DISPUTE DI GESU’ CON I DOTTI GIUDEI
Un giorno,
alcuni dotti giudei, radunatisi intorno a Gesù, gli chiesero da chi avesse
ricevuto il potere di insegnare nel tempio (Mt 21, 23-27, Mc 11, 27-33, Lc 20,
1-8). Gesù non rispose. Poi domandò loro se sapessero donde proveniva
l’autorità di Giovanni Battista, se da Dio o dagli uomini. Avendo intuito il
tranello, i giudei risposero che non sapevano. Infatti, se avessero affermato
che l'autorità proveniva da Dio, avrebbero dovuto giustificare la loro
incredulità sia nei confronti di Giovanni Battista sia nei confronti di Gesù,
che sosteneva si continuare la missione dell’altro. Se invece rispondevano che
non proveniva da Dio, rischiavano di essere lapidati dal popolo, che venerava
Giovanni, ritenendolo un profeta di Dio. L’astuta risposta dei giudei non
piacque a Gesù, che iniziò a raccontare parabole: un pretesto per sparlare
velatamente dei giudei, cioè dei sacerdoti e dottori della Legge. Questi, in
verità, si sarebbero certamente impadroniti di lui per lisciargli il pelo, se
non li avesse trattenuti la paura di una reazione popolare, che venerava Gesù
come profeta (Mt 21, 28 seg, Mc 12, 1 seg, Lc 20, 9 seg). Le sprezzanti parole
del Nazareno non erano tollerabili. Gesù asseriva che gli eletti di Dio non
erano più i giudei, bensì i peccatori convertiti al suo Vangelo. Auspicava
persino di vedere gli increduli giudei destinati a essere sfracellati,
stritolati, sterminati, schiacciati dal macigno della nuova fede. Dottori e
sacerdoti giudei incassarono il colpo, ma si proposero di non fargliela passare
liscia: avrebbero trovato quanto prima l’occasione per fargli pagare cara la
sua avventatezza. Intanto, provarono a incastrarlo sul terreno politico. Alcuni
farisei, assieme ai partigiani d’Erode Antipa, ligi alla dominazione romana,
gli chiesero se ai giudei fosse lecito pagare il tributo a Cesare. Il popolo
eletto, infatti, non pagava volentieri il tributo ai dominatori pagani. Gesù
non si fece intrappolare. Dopo averli tacciati d'ipocrisia, rispose che era
lecito restituire a Cesare il suo denaro, com’era doveroso rendere a Dio quello
che a lui apparteneva, ossia il culto (Mt 22, 15-22, Mc 12, 13-17, Lc 20,
19-26). Obbedienza e fedeltà, dunque, spettavano a entrambe le autorità, sia
temporale che spirituale. Durante il processo a suo carico davanti a Pilato,
Gesù sosterrà che ogni autorità temporale proviene da Dio (Gv 19, 10-11).
L’apostolo Paolo riaffermerà questo concetto nell’epistola indirizzata ai
fratelli di Roma (invece, contraddicendosi, nelle lettere inviate ad altre
comunità, delegittimerà ogni autorità umana). Paolo sosteneva che ogni autorità
legittima proviene dalla volontà inscrutabile di Dio, perciò il cristiano deve
sottomettersi all’autorità temporale (accettando l’ordine costituito, anche se
perverso), come a quella spirituale (alla dottrina del clero). Ribellarsi ad
essa significa contrapporsi al volere di Dio e attirarsi il suo castigo (Rm 13,
1 seg.; Tt 3, 1 seg.). Ne consegue che pagare i tributi e onorare l’autorità
politica è sacrosanto dovere per tutti i cristiani. Inoltre, per far sì che le
pubbliche autorità assicurino agli uomini una vita serena e tranquilla, esse
vanno raccomandate a Dio con suppliche, preghiere, intercessioni e rendimenti
di grazie (1 Tm 2, 1-2). Che i cristiani si sottomettano di buon grado alle
istituzioni umane, è proprio ciò che Dio vuole per non essere disonorato (1 Pt
2, 13-17). Le contrastanti opinioni a riguardo dell’autorità politica mostrano
che le sacre scritture del canone cristiano sono state rielaborate negli anni,
adattandole di volta in volta alle diverse situazioni storiche. In verità, il
dare a Cesare ecc. non implica la netta separazione del potere temporale da
quello spirituale, bensì l’interdipendenza dei due poteri e la relativa
conseguenza (nefasta) dell’ascendente del potere spirituale (creduto superiore)
sul temporale. Per l’indipendenza e l’autonomia del temporale dallo spirituale
(secolarizzazione) occorrerebbe relegare la fede religiosa a mero fatto
privato, delegittimando l’autoritarismo delle istituzioni religiose, che mirano
alla supremazia teocratica.
I Sadducei
costituivano il ceto sacerdotale dell’aristocrazia ebraica. Rigidi conservatori
dell’ortodossia e dell’interpretazione letterale della Bibbia, ricusavano le
dottrine che non erano esplicitamente attestate dalla Legge. Non accettavano né
l’esistenza e il culto degli angeli né la tradizione trasmessa oralmente
(accettata dai Farisei) né l’orrifica resurrezione dei morti. Anche loro
attaccarono Gesù, prospettandogli la seguente questione. Una donna, che avesse
sposato sette fratelli in conformità alla legge del levirato (Dt 25, 5 seg.), a
chi tra loro sarebbe stata moglie dopo la risurrezione? (Mt 22, 23-33; Mc 12,
18-27; Lc 20, 27-40). Conoscendo le loro credenze, Gesù rispose, senza mezzi termini,
che ignoravano sia la conoscenza delle Scritture sia la potenza di Dio. Al
momento della resurrezione, infatti, i redivivi saranno simili agli angeli,
asessuati. L’Onnipotente, essendosi rivelato a Mosè come l’unica divinità
vivente, non è dio dei morti, bensì dei viventi. Ne consegue che, parola di
Gesù, tutti gli uomini risorgeranno. In verità, ciò che può desumersi dalla
Legge, è che Jahvè è la divinità adorata dai pastori ebrei e dai loro padri, i
patriarchi Abramo, Isacco, Giacobbe. Quanto alla resurrezione dalla morte,
Jahvè tace, perciò i Sadducei credevano che con il corpo perisse anche lo
spirito dell’uomo. Nel libro “Genesi” si narra che gli Elohim (un dio espresso
in forma plurale), per evitare che i nostri primi avi, dopo aver acquisito la consapevolezza
del bene e del male, cogliessero anche i frutti dell’albero della vita eterna,
divenendo simili a loro, li allontanarono dal giardino denominato Eden,
castigandoli ad una vita breve e faticosa. Eva fu destinata a generare figli
con dolore, Adamo a lavorare con il sudore della fronte la terra che l’aveva
generato e nella quale sarebbe stato per sempre dissolto assieme alla sua
discendenza. Gli Elohim non vollero che l’uomo, avendo già acquisito la
conoscenza del bene e del male, potesse vivere in eterno. Elohim, geloso della
sua immortalità, scacciò i nostri primi avi dal mitico paradiso terrestre,
condannandoli a una dura esistenza. Millenni dopo, un figlio di Elohim discese
tra il suo eletto popolo, incarnandosi tramite lo Spirito Santo, in una
vergine, già promessa sposa a Giuseppe. Il dio dei cristiani, infatti, è
concepito come persona Figlio del Padre. Questo Dio tridimensionale, pur
restando unico, si triplica nella persona del Figlio e dello Spirito Santo (omne trinum est perfectum). Il Figlio di
Dio, sceso dalle stelle, nato in una stalla, ha rivelato, secondo la dogmatica
cristiana, l’uni-trina divinità redentrice dell’umanità. La Chiesa, infatti, ha
attribuito al Cristo Gesù la missione salvifica a vantaggio di chi si
sottomette e ottempera alle prescrizioni trascritte nel Vangelo. L’osservanza
della nuova legge di Cristo, come interpretata dai suoi epigoni, consentirebbe,
nel rispetto di prescritte, tassative condizioni, l’accesso alla vita eterna.
Chi meriterà il paradiso del dio trino cristiano, potrà in eterno goderselo,
sempre che la gelosia di Elohim e l’invidia di Jahvè lo consentiranno. Gli
esclusi dal godimento del paradisiaco bengodi ultramondano saranno dannati in
eterno alle pene dell’Inferno. Perché mai dannarli? Basterebbe che sia loro
risparmiata la risuscitazione dopo la morte. Lascia, o buon dio, a chi non è
degno di te, dormire in santa pace il sonno dell’eterno trapasso, dopo la
breve, faticosa esistenza! Finalmente costoro potranno non avere più a che fare
con divinità irascibili, settarie, invidiose, gelose, brutali, ingannevoli,
incoerenti, indifferenti e pregne di tutte quelle miserie che caratterizzano le
umane creature! O dei, ovunque voi siate, in cielo in terra e in ogni luogo, non
molestate chi non è degno di voi! Lungi da loro, miseri peccatori, oltraggiare
le vostre divine maestà, poiché la loro infima pochezza li rende insignificanti
al vostro cospetto! Riservate l'amore e l’amaro dolore ai vostri fedeli servi
riverenti, mentre agli infedeli, che non credono in voi e alle fole dei vostri
sacerdoti, concedete di ritornare a essere polvere nell’universo!
Se “a morte
corre ogni creata cosa”, ed anche l’uomo è votato a tenebrosa morte, a cosa
giova la fede in un’impossibile reviviscenza? Perché sciupare l’olio e la fatica
nel seguire certi asini che predicano misteri? Tutto il creato corre verso
un’unica, comune meta. Nulla appare esistere oltre il reale conoscibile, se non
ciò che la fantasia umana vuole. Di concreto esiste la nostra storia, che si
proietta nel moto perpetuo ed irrefrenabile del mondo. Anziché esorcizzare la
paura della morte con insulse credenze nell’aldilà, che ci sono propinate sin
dall’infanzia nella “tabula rasa” della nostra mente, affidiamoci a ciò che la
ragione e l’esperienza, nei limiti dell’umana natura, evidenziano e dimostrano
concretamente! Salire gli scivolosi pendii della speranzosa fede verso
l’ignoto, si rischia di precipitare irrimediabilmente nell’oblio della ragione.
Non affidiamoci alla provvidenza di misteriose divinità e d’intermediari
interessati al proprio tornaconto. Valorizziamo la nostra umanità, le virtù
costruite sulla ragione e sull’esperienza, la capacità di riscattarci dalla
dipendenza di un dio ignoto e dai loro interessati accoliti. Non deleghiamo la
nostra vita all’altrui volontà, spacciata per divina verità. Difendiamoci con
l’usbergo della ragione critica!
Le cose
comuni, abituali, non fanno impressione. Così non fecero impressione i tanto
decantati miracoli di Gesù, se scribi e farisei un giorno gli chiesero di dimostrare
la sua pretesa divina autorità, compiendo un vero e proprio prodigio (Lc 11,
16. 29-32, Mt 12, 38-42, Mc 8, 11-13). Per credere in lui, volevano vederlo
compiere un fatto straordinario, simile ai tanti racconti leggendari narrati
nella Bibbia. Daniele, interprete dei misteri di Dio, fu gettato assieme a tre
compagni nella fornace ardente, dalla quale uscirono indenni, per essersi
rifiutati di idolatrare la statua eretta dal re Nabucodonosor ai suoi dei (Dn
3). Lo stesso Daniele, ingiustamente perseguitato, gettato nella fossa dei
leoni, fu miracolosamente salvato da Dio (Dn 6). Zaccaria stesso aveva dubitato
della potenza di Dio, chiedendogli un segno (Lc 1, 18 seg.). Dio non se lo fece
ripetere due volte, rendendolo muto fino alla nascita del figlio Giovanni.
Anche Maria, promessa sposa di Giuseppe, aveva dubitato della potenza di Dio
(Lc 1, 34 seg.). Non ebbe più alcun dubbio solo quando si rese conto d’essere
in stato di gravidanza, pur senza aver conosciuto uomo. Gesù, invece, si
rifiutò, sdegnato, di esaudire la richiesta di un segno, fatta da scribi e
farisei. Mai e poi mai avrebbe dato spettacolo della sua potenza, pur
spacciandosi (o spacciato dai suoi epigoni) per il Figlio prediletto di Dio
Padre. Mai a quella razza di vipere, cattiva e spergiura, da cui nulla di buono
- a suo dire - poteva venire, avrebbe dato soddisfazione (Mt 12, 34-35). Quel
che pensava di loro lo esprimeva a viso aperto, senza peli sulla lingua. Se lo
facevano adombrare, egli ricambiava pane per focaccia (anziché offrire l’altra
guancia). Contraccambiava l’offesa con gli insulti. Se pativa a causa loro, si
affidava alla vendetta di Dio Padre (1 Pt 2, 23). Ebbene, se proprio volevano
un segno a conferma della sua natura divina, egli concesse quello profetico, di
cattivo augurio, a causa della loro incredulità: l’irrimediabile condanna nel
giorno della sua ira apocalittica. I biblici uomini di Ninive, che furono
convertiti dalla predicazione del profeta Giona, e la regina del Sud, che venne
dall’estremità della terra (da quella allora nota) per ascoltare la sapienza di
Salomone (e non si accontentò solo di quella), li avrebbero giudicati severamente
nel “dies irae”. Gesù, invece,
ancorché valesse più di Giona e di Salomone ed era più importante del Tempio e
padrone del sabato, non fu da loro creduto (Mt 12, 6. 8). Le sue melliflue
parole, le presunte guarigioni e le magie esorciste non incantarono i dotti
giudei. Questi insistettero, affinché mostrasse loro un segno dal cielo (Mt 16,
1-4), ma Gesù fu irremovibile, ostinato nel non dare loro alcuna soddisfazione,
salvo le solite offese accompagnate da minacce nell’aldilà. Lui, che insegnava
a non giudicare il prossimo, giudicò farisei, sadducei, dottori della legge,
scribi, anziani del popolo e sommi sacerdoti, paragonandoli ai malvagi e agli
spergiuri. Li riteneva incapaci di discernere i segni dei tempi, giudicandoli
capaci solamente nell’azzeccare le previsioni meteorologiche. I dotti giudei,
di contro, diffidavano delle sue guarigioni miracolose, non apprezzavano la
pedantaggine del suo eloquio evangelico, non sopportavano le severe ramanzine
di lui e le lavate di testa del Battista. Restituendo loro l'offesa, in
ossequio alla legge ebraica del taglione, Gesù voltò i tacchi e andò via,
lasciandoli di stucco e senza un segno concreto, se non la stucchevolezza dei
suoi sproloqui. Non perdeva occasione per ammonire i discepoli a non
contaminarsi col lievito dei sacerdoti giudei, che predicavano bene e
razzolavano male, bensì a tenersi lontani dalla loro corrotta dottrina, dalla falsa
ed ostentata religiosità, dall'ipocrisia, dall’incredulità che manifestavano
nei confronti del suo indottrinamento evangelico. Biasimava lo zelo farisaico:
la ligia, prona, minuta osservanza della Legge, che la rendeva opprimente e di
non facile accettazione. I farisei, secondo lui, ambivano ai primi posti nei
conviti e nelle sinagoghe, si mostravano nelle pubbliche piazze per farsi
ammirare e andavano in sollucheri, quando li chiamavano col titolo onorifico di
rabbino. Esortava invece i suoi discepoli a rifuggire da qualunque titolo
onorifico (la Chiesa non farà tesoro degli ammonimenti del Cristo Gesù).
Maestro (rabbino) per eccellenza (santa presunzione!) era solamente lui (Mt 23,
1-11). I discepoli, inoltre, dovevano rifuggire dalla vanagloria farisaica e
dalla loro avidità di ricchezze (Mt 12, 38-40; Lc 20, 45-47). Non solo mise in
guardia i suoi dai veleni farisaici, ma lui stesso ne diede una dimostrazione
pratica. Un giorno, invitato a pranzo da un fariseo, si comportò da cristiano e
non da giudeo. Rifiutò, infatti, di fare le prescritte abluzioni prima del
pranzo. Poi, tanto per ringraziare l’ospitalità, si scatenò contro gli insulsi
farisei e relativi compari di fede (Lc 11, 37-54; Mt 23, 13-39), sciorinando a
loro danno improperi, maledizioni e condanne nella Geenna (luogo di Gerusalemme
destinato a immondezzaio, dove ardeva in continuazione il fuoco, assunto a
simbolo dell’Inferno). Tra guai di qua e guai di là, che elargì a destra e a
manca, Gesù (credendosi un padreterno) maledì la nazione eletta, guaendo come
un cane. Sfondò ogni limite d'umana sopportazione. I giudei ne furono
trasecolati: la loro esasperazione era tale che non aspettavano altro che
spedirlo al creatore. Pure i suoi discepoli, del resto, spesso non
comprendevano i discorsi di Gesù, frammezzati da doppi sensi. Qualora
fraintendessero, confondendo lazzi per mazzi, era inevitabile che si buscassero
anche loro, di tanto in tanto, la burbera lavata di capo del Maestro (Mt 16,
5-12, Lc 12, 1, Mc 8, 14-21).
L’etica non
dipende necessariamente dalle prescrizioni di sacri testi, bensì da un insieme
di fattori indipendenti dalla religione. Il patrimonio genetico–culturale
storicamente determinato, il progresso delle conoscenze scientifiche e delle
esperienze acquisite, l’elevatezza dei principi giuridici, il sistema
educativo, la comune accettazione di valori etici, possono concorrere
all’elevatezza morale di un popolo. Determinante è la scelta misurata di quei
valori che denotano la qualità della vita, improntata al benessere e alla felicità,
piuttosto che all’astratta sacralità di una divinità. Ciò stante, il
rinnegamento di una fede religiosa non implica anche l’affrancazione da ogni
principio etico. La non credenza in supposte divinità non è sinonimo di
libertinaggio, cioè di un’assoluta libertà priva di contenuti morali. Valori,
come la solidarietà e la pietà, sono indipendenti dall’adesione a una fede
religiosa. La storia è testimone di come la fratellanza nel nome di Cristo è
degenerata nel totalitarismo clericale e nelle guerre di religione. Non la
credenza in Dio è fondamento della dignità umana, bensì il reciproco rispetto
tra gli uomini, la tolleranza, la cooperazione fraterna, l’equa distribuzione
delle scarse risorse, la giustizia come presupposto per la pacifica convivenza.
Il senso della vita non è in Dio, ma nella vita medesima. L’uomo non ha bisogno
di pregare per intercedere l’aiuto provvidenziale di una divinità, bensì di
essere educato alla solidarietà, all’attivismo, all’impegno politico,
all’empatia, a far propri i problemi altrui. Il processo di secolarizzazione
culturale e politica (rallentato dai continui focolai di reviviscenza clericale
e dal riflusso di una laicità ancora paludata nella retrograda visione
teistico-cristiana del mondo) nonché il progresso delle conoscenze scientifiche
sono condizioni necessarie a riscattare l’uomo da credenze immaginifiche. La
ragione umana è capace di porre da se stessa un codice morale, autonomamente da
pretese rivelazioni divine, dogmatiche e antistoriche. Essa è in grado di valutare
non solo l’intenzionalità delle norme, ma anche l’utilità delle medesime nella
dimensione sociale, prospettando un equilibrio tra felicità individuale e
felicità generale. Essa solamente può liberare l’uomo dalla sottomissione alla
concezione sacrale del mondo e della vita, educandolo ad assumere in piena
autonomia e responsabilità le decisioni che lo riguardano.
Lucio Apulo Daunio
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