domenica 11 settembre 2011


LA FEDE IN CRISTO GESU'



Chi si dichiara cristiano, ma poi non mette in pratica gli insegnamenti di Cristo, non è degno del regno dei cieli (Mt 7, 21-23). Il cristiano, che è tale solo in apparenza, è paragonato allo stolto che edifica la sua casa su fondamenta labili, anziché su salda roccia (Mt 7, 24-27). La via della salvezza, indicata da Cristo, è aspra ed angusta (ad augusta per angusta), non comoda e piacevole, perciò il pio cristiano non deve perdersi d’animo davanti alle difficoltà, ma perseverare nel suo cammino. Il vero discepolo di Cristo è caparbio, disposto a qualunque sacrificio per attraversare la stretta porta del regno dei cieli (Mt 7, 13-14; Lc 13, 22-30). Il sacrificio religioso estremo, però, sfocia inesorabilmente nell’impeto ascetico, nella negazione di sé, nell’immolazione degli interessi personali sull’altare di uno scopo superiore: l’amore supremo a Dio (come testimoniato dalle mistiche sante medievali, rapite da sacro erotismo).

I cristiani non devono svelare i divini misteri del regno di Dio a chi non ripone il suo cuore all’ascolto (ossia, non aggioga la sua all’altrui ragione). La buona novella di Gesù, simile a una preziosa perla, non potrà trovare estimatori tra cani e porci. I giudei, accecati dai loro pregiudizi, rifiutavano la novella di Gesù e quella propagata dai suoi seguaci, che per questo erano esposti a persecuzioni (Mt 7, 6). Per sottrarsi all’ostilità dei giudei, Gesù parlava alle folle mediante parabole, velando in tal modo la sua dottrina (Lc 8, 9-10), affinché vedendo non vedessero, udendo non udissero, volendo comprendere non comprendessero. Solo ai semplici svelava il senso e il mistero racchiuso nelle parabole (Mt 11, 25-26 e 13, 10-11); perciò gli apostoli erano stati scelti, proprio perché a loro era stata donata la fede, mediante la quale ogni verbo del Maestro diventava comprensibile e persuasivo (non sempre, in verità). Per il resto dell’umanità, Gesù si mostrò avaro nel concedere il dono della fede, affinché comprendesse il suo credo. Dio, nonostante la sua decantata, immensa bontà, non permette che tutti gli uomini siano illuminati dalla sua grazia. Per illustrare il suo insegnamento all’incolta folla, che l'ascoltava stupita per l’autorevolezza del suo eloquio (Mt 7, 28-29), Gesù si serviva del linguaggio figurato e delle similitudini, adoperando metafore ed allegorie che velavano il senso delle sue parole. Se dunque il suo linguaggio non era esplicito, come mai accorrevano folle immense ad ascoltare estasiate le sue favole? Perché la gente avrebbe dovuto trascurare le quotidiane faccende e perdere tempo, prestando attenzione a prediche emblematiche? Se in molti erano privi di “orecchie” per intendere, a che pro annunciare la “buona novella”? Persino i suoi discepoli, ancorché iniziati ad avere orecchie per intendere la misteriosofia del regno ultraterreno, non avevano altrettanto acume per comprenderla. Un giorno, infatti, neanche loro compresero il sermone che Gesù rivolse ai farisei, scandalizzandoli. Presolo in disparte, gli chiesero di spiegare il recondito significato delle sue parole. La richiesta di chiarimenti sconfortò Gesù (Mt 15, 15-16). Del resto, l’intelligenza dei discepoli era in attesa dei lumi chiarificatori dello Spirito Santo. Tentò tuttavia di spiegare loro l’arcano, ossia dove voleva andare a parare. Le sue evangeliche asserzioni, essendo in contrasto con le avite tradizioni giudaiche e non corroborate d’opportune dimostrazioni, né avvalorate da prove di fatto, non potevano essere accettate “tout court”. Più che l’intelligenza, bastava la fede.

La condizione per accogliere il messaggio dell’eretico ebreo Gesù è la fede, con cui si predispone l’animo a credere alla sua parola, quella del “magister dixit”, di colui che ispira fiducia. Solo sul fertile terreno della fede può germogliare il seme del Vangelo e produrre abbondante messe per il regno di Dio (Mt 13, 1 seg., Mc 4, 1 seg., Lc 8, 4-15 e 13, 18-21). Solo in forza della fede si può sublimare ciò che s’ignora (omne ignotum pro magnifico) e si può credere a ciò che la ragione non può dimostrare, né l’intelligenza comprendere. La verità di fede trova fondamento esclusivamente nell’autorità di chi la enuncia: senza il conforto di una sacra autorità non sta in piedi. E non è finita qui per il credente, perché, come il frumento seminato deve prima morire per dare poi molto frutto (Gv 12, 24), e come la partoriente deve prima soffrire per poi gioire del bimbo che dà alla luce (Gv 16, 21), così chi segue Gesù deve subire la stessa sorte: il calvario della croce, prima di assaporare la gloria nei cieli. In cosa consiste questa gloria? Nella contemplazione di Dio per l’eternità (e vi pare cosa di poco conto per un cristiano?). Se il barcone dei cristiani, ancorché spesso alla deriva, non sia ancora naufragato tra i flutti della ragione, può dipendere dalla pervicacia del suo equipaggio, che persiste nel credere in ciò che la ragione nega e nell’accogliere acriticamente verità discutibili, trascritte in sacri testi, tramandati dagli epigoni di un preteso divino maestro, quale rimedio ai tormenti del dubbio. Barcollando tra i maligni flutti di procellose passioni, i cristiani, ingannati dalla dogmatica dottrina pontificale, difendono a spada tratta il loro fideistico delirio, mostrando all’occorrenza unghia e denti. Il ruggito del leone si riconosce anche quando si cela sotto il vello del mansueto agnello di Dio. Quanti sono i martiri della ragione, dilaniati dagli artigli della Chiesa, per aver dissentito dai suoi melliflui belati? Sono tanti, certamente più dei martiri cristiani, veri o presunti, ma tutti beatificati o santificati. Tardivo e del tutto insufficiente è il richiamo al pentimento, da parte di una Chiesa che ha sempre negato le proprie colpe storiche.

Paolo, illuminato dallo Spirito Santo lungo la via per Damasco, dal quale ricevette l’incarico di evangelizzare i pagani senza l’umana sapienza di parola, senza discorsi persuasivi (retorici) e argomenti dimostrativi, ma con la sapiente parola di Dio, predicò il suo vangelo confidando nella potenza misteriosa della fede e, soprattutto, nella credulità della gente (1 Co 1, 17-31 e 2, 1-16 e 3, 1-23). La parola di Cristo, interpretata da Paolo, è stoltezza per quelli che non credono in lui e lo respingono, scandalizzati dal suo eloquio. Costoro saranno condannati alla perdizione eterna (siamo alle solite, sempre minacce!). Unica potenza salvifica è il Vangelo, la credenza nell’apparente stoltezza delle parole del Cristo Gesù, respingendo la prosopopea dell’umana sapienza, che, invece, non dà salvezza nell’aldilà. In altri termini, la sapienza umana, giacché non conduce alla salvezza, è stoltezza agli occhi di Dio. La strada maestra per la salvezza, dunque, è la credenza, sorretta dalla fede, in una presunta verità rivelata da un invisibile dio, che si manifesta alla coscienza dell’uomo, purché questi oscuri il lume, per quanto labile, della sua ragione. Così è piaciuto a Dio Padre, che nella sua misteriosa sapienza ha voluto farsi conoscere al mondo con la stoltezza della predicazione del Figlio, portando la sua precaria esistenza umana all’estremo del disonore con la fine ingloriosa della morte ignominiosa sulla croce. Sapienza e potenza umana sono nulla a confronto della stoltezza e della debolezza di Dio, parola di Paolo. Questo strano dio cristiano, in vero, umilia sapienti e potenti e fa proseliti soprattutto tra infelici, stolti, umili, ignobili. Favorisce la conversione di sempliciotti e creduloni, che basano la loro fede non sulla concretezza d’una sapienza faticosamente acquisita dall’umanità nel corso del tempo, ma sulla misteriosa potenza attrattiva della seducente stoltezza di parole scritte in un libro. In verità, ci assicura Paolo, la stoltezza del Vangelo è tale solo per chi è privo dello Spirito di Dio e si affida esclusivamente alla sapienza di questo mondo. Il perfetto cristiano, in quanto ricolmo di Spirito Santo, si nutre proprio di quell’apparente stoltezza, che si rivela sapienza agli occhi di Dio. I divini misteri sono, per Paolo, intelligibili verità per chi si affida alla fede, subordinando ad essa la ragione (credo ut intelligam). Il Vangelo, dunque, appare velato d'oscurità solo per quelli che hanno la mente accecata da Satana, il malefico principe di questo mondo, rivale di Dio (2 Co 4, 3-4, Ef 2, 2; 6, 12). Infatti, né Satana né le altre potenze ostili a Cristo hanno potuto conoscere la sapienza divina, avvolta nel mistero e nascosta per lungo tempo proprio per riservarla alla gloria dei cristiani. Se le malefiche potenze del mondo avessero potuto conoscerla, non avrebbero crocefisso Gesù. Non poterono però intenderla, perché non erano persone spirituali. Chi si lascia guidare unicamente dal suo raziocinio, non può comprendere il mistero di Cristo. Il sapiente è un folle agli occhi di Dio; perciò, non deve illudersi di farla franca, salvo che, divenendo stolto, apprenda la divina sapienza profusa dalle Sacre Scritture. Paolo, in fede sua, in virtù della divina rivelazione (Ef 3, 1 seg.), conobbe i misteri di Cristo, che nelle generazioni passate non furono svelati agli uomini. Essi, in fede sua, furono tenuti nascosti persino agli spiriti celesti. Solo mediante l’intermediazione della Chiesa essi sono stati finalmente svelati. Secondo gli evangelisti, invece, i demoni conoscevano bene chi era Gesù, ancor prima di iniziare la sua missione tra gli uomini. Sapevano che era il Cristo, il Santo Figlio di Dio, che voleva mandarli alla malora prima del tempo. Sapevano che Dio-Padre aveva scomodato il Figlio per regolare i conti con loro, bestie diaboliche del male (e tuttavia indispensabili per legittimare la signoria di Dio e tenere a freno l’esuberanza degli uomini con il timore delle pene infernali). Persino i profeti, i cui oracoli sono frequentemente citati dagli evangelisti, avevano ricevuto (cioè creduto di ricevere) la rivelazione del segreto messianico.

I credenti in Cristo, figli della luce, devono sopportare la convivenza nel mondo con i figli delle tenebre, cioè con chi non vuole essere succubo dei dogmi del credo propalato dai pulpiti cristiani. Del resto, anche la zizzania cresce accanto alla bionda messe, ma non per questo va estirpata, altrimenti si danneggia il grano. Bisogna pazientare e attendere la mietitura, quando l’erba cattiva sarà separata dalla buona e bruciata nel fuoco. Lo stesso accadrà agli uomini nel giorno del giudizio, quando si scatenerà l’ira di Dio e gli angeli, armati di tutto punto, raduneranno nell’agora del regno del loro dio padrone i morti viventi, separando i buoni dai cattivi. Gli uni, non più ombre di morti, bensì rivestiti di carne ed ossa, passeggeranno lungo ameni prati d’asfodelo, godendosi la compagnia del loro divino idolo Gesù. Gli altri, malvagi operatori d’iniquità, passeranno sotto il gioco delle forche divine. Aspramente giudicati, i rei saranno condannati all’eterno supplizio nell’ardente Geenna. Nel “dies irae”, l’implacabile pescatore ebreo cristianizzato trarrà a riva le reti, raccogliendo nelle sporte solamente i pesci commestibili e gettando a mare quelli cattivi (Mt 13, 47-50). Il mito escatologico del giudizio universale è l’esca con la quale la Chiesa abbocca i creduloni, terrorizzandoli con gli orripilanti castighi dell’inferno. Il timore di Dio è posto strumentalmente a fondamento dell’ordine civile e politico.

Lo scopo della missione terrena di Cristo è ricondurre sulla retta via della salvezza tutti quelli che si sono smarriti. La salvezza nel suo regno celeste egli la concede indistintamente a tutti (datur omnibus), purché si accetti il suo credo. Chi non sta al suo gioco è considerato peccatore e se le buscherà di santa ragione nel giorno del giudizio. In quel triste giorno apocalittico, il buon pastore indosserà la toga del giudice e avrà il ciglio asciutto dell’inesorabile accusatore. Egli non si farà più in quattro per cercare pecorelle smarrite e festeggiare poi, con gli amici, l’avvenuto ritrovamento (Lc 15, 1-7; Mt 18, 11-14). Il divino giustiziere non sarà più propenso al perdono e all’amore incondizionato, come quel padre protagonista della parabola del figliol prodigo (Lc 15, 11-32). L’unica cosa certa è che “farà la festa” ai peccatori impenitenti, ai quali sancirà la pena del contrappasso. Chi ha tempo, perciò, non aspetti, ma si converta! La morte può arrivare inaspettatamente e si rischia d’incorrere nell’ira del dio-padrone, non più disposto a concedere misericordia. Il fuoco eterno, preparato per il diavolo e i suoi accoliti, farà vendetta su quanti non hanno né voluto riconoscerlo come unico Dio vivente, ancorché invisibile, né ottemperato ai precetti del Vangelo del Figlio né ai dogmi della Chiesa. Costoro, poiché non amano Dio, saranno sempre stramaledetti (Mt 25, 41, 2 Ts 1, 6-9, 1 Co 16, 22).  Il demonio, simbolo del male, signore degli Inferi, è necessario agli scopi del dio cristiano.

Quale usbergo proteggerà il libero pensiero da malaugurosi ideologi sputasentenze?
     

Lucio Apulo Daunio



Nessun commento:

Posta un commento