalle loro ataviche credenze) le prediche (eretiche) ammannite al “vulgus” dal (sedicente) divino Maestro.

Magna Charta” dell’ammaestramento gesuano e compendio etico del cristianesimo sono le beatitudini (macarismi o esaltazioni di felicità, riscontrabili in verità anche nei testi di antichi autori profani) riportate dall’evangelista Matteo (c.d. Discorso della Montagna) e, in parte, anche da Luca (c.d. Discorso della Pianura), ma ignorate da Marco, il cui Vangelo si ritiene più antico e più degli altri conforme alla tradizione, scritta e orale. Marco, discepolo dell’apostolo Pietro, ignora i principi fondamentali che l’evangelista Matteo attribuisce al Cristo. Persino Luca, che riferisce d’essersi ampiamente documentato sulla vicenda di Gesù, non conosce del tutto i suoi fondamentali insegnamenti.

Le Beatitudini sono, in sostanza, esortazioni a osservare il comandamento dell’amore, rifuggendo dall’ipocrisia. La prima categoria di privilegiati agli occhi di Dio, perciò meritevoli (anche senza il passaporto della fede) di entrare nel suo regno (quello utopistico, comunista, da realizzare sulla Terra, o quello mitico, celeste, di là da venire?), sono gli indigenti, i poveri in canna, i miserabili pitocchi, i provati dalla vita, gli intristiti, intrisi di sant’asinina rassegnazione (Mt 5, 1 seg.; Lc 6, 17 seg.). Molte sette del dissenso ebraico, tra cui i Nazorei, gli Ebioniti e gli Esseni, vivevano frugalmente, senza possedere beni propri, ma avendo tutto in comune, affinché fra loro non ci fosse alcun bisognoso (segno evidente che la povertà era considerata un disvalore). Luca (6, 20 seg.), invece, per non turbare i sonni dei ricchi, beatifica i poveri di spirito (beati pauperes spiritu), ossia gli incolti semplicioni e pii creduloni (tra cui si possono annoverare i bigotti baciapile e gli sbattiginocchia), ancorché benestanti, purché siano nello spirito totalmente distaccati dai loro averi. Appresso alla categoria dei poveri segue quella di chi ha le lacrime in tasca. I beati piagnoni, sventurati e oppressi, saranno consolati nell’altro mondo, dove, asciugatesi le lacrime, rideranno a crepapelle. I successivi beati sono gli uomini miti, umili, inermi, indifesi dalle angherie degli oppressori. Costoro avranno in eredità non il Paradiso, ma la Terra (!). Beati sono pure i misericordiosi e caritatevoli, perché, avendo pietà di chi è meno fortunato, elargiscono elemosine, ottenendo in cambio misericordia divina nell’altro mondo (ossia lo sconto dei peccati commessi). Quanto ai pacifici, quelli “che son senz’ira mala”, come li nomava Dante (Purgatorio, c. 17, 67), beati anche loro, perché avranno l’onore di essere chiamati “figli di Dio” (chi sa se della schiera dei beati fanno parte anche i pacifisti intransigenti e violenti e i comizianti “buonisti” dei nostri tempi). Si devono rallegrare gli affamati e assetati, che invocano giustizia, poiché nell’aldiquà e nell’aldilà saranno sfamati e dissetati dallo Spirito di Dio, senza tema di fare indigestione. Chi brama la divina giustizia, infatti, sarà pienamente appagato, e chi è perseguitato per inosservanza della Legge mosaica, troverà aperte le porte del regno cristiano nei cieli. Quanto ai puri di cuore, che non scendono a compromessi e non hanno atteggiamenti ipocriti nell’osservanza dei divini comandamenti, sono strabenedetti pure loro, perché avranno il privilegio di vedere Dio e goderselo nei secoli dei secoli (amen!). “O terque quaterque beati” i partigiani di Gesù, perseguitati per causa sua! Il loro penoso martirio sulla terra sarà più che ricompensato in cielo. Esultino dunque costoro per la futura ricompensa promessa! La sofferenza a causa della fede è una benedizione, giacché rappresenta il marchio dell’appartenenza al Regno di Dio, dove ogni esigenza di giustizia troverà opportuna soddisfazione.

Se miserabili, giuggioloni e perseguitati erano consolati ed elogiati come beati e benemeriti, e per loro, quando avranno reso l’anima a Dio, si apriranno le porte del suo Regno, per i ricchi, invece, le cose si mettevano male. Si mettevano male anche per i benpensanti, che godevano una buona reputazione, e per i gaudenti, che se la spassavano con la pancia piena, ridendosene della dabbenaggine altrui. Nei confronti di queste categorie d’empi, Gesù indirizzò minacciose giaculatorie, stramaledicendoli. Lacrime amare avrebbero pianto nell’inferno, giacché avevano di che consolarsi sulla Terra. L’ora della tristezza, del dolore e della fame sarebbe arrivata anche per loro. In verità, la predisposizione al bene o al male alligna nell’animo umano indipendentemente dal ceto sociale d’appartenenza. Il discepolo di Cristo, tuttavia, non doveva anelare al benessere, alla buona reputazione, alla felicità materiale. Se ricco, doveva modificare le sue disposizioni interiori e condividere i suoi beni materiali con i bisognosi. Non doveva godersi tutto per sé il frutto del suo lavoro, se non voleva incorrere nel tarlo gesuano. Non il perbenismo era meritorio agli occhi di Dio, bensì l’incondizionata obbedienza alla sua volontà. Gesù, tuttavia, non disdegnava la compagnia dei ricchi, partecipando ai banchetti che erano indetti in suo onore. Paolo gioiva, come per grazia ricevuta, quando si soffriva e si tribolava per causa di Gesù (Fl 1, 29). Tutti gli apostoli erano lieti di subire oltraggi per causa sua (At 5, 41). Chi voleva seguire il Cristo, doveva gioire (!) della sofferenza (Col 1, 24). Il masochismo è una peculiare caratteristica del cristianesimo, dell’ossessione egoistica di una fede votata al sacrificio e alla cristiana rassegnazione. Il perfetto cristiano deve sobbarcarsi l’onere della croce per meritarsi la vita eterna, accettando gli irrimediabili mali del mondo: povertà, sofferenze, angherie, ingiustizie, persecuzioni. Disprezzando i beni terreni e anelando quelli celesti, il cristiano snatura la sua condizione umana, alienandosi nell’irreale natura divina.

I discepoli di Gesù devono possedere talune qualità specifiche (Mt 5, 13, Mc 9, 49-50, Lc 14, 34-36). Devono essere: come il sale che dà sapore ai cibi (fuori di metafora, devono avere sale in zucca e abilità retorica per convincere la gente), come la luce che rischiara le tenebre, come una città che spicca sulla cima di un monte, come un lume che splende sul candelabro. Devono avere altresì l’occhio terso come una lucerna, affinché ravvivi tutto il corpo (Mt 6, 22-23). Mai nascondersi, bensì apparire davanti agli uomini in tutto lo splendore, affinché chiunque veda le buone opere compiute e glorifichi Dio (Mt 5, 14-16, Mc 4,21, Lc 8, 16-17, 11, 33-36). Paolo stesso ripeterà che nulla dovrà essere tenuto in segreto, ma tutto dovrà essere fatto alla luce del sole per la gloria di Dio (1 Co 10, 31). Bontà, giustizia e sincerità sono le virtù che Dio gradisce da chi risplende con la luce dello Spirito (Ef 5, 8-10). I figli della luce devono brillare come astri nel firmamento ed essere irreprensibili e illibati in mezzo ad una generazione tortuosa e sviata (Fl 2, 14-15). Siamo alla solita contrapposizione: da un lato stanno i cristiani, buoni e puri, splendenti di luce divina; dall’altro i non cristiani, cattivi e perversi, offuscati dalle tenebre del peccato. L’alternativa della religione cristiana è radicale: o Cristo o il mondo! In verità, il lievito del cristianesimo si è rivelato incapace di fermentare l’umanità a novella vita. L’utopia della primitiva comunità cristiana è stata ben presto fagocitata dal potere clericale, che ha posto fuori del tempo la felicità, relegandola nell’altro mondo.

Gesù nega (almeno a parole) di voler abrogare le Sacre Scritture (Mt 5, 17 seg.). Non si prefigge di rompere con la tradizione giudaica, violando le prescrizioni della Legge, sancite con la sacra alleanza tra Jahvè e Mosè. Egli, infatti, conferma la pena di morte per chi ha disonorato i propri genitori (Mt 15, 1 seg.). La sua missione consiste nel perfezionare la Legge con una nuova alleanza, posto che gli antichi profeti, quantunque siano stati ispirati da Dio, non hanno inteso alla perfezione l’autentica volontà dell’Onnipotente. Quanto agli scribi e ai dottori della Legge, egli considera mortifica la loro interpretazione delle Sacre Scritture. Gesù, invece, essendo Figlio di Dio, è l’unico a poter interpretare in modo autentico la volontà del Padre. Non da meno saranno i suoi seguaci, i quali, a cominciare dal maggior Pietro, seduti a scranna, parlando “ex cathedra”, si auto-dichiareranno infallibili e dogmatici. La casta clericale, interpretando a proprio arbitrio la volontà di Dio, deciderà l’ortodossia che tutti i credenti dovranno seguire. L’arroganza di molti pastori d’anime troverà una giusta condanna nei dipinti medievali, dove saranno raffigurati tra le fiamme infernali assieme a peccatori incalliti. Paolo afferma che culmine della Legge è Cristo (Rm 10, 4). L’uomo, che professa la fede in Cristo, sarà salvato. La stessa Legge ha trovato, secondo la dottrina di Paolo, un valido sostegno nel Vangelo di Cristo (Rm 3, 31), perciò non va abrogata, ma interpretata alla luce del Vangelo. Chi oserà abrogare, parola di Gesù, anche un infimo precetto della Legge, si precluderà l’ingresso nel regno dei cieli. Lassù sarà considerato grande chi avrà messo in pratica i precetti, anche quelli minori, e indotto gli altri a fare altrettanto (Mt 5, 18-19; Lc 16, 17). Solo Gesù poteva trasgredire, a suo insindacabile giudizio, le divine prescrizioni che non erano di suo gradimento. Farisei e dottori, invece, consideravano la Legge e le loro tradizioni indefettibili e inequivocabili (ogni fede che si rispetti ha i suoi dogmi). Nemmeno domineddio avrebbe potuto mutarle, violando da fedifrago il patto di fiducia con il suo popolo, che aveva fede in lui e nella sua promessa. Né lo poteva Gesù, ancorché fosse Figlio di Dio, da lui inviato a stipulare un nuovo patto con l’umanità. I giudei, infatti, non riconobbero in lui l’atteso messia, latore di una nuova alleanza. Il fondamentalismo giudaico non ammetteva che si potesse scardinare la validità e l’immutabilità del loro ordinamento; tanto meno l’integralismo farisaico poteva essere conciliante con quel “montagnardo” del Nazareno, che osava contestare le loro avite tradizioni, predicando idee rivoluzionarie. Barcamenandosi come poteva, dando un colpo al cerchio e uno alla botte, di tanto in tanto piegando il dorso, talvolta sbraitando, talaltra spezzando una lancia, Gesù restò comunque inviso ai Giudei, che lo consideravano alla stregua di un arruffapopoli. Egli esasperava il conservatorismo dei suoi connazionali con il chiodo fisso della riforma delle Sacre Scritture, delle quali ammetteva la validità, ma solamente fino a Giovanni Battista (Lc 16, 16), ultimo profeta d’Israele. Dopo Giovanni veniva lui, il Cristo, punto d’arrivo e d'attuazione delle antiche profezie, instauratore di un nuovo periodo improntato dal Vangelo, che annunciava per conto del Padre ai fini della salvezza degli uomini. Egli predicava un nuovo concetto di giustizia, che presumeva conforme alla volontà divina e perciò superiore a quello insegnato dagli scribi e dai farisei. Chi rifiutava di accogliere il suo Vangelo, si precludeva l’ingresso nel regno dei cieli (Mt 5, 20). Il confine tra l’antica e la nuova Legge, però, fu da lui marcato in modo vago, tanto che i suoi seguaci, nonostante i lumi dello Spirito Santo, intrapresero accese dispute, come quella concernente la pratica della circoncisione. Paolo, che si era fatto missionario dei gentili, cercò di dare un taglio netto alle pastoie cultuali dell’ebraismo. Egli sarà l’artefice della cristianizzazione dei seguaci del Nazareno. Vero giudeo, secondo lui, non era quello che si faceva circoncidere il prepuzio, ma chi si professava seguace di Cristo, circoncidendo il suo cuore (Rm 2, 28-29). Elohim, però, aveva chiaramente stabilito, suggellando una perenne alleanza con Abramo, che il popolo eletto doveva praticare come segno esteriore la circoncisione (Gn 17,10 seg.). Così pure la celebrazione della Pasqua giudaica, secondo Paolo, non doveva festeggiarsi alla vecchia maniera, ma con il lievito del Vangelo di Cristo, nuovo agnello pasquale (1 Co 5, 7 seg.). Paolo, il neofito cristiano, afferma di vivere in simbiosi con Cristo e con lo Spirito Santo (Rm 9, 1), perciò non può mentire, ma asserire il vero (quanta cristiana presunzione!). Questo campione d’apostolo, che si vanta d’essere veritiero, tuttavia non esita a farsi opportunista per difendersi dalle accuse dei giudei, ai quali assicura d’essere un giudeo puro sangue, istruito nella rigorosa osservanza della Legge (At 22, 3). Per sottrarsi alla flagellazione, dichiara alle autorità romane che è nato cittadino romano (At 22, 25 seg.). Ai Corinzi, poi, raccomanda, in modo difforme dall’insegnamento di Cristo, di non mischiarsi con i peccatori (1 Co 5, 11-13). Lui, riguardo ai misteri divini, la sa lunga, avendo ricevuto direttamente da Gesù la rivelazione (At 9, 3 seg.). Non ha bisogno di recarsi a consultare chi prima di lui è stato costituito apostolo, giacché Gesù stesso lo ha designato tale, incaricandolo di evangelizzare i pagani (Ga 1, 1. 11 seg.). Paolo si crede onorato da Dio, essendo stato da lui eletto e avendo da lui direttamente ricevuto la rivelazione del mistero di Cristo, che nei tempi passati nessun uomo ne fu degno come lui (Ef 3, 1 seg.). Il dio cristiano di Paolo non la pensa più come il dio giudaico, che ebbe caro il solo popolo eletto d’Israele (At 13. 17). Il dio cristiano, al contrario dell’altro, ha cura di tutti, giudei e pagani (Rm 3, 29). L’invisibile e misterioso uni-trino dio cristiano, diversamente dall’altro, concede i suoi favori a beneficio di tutti i popoli. Gli ebrei, ad ogni modo, preferirono tenersi il loro Jahvè-Elohim, che aveva un debole particolare per questo popolo, ancorché di dura cervice e nonostante che non sempre fosse da esso degnamente onorato. Il dio cristiano, secondo Paolo, dopo secoli trascorsi a castigare il genere umano, avendo promesso al popolo eletto l’avvento di un Nuovo Israele, un giorno, finalmente, si decise a realizzare la sua promessa. Affidò l’incarico all’Unigenito Figlio (sconosciuto dagli ebrei), che mandò sulla Terra a fare il Cristo, per redimere le sue intemperanti creature. A una sola condizione, però, garantiva l’eterna salvezza: aver fede incondizionata, come la testimoniò Abramo (un altro opportunista, al punto di far prostituire sua moglie per salvare se stesso), che credé a Jahvè, senza esitare né dubitare (Gn 15, 6, Rm 4, 3, Ga 3, 6).  Questo dio "paolino", tuttavia, non è meno vendicativo di Jahvè, giacché è disposto a placare la sua ira, quando troverà soddisfazione per il torto subito. In riparazione dei peccati degli uomini, ha preteso il sacrificio di un innocente, del Figlio Cristo Gesù, di un se stesso fattosi uomo, propenso a immolarsi e a versare il proprio sangue in riscatto dei torti subiti dall’altro se stesso (un assurdo teologico). Il dio “cristianizzato” da Paolo non concede favoritismi (Rm 2, 11), nemmeno al proprio Figlio. In verità, egli mostra predilezione per molte delle sue terrestri creature, mentre discrimina le altre fin dalla nascita. Assurdità divine!

Gesù, non solo confermò la validità del comandamento del Decalogo, concernente il divieto di uccidere (Es 20, 13; Dt 5, 17), al fine di non incorrere nel giudizio degli uomini e in quello di Dio, ma aggiunse che anche chi litiga con suo fratello, dandogli dello stolto, sarà sottoposto al giudizio di Dio (Mt 5, 21 seg.). Al pari dell’omicida sarà giudicato anche l’iracondo e chi odia il prossimo (1 Gv 3, 15). A questi peccatori egli infliggerà nell’altro mondo il supplizio del fuoco nella Geenna (simbolo dell’inferno ultramondano). L’omicida, secondo le antiche Scritture (che si riferiscono al divieto di uccidere un ebreo, non anche un “gentile”), era passibile della condanna a morte, in applicazione della legge del taglione: tale reato, tale pena (Gn 4, 15. 23-24; 9, 5-6, Es 21, 24, Dt 19, 21, Lv 24, 17-21). E’ il concetto di giustizia distributiva: a un delitto deve corrispondere una pena pari e coerente. L’omicidio era dunque correlato alla pena di morte, all’assassinio legalizzato, giustificato persino da Dio (che del resto giustificava persino i genocidi biblici). Si distingueva, tuttavia, tra omicidio involontario, con possibilità di scampo dal vendicatore, e volontario, punibile con la morte (Es 21, 12 seg., Dt 4, 41 seg., 19, 3 seg., Nm 35, 9-34). Gesù, pur condannando il male in generale, e la violenza fisica e morale degli uomini, in particolare, sancì un castigo ancor più violento, terrificante, irreversibile, nell’altro mondo: l’eterna sofferenza nel fuoco infernale. L’uomo non sarà più suscettibile di perdono dopo la morte. La giustizia dell’impietoso dio cristiano non può sottrarsi alla logica della vendetta, alla rivendicazione dell’assolutezza del diritto divino, calpestato dalla tracotanza degli uomini. Anche nell’altro mondo vige la legge del contrappasso (pena del taglione) per i peccatori. Violenza richiama violenza. Il peccato genera la morte eterna. Dio, che si ritiene immune dal male, non si sente colpevole della concupiscenza degli uomini (Gc 1, 13-15). La fervida inventiva dei seguaci del Nazareno ha poi contribuito a ornare con terrificanti orpelli i divini supplizi. L’invenzione del purgatorio e la possibilità di accorciare il periodo della pena mediante prezzati suffragi, hanno dato enormi profitti alla Chiesa. Divina contabilità! Il supplizio di un uomo nell’aldilà, che sia o non mitigato, non si confà all’infinita bontà e misericordia che i cristiani attribuiscono a Cristo (un dio umano, troppo umano!). Non da meno è Allah, il collerico dio islamico, che castiga nel fuoco perpetuo chi disobbedisce a lui e al suo messaggero Maometto (Corano, sura IV, 14) e che getta il terrore nel cuore dei miscredenti, istigando i fedeli musulmani a colpirli duramente (sura VIII, 12) e a porre gioghi al loro collo (sura XXXIV, 33). Pietro di Cluny (il Venerabile) scrisse un libro contro i maomettani, dove raffigura Maometto come profeta impostore, omicida, ladro, esaltato, sterminatore di popoli con il pretesto della religione.
Lucio Apulo Daunio

 

 

 

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