VANGELO
SECONDO GIOVANNI
Il Vangelo
secondo Giovanni (un pescatore originario di Betsaida, cittadina presso il lago
di Galilea, discepolo di Giovani Battista, prima di seguire Gesù) è stato
redatto in conformità a una tradizione orale risalente a un testimone oculare
(Gv 19, 35; 21, 25), senza alcun riguardo alla ricerca storica, e con aggiunte
e interpolazioni posteriori al nucleo originario. A differenza dei vangeli
sinottici, improntati al genere parabolico e narranti presunti fatti storici,
quello giovanneo è apologetico, dottrinario, ideologico. Evidenzia un lessico
iniziatico (mistagogo), d’ispirazione gnostico-giudaica, e un linguaggio
mistico-simbolico (come nell’espressione “acqua viva” per designare lo Spirito
Santo). Il vangelo giovanneo riflette il pensiero di una comunità
ellenico-cristiana, distaccatasi dall’ortodossia giudaica e vicina a una sorta
di religione misterica. Interpreta il messaggio di Cristo secondo una
concezione dogmatica, utilizzando le categorie filosofiche della cultura greco-ellenistica.
L’autore espone la presunta dottrina di Gesù nella forma di ampi discorsi
teologici e con un linguaggio figurato, che ricorda quello dei dissidenti
Esseni della comunità di Qumran. La descrizione dell’ultima cena, prima della
Pasqua, rappresenta la consumazione di un pasto comunitario, tipico della
Regola degli Esseni. Durante la cena si evidenzia la lavanda dei piedi, quale
atto d’umiltà testimoniato da Gesù. Non è rappresentata la scena del sacro
convito sacrificale, simbolo della nuova alleanza con un nuovo popolo (che la
Chiesa, non Gesù, trasformerà nel sacramento dell’Eucaristia e nel dogma della
“transustanziazione”), descritta invece nei Vangeli Sinottici. Sono assenti gli
esorcismi (guarigione degli indemoniati), tipica superstizione
giudeo-cristiana. I miracoli, rappresentati come manifestazione della potenza
divina, sono collegati a discorsi in cui Gesù rivela la sua identità, non
mediante reminiscenze storico-biografiche, ma attestando pretestuose verità
teologiche.
Il Gesù giovanneo,
a differenza di quello descritto nei vangeli sinottici, proclama apertamente il
mistero della sua divina missione salvifica. Egli è il “Logos” (Verbo, Parola
creatrice, Ragione). Egli è la via (angusta), la verità (assurda), la vita
(eterna). Egli è presso Dio e, addirittura, egli stesso è Dio; però Lui e il
Padre sono uno (mistero inaccessibile alla ragione umana). Queste ed altre
espressioni tautologiche non aggiungono significato a quanto si vuole spiegare,
senza opportunamente dimostrare. L’evangelista si contraddice allorquando fa
prima dire a Gesù che la testimonianza che lui rende a se stesso non è valida,
invece è valida quella che gli rende Dio Padre (Gv 5, 31 seg.). Poi gli fa dire
che la sua testimonianza è valida perché lui conosce donde viene e dove andrà
(Gv 8, 13 seg.).
Il Vangelo
in questione non può essere opera dell’apostolo Giovanni, figlio di Zebedeo e
fratello di Giacomo il Maggiore, pescatori illetterati, che vivevano nei pressi
del lago di Galilea, dato che il linguaggio usato dall’autore non è ebraico. Si
ritiene, invece, che sia stato redatto in ambiente culturale ellenistico da un
greco cristiano all’inizio del II secolo, in conformità ad una cernita di
precedenti tradizioni orali, tra cui quella relativa alla testimonianza di un
discepolo di Gesù (Gv 19, 35; 21, 24-25), dalla quale si dovrebbe desumere il
valore storico del Vangelo. Questa pretesa storicità non può essere condivisa,
dato che appare fondata su di una presunta testimonianza da parte di un anonimo
testimone oculare di quanto avvenuto al tempo di Gesù. Questo testimone,
peraltro, non sarebbe dovuto morire prima del ritorno apocalittico del Cristo
(Gv 21, 22-23). Invece morì, forse nel rimpianto della mancata realizzazione
della “parusia” di Cristo (ancora di là da venire). L’autore, esprimendosi con
un linguaggio mitico-teologico, tende a stravolgere i fatti, anziché
descriverli nella loro concretezza. Il suo scopo è quello di dimostrare la
divinità di Gesù, trascurando gli aspetti biografici.
Il prologo,
che apre il Vangelo, è un inno al Logos (identificato nel Cristo Gesù),
principio originario, generatore del mondo (archè), preesistente al tempo della
storia. L’evangelista afferma che Cristo è in stretta comunanza con Dio: egli
stesso è Dio. Il linguaggio è tipico dell’astrattismo espressivo di chi è
versato nella filosofia della scuola platonica. La teologia che si espone è in
contraddizione con quella veterotestamentaria. Cristo, secondo l’autore, è la
ragione di Dio, il Verbo creatore del mondo e del tempo. Egli si è incarnato
(cioè è entrato nella realtà degli uomini) per portare la luce (cioè il bene)
in un mondo di tenebre (cioè malvagio). Conoscendo lui, si comprende anche il
Padre, al quale egli ritornerà, dopo aver compiuto la sua missione terrena. Al
suo posto, invierà il Paraclito, lo Spirito Santo consolatore, che illuminerà i
cristiani con la perfetta conoscenza delle cose di Dio (pia presunzione).
L’autore del Vangelo nega l’unicità di Dio, professata da Mosè, quando afferma
che Gesù è Dio, accanto ad un altro Dio e da lui distinto. Poi si contraddice,
facendo dire a Gesù che il Padre è più grande di lui (Gv 14,28) e che il Padre
è suo Dio (Gv 20,17). Gesù stesso attesta nei sinottici che solamente il Padre
è Dio (Mc 10,18; 14,36; 15,34; Mt 26,39; 27,46; Lc 18,19; 22,42). Paolo anche
distingue Dio dall’uomo Gesù, che considera come mediatore fra Dio e gli uomini
(1 Tm 2, 5), assiso alla destra del Padre (Col 3, 1).
La redazione
del Vangelo risente della rottura definitiva e ufficiale del giudaismo con il
cristianesimo, verificatasi sul finire del I secolo, e delle conseguenti
ostilità dei giudei contro le comunità cristiane. Farisei e sommi sacerdoti
sono presentati come accaniti avversari di Gesù, che rifiutano di accogliere il
suo messaggio e la pretesa divinità, perciò sono calunniati come figli del
diavolo, perché incapaci di ascoltare la parola annunciata da Gesù. Solo coloro
che l’accolgono, e che Dio Padre ha dato a lui (per grazia ricevuta), sono i
figli meritevoli del Regno celeste. Questi sono i suoi veri amici, cui comanda
l’amore reciproco (Gv 15, 12-17). Il rifiuto dei giudei ad accogliere la fede
di Cristo favorirà l’evangelizzazione dei gentili, cui si dedicherà
maggiormente l’apostolo ecumenico Paolo. L’autore del vangelo, ricorrendo spesso
a formule simboliche, in piena contraddizione con quanto affermato altrove,
parla di Gesù mentre rivela se stesso come Dio. L’uomo-Dio Gesù, spiega
l’autore, è stato inviato dal Padre celeste allo scopo di redimere i peccati
degli uomini, purché si convertano alla nuova fede. Cristo, pur essendo Dio, si
dimostra ligio alla volontà del Padre fino alla fine della sua missione,
accettando di morire come un malfattore sulla croce, che i cristiani poi
rappresenteranno come segno di gloria e di vittoria sul mondo. Ai credenti Gesù
promette il premio della vita eterna dopo la morte, nel giorno del giudizio
universale. I non credenti, invece, subiranno l’ira di Dio (cioè del Padre).
Dal punto di vista etico, ne consegue che gli uni sono moralmente buoni, gli
altri cattivi. Così, secondo una concezione dualistica, tutto il genere umano è
diviso in figli della luce (i cristiani, operatori di verità e di giustizia) e
figli delle tenebre (i miscredenti, operatori di menzogna e d’iniquità). Scarse
sono, rispetto ai sinottici, le citazioni scritturistiche, adattate alle
circostanze, cui l’autore fa riferimento. Le ricorrenti feste religiose (Gv 5,
1; 7, 10), di cui due relative alla Pasqua (Gv 2, 13; 12,12), giustificano i
viaggi missionari di Gesù tra Galilea e Giudea con un passaggio per Samaria. A
differenza degli altri evangelisti, per i quali il ministero pubblico di Gesù
dura un solo anno, Giovanni lo prolunga di due o tre anni.
Frequenti
sono le incoerenze concettuali che si riscontrano, oltre che all’interno del Vangelo
giovanneo, con i sinottici. L’Epilogo, incentrato sul dialogo del Risorto con
Pietro, cui conferisce il “mandato” di pascere il suo gregge, è verosimilmente
un’aggiunta posteriore (utile per avvalorare il primato di Pietro). Ne consegue
che la testimonianza riportata dall’evangelista riguardo all’anonimo “discepolo
che Gesù amava” (Gv 21, 20), che sembra voler primeggiare nelle grazie del
Maestro, non appare veritiera (Gv 21, 24), non essendo egli vissuto fino al
supposto ritorno di Gesù alla fine dei tempi. Riguardo al discepolo che Gesù
amava, taluni studiosi ipotizzano che possa trattarsi dell’amico Lazzaro di
Betania (Gv 11,3.5.36). Secondo la tradizione, l’apostolo Giovanni svolse opera
di evangelizzazione in Asia Minore (Efeso, Isola di Patmos, dove ricevette la
rivelazione dell’Apocalisse). Una tradizione di origine gnostica accenna a un
insegnamento segreto impartito da Gesù a Giovanni e da lui trasmesso in segreto
ai suoi discepoli e da questi di generazione in generazione pare sia stato tramandato
fino ai Templari. Un’altra leggenda vuole che i suoi insegnamenti siano stati
affidati a Maria Maddalena, prima della sua partenza con altri discepoli di
Gesù verso la Gallia (Marsiglia) per sfuggire alle persecuzioni giudaiche.
Giovanni morì a Efeso per cause naturali verso la fine del I secolo, durante il
regno di Traiano. Altri scritti canonici attribuiti a Giovanni o alla sua
scuola sono le tre lettere cattoliche e l’Apocalisse.
Lucio Apulo Daunio
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