sabato 24 settembre 2011


INTRODUZIONE ALLE LETTERE PAOLINE

             


         Saulo, più noto con il nome romano di Paolo, nato a Tarso (capoluogo della provincia romana di Cilicia) nel primo decennio dell’era volgare (e.v.), cittadino romano (gli abitanti di Tarso avevano diritto a ottenere la cittadinanza romana), ma greco di lingua (cita spesso la Bibbia greca nella traduzione della LXX), ebreo quanto a formazione religiosa (era fariseo, di stretta osservanza, e nazireo), commerciante di tende, avvezzo a vivere in ambienti multiculturali, insignito dalla Chiesa del titolo di “doctor gentium” (apostolo dei pagani), è l’ideatore del cristianesimo universale (katolikòs), rivolto a tutti (non quindi di carattere etnico, proprio di un popolo), svincolato dalle strettoie del giudaismo. Nelle epistole a lui attribuite (c.d. "proto-paoline"), o scritte sotto il suo nome (c.d. "deutero-paoline"), ma tutte considerate canoniche (perché ritenute ispirate da Dio), l’autore mostra di possedere una discreta formazione culturale. Egli non si rivolge a filosofi (ad eccezione dell'episodio del suo discorso nell'Areopago di Atene; cfr. At 17,22-34), bensì a gente comune. La sua morale risente in parte dell’influenza della filosofia stoica. La sua attività missionaria tra i “gentili” lo induce ad adattare il cristianesimo giudaico (espresso in lingua aramaica) al mondo pagano-ellenistico (di lingua greca o latina) e a considerare non più vincolante l’osservanza della legge rituale ebraica. Paolo assume a fondamentale importanza non più l’appartenenza a un determinato popolo eletto, bensì la fede in Gesù, il Cristo risorto. Alla circoncisione sostituisce il battesimo. Per questa sua “devianza” fu sospettato di apostasia e osteggiato dai notabili giudeo-cristiani di Gerusalemme e dagli ebrei ellenistici della diaspora. Paolo, dunque, può essere considerato come l’iniziatore della trasformazione del giudeo-cristianesimo nel pagano-cristianesimo di stampo ellenistico, che si formalizzerà e istituzionalizzerà poi nel cattolicesimo romano. Il cristianesimo giudaico, in sostanza, sarà esautorato dal paolinismo.

Il pareidolico e apofenico Paolo, durante il viaggio verso Damasco per arrestare dei neofiti cristiani su ordine del Sinedrio (ciò appare inverosimile, perché Damasco era fuori della giurisdizione del tribunale ebraico), è colpito da una folgorante allucinazione che lo stramazza al suolo, accecandolo (forse ebbe una convulsione causata da epilessia psicomotoria). In quello stato patologico di confusione mentale, egli crede di sentire la voce di Gesù, che lo rimprovera di perseguitarlo e lo invita a cambiar vita (cfr. At, capitoli 9.22.26). Abbagliato dalla divina illusoria teofania, Paolo ricupera la vista dopo tre giorni, in virtù dell’imposizione delle mani da parte di Anania di Damasco, discepolo di Gesù. Suggestionato dalla voce udita durante la visione, si fa iniziare alla fede di Cristo e al rito del battesimo, impartito dallo stesso Anania (At 9, 1 seg.). Dopo la conversione, presume di aver ricevuto direttamente da Gesù il conferimento del mandato missionario presso i “gentili”, cioè i non ebrei (cfr. Rm 1,1-6; 11,13), dove predica un personale “vangelo”, fondamento dell’incipiente fede cristiana di stampo paolino. L’autore dell’apocrifo “Kerygma petrou” (frammenti della Predicazione di Pietro, tramandati in citazioni) dubita circa l’illuminazione di Paolo e la sua pretesa ortodossia dottrinaria. Alcuni studiosi ipotizzano che Paolo fosse un delatore al servizio del Sinedrio e dell’autorità politica romana, e che la sua conversione sia stata indotta dal cambio della politica romana in Giudea, promossa dall’imperatore Claudio, che aveva ordinato la destituzione del procuratore Pilato e del sommo sacerdote Caifa. Auto-proclamatosi apostolo, Paolo confonde i suoi arbitrari giudizi morali con le regole emanate dall’Altissimo (idealizzato nel Cristo immaginario delle sue estasi), divulgandoli come valori universali. Egli, pur vivendo a Gerusalemme, dove si atteggiava a fanatico persecutore della setta dei nazareni, non mostra di avere conoscenza della vicenda del Cristo Gesù, nonostante i conclamati miracoli e il clamore suscitati presso la sua gente (come attestano i Vangeli). Paolo, per giustificare il suo stato di celibe, equivoco per la mentalità ebraica del tempo, inventa la dottrina della castità e l’ideale ascetico. In realtà, Paolo è ossessionato dalla sua fobia sessuale. Forse si tratta di quella “spina nella carne” che - dice Paolo – gli è stata conficcata da Satana. Egli vorrebbe che tutti fossero asessuati come lui. Della sua famiglia sappiamo solamente che ha una sorella di nome Febe (Lettera ai Romani 16, 1), e che il figlio di costei intercede presso il tribuno che aveva in custodia Paolo dopo il suo arresto (Atti degli Apostoli 23, 16). Nella Lettera ai Romani (16, 7.1 3), Paolo invia saluti ad alcuni parenti: ad Andronico e Giunia, suoi compagni di prigionia, a suo fratello Rufo e a sua madre che è anche madre di Paolo. Rufo e suo fratello Alessandro sono figli di quel Simone di Cirene che aiutò Gesù a portare la croce (Mc 15, 21). Se fosse vero che il “fratello” Rufo è parente di Paolo e figlio di Simone di Cirene, e che la madre di Rufo è anche la madre di Paolo, risulterebbe che il padre di Paolo è Simone di Cirene.

Sotto il nome di Paolo la Chiesa tramanda quattordici epistole (genere letterario ereditato dai filosofi greci) scritte in lingua greca (la koinè, il comune dialetto parlato dalla grande massa dei popoli del mediterraneo). Sono descritti nelle lettere i viaggi missionari di Paolo in Asia Minore, Grecia e Italia. Esse hanno come mittente Paolo (ad eccezione della Lettera agli Ebrei) e sono indirizzate a comunità del mondo ellenizzato, esortate (parenesi) a mettere in pratica gli insegnamenti ricevuti. Queste epistole sono i più antichi documenti cristiani, databili intorno alla seconda metà del I secolo, modello per la redazione delle successive missive apostoliche, finalizzate alla propaganda della fede. Hanno la struttura simile alle orazioni giudiziarie, codificate da Cicerone e Quintiliano: indirizzo (praescriptum), esordio (exordium), riassunto di ciò che si sta per parlare (propositio), esposizione dei fatti (narratio), prove (probationes) per dimostrare la propria tesi o per demolire quella dell’avversario, esortazione e conclusione. Iniziano generalmente con un prescritto, costituito dal mittente, dal destinatario e dal saluto, seguito da un proemio. Segue quindi il corpo della lettera, dove si sviluppano temi teologici ed etici con spunti polemici e apologetici, ma non si descrivono né gli avvenimenti storici relativi all'esistenza terrena di Gesù ed ai suoi insegnamenti, né i numerosi miracoli da lui compiuti. Paolo non racconta né la vita né l’insegnamento specifico del Cristo, la cui vicenda, narrata nei successivi vangeli, è stata interpretata alla luce della teologia paolina. L’eloquio di Paolo, più che dimostrare, intende colpire la fantasia e il sentimento del lettore. La fede escatologica (cioè la speranza di vita oltre la morte) s’integra con la storia della salvezza attuata dal Cristo Gesù, messia spirituale, diverso dal re messia liberatore atteso dai giudei. Il saluto finale è spesso sostituito da un augurio o integrato con una dossologia (preghiera di lode e glorificazione di Dio). Si discute sull'autenticità delle lettere paoline. Le lettere indirizzate ai Romani, ai Galati, ai Filippesi, a Filemone, le due lettere ai Corinzi e la prima ai Tessalonicesi, si ritengono scritte da Paolo. In esse si palesa (implicitamente) il riconoscimento della divinità di Gesù, distinguendolo da Dio Padre e dallo Spirito Santo. Le altre epistole, invece, sono verosimilmente pseudo-epigrafe, cioè scritte sotto il nome di Paolo allo scopo di conferire a esse maggiore autorevolezza. Le lettere alle sette “chiese” (di Roma, Corinto, Efeso, Galazia, Filippi, Colossi, Tessalonica) si differenziano dalle tre pastorali, dirette a capi di comunità (a Timoteo, a Tito, a Filemone) e dalla lettera agli Ebrei, di ispirazione paolina.

Il numero sette ricorre spesso tra i simboli del Nuovo Testamento. Particolare rilievo ha nel libro di Apocalisse, dove questo numero ricorre per più di cinquanta volte (si parla infatti di sette Chiese, di sette corna del drago, di sette coppe dell’ira, di sette candelabri, di sette trombe, di sette spiriti, del libro dei sette sigilli, ecc. ecc.). L’evangelista Luca riferisce che dal corpo di Maria Maddalena, esorcizzata da Gesù, uscirono sette diavoli (la possessione diabolica era concepita come causa o conseguenza di disordini morali). L’evangelista Matteo riferisce che Pietro chiese a Gesù se doveva perdonare il prossimo fino a sette volte; l’altro rispose che doveva perdonarlo fino a settanta volta sette. Il simbolo del sette è presente nel cristianesimo con i sette sacramenti (battesimo, comunione, cresima, confessione, matrimonio, ordine, unzione: considerati segni efficaci dell'intervento di Dio nel mondo), i sette doni dello Spirito Santo (sapienza, intelletto, consiglio, fortezza, scienza, pietà e timor di Dio), i sette peccati capitali (gola, lussuria, avarizia, superbia, accidia, invidia e ira), le sette virtù: 4 cardinali (forza, sapienza, giustizia e temperanza) e 3 teologali (fede, speranza e carità). Non mancano le sette richieste espresse nella preghiera del Padrenostro e i sette dolori di Maria, elevata a divinità quale Madre di Dio, ossia di Gesù. Sette erano i pianeti, sette le arti liberali, sette le note musicali, sette i colori dell’arcobaleno. Il simbolo del sette è ossessivo tra gli ebrei, tanto che il riposo del sabato nel settimo giorno, prescritto nel Decalogo, assume la connotazione terribile del tabù (è preferibile la morte piuttosto che la difesa dai nemici nel giorno del riposo, violando la Legge). Il numero sacro del sette ricorre in tutta la Bibbia, a partire dalla cosmogonia, descritta nel libro del Genesi, in cui Dio completa la creazione in sette giorni. La cosmogonia biblica ricalca luoghi comuni della mitologia sumerica e babilonese. La simbologia del sette è presente anche nella mitologia greca e romana.

Saulo/Paolo, prima della sua conversione, perseguì la setta dei seguaci del Nazareno Gesù, percepita dai giudei come eretica. Ad Antiochia, metropoli d’Oriente, si costituirà la prima comunità dei credenti in Cristo, provenienti dall'ebraismo e dal paganesimo, chiamati per la prima volta cristiani. Paolo è il primo teologo della fede cristiana, slegata dal giudaismo. Egli si prodigò come missionario presso le comunità giudaiche e pagane sparse nelle regioni ellenizzate del mediterraneo. A causa dei pagani convertiti incirconcisi, estranei alla tradizione ebraica, fu in dissidio con l’ortodossia seguita dalla comunità dei giudeo-cristiani di Gerusalemme. Illuminato dalla teofania di Cristo sulla via per Damasco, si convertì all'apostolato missionario tra i pagani (le gentes), convertendoli alla nuova “paideia”, cioè alla formazione etica e religiosa fondata sull'ethos (regola di vita) cristiano, secondo una sua personale interpretazione. In verità, egli iniziò dapprima il suo apostolato presso le comunità ebraiche, con scarso successo, a causa dell’ostilità dei suoi connazionali, che lo giudicavano un apostata. Per evitare rappresaglie nei suoi confronti, decise di cambiare aria, facendosi apostolo delle genti. Portò a compimento tre viaggi missionari, durante i quali subì vessazioni ed anche l’arresto (nel 58, a Gerusalemme) e la prigionia a Roma (fino al 62) in attesa di essere giudicato. Il Vangelo, che predicò ai pagani, era svincolato dalla stretta osservanza della legge ebraica. Lo adattò alla mentalità delle diverse comunità cui era destinato: greche, romane e giudaiche della diaspora. Della nascita miracolosa di Gesù e del suo concepimento da una vergine, a sua volta concepita immacolata (cioè senza peccato originale) per grazia ricevuta, Paolo tace; insiste invece sul miracolo della resurrezione di Gesù (che però non impressionava i pagani, maestri nel favoleggiare le gesta di essere divini). Egli, “vaso d’elezione” (illuminato dalla grazia di Dio), si faceva servo di tutti pur di arruolare il maggior numero di militi al seguito di Cristo. Chissà che non sia stato proprio lui l’Uomo di Menzogna, di cui parlano i testi apocrifi, che si contrapponeva al Maestro di Giustizia della comunità essena. Di Paolo, inventore del cristianesimo e suo primo inconsapevole teologo, le fonti storiche coeve, non di tradizione cristiana, tacciono.

Si ritiene che le lettere paoline, in parte contraffatte, siano state scritte intorno agli anni 50, mentre i Vangeli non prima degli anni 70. Gli evangelisti (nessuno dei quali è stato testimone oculare) hanno elaborato e mitizzato i loro racconti tenendo conto sia della tradizione giudaico-cristiana sia della teologia revisionista di Paolo. Il cristianesimo che emerge dai vangeli, infatti, è condizionato da un mix di messianismo, profetismo apocalittico, escatologismo, pacifismo, filosofia ellenistica, misteriosofia, esoterismo iniziatico, spiritualismo etico-religioso. Ciò potrebbe spiegare, in parte, perché in questi testi si riscontrano divergenti posizioni ideologiche in contraddizione tra loro. Rilevante è il disprezzo che Paolo manifesta per l’intelligenza e il sapere della cultura pagana. Assillanti le sue esortazioni: quella alla rassegnazione e all'accettazione della condizione sociale in cui ciascuno si trova, perché essa deriva dalla volontà divina; quella all'obbedienza verso le autorità costituite, perché ogni potere proviene da Dio. La politica cristiana della sottomissione all'ordine e alle autorità temporali, coniugata all'accettazione delle diseguaglianze sociali, frutterà alla Chiesa il predominio teocratico, quando l’imperatore Costantino, auto-proclamatosi tredicesimo apostolo, diverrà il braccio armato dello Stato totalitario in nome di Dio.


Lucio Apulo Daunio


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