IL SERMONE DEL MONTE
Da tutte le
contrade - in fede dei Vangeli - giungevano folle avide, non tanto per
ascoltare le farraginose prediche messianiche del Cristo docente, quanto per
farsi curare gli acciacchi con magie ed esorcismi propinati dal Cristo taumaturgo.
Il portentoso fluido magnetico di Gesù era ritenuto una vera e propria panacea
(Lc 6, 17-19; Mt 4, 23-25). In quei tempi si credeva che le infermità fossero
causate dagli spiriti maligni. Perciò, prima di ottenere la guarigione dai mali
fisici, bisognava curarsi l’anima (in altri termini, predisporre la psiche ad
accogliere supinamente la nuova fede), ascoltando la “buona novella” col cuore
aperto e la mente chiusa alla riflessione critica. Scribi e farisei, invece,
non si lasciarono persuadere (suggestionare), poiché ascoltavano disincantati e
con spirito critico (ancorché condizionato dalle loro ataviche credenze) le
prediche (eretiche) ammannite al “vulgus”
dal (sedicente) divino Maestro.
“Magna Charta” dell’ammaestramento
gesuano e compendio etico del cristianesimo sono le beatitudini (macarismi o
esaltazioni di felicità, riscontrabili in verità anche nei testi di antichi
autori profani) riportate dall’evangelista Matteo (c.d. Discorso della Montagna) e, in parte, anche da Luca (c.d. Discorso della Pianura), ma
ignorate da Marco, il cui Vangelo si ritiene più antico e più degli altri
conforme alla tradizione, scritta e orale. Marco, discepolo dell’apostolo
Pietro, ignora i principi fondamentali che l’evangelista Matteo attribuisce al
Cristo. Persino Luca, che riferisce d’essersi ampiamente documentato sulla
vicenda di Gesù, non conosce del tutto i suoi fondamentali insegnamenti.
Le Beatitudini
sono, in sostanza, esortazioni a osservare il comandamento dell’amore,
rifuggendo dall’ipocrisia. La prima categoria di privilegiati agli occhi di
Dio, perciò meritevoli (anche senza il passaporto della fede) di entrare nel
suo regno (quello utopistico, comunista, da realizzare sulla Terra, o quello
mitico, celeste, di là da venire?), sono gli indigenti, i poveri in canna, i
miserabili pitocchi, i provati dalla vita, gli intristiti, intrisi di
sant’asinina rassegnazione (Mt 5, 1 seg.; Lc 6, 17 seg.). Molte sette del
dissenso ebraico, tra cui i Nazorei, gli Ebioniti e gli Esseni, vivevano
frugalmente, senza possedere beni propri, ma avendo tutto in comune, affinché
fra loro non ci fosse alcun bisognoso (segno evidente che la povertà era
considerata un disvalore). Luca (6, 20 seg.), invece, per non turbare i sonni
dei ricchi, beatifica i poveri di spirito (beati
pauperes spiritu), ossia gli incolti
semplicioni e pii creduloni (tra cui si possono annoverare i bigotti baciapile
e gli sbattiginocchia), ancorché benestanti, purché siano nello spirito
totalmente distaccati dai loro averi. Appresso alla categoria dei poveri segue
quella di chi ha le lacrime in tasca. I beati piagnoni, sventurati e oppressi,
saranno consolati nell’altro mondo, dove, asciugatesi le lacrime, rideranno a
crepapelle. I successivi beati sono gli uomini miti, umili, inermi, indifesi
dalle angherie degli oppressori. Costoro avranno in eredità non il Paradiso, ma
la Terra (!). Beati sono pure i misericordiosi e caritatevoli, perché, avendo
pietà di chi è meno fortunato, elargiscono elemosine, ottenendo in cambio
misericordia divina nell’altro mondo (ossia lo sconto dei peccati commessi).
Quanto ai pacifici, quelli “che son senz’ira mala”, come li nomava Dante
(Purgatorio, c. 17, 67), beati anche loro, perché avranno l’onore di essere
chiamati “figli di Dio” (chi sa se della schiera dei beati fanno parte anche i
pacifisti intransigenti e violenti e i comizianti “buonisti” dei nostri tempi).
Si devono rallegrare gli affamati e assetati, che invocano giustizia, poiché
nell’aldiquà e nell’aldilà saranno sfamati e dissetati dallo Spirito di Dio,
senza tema di fare indigestione. Chi brama la divina giustizia, infatti, sarà
pienamente appagato, e chi è perseguitato per inosservanza della Legge mosaica,
troverà aperte le porte del regno cristiano nei cieli. Quanto ai puri di cuore,
che non scendono a compromessi e non hanno atteggiamenti ipocriti
nell’osservanza dei divini comandamenti, sono strabenedetti pure loro, perché
avranno il privilegio di vedere Dio e goderselo nei secoli dei secoli (amen!).
“O terque quaterque beati” i
partigiani di Gesù, perseguitati per causa sua! Il loro penoso martirio sulla
terra sarà più che ricompensato in cielo. Esultino dunque costoro per la futura
ricompensa promessa! La sofferenza a causa della fede è una benedizione,
giacché rappresenta il marchio dell’appartenenza al Regno di Dio, dove ogni
esigenza di giustizia troverà opportuna soddisfazione.
Se miserabili,
giuggioloni e perseguitati erano consolati ed elogiati come beati e benemeriti,
e per loro, quando avranno reso l’anima a Dio, si apriranno le porte del suo
Regno, per i ricchi, invece, le cose si mettevano male. Si mettevano male anche
per i benpensanti, che godevano una buona reputazione, e per i gaudenti, che se
la spassavano con la pancia piena, ridendosene della dabbenaggine altrui. Nei
confronti di queste categorie d’empi, Gesù indirizzò minacciose giaculatorie,
stramaledicendoli. Lacrime amare avrebbero pianto nell’inferno, giacché avevano
di che consolarsi sulla Terra. L’ora della tristezza, del dolore e della fame
sarebbe arrivata anche per loro. In verità, la predisposizione al bene o al
male alligna nell’animo umano indipendentemente dal ceto sociale
d’appartenenza. Il discepolo di Cristo, tuttavia, non doveva anelare al
benessere, alla buona reputazione, alla felicità materiale. Se ricco, doveva
modificare le sue disposizioni interiori e condividere i suoi beni materiali
con i bisognosi. Non doveva godersi tutto per sé il frutto del suo lavoro, se
non voleva incorrere nel tarlo gesuano. Non il perbenismo era meritorio agli
occhi di Dio, bensì l’incondizionata obbedienza alla sua volontà. Gesù,
tuttavia, non disdegnava la compagnia dei ricchi, partecipando ai banchetti che
erano indetti in suo onore. Paolo gioiva, come per grazia ricevuta, quando si
soffriva e si tribolava per causa di Gesù (Fl 1, 29). Tutti gli apostoli erano
lieti di subire oltraggi per causa sua (At 5, 41). Chi voleva seguire il
Cristo, doveva gioire (!) della sofferenza (Col 1, 24). Il masochismo è una
peculiare caratteristica del cristianesimo, dell’ossessione egoistica di una
fede votata al sacrificio e alla cristiana rassegnazione. Il perfetto cristiano
deve sobbarcarsi l’onere della croce per meritarsi la vita eterna, accettando
gli irrimediabili mali del mondo: povertà, sofferenze, angherie, ingiustizie,
persecuzioni. Disprezzando i beni terreni e anelando quelli celesti, il
cristiano snatura la sua condizione umana, alienandosi nell’irreale natura
divina.
I discepoli di
Gesù devono possedere talune qualità specifiche (Mt 5, 13, Mc 9, 49-50, Lc 14,
34-36). Devono essere: come il sale che dà sapore ai cibi (fuori di metafora,
devono avere sale in zucca e abilità retorica per convincere la gente), come la
luce che rischiara le tenebre, come una città che spicca sulla cima di un
monte, come un lume che splende sul candelabro. Devono avere altresì l’occhio terso
come una lucerna, affinché ravvivi tutto il corpo (Mt 6, 22-23). Mai
nascondersi, bensì apparire davanti agli uomini in tutto lo splendore, affinché
chiunque veda le buone opere compiute e glorifichi Dio (Mt 5, 14-16, Mc 4,21,
Lc 8, 16-17, 11, 33-36). Paolo stesso ripeterà che nulla dovrà essere tenuto in
segreto, ma tutto dovrà essere fatto alla luce del sole per la gloria di Dio (1
Co 10, 31). Bontà, giustizia e sincerità sono le virtù che Dio gradisce da chi
risplende con la luce dello Spirito (Ef 5, 8-10). I figli della luce devono
brillare come astri nel firmamento ed essere irreprensibili e illibati in mezzo
ad una generazione tortuosa e sviata (Fl 2, 14-15). Siamo alla solita
contrapposizione: da un lato stanno i cristiani, buoni e puri, splendenti di
luce divina; dall’altro i non cristiani, cattivi e perversi, offuscati dalle
tenebre del peccato. L’alternativa della religione cristiana è radicale: o
Cristo o il mondo! In verità, il lievito del cristianesimo si è rivelato
incapace di fermentare l’umanità a novella vita. L’utopia della primitiva
comunità cristiana è stata ben presto fagocitata dal potere clericale, che ha
posto fuori del tempo la felicità, relegandola nell’altro mondo.
Gesù nega
(almeno a parole) di voler abrogare le Sacre Scritture (Mt 5, 17 seg.). Non si
prefigge di rompere con la tradizione giudaica, violando le prescrizioni della
Legge, sancite con la sacra alleanza tra Jahvè e Mosè. Egli, infatti, conferma
la pena di morte per chi ha disonorato i propri genitori (Mt 15, 1 seg.). La
sua missione consiste nel perfezionare la Legge con una nuova alleanza, posto
che gli antichi profeti, quantunque siano stati ispirati da Dio, non hanno
inteso alla perfezione l’autentica volontà dell’Onnipotente. Quanto agli scribi
e ai dottori della Legge, egli considera mortifica la loro interpretazione
delle Sacre Scritture. Gesù, invece, essendo Figlio di Dio, è l’unico a poter
interpretare in modo autentico la volontà del Padre. Non da meno saranno i suoi
seguaci, i quali, a cominciare dal maggior Pietro, seduti a scranna, parlando
“ex cathedra”, si auto-dichiareranno infallibili e dogmatici. La casta
clericale, interpretando a proprio arbitrio la volontà di Dio, deciderà
l’ortodossia che tutti i credenti dovranno seguire. L’arroganza di molti pastori
d’anime troverà una giusta condanna nei dipinti medievali, dove saranno
raffigurati tra le fiamme infernali assieme a peccatori incalliti. Paolo
afferma che culmine della Legge è Cristo (Rm 10, 4). L’uomo, che professa la
fede in Cristo, sarà salvato. La stessa Legge ha trovato, secondo la dottrina
di Paolo, un valido sostegno nel Vangelo di Cristo (Rm 3, 31), perciò non va
abrogata, ma interpretata alla luce del Vangelo. Chi oserà abrogare, parola di
Gesù, anche un infimo precetto della Legge, si precluderà l’ingresso nel regno
dei cieli. Lassù sarà considerato grande chi avrà messo in pratica i precetti,
anche quelli minori, e indotto gli altri a fare altrettanto (Mt 5, 18-19; Lc
16, 17). Solo Gesù poteva trasgredire, a suo insindacabile giudizio, le divine
prescrizioni che non erano di suo gradimento. Farisei e dottori, invece,
consideravano la Legge e le loro tradizioni indefettibili e inequivocabili
(ogni fede che si rispetti ha i suoi dogmi). Nemmeno domineddio avrebbe potuto
mutarle, violando da fedifrago il patto di fiducia con il suo popolo, che aveva
fede in lui e nella sua promessa. Né lo poteva Gesù, ancorché fosse Figlio di
Dio, da lui inviato a stipulare un nuovo patto con l’umanità. I giudei,
infatti, non riconobbero in lui l’atteso messia, latore di una nuova alleanza.
Il fondamentalismo giudaico non ammetteva che si potesse scardinare la validità
e l’immutabilità del loro ordinamento; tanto meno l’integralismo farisaico
poteva essere conciliante con quel “montagnardo” del Nazareno, che osava
contestare le loro avite tradizioni, predicando idee rivoluzionarie.
Barcamenandosi come poteva, dando un colpo al cerchio e uno alla botte, di
tanto in tanto piegando il dorso, talvolta sbraitando, talaltra spezzando una
lancia, Gesù restò comunque inviso ai Giudei, che lo consideravano alla stregua
di un arruffapopoli. Egli esasperava il conservatorismo dei suoi connazionali
con il chiodo fisso della riforma delle Sacre Scritture, delle quali ammetteva
la validità, ma solamente fino a Giovanni Battista (Lc 16, 16), ultimo profeta
d’Israele. Dopo Giovanni veniva lui, il Cristo, punto d’arrivo e d'attuazione
delle antiche profezie, instauratore di un nuovo periodo improntato dal
Vangelo, che annunciava per conto del Padre ai fini della salvezza degli uomini.
Egli predicava un nuovo concetto di giustizia, che presumeva conforme alla
volontà divina e perciò superiore a quello insegnato dagli scribi e dai
farisei. Chi rifiutava di accogliere il suo Vangelo, si precludeva l’ingresso
nel regno dei cieli (Mt 5, 20). Il confine tra l’antica e la nuova Legge, però,
fu da lui marcato in modo vago, tanto che i suoi seguaci, nonostante i lumi
dello Spirito Santo, intrapresero accese dispute, come quella concernente la
pratica della circoncisione. Paolo, che si era fatto missionario dei gentili,
cercò di dare un taglio netto alle pastoie cultuali dell’ebraismo. Egli sarà
l’artefice della cristianizzazione dei seguaci del Nazareno. Vero giudeo,
secondo lui, non era quello che si faceva circoncidere il prepuzio, ma chi si professava
seguace di Cristo, circoncidendo il suo cuore (Rm 2, 28-29). Elohim, però,
aveva chiaramente stabilito, suggellando una perenne alleanza con Abramo, che
il popolo eletto doveva praticare come segno esteriore la circoncisione (Gn
17,10 seg.). Così pure la celebrazione della Pasqua giudaica, secondo Paolo,
non doveva festeggiarsi alla vecchia maniera, ma con il lievito del Vangelo di
Cristo, nuovo agnello pasquale (1 Co 5, 7 seg.). Paolo, il neofito cristiano,
afferma di vivere in simbiosi con Cristo e con lo Spirito Santo (Rm 9, 1),
perciò non può mentire, ma asserire il vero (quanta cristiana presunzione!).
Questo campione d’apostolo, che si vanta d’essere veritiero, tuttavia non esita
a farsi opportunista per difendersi dalle accuse dei giudei, ai quali assicura
d’essere un giudeo puro sangue, istruito nella rigorosa osservanza della Legge
(At 22, 3). Per sottrarsi alla flagellazione, dichiara alle autorità romane che
è nato cittadino romano (At 22, 25 seg.). Ai Corinzi, poi, raccomanda, in modo
difforme dall’insegnamento di Cristo, di non mischiarsi con i peccatori (1 Co
5, 11-13). Lui, riguardo ai misteri divini, la sa lunga, avendo ricevuto
direttamente da Gesù la rivelazione (At 9, 3 seg.). Non ha bisogno di recarsi a
consultare chi prima di lui è stato costituito apostolo, giacché Gesù stesso lo
ha designato tale, incaricandolo di evangelizzare i pagani (Ga 1, 1. 11 seg.).
Paolo si crede onorato da Dio, essendo stato da lui eletto e avendo da lui
direttamente ricevuto la rivelazione del mistero di Cristo, che nei tempi
passati nessun uomo ne fu degno come lui (Ef 3, 1 seg.). Il dio cristiano di
Paolo non la pensa più come il dio giudaico, che ebbe caro il solo popolo
eletto d’Israele (At 13. 17). Il dio cristiano, al contrario dell’altro, ha
cura di tutti, giudei e pagani (Rm 3, 29). L’invisibile e misterioso uni-trino
dio cristiano, diversamente dall’altro, concede i suoi favori a beneficio di
tutti i popoli. Gli ebrei, ad ogni modo, preferirono tenersi il loro Jahvè-Elohim,
che aveva un debole particolare per questo popolo, ancorché di dura cervice e
nonostante che non sempre fosse da esso degnamente onorato. Il dio cristiano,
secondo Paolo, dopo secoli trascorsi a castigare il genere umano, avendo
promesso al popolo eletto l’avvento di un Nuovo Israele, un giorno, finalmente,
si decise a realizzare la sua promessa. Affidò l’incarico all’Unigenito Figlio
(sconosciuto dagli ebrei), che mandò sulla Terra a fare il Cristo, per redimere
le sue intemperanti creature. A una sola condizione, però, garantiva l’eterna
salvezza: aver fede incondizionata, come la testimoniò Abramo (un altro
opportunista, al punto di far prostituire sua moglie per salvare se stesso),
che credé a Jahvè, senza esitare né dubitare (Gn 15, 6, Rm 4, 3, Ga 3, 6). Questo dio "paolino", tuttavia, non
è meno vendicativo di Jahvè, giacché è disposto a placare la sua ira, quando
troverà soddisfazione per il torto subito. In riparazione dei peccati degli
uomini, ha preteso il sacrificio di un innocente, del Figlio Cristo Gesù, di un
se stesso fattosi uomo, propenso a immolarsi e a versare il proprio sangue in
riscatto dei torti subiti dall’altro se stesso (un assurdo teologico). Il dio
“cristianizzato” da Paolo non concede favoritismi (Rm 2, 11), nemmeno al
proprio Figlio. In verità, egli mostra predilezione per molte delle sue
terrestri creature, mentre discrimina le altre fin dalla nascita. Assurdità
divine!
Gesù, non solo
confermò la validità del comandamento del Decalogo, concernente il divieto di
uccidere (Es 20, 13; Dt 5, 17), al fine di non incorrere nel giudizio degli
uomini e in quello di Dio, ma aggiunse che anche chi litiga con suo fratello,
dandogli dello stolto, sarà sottoposto al giudizio di Dio (Mt 5, 21 seg.). Al
pari dell’omicida sarà giudicato anche l’iracondo e chi odia il prossimo (1 Gv
3, 15). A questi peccatori egli infliggerà nell’altro mondo il supplizio del
fuoco nella Geenna (simbolo dell’inferno ultramondano). L’omicida, secondo le
antiche Scritture (che si riferiscono al divieto di uccidere un ebreo, non
anche un “gentile”), era passibile della condanna a morte, in applicazione
della legge del taglione: tale reato, tale pena (Gn 4, 15. 23-24; 9, 5-6, Es
21, 24, Dt 19, 21, Lv 24, 17-21). E’ il concetto di giustizia distributiva: a
un delitto deve corrispondere una pena pari e coerente. L’omicidio era dunque
correlato alla pena di morte, all’assassinio legalizzato, giustificato persino
da Dio (che del resto giustificava persino i genocidi biblici). Si distingueva,
tuttavia, tra omicidio involontario, con possibilità di scampo dal vendicatore,
e volontario, punibile con la morte (Es 21, 12 seg., Dt 4, 41 seg., 19, 3 seg.,
Nm 35, 9-34). Gesù, pur condannando il male in generale, e la violenza fisica e
morale degli uomini, in particolare, sancì un castigo ancor più violento,
terrificante, irreversibile, nell’altro mondo: l’eterna sofferenza nel fuoco
infernale. L’uomo non sarà più suscettibile di perdono dopo la morte. La
giustizia dell’impietoso dio cristiano non può sottrarsi alla logica della
vendetta, alla rivendicazione dell’assolutezza del diritto divino, calpestato
dalla tracotanza degli uomini. Anche nell’altro mondo vige la legge del
contrappasso (pena del taglione) per i peccatori. Violenza richiama violenza.
Il peccato genera la morte eterna. Dio, che si ritiene immune dal male, non si
sente colpevole della concupiscenza degli uomini (Gc 1, 13-15). La fervida
inventiva dei seguaci del Nazareno ha poi contribuito a ornare con terrificanti
orpelli i divini supplizi. L’invenzione del purgatorio e la possibilità di
accorciare il periodo della pena mediante prezzati suffragi, hanno dato enormi
profitti alla Chiesa. Divina contabilità! Il supplizio di un uomo nell’aldilà,
che sia o non mitigato, non si confà all’infinita bontà e misericordia che i
cristiani attribuiscono a Cristo (un dio umano, troppo umano!). Non da meno è
Allah, il collerico dio islamico, che castiga nel fuoco perpetuo chi
disobbedisce a lui e al suo messaggero Maometto (Corano, sura IV, 14) e che
getta il terrore nel cuore dei miscredenti, istigando i fedeli musulmani a
colpirli duramente (sura VIII, 12) e a porre gioghi al loro collo (sura XXXIV,
33). Pietro di Cluny (il Venerabile) scrisse un libro contro i maomettani, dove
raffigura Maometto come profeta impostore, omicida, ladro, esaltato,
sterminatore di popoli con il pretesto della religione.
Lucio Apulo Daunio
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