mercoledì 21 settembre 2011


VANGELO SECONDO GIOVANNI



Il Vangelo secondo Giovanni (un pescatore originario di Betsaida, cittadina presso il lago di Galilea, discepolo di Giovani Battista, prima di seguire Gesù) è stato redatto in conformità a una tradizione orale risalente a un testimone oculare (Gv 19, 35; 21, 25), senza alcun riguardo alla ricerca storica, e con aggiunte e interpolazioni posteriori al nucleo originario. A differenza dei vangeli sinottici, improntati al genere parabolico e narranti presunti fatti storici, quello giovanneo è apologetico, dottrinario, ideologico. Evidenzia un lessico iniziatico (mistagogo), d’ispirazione gnostico-giudaica, e un linguaggio mistico-simbolico (come nell’espressione “acqua viva” per designare lo Spirito Santo). Il vangelo giovanneo riflette il pensiero di una comunità ellenico-cristiana, distaccatasi dall’ortodossia giudaica e vicina a una sorta di religione misterica. Interpreta il messaggio di Cristo secondo una concezione dogmatica, utilizzando le categorie filosofiche della cultura greco-ellenistica. L’autore espone la presunta dottrina di Gesù nella forma di ampi discorsi teologici e con un linguaggio figurato, che ricorda quello dei dissidenti Esseni della comunità di Qumran. La descrizione dell’ultima cena, prima della Pasqua, rappresenta la consumazione di un pasto comunitario, tipico della Regola degli Esseni. Durante la cena si evidenzia la lavanda dei piedi, quale atto d’umiltà testimoniato da Gesù. Non è rappresentata la scena del sacro convito sacrificale, simbolo della nuova alleanza con un nuovo popolo (che la Chiesa, non Gesù, trasformerà nel sacramento dell’Eucaristia e nel dogma della “transustanziazione”), descritta invece nei Vangeli Sinottici. Sono assenti gli esorcismi (guarigione degli indemoniati), tipica superstizione giudeo-cristiana. I miracoli, rappresentati come manifestazione della potenza divina, sono collegati a discorsi in cui Gesù rivela la sua identità, non mediante reminiscenze storico-biografiche, ma attestando pretestuose verità teologiche.

Il Gesù giovanneo, a differenza di quello descritto nei vangeli sinottici, proclama apertamente il mistero della sua divina missione salvifica. Egli è il “Logos” (Verbo, Parola creatrice, Ragione). Egli è la via (angusta), la verità (assurda), la vita (eterna). Egli è presso Dio e, addirittura, egli stesso è Dio; però Lui e il Padre sono uno (mistero inaccessibile alla ragione umana). Queste ed altre espressioni tautologiche non aggiungono significato a quanto si vuole spiegare, senza opportunamente dimostrare. L’evangelista si contraddice allorquando fa prima dire a Gesù che la testimonianza che lui rende a se stesso non è valida, invece è valida quella che gli rende Dio Padre (Gv 5, 31 seg.). Poi gli fa dire che la sua testimonianza è valida perché lui conosce donde viene e dove andrà (Gv 8, 13 seg.).

Il Vangelo in questione non può essere opera dell’apostolo Giovanni, figlio di Zebedeo e fratello di Giacomo il Maggiore, pescatori illetterati, che vivevano nei pressi del lago di Galilea, dato che il linguaggio usato dall’autore non è ebraico. Si ritiene, invece, che sia stato redatto in ambiente culturale ellenistico da un greco cristiano all’inizio del II secolo, in conformità ad una cernita di precedenti tradizioni orali, tra cui quella relativa alla testimonianza di un discepolo di Gesù (Gv 19, 35; 21, 24-25), dalla quale si dovrebbe desumere il valore storico del Vangelo. Questa pretesa storicità non può essere condivisa, dato che appare fondata su di una presunta testimonianza da parte di un anonimo testimone oculare di quanto avvenuto al tempo di Gesù. Questo testimone, peraltro, non sarebbe dovuto morire prima del ritorno apocalittico del Cristo (Gv 21, 22-23). Invece morì, forse nel rimpianto della mancata realizzazione della “parusia” di Cristo (ancora di là da venire). L’autore, esprimendosi con un linguaggio mitico-teologico, tende a stravolgere i fatti, anziché descriverli nella loro concretezza. Il suo scopo è quello di dimostrare la divinità di Gesù, trascurando gli aspetti biografici.

Il prologo, che apre il Vangelo, è un inno al Logos (identificato nel Cristo Gesù), principio originario, generatore del mondo (archè), preesistente al tempo della storia. L’evangelista afferma che Cristo è in stretta comunanza con Dio: egli stesso è Dio. Il linguaggio è tipico dell’astrattismo espressivo di chi è versato nella filosofia della scuola platonica. La teologia che si espone è in contraddizione con quella veterotestamentaria. Cristo, secondo l’autore, è la ragione di Dio, il Verbo creatore del mondo e del tempo. Egli si è incarnato (cioè è entrato nella realtà degli uomini) per portare la luce (cioè il bene) in un mondo di tenebre (cioè malvagio). Conoscendo lui, si comprende anche il Padre, al quale egli ritornerà, dopo aver compiuto la sua missione terrena. Al suo posto, invierà il Paraclito, lo Spirito Santo consolatore, che illuminerà i cristiani con la perfetta conoscenza delle cose di Dio (pia presunzione). L’autore del Vangelo nega l’unicità di Dio, professata da Mosè, quando afferma che Gesù è Dio, accanto ad un altro Dio e da lui distinto. Poi si contraddice, facendo dire a Gesù che il Padre è più grande di lui (Gv 14,28) e che il Padre è suo Dio (Gv 20,17). Gesù stesso attesta nei sinottici che solamente il Padre è Dio (Mc 10,18; 14,36; 15,34; Mt 26,39; 27,46; Lc 18,19; 22,42). Paolo anche distingue Dio dall’uomo Gesù, che considera come mediatore fra Dio e gli uomini (1 Tm 2, 5), assiso alla destra del Padre (Col 3, 1).

La redazione del Vangelo risente della rottura definitiva e ufficiale del giudaismo con il cristianesimo, verificatasi sul finire del I secolo, e delle conseguenti ostilità dei giudei contro le comunità cristiane. Farisei e sommi sacerdoti sono presentati come accaniti avversari di Gesù, che rifiutano di accogliere il suo messaggio e la pretesa divinità, perciò sono calunniati come figli del diavolo, perché incapaci di ascoltare la parola annunciata da Gesù. Solo coloro che l’accolgono, e che Dio Padre ha dato a lui (per grazia ricevuta), sono i figli meritevoli del Regno celeste. Questi sono i suoi veri amici, cui comanda l’amore reciproco (Gv 15, 12-17). Il rifiuto dei giudei ad accogliere la fede di Cristo favorirà l’evangelizzazione dei gentili, cui si dedicherà maggiormente l’apostolo ecumenico Paolo. L’autore del vangelo, ricorrendo spesso a formule simboliche, in piena contraddizione con quanto affermato altrove, parla di Gesù mentre rivela se stesso come Dio. L’uomo-Dio Gesù, spiega l’autore, è stato inviato dal Padre celeste allo scopo di redimere i peccati degli uomini, purché si convertano alla nuova fede. Cristo, pur essendo Dio, si dimostra ligio alla volontà del Padre fino alla fine della sua missione, accettando di morire come un malfattore sulla croce, che i cristiani poi rappresenteranno come segno di gloria e di vittoria sul mondo. Ai credenti Gesù promette il premio della vita eterna dopo la morte, nel giorno del giudizio universale. I non credenti, invece, subiranno l’ira di Dio (cioè del Padre). Dal punto di vista etico, ne consegue che gli uni sono moralmente buoni, gli altri cattivi. Così, secondo una concezione dualistica, tutto il genere umano è diviso in figli della luce (i cristiani, operatori di verità e di giustizia) e figli delle tenebre (i miscredenti, operatori di menzogna e d’iniquità). Scarse sono, rispetto ai sinottici, le citazioni scritturistiche, adattate alle circostanze, cui l’autore fa riferimento. Le ricorrenti feste religiose (Gv 5, 1; 7, 10), di cui due relative alla Pasqua (Gv 2, 13; 12,12), giustificano i viaggi missionari di Gesù tra Galilea e Giudea con un passaggio per Samaria. A differenza degli altri evangelisti, per i quali il ministero pubblico di Gesù dura un solo anno, Giovanni lo prolunga di due o tre anni.

Frequenti sono le incoerenze concettuali che si riscontrano, oltre che all’interno del Vangelo giovanneo, con i sinottici. L’Epilogo, incentrato sul dialogo del Risorto con Pietro, cui conferisce il “mandato” di pascere il suo gregge, è verosimilmente un’aggiunta posteriore (utile per avvalorare il primato di Pietro). Ne consegue che la testimonianza riportata dall’evangelista riguardo all’anonimo “discepolo che Gesù amava” (Gv 21, 20), che sembra voler primeggiare nelle grazie del Maestro, non appare veritiera (Gv 21, 24), non essendo egli vissuto fino al supposto ritorno di Gesù alla fine dei tempi. Riguardo al discepolo che Gesù amava, taluni studiosi ipotizzano che possa trattarsi dell’amico Lazzaro di Betania (Gv 11,3.5.36). Secondo la tradizione, l’apostolo Giovanni svolse opera di evangelizzazione in Asia Minore (Efeso, Isola di Patmos, dove ricevette la rivelazione dell’Apocalisse). Una tradizione di origine gnostica accenna a un insegnamento segreto impartito da Gesù a Giovanni e da lui trasmesso in segreto ai suoi discepoli e da questi di generazione in generazione pare sia stato tramandato fino ai Templari. Un’altra leggenda vuole che i suoi insegnamenti siano stati affidati a Maria Maddalena, prima della sua partenza con altri discepoli di Gesù verso la Gallia (Marsiglia) per sfuggire alle persecuzioni giudaiche. Giovanni morì a Efeso per cause naturali verso la fine del I secolo, durante il regno di Traiano. Altri scritti canonici attribuiti a Giovanni o alla sua scuola sono le tre lettere cattoliche e l’Apocalisse.


Lucio Apulo Daunio


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