CONTRADDIZIONI
CRISTIANE
Dio non
riconosce nel suo regno condizioni di privilegio (un avvertimento di Gesù agli
Israeliti, che non volevano convertirsi al suo credo). Nella sua vigna gli
ultimi operai ingaggiati saranno equiparati ai primi e tutti, cominciando dagli
ultimi chiamati, otterranno la medesima mercede (Mt 20, 1-16). Chi ha dato di
più, dunque, avrà il medesimo trattamento di chi ha dato di meno o di chi si
converte nell’ultimo istante di vita? Giammai! A Dio è lecito donare le sue
grazie come più gli aggrada. Secondo Gesù, infatti, gli ultimi saranno i primi
e i meno operosi saranno paragonati ai più industriosi. I cristiani meno zelanti,
dunque, saranno privilegiati? Senza contare poi che agli apostoli, che avevano
abbandonato tutto per seguirlo, egli promise mari e monti, troni di gloria,
toghe di giustiziere, vita eterna e ricompense centuplicate in terra e in cielo
(Lc 18, 28-30, Mc 10, 28-30, Mt 19, 27-29). Questo favorevole trattamento aveva
loro promesso in ricompensa di tutte le sofferenze che avrebbero patito per
causa sua. Le autorità giudaiche, infatti, lisciarono a dovere il pelo a Cristo
e ai suoi seguaci, considerati eretici e blasfemi. Nerone pure sembra che abbia
addossato ai giudeo-cristiani la responsabilità dell’incendio di Roma. I
cristiani furono condannati e bruciati come torce per illuminare i viali dei
suoi giardini. Al tempo dell’imperatore Domiziano, quando i cristiani furono
ufficialmente distinti dagli Ebrei per ragioni fiscali, molti di loro subirono
il martirio. Infatti, qualora fossero stati denunciati, sarebbero stati
passibili di reato d’ateismo, se avessero disconosciuto la religione dello
Stato e rifiutato di sacrificare alle divinità. Le vittime di queste
persecuzioni come saranno ricompensate in cielo? Non è dato sapere. La Chiesa,
intanto, li ha beatificati e santificati come martiri per la fede. Anche i pii
cristiani, pur non avendo subito persecuzioni, potranno ottenere (post
mortem) gli onori dell’altare per l’esemplarità di vita (salvo
raccomandazioni e sollecitazioni per accorciare i tempi delle lungaggini
burocratiche per la loro canonizzazione e salvo il diverso peso numerico dei
miracoli loro attribuibili). Gesù promise abbondanti ricompense anche ai
credenti più operosi, ancorché ingaggiati per ultimi tra le file dei cristiani.
Ai cristiani neghittosi, invece, dichiarò che non avrebbe tenuto conto del loro
modesto impegno (Mt 25, 14-30; Lc 19, 11-28). Chi poi, avendo da lui ricevuto
le sue grazie, non darà i frutti attesi, sarà addirittura reciso come una
pianta sterile (Lc 13, 6-9). Il servo infingardo, infatti, sarà gettato nelle
tenebre esteriori a mugugnare per l’eternità, con stridore di denti, e a
versare fiumane di lacrime. Così disse e così sarà, per buona pace di chi ci
crede. Persino pubblicani e meretrici, ingaggiati nella vigna di Dio,
passeranno nel regno dei cieli avanti ai farisaici giudei, formalisti seguaci
delle prescrizioni mosaiche attestate dal terribile Jahvè (Mt 21, 28-32). I
cattivi vignaioli giudei, pur essendo ingaggiati per primi, non avendo dato
buoni frutti, saranno sterminati e sostituiti dai nuovi coloni cristiani (Mt
21, 33-41). Molti sono gli invitati (Israeliti) al banchetto nuziale, ma pochi
gli eletti che accetteranno l’invito. Chi non si presenterà alle olimpiche nozze,
rivestendo l’abito nuovo del cristiano, sarà gettato nelle tenebre esteriori,
dove con stridore di denti verserà lacrime amare in eterno (Mt 22, 1-14).
Quanto al
popolo eletto, per loro la pacchia era finita. Non potevano più considerarsi
dei raccomandati, perché non avevano risposto al richiamo salvifico di Cristo,
né al precedente appello di Giovanni Battista. Preferiti erano invece
pubblicani e meretrici, disposti a convertirsi. I Giudei, dunque, poiché
onoravano Dio solo a parole e non con i fatti, furono esclusi dal suo regno (Mt
21, 28-32). Gesù li accusò di osservare scrupolosamente e acriticamente le loro
avite tradizioni, di essere legati più alla forma che alla sostanza dei
precetti. Dal loro punto di vista, però, colpevole era Gesù, che fattivamente
sovvertiva le loro istituzioni. Restando fermi nelle loro convinzioni, i giudei
non si lasciarono intimidire dalle minacce dell’eretico nazareno. Questi li
tacciò di malvagità e di durezza di cuore, e li condannò alle pene infernali
per essersi rifiutati di convertirsi al suo credo (Mt 21, 33-46; Mc 12, 1-12;
Lc 20, 9-18). L’ebreo, che non voleva farsi cristiano, era considerato da Paolo
come un ribelle, perché non si riduceva all'ubbidienza del Vangelo, norma
assoluta di verità. Il reprobo, a causa del suo comportamento, ammassava contro
di sé l’ira di Dio, che avrebbe poi scontato con tribolazioni e angustie
opprimenti, su questa terra e nell’aldilà, mediante la giustizia giudicatrice
di Dio (Rm 2, 1-10). Sempre secondo l’illuminato Paolo, davanti al tribunale di
Cristo, in funzione giudicante su delega del Padre, sarà applicata la norma
della retribuzione (2 Co 5, 10). In altri termini, ciascuno sarà compensato o
castigato secondo le opere buone o malvagie compiute (cuique suum).
Soprattutto non vi saranno favoritismi di persona (Rm 2, 11). Insomma, i
buontemponi cristiani, meritevoli di godersi i celesti prati d’asfodelo,
saranno giudicati tutti con eguale criterio? Che cosa accadrà quel giorno
lassù, alla fine dei tempi, non è chiaro, salvo per chi avrà il privilegio di
salire oltre il settimo cielo. Stia attento costui, se riceverà l’onore di
essere invitato al banchetto di Dio, di non ambire ai primi posti a tavola,
comportandosi alla maniera farisaica, ma di presentarsi in tutta umiltà (Lc 20,
45-47). Chi si umilia per amore di Dio e del prossimo sarà innalzato alla sua
mensa, dove godrà l’assegnazione di un posto privilegiato (Lc 14, 7-11).
Alleluia!
Gli
Israeliti, pur essendo stati chiamati per primi al banchetto nel regno di Dio,
hanno respinto l’invito; pertanto, in quanto fedifraghi, sono stati condannati
a essere precipitati nelle tenebre esteriori. Al posto del popolo eletto, sono
stati chiamati i peccatori e i pagani, purché si mostrino degni dei doni
(spirituali) e delle sofferenze (materiali) che sono loro elargiti durante il
convito messianico (Mt 8, 10-12 e 22, 1-14, Lc 14, 15-24). Nel regno di Dio è
stata piantata una nuova vigna e un nuovo popolo è stato chiamato per farla
fruttificare. Questo nuovo popolo è paragonato ai tralci che danno buoni e
abbondanti frutti, purché restino in continua unione con la vite, cioè con
Cristo. Se però un tralcio non porta frutto, sarà reciso (Gv 15, 1-8). I
viticoltori cristiani, brilli per l’abbondante bevuta d’inebriante vino
evangelico, s’illudono di conoscere la suprema verità (in vino veritas).
Gesù, che
tutto perdona, non condona gli increduli. Dai suoi seguaci, intanto, pretende
un illimitato perdono; lui, invece, non perdonerà nel giorno dell’ira. Reclama
altresì (Lc 10, 25-37) un amore incondizionato verso Dio (alla cui stirpe Gesù
appartiene per decreto conciliare) e verso il prossimo (ossia tutti: amici e
nemici, giudei e pagani, ricchi e poveri, onesti e disonesti). Lui, intanto,
ama e prega Dio (cioè se stesso nella persona del Padre). Si sacrifica sulla
croce per attuare la volontà del Padre. Dopotutto, sa che all’umiliazione
seguirà la gloriosa apoteosi nel regno dei cieli (Fl 2, 6-11). Ama il suo
prossimo, ma a una condizione: che si converta alla sua fede, pena l’atrocità
dell’inferno per i reprobi. Alle minacce del poco misericordioso ebreo Gesù,
preteso re del cielo e della terra, i suoi zelanti rampolli faranno seguire i
fatti, spedendo all’altro mondo, a loro insindacabile giudizio, chi avrà
perduto il bene dell’intelletto per aver trasgredito alle norme di fede
codificate dai successori di Pietro. Le verità assolute di Cristo e dei suoi
rampanti interpreti non sono suscettibili di essere revocate in dubbio. Chi ha
rispetto di sé e dei propri simili, rifugga dall’illusoria astrazione
cristiana, foriera di un pernicioso fondamentalismo.
Gesù
raccomanda ai ricchi, quando offrono banchetti, di non invitare parenti o amici
o potenti signori, che possono a loro volta ricambiare l’invito. I ricchi, per
essere buoni cristiani, devono invitare poveri o storpi o ciechi o diseredati,
che non hanno modo di contraccambiare. Solo così dimostrano che il dono è fatto
per amore, senza attendere una ricompensa, che sarà invece elargita
nell’aldilà, dove si godrà il ben di dio (Lc 14, 12-14). Per meritarsi la vita
eterna, non si deve giudicare il prossimo, anche se si ha a che fare con nemici
che ci perseguitano. Questi, anzi, li dobbiamo amare, sfamare, dissetare,
ospitare e fargli visita, qualora si trovino in gattabuia (Mt 5, 44 e 7, 1 e
25, 42-43). Paolo, l’illuminato da Dio, è di contrario avviso. Secondo lui, il
reo deve essere giudicato e condannato. Bestemmiatori e peccatori vanno
abbandonati a Satana per la rovina della loro carne, affinché lo spirito possa
ottenere la salvezza nel giorno del Signore (1 Co 5, 1 seg; 1 Tm 1, 20).
Satana, dunque, nella visione di Paolo, assume una funzione positiva. Egli è
castigatore dei vizi degli uomini, ai quali mortifica la carne per consentirgli
la salvezza dello spirito. Se così stanno le cose, non si dovrebbe più parlare
d’eterni castighi, e la funzione (invenzione) di Satana andrebbe rivalutata in
positivo. Paolo, in ogni caso, non è propenso a mischiare la comunità dei
cristiani con i peccatori, a sedersi a tavola con impudichi, cùpidi, idolatri,
blasfemi, ubriaconi, ladri e gente di bassa risma. Ordina quindi di scomunicare
il cristiano perverso, la mela marcia, contrariamente al suo divino ispiratore,
che non indugiava a mischiarsi con ogni risma di peccatori e persino a
banchettare con loro (1 Co 5, 11-13). Vero è che anche Gesù minacciò scomuniche
a destra e a manca, ma queste attenevano le anime prave, escluse dal banchetto
delle mistiche nozze di lui con i suoi fedeli nel mitico regno celeste. Egli, a
differenza di Paolo, non si scandalizzava dei peccatori, perché era di cuore
retto (omnia munda mundis). Paolo, invece, cerca di preservare i
cristiani, lavati con il battesimo di fuoco, dal contatto con impuri e viziosi,
quali sono gli adulteri, gli effeminati, i depravati, i maldicenti, i
consanguinei incestuosi e simili. Costoro, essendo stati diseredati dal regno
di Dio, non hanno nulla da spartire con i santi cristiani, giustificati
(redenti) dal lavaggio del battesimo e meritevoli di essere salvati (1 Co 6,
9-11).
Giustificati
i santi cristiani? Un corno! Paolo, infatti, dovette intervenire con autorità
per dirimere le liti tra i santi cristiani della chiesa di Corinto, che tra
beghe e ripicche quotidiane si beccavano tra loro, citandosi presso i tribunali
pagani (1 Co 6, 1 seg). Egli non voleva che quei veraci cristiani, creature di
Dio, adissero i tribunali pagani. Non sia mai! La giustizia pagana, per lui,
era somma ingiustizia. Diverso giudizio espresse quando inviò ai fratelli
romani (Rm 13, 1-7) il panegirico dell’autorità profana. In quella missiva
Paolo sosteneva che ogni potere proviene da Dio. Anche nell’epistola a Tito (Tt
3, 1) rammentò il dovere dell’obbedienza alle autorità costituite. Ai Corinzi,
invece, decretò di dirimere le liti nel foro della Chiesa, mediante responso
dei santi giudici cristiani, i più umili tra loro. A suo giudizio, un giorno
gli umili santi cristiani giudicheranno il mondo e persino gli angeli del
Signore; perciò essi, a maggior ragione, erano competenti a giudicare anche le
misere bagattelle dei (poco santi) cristiani di Corinto. Meglio sarebbe per la
loro salvezza, che gli offesi patissero cristianamente il torto subito dal
fratello. Se proprio volevano giustizia, era preferibile lavare i panni sporchi
in famiglia, piuttosto che ricorrere a un’autorità che non aveva più alcun
fondamento, poiché era imminente l’avvento del regno di Dio. Forse, per
raffreddare i bollenti spiriti di certi santi cristiani, occorrerebbe
battezzarli con gelida acqua, piuttosto che attizzarli col sacro fuoco dello
Spirito Santo. La storia del cristianesimo, purtroppo, abbonda di spiriti
infocati, intolleranti, scellerati. Quanto ai Corinzi, dalla lettera di Paolo
si evince che avevano bollente anche l’impulso sessuale, per quanto si
sforzassero di restare morigerati. In effetti, quanto più reprimevano i loro
istinti biologici, tanto più l’impudicizia aveva buon gioco. Neanche l’usbergo
dello Spirito Santo li proteggeva dalla lascivia dei sensi. Folleggiando con il
sesso, profanavano il loro corpo, santuario di Dio, perciò furono condannati da
Paolo (1 Co 6, 12 seg). Stuprare il proprio fisico con l’impudicizia, infatti,
significa distruggere il sacro tempio di Dio in esso dimorante, subendo così la
sua vendetta (1 Co 3, 16-17). Il peccato d’impudicizia, a giudizio di Paolo, è
peccato contro il proprio corpo; qualunque altro peccato, invece, sta fuori
(anche il suicidio e l’autolesionismo?). Mah!
Lucio Apulo Daunio
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