giovedì 15 settembre 2011


DISPUTE DI GESU’ CON I DOTTI GIUDEI

 

Un giorno, alcuni dotti giudei, radunatisi intorno a Gesù, gli chiesero da chi avesse ricevuto il potere di insegnare nel tempio (Mt 21, 23-27, Mc 11, 27-33, Lc 20, 1-8). Gesù non rispose. Poi domandò loro se sapessero donde proveniva l’autorità di Giovanni Battista, se da Dio o dagli uomini. Avendo intuito il tranello, i giudei risposero che non sapevano. Infatti, se avessero affermato che l'autorità proveniva da Dio, avrebbero dovuto giustificare la loro incredulità sia nei confronti di Giovanni Battista sia nei confronti di Gesù, che sosteneva si continuare la missione dell’altro. Se invece rispondevano che non proveniva da Dio, rischiavano di essere lapidati dal popolo, che venerava Giovanni, ritenendolo un profeta di Dio. L’astuta risposta dei giudei non piacque a Gesù, che iniziò a raccontare parabole: un pretesto per sparlare velatamente dei giudei, cioè dei sacerdoti e dottori della Legge. Questi, in verità, si sarebbero certamente impadroniti di lui per lisciargli il pelo, se non li avesse trattenuti la paura di una reazione popolare, che venerava Gesù come profeta (Mt 21, 28 seg, Mc 12, 1 seg, Lc 20, 9 seg). Le sprezzanti parole del Nazareno non erano tollerabili. Gesù asseriva che gli eletti di Dio non erano più i giudei, bensì i peccatori convertiti al suo Vangelo. Auspicava persino di vedere gli increduli giudei destinati a essere sfracellati, stritolati, sterminati, schiacciati dal macigno della nuova fede. Dottori e sacerdoti giudei incassarono il colpo, ma si proposero di non fargliela passare liscia: avrebbero trovato quanto prima l’occasione per fargli pagare cara la sua avventatezza. Intanto, provarono a incastrarlo sul terreno politico. Alcuni farisei, assieme ai partigiani d’Erode Antipa, ligi alla dominazione romana, gli chiesero se ai giudei fosse lecito pagare il tributo a Cesare. Il popolo eletto, infatti, non pagava volentieri il tributo ai dominatori pagani. Gesù non si fece intrappolare. Dopo averli tacciati d'ipocrisia, rispose che era lecito restituire a Cesare il suo denaro, com’era doveroso rendere a Dio quello che a lui apparteneva, ossia il culto (Mt 22, 15-22, Mc 12, 13-17, Lc 20, 19-26). Obbedienza e fedeltà, dunque, spettavano a entrambe le autorità, sia temporale che spirituale. Durante il processo a suo carico davanti a Pilato, Gesù sosterrà che ogni autorità temporale proviene da Dio (Gv 19, 10-11). L’apostolo Paolo riaffermerà questo concetto nell’epistola indirizzata ai fratelli di Roma (invece, contraddicendosi, nelle lettere inviate ad altre comunità, delegittimerà ogni autorità umana). Paolo sosteneva che ogni autorità legittima proviene dalla volontà inscrutabile di Dio, perciò il cristiano deve sottomettersi all’autorità temporale (accettando l’ordine costituito, anche se perverso), come a quella spirituale (alla dottrina del clero). Ribellarsi ad essa significa contrapporsi al volere di Dio e attirarsi il suo castigo (Rm 13, 1 seg.; Tt 3, 1 seg.). Ne consegue che pagare i tributi e onorare l’autorità politica è sacrosanto dovere per tutti i cristiani. Inoltre, per far sì che le pubbliche autorità assicurino agli uomini una vita serena e tranquilla, esse vanno raccomandate a Dio con suppliche, preghiere, intercessioni e rendimenti di grazie (1 Tm 2, 1-2). Che i cristiani si sottomettano di buon grado alle istituzioni umane, è proprio ciò che Dio vuole per non essere disonorato (1 Pt 2, 13-17). Le contrastanti opinioni a riguardo dell’autorità politica mostrano che le sacre scritture del canone cristiano sono state rielaborate negli anni, adattandole di volta in volta alle diverse situazioni storiche. In verità, il dare a Cesare ecc. non implica la netta separazione del potere temporale da quello spirituale, bensì l’interdipendenza dei due poteri e la relativa conseguenza (nefasta) dell’ascendente del potere spirituale (creduto superiore) sul temporale. Per l’indipendenza e l’autonomia del temporale dallo spirituale (secolarizzazione) occorrerebbe relegare la fede religiosa a mero fatto privato, delegittimando l’autoritarismo delle istituzioni religiose, che mirano alla supremazia teocratica.

I Sadducei costituivano il ceto sacerdotale dell’aristocrazia ebraica. Rigidi conservatori dell’ortodossia e dell’interpretazione letterale della Bibbia, ricusavano le dottrine che non erano esplicitamente attestate dalla Legge. Non accettavano né l’esistenza e il culto degli angeli né la tradizione trasmessa oralmente (accettata dai Farisei) né l’orrifica resurrezione dei morti. Anche loro attaccarono Gesù, prospettandogli la seguente questione. Una donna, che avesse sposato sette fratelli in conformità alla legge del levirato (Dt 25, 5 seg.), a chi tra loro sarebbe stata moglie dopo la risurrezione? (Mt 22, 23-33; Mc 12, 18-27; Lc 20, 27-40). Conoscendo le loro credenze, Gesù rispose, senza mezzi termini, che ignoravano sia la conoscenza delle Scritture sia la potenza di Dio. Al momento della resurrezione, infatti, i redivivi saranno simili agli angeli, asessuati. L’Onnipotente, essendosi rivelato a Mosè come l’unica divinità vivente, non è dio dei morti, bensì dei viventi. Ne consegue che, parola di Gesù, tutti gli uomini risorgeranno. In verità, ciò che può desumersi dalla Legge, è che Jahvè è la divinità adorata dai pastori ebrei e dai loro padri, i patriarchi Abramo, Isacco, Giacobbe. Quanto alla resurrezione dalla morte, Jahvè tace, perciò i Sadducei credevano che con il corpo perisse anche lo spirito dell’uomo. Nel libro “Genesi” si narra che gli Elohim (un dio espresso in forma plurale), per evitare che i nostri primi avi, dopo aver acquisito la consapevolezza del bene e del male, cogliessero anche i frutti dell’albero della vita eterna, divenendo simili a loro, li allontanarono dal giardino denominato Eden, castigandoli ad una vita breve e faticosa. Eva fu destinata a generare figli con dolore, Adamo a lavorare con il sudore della fronte la terra che l’aveva generato e nella quale sarebbe stato per sempre dissolto assieme alla sua discendenza. Gli Elohim non vollero che l’uomo, avendo già acquisito la conoscenza del bene e del male, potesse vivere in eterno. Elohim, geloso della sua immortalità, scacciò i nostri primi avi dal mitico paradiso terrestre, condannandoli a una dura esistenza. Millenni dopo, un figlio di Elohim discese tra il suo eletto popolo, incarnandosi tramite lo Spirito Santo, in una vergine, già promessa sposa a Giuseppe. Il dio dei cristiani, infatti, è concepito come persona Figlio del Padre. Questo Dio tridimensionale, pur restando unico, si triplica nella persona del Figlio e dello Spirito Santo (omne trinum est perfectum). Il Figlio di Dio, sceso dalle stelle, nato in una stalla, ha rivelato, secondo la dogmatica cristiana, l’uni-trina divinità redentrice dell’umanità. La Chiesa, infatti, ha attribuito al Cristo Gesù la missione salvifica a vantaggio di chi si sottomette e ottempera alle prescrizioni trascritte nel Vangelo. L’osservanza della nuova legge di Cristo, come interpretata dai suoi epigoni, consentirebbe, nel rispetto di prescritte, tassative condizioni, l’accesso alla vita eterna. Chi meriterà il paradiso del dio trino cristiano, potrà in eterno goderselo, sempre che la gelosia di Elohim e l’invidia di Jahvè lo consentiranno. Gli esclusi dal godimento del paradisiaco bengodi ultramondano saranno dannati in eterno alle pene dell’Inferno. Perché mai dannarli? Basterebbe che sia loro risparmiata la risuscitazione dopo la morte. Lascia, o buon dio, a chi non è degno di te, dormire in santa pace il sonno dell’eterno trapasso, dopo la breve, faticosa esistenza! Finalmente costoro potranno non avere più a che fare con divinità irascibili, settarie, invidiose, gelose, brutali, ingannevoli, incoerenti, indifferenti e pregne di tutte quelle miserie che caratterizzano le umane creature! O dei, ovunque voi siate, in cielo in terra e in ogni luogo, non molestate chi non è degno di voi! Lungi da loro, miseri peccatori, oltraggiare le vostre divine maestà, poiché la loro infima pochezza li rende insignificanti al vostro cospetto! Riservate l'amore e l’amaro dolore ai vostri fedeli servi riverenti, mentre agli infedeli, che non credono in voi e alle fole dei vostri sacerdoti, concedete di ritornare a essere polvere nell’universo!

Se “a morte corre ogni creata cosa”, ed anche l’uomo è votato a tenebrosa morte, a cosa giova la fede in un’impossibile reviviscenza? Perché sciupare l’olio e la fatica nel seguire certi asini che predicano misteri? Tutto il creato corre verso un’unica, comune meta. Nulla appare esistere oltre il reale conoscibile, se non ciò che la fantasia umana vuole. Di concreto esiste la nostra storia, che si proietta nel moto perpetuo ed irrefrenabile del mondo. Anziché esorcizzare la paura della morte con insulse credenze nell’aldilà, che ci sono propinate sin dall’infanzia nella “tabula rasa” della nostra mente, affidiamoci a ciò che la ragione e l’esperienza, nei limiti dell’umana natura, evidenziano e dimostrano concretamente! Salire gli scivolosi pendii della speranzosa fede verso l’ignoto, si rischia di precipitare irrimediabilmente nell’oblio della ragione. Non affidiamoci alla provvidenza di misteriose divinità e d’intermediari interessati al proprio tornaconto. Valorizziamo la nostra umanità, le virtù costruite sulla ragione e sull’esperienza, la capacità di riscattarci dalla dipendenza di un dio ignoto e dai loro interessati accoliti. Non deleghiamo la nostra vita all’altrui volontà, spacciata per divina verità. Difendiamoci con l’usbergo della ragione critica!

Le cose comuni, abituali, non fanno impressione. Così non fecero impressione i tanto decantati miracoli di Gesù, se scribi e farisei un giorno gli chiesero di dimostrare la sua pretesa divina autorità, compiendo un vero e proprio prodigio (Lc 11, 16. 29-32, Mt 12, 38-42, Mc 8, 11-13). Per credere in lui, volevano vederlo compiere un fatto straordinario, simile ai tanti racconti leggendari narrati nella Bibbia. Daniele, interprete dei misteri di Dio, fu gettato assieme a tre compagni nella fornace ardente, dalla quale uscirono indenni, per essersi rifiutati di idolatrare la statua eretta dal re Nabucodonosor ai suoi dei (Dn 3). Lo stesso Daniele, ingiustamente perseguitato, gettato nella fossa dei leoni, fu miracolosamente salvato da Dio (Dn 6). Zaccaria stesso aveva dubitato della potenza di Dio, chiedendogli un segno (Lc 1, 18 seg.). Dio non se lo fece ripetere due volte, rendendolo muto fino alla nascita del figlio Giovanni. Anche Maria, promessa sposa di Giuseppe, aveva dubitato della potenza di Dio (Lc 1, 34 seg.). Non ebbe più alcun dubbio solo quando si rese conto d’essere in stato di gravidanza, pur senza aver conosciuto uomo. Gesù, invece, si rifiutò, sdegnato, di esaudire la richiesta di un segno, fatta da scribi e farisei. Mai e poi mai avrebbe dato spettacolo della sua potenza, pur spacciandosi (o spacciato dai suoi epigoni) per il Figlio prediletto di Dio Padre. Mai a quella razza di vipere, cattiva e spergiura, da cui nulla di buono - a suo dire - poteva venire, avrebbe dato soddisfazione (Mt 12, 34-35). Quel che pensava di loro lo esprimeva a viso aperto, senza peli sulla lingua. Se lo facevano adombrare, egli ricambiava pane per focaccia (anziché offrire l’altra guancia). Contraccambiava l’offesa con gli insulti. Se pativa a causa loro, si affidava alla vendetta di Dio Padre (1 Pt 2, 23). Ebbene, se proprio volevano un segno a conferma della sua natura divina, egli concesse quello profetico, di cattivo augurio, a causa della loro incredulità: l’irrimediabile condanna nel giorno della sua ira apocalittica. I biblici uomini di Ninive, che furono convertiti dalla predicazione del profeta Giona, e la regina del Sud, che venne dall’estremità della terra (da quella allora nota) per ascoltare la sapienza di Salomone (e non si accontentò solo di quella), li avrebbero giudicati severamente nel “dies irae”. Gesù, invece, ancorché valesse più di Giona e di Salomone ed era più importante del Tempio e padrone del sabato, non fu da loro creduto (Mt 12, 6. 8). Le sue melliflue parole, le presunte guarigioni e le magie esorciste non incantarono i dotti giudei. Questi insistettero, affinché mostrasse loro un segno dal cielo (Mt 16, 1-4), ma Gesù fu irremovibile, ostinato nel non dare loro alcuna soddisfazione, salvo le solite offese accompagnate da minacce nell’aldilà. Lui, che insegnava a non giudicare il prossimo, giudicò farisei, sadducei, dottori della legge, scribi, anziani del popolo e sommi sacerdoti, paragonandoli ai malvagi e agli spergiuri. Li riteneva incapaci di discernere i segni dei tempi, giudicandoli capaci solamente nell’azzeccare le previsioni meteorologiche. I dotti giudei, di contro, diffidavano delle sue guarigioni miracolose, non apprezzavano la pedantaggine del suo eloquio evangelico, non sopportavano le severe ramanzine di lui e le lavate di testa del Battista. Restituendo loro l'offesa, in ossequio alla legge ebraica del taglione, Gesù voltò i tacchi e andò via, lasciandoli di stucco e senza un segno concreto, se non la stucchevolezza dei suoi sproloqui. Non perdeva occasione per ammonire i discepoli a non contaminarsi col lievito dei sacerdoti giudei, che predicavano bene e razzolavano male, bensì a tenersi lontani dalla loro corrotta dottrina, dalla falsa ed ostentata religiosità, dall'ipocrisia, dall’incredulità che manifestavano nei confronti del suo indottrinamento evangelico. Biasimava lo zelo farisaico: la ligia, prona, minuta osservanza della Legge, che la rendeva opprimente e di non facile accettazione. I farisei, secondo lui, ambivano ai primi posti nei conviti e nelle sinagoghe, si mostravano nelle pubbliche piazze per farsi ammirare e andavano in sollucheri, quando li chiamavano col titolo onorifico di rabbino. Esortava invece i suoi discepoli a rifuggire da qualunque titolo onorifico (la Chiesa non farà tesoro degli ammonimenti del Cristo Gesù). Maestro (rabbino) per eccellenza (santa presunzione!) era solamente lui (Mt 23, 1-11). I discepoli, inoltre, dovevano rifuggire dalla vanagloria farisaica e dalla loro avidità di ricchezze (Mt 12, 38-40; Lc 20, 45-47). Non solo mise in guardia i suoi dai veleni farisaici, ma lui stesso ne diede una dimostrazione pratica. Un giorno, invitato a pranzo da un fariseo, si comportò da cristiano e non da giudeo. Rifiutò, infatti, di fare le prescritte abluzioni prima del pranzo. Poi, tanto per ringraziare l’ospitalità, si scatenò contro gli insulsi farisei e relativi compari di fede (Lc 11, 37-54; Mt 23, 13-39), sciorinando a loro danno improperi, maledizioni e condanne nella Geenna (luogo di Gerusalemme destinato a immondezzaio, dove ardeva in continuazione il fuoco, assunto a simbolo dell’Inferno). Tra guai di qua e guai di là, che elargì a destra e a manca, Gesù (credendosi un padreterno) maledì la nazione eletta, guaendo come un cane. Sfondò ogni limite d'umana sopportazione. I giudei ne furono trasecolati: la loro esasperazione era tale che non aspettavano altro che spedirlo al creatore. Pure i suoi discepoli, del resto, spesso non comprendevano i discorsi di Gesù, frammezzati da doppi sensi. Qualora fraintendessero, confondendo lazzi per mazzi, era inevitabile che si buscassero anche loro, di tanto in tanto, la burbera lavata di capo del Maestro (Mt 16, 5-12, Lc 12, 1, Mc 8, 14-21).

L’etica non dipende necessariamente dalle prescrizioni di sacri testi, bensì da un insieme di fattori indipendenti dalla religione. Il patrimonio genetico–culturale storicamente determinato, il progresso delle conoscenze scientifiche e delle esperienze acquisite, l’elevatezza dei principi giuridici, il sistema educativo, la comune accettazione di valori etici, possono concorrere all’elevatezza morale di un popolo. Determinante è la scelta misurata di quei valori che denotano la qualità della vita, improntata al benessere e alla felicità, piuttosto che all’astratta sacralità di una divinità. Ciò stante, il rinnegamento di una fede religiosa non implica anche l’affrancazione da ogni principio etico. La non credenza in supposte divinità non è sinonimo di libertinaggio, cioè di un’assoluta libertà priva di contenuti morali. Valori, come la solidarietà e la pietà, sono indipendenti dall’adesione a una fede religiosa. La storia è testimone di come la fratellanza nel nome di Cristo è degenerata nel totalitarismo clericale e nelle guerre di religione. Non la credenza in Dio è fondamento della dignità umana, bensì il reciproco rispetto tra gli uomini, la tolleranza, la cooperazione fraterna, l’equa distribuzione delle scarse risorse, la giustizia come presupposto per la pacifica convivenza. Il senso della vita non è in Dio, ma nella vita medesima. L’uomo non ha bisogno di pregare per intercedere l’aiuto provvidenziale di una divinità, bensì di essere educato alla solidarietà, all’attivismo, all’impegno politico, all’empatia, a far propri i problemi altrui. Il processo di secolarizzazione culturale e politica (rallentato dai continui focolai di reviviscenza clericale e dal riflusso di una laicità ancora paludata nella retrograda visione teistico-cristiana del mondo) nonché il progresso delle conoscenze scientifiche sono condizioni necessarie a riscattare l’uomo da credenze immaginifiche. La ragione umana è capace di porre da se stessa un codice morale, autonomamente da pretese rivelazioni divine, dogmatiche e antistoriche. Essa è in grado di valutare non solo l’intenzionalità delle norme, ma anche l’utilità delle medesime nella dimensione sociale, prospettando un equilibrio tra felicità individuale e felicità generale. Essa solamente può liberare l’uomo dalla sottomissione alla concezione sacrale del mondo e della vita, educandolo ad assumere in piena autonomia e responsabilità le decisioni che lo riguardano.
     Lucio Apulo Daunio

Nessun commento:

Posta un commento