MATRIMONIO ADULTERIO RIPUDIO
L’adulterio
è un’offesa fatta a Dio, condannata dal codice mosaico (Es 20, 14; Dt 5, 18).
Il diritto romano sanciva pene severissime per l’adulterio. Nel codice mosaico
i rapporti carnali tra un uomo, che sia o non sposato, e una donna maritata
erano passibili di morte. Il biblico Giuseppe, figlio del patriarca Giacobbe,
temendo di commettere peccato, non si lasciò sedurre dalla moglie del suo
padrone, il quale, essendo eunuco, non era nella condizione di poterla
adeguatamente soddisfare (Gn 39, 1 seg.). L’astuto patriarca Abramo, pur di
mettere in salvo la pellaccia, indusse la moglie Sara, spacciandola per sua
sorella, a prostituirsi prima al faraone, poi al re Abimelech (Gn 12, 10 seg.;
20, 1 seg.). Suo figlio Isacco non fu da meno del padre: spacciò per sua
sorella l’astuta moglie Rebecca, inducendo i Filistei ad amoreggiare con essa (Gn
26,7 seg.). Un vizio di famiglia! Dio, manco a dirlo, si offese, ma non per
l’inganno perpetrato dai suoi pupilli, bensì per l’adulterio commesso
(inconsapevolmente) e dal faraone e dall’altro re. In quei remoti tempi, il
popolo di Dio praticava la poligamia (Dt 21, 15), ma non la poliandria. Un uomo
sposato poteva avere relazioni carnali con più donne, purché nubili. La donna
maritata, invece, non poteva azzardarsi ad amoreggiare con altri uomini, pena
la morte dei due amanti (Lv 20, 10; Dt 22, 22). Era proibito desiderare la
donna maritata (Es 20, 17; Dt 5, 21), che era considerata al pari di un
qualsiasi bene di proprietà del marito, come la casa, il campo, le bestie e i
servi. Giobbe rasentò l’idiozia, proibendo ai suoi occhi di fissare persino le
ragazze nubili (Gb 31, 1). Anche per Gesù, il solo desiderare la donna d’altri
(la sola intenzione) è peccato di adulterio (Mt 5, 27-28). Riguardo alle donne
che desiderano uomini ammogliati, Gesù tace. Il pio Davide, re d’Israele,
riverito dal suo popolo e amato da Jahvè, dalla cui stirpe si è fatto
discendere Gesù, non solo commise adulterio con Betsabea, moglie d'Uria
l’Hittita, mettendola incinta, ma si macchiò anche d’omicidio, d’inganno, di
perfidia, di malvagità e d'altre turpitudini (2 Sm 11. 12). Quale rimedio
suggerisce Gesù per non peccare nei desideri impuri? Un rimedio doloroso:
l’amputazione del membro che è motivo di scandalo (Mc 9, 43-48; Mt 5, 29-30).
Consiglia appunto di cavarsi un occhio o di troncarsi una mano o di recidersi
un piede, rimanendo così orbo di un occhio o monco di un braccio o zoppo,
piuttosto che essere condannato con il corpo integro a bruciacchiare nel fuoco
inestinguibile dell’inferno. Anche nel caso in cui ci si limiti al solo
desiderio impuro della donna, oppure va in bianco il tentativo di un approccio
amoroso, non resta che un’ardua scelta: il mozzamento del membro nell’aldiquà o
l’eterna pena del rogo nell’aldilà. Il teologo Origene non ebbe dubbi: prese
alla lettera l’insegnamento di Gesù (Mt 19, 12), tagliandosi i genitali per non
peccare, facendosi eunuco per il regno dei cieli.
L’unione
matrimoniale tra parenti era illegittima (Lv 18) ed era severamente sanzionata
(Lv 20). La legge mosaica (Dt 24, 1 seg.) consentiva al marito, ma non anche
alla moglie, di ripudiare la consorte. Gesù, invece, negava questo diritto
maritale, eccetto il caso in cui il ripudio dipendeva dall’impudicizia della
donna (non anche dell’uomo). Il divieto del ripudio posto da Gesù, fermo
restando l’indissolubilità del matrimonio, era motivato da una doppia
preoccupazione: di non esporre la donna all’adulterio (in seguito al ripudio) e
di evitare all’uomo, che sposava una donna ripudiata, o che, dopo aver
ripudiato la propria moglie, si risposava, di commettere adulterio (Mt 5,
31-32; Lc 6, 18). L’evangelista Marco (10, 12) aggiunge che commetteva
adulterio anche la donna che divorziava di sua iniziativa dal proprio marito
per sposarne un altro, secondo la costumanza dei popoli pagani (1 Co 7, 10-11).
L’unica eccezione alla regola suddetta era l’impudicizia. Una donna maritata,
che per lascivia o per lussuria o per libidine fornicava, infrangendo la
fedeltà coniugale, poteva essere lecitamente ripudiata dal legittimo consorte.
Neanche allora il marito sopportava di essere becco! Pure il falegname Giuseppe
trovò insopportabile tale disonore, perciò ripudiò Maria, anche se in tutta
segretezza (Mt 1, 18 seg.). Quando però l’angelo del Signore gli riferì che a
mettere incinta la sua promessa sposa era stato nientemeno che il padreterno,
nella persona dello Spirito Santo, e che Maria avrebbe dato alla luce il
Messia, Salvatore dei Giudei, si tenne la sposa e il disonore.
Un giorno,
alcuni farisei misero alla prova Gesù domandandogli se liceva ripudiare la
moglie per qualsiasi motivo (Mt 19, 3 seg.; Mc 10, 2 seg.). La Legge, infatti,
prescriveva che il marito poteva ripudiare la moglie, qualora avesse
riscontrato in lei qualcosa di sconveniente (Dt 24, 1). Gesù rispose
appellandosi al libro biblico “Genesi” (1, 27; 2, 23-24), secondo il quale
Elohim (atavica divinità giudaica espressa in forma plurale) creò l’umanità,
distinguendola in maschi e femmine. La diversità sessuale fa sì che l’uomo
abbandoni il padre e la madre per unirsi alla sua donna, divenendo i due, per
volere di Dio, una sola carne; perciò l’uomo non può separare ciò che Dio ha
unito (salvo l’eccezione dell’impudicizia, quale motivazione di divorzio). In
verità, nel libro “Genesi” si racconta che Elohim divise l’umanità in due
individui opposti e complementari per consentire che dalla loro reciproca
attrazione (non si fa cenno all’amore) ne derivasse la continuità della specie
umana (Gn 1, 28). Jahvè-Elohim (secondo un’altra versione biblica) modellò
prima l’uomo con la terra (Gn 2, 7) e poi creò la donna da una costola
dell’uomo (Gn 2, 21-23). Adamo, primo uomo, quando si accorse dell’altra
presenza vivente, carne della sua carne, la chiamò Eva e ne fu attratto. L’uomo
si unì carnalmente alla donna e la coppia procreò figli, salvaguardando la
conservazione della razza umana. Si trattò di un’unione monogamica, nonché
indissolubile, per mancanza d'altre umane creature. In seguito, con la
moltiplicazione degli esseri umani, i rapporti di coppia si complicarono.
Comparvero l’istituto della poligamia (nella varietà della poliginia e della
poliandria) e quello del ripudio e del divorzio. Nel libro biblico “Genesi”,
peraltro, Dio (uno o trino o moltitudine che sia) non dice nulla riguardo al
matrimonio monogamico e indissolubile. Prova di ciò è che il patriarca Abramo
fu bigamo e il nipote Giacobbe poligamo. Gesù, invece, non ha dubbi circa la
volontà del Padre in materia matrimoniale: unione fermamente monogamica e
indissolubile, vita naturale durando. Quanto alla legge di Mosè, Gesù lascia
intendere che essa non ha valore assoluto, bensì contingente, relativo ad un
periodo storico. Infatti, nella disputa con i farisei, questi osservarono che
Mosè aveva concesso il divorzio. Gesù ribatté che lo concesse a causa della
durezza del loro comprendonio. Mosè, probabilmente, ebbe non poche difficoltà
nel convincere quel grezzo popolo di pastori a non ripudiare con un pretesto la
consorte, quando diventava poco attraente. Giacobbe, cui Dio si manifestava
faccia a faccia (Gn 32, 31), non divorziò per possedere altre donne. Egli però
non solo era bigamo, avendo contratto matrimonio con due sorelle, ma anche
poligamo, essendo giaciuto con le servette delle mogli (Gn 30, 1 seg.). Il
nonno di Giacobbe, Abramo, cui Dio parlava confidenzialmente, giacque con la
schiava di sua moglie (Gn 16, 1 seg.). A questi suoi beniamini, Dio permise ciò
che agli altri proibì per bocca del suo Messia.
I discepoli di
Gesù, presenti ad una disputa con dei farisei (favorevoli al divorzio),
rimasero esterrefatti nell’udire gli argomenti addotti dal loro Maestro a
favore dell’indissolubilità dell’unione matrimoniale (asserita anche dalla
rigida setta degli Esseni, con cui Gesù pare abbia avuto a che fare). L’idea di
un legame duraturo con una sola donna era una novità dura da accettare per quei
tempi. Gli chiesero se fosse preferibile rimanere scapoli (Mt 19, 10-12).
Affermativa fu la risposta di Gesù, che considerava il celibato (lo stato
verginale) un dono di Dio. Gli apostoli rimasero alquanto perplessi (non però i
loro successori, che santificheranno lo stato verginale, ritenendolo superiore alla
vita coniugale). Del resto, nel libro “Genesi” (2, 18), Dio era contrario a
lasciare l’uomo privo di una sposa. Gli procurò, infatti, una degna compagna, e
i due, istigati da quella serpe di Lucifero, smisero di fare gli ingenui e si
diedero a procreare una loro discendenza. Per un giudeo, insomma, è un dovere
religioso prendere moglie. Per Gesù, invece, (in fede dei redattori dei
vangeli) è un onore diventare eunuchi per meritarsi il regno dei cieli
(Origene, come già detto, prese alla lettera il consiglio, castrandosi). Paolo
è dell’avviso che il cristiano deve essere pudìco, perché nel suo corpo dimora
lo Spirito di Dio. Chi si unisce ad una meretrice, unisce a lei anche il corpo
di Cristo che è in lui. La dissacrante unione fa inorridire Paolo (1 Co 6, 12
seg.). Egli condanna particolarmente i vizi sessuali, che scatenano l’ira
divina (Col 3, 5 seg.). Fornicatori, impuri, libidinosi, lascivi, adulteri,
effeminati e depravati sono votati all’eterna rovina (1 Co 6, 9-10). Essi,
schiavi dei desideri della carne, offendono Dio (Ga 5, 16 seg.). Il cristiano,
che ha crocefisso la carne con le sue passioni e i suoi desideri, è protetto
(pia illusione) dalle bramosie della carne mediante l’usbergo dello Spirito di
Dio. Paolo consiglia al cristiano di sesso maschile di non avere contatti con
donne (1 Co 7, 1 seg.); tuttavia, a causa delle impudicizie, ritiene che sia
preferibile convolare a nozze. Chi non sa contenersi dagli ardori sessuali, può
rimediare con il matrimonio, piuttosto che ardere di concupiscenza. La coppia
può legittimamente soddisfare il desiderio sessuale, privandosene solo
temporaneamente e di comune accordo per attendere alla preghiera. Far l’amore è
un buon antidoto contro il peccato della lussuria. Quel briccone di Satana sta
sempre in agguato verso chi si vota ad una prolungata continenza. Paolo è
dunque consapevole che la natura umana è stata predisposta da Dio per la vita
sessuale, salvo i casi, come il suo, in cui, in virtù di un dono (!) concesso
dall’Onnipotente, si può resistere alle tentazioni sataniche, rimanendo vergini
e casti. Ognuno ha (e se li tenga!) i doni che riceve da Dio. Paolo ordina alle
coppie, in nome di Dio, di non separarsi. Alla donna separata (e non anche
all’uomo separato) ordina di non risposarsi; anzi, le consiglia di
riconciliarsi con il marito. La donna maritata, inoltre, deve essere soggetta
al marito, perché l’uomo è capo della donna, come Cristo (e il suo vicario
sulla terra, sommo pontefice) è capo della Chiesa, sua sposa (Ef 5, 21-33, Col
3, 18, Ap 19, 7). Il rapporto di dipendenza-amore tra la donna e l’uomo è
giustificato da Paolo sul presupposto biblico che l’uomo è creato ad immagine e
per la gloria di Dio, mentre la donna, poiché derivante dall’uomo e creata per
essergli compagna, è gloria dell’uomo (1 Co 11, 7-9). Al fine di non urtare la
suscettibilità delle femministe di là da venire, Paolo cerca di attenuare il
giudizio sulla preminenza dell’autorità maschile. Da che mondo è mondo -
afferma - la vita dell’uomo proviene dalle donne e i due provengono entrambi da
Dio (1 Co 11, 11-12). Ne consegue che i due sessi sono tra loro complementari
ed ambedue uguali di fronte a Dio (Ga 3, 26-28). Ritiene che, come tutti i
membri della Chiesa formano un sol corpo (spirituale) in unione con Cristo, che
resta pur sempre suo capo indiscusso (vicari compresi), così, “sic et simpliciter”, sul modello della
Chiesa, deve uniformarsi quello della coppia, nella quale resta ferma la
preminenza dell’uomo. Pietro (1Pt 3, 1 seg.) è più accomodante, ma non meno
maschilista di Paolo. Egli consiglia alla maritata di sottomettersi al suo
uomo, mediante ubbidienza e rettitudine di vita conforme al Vangelo, per
conquistarlo e convertirlo alla fede cristiana. Più che adornarsi con esteriori
abbigliamenti, la donna sposata deve curare la sua interiore personalità,
ornandola di dolcezza, tranquillità e remissività, elementi preziosi al
cospetto di Dio (e ancor più a quello del marito-padrone). Paolo, dopo aver
ordinato alla coppia cosa fare su disposizione del Signore, dispone come deve comportarsi,
a parer suo, su certe questioni non rivelategli da Gesù, quando lo catturò alla
fede sulla via per Damasco (At 9, 1 seg.). La conversione di un coniuge non
invalida il matrimonio pagano, che invece è santificato dalla presenza del
coniuge cristiano (1Co 7, 12 seg.). Qualora invece venga meno la coabitazione,
perché il coniuge pagano vuole separarsi, il cristiano deve ritenersi non più
vincolato ed il suo matrimonio va sciolto. La conversione al cristianesimo,
parola di Paolo, è prima di tutto un rinnovamento interiore, che non implica un
mutamento della propria condizione sociale. E’ la fede, l’ubbidienza ai
comandamenti di Dio ciò che ha valore. Lo schiavo che si converte, per esempio,
deve continuare ad ubbidire e servire con premura il suo padrone, anche se
perverso, come se costui fosse Cristo (Col 3, 22 seg., Ef 6, 5 seg., 1 Pt 2, 18
seg.). Quanto alla verginità, benché Gesù abbia dimenticato d’istruirlo (1 Co
7, 25 seg.), Paolo non difetta di consigli da elargire a piene mani. Egli
pretende di essere ascoltato per la fiducia di cui lo stimò degno Gesù, che lo
insignì dell’alto onore di “apostolo delle genti” (1 Tm 1, 12). Esorta l’uomo
legato ad una donna a non separarsi; se invece l’uomo è scapolo, lo esorta a
non cercarsi una compagna, ma se lo fa, nulla di male: se la tenga! La vergine
che vuole maritarsi, si può sposare, perché ciò non le fa male. Avverte però
gli incauti, che convolano a nozze, che avranno da patire tribolazioni nella
carne (caso mai sarà vero il contrario, perché a bruciare di desiderio sono
proprio quelli che non lo soddisfano). Egli desidera risparmiare ai suoi
accoliti le sofferenze d’amore, consigliandoli di perseverare nello stato
verginale fino a raggiungere la pace dei sensi. Ne consegue che chi ha moglie
stia come chi non ne ha. Chi ha marito... Paolo tace al riguardo, ma si suppone
che anche per le maritate debba valere il medesimo criterio vigente per gli
ammogliati; in altre parole, che anche per loro è meglio che la voglia se la
facciano passare. La persona casta, infatti, propende ad abbandonarsi alla
voluttà spirituale, a contemplare le gioie dell’Eden, l’estatico nirvana di
Dio. Chi si mantiene vergine, parola di Paolo, essendosi liberato dalle
passioni della carne, si affranca altresì dalle preoccupazioni e dalle
distrazioni che ne derivano. Il casto cristiano, confessore esemplare della
fede, parola della Chiesa, potrà aspirare, con l’aiuto di qualche miracolo,
all’onore dell’altare, dopo l’estenuante trafila dei processi di beatificazione
e canonizzazione. La fugacità dei piaceri del mondo non deve distogliere il pio
e casto cristiano da come rendersi piacevole e accetto a Dio. Paolo,
l'illuminato dallo Spirito Santo, finisce le sue spassionate raccomandazioni
consigliando, a chi si fidanza con una verginella, di resistere al desiderio
sessuale, sposandola e conservandola allo stato naturale (senza spolverarle la
ragnatela in mezzo alle gambe). Quanto alla vedova, meglio è per lei struggersi
d’amore per il Signore, piuttosto che risposarsi. Le monache ascetiche, sante o
beate (Teresa d’Avila, Angela da Foligno, Margherita Maria Alacoque, Maria
dell’Incarnazione e altre), a causa della forzata astinenza sessuale, vivranno
languide estasi d’amore con lo sposo Gesù.
Lucio Apulo Daunio
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