domenica 11 settembre 2011


MATRIMONIO ADULTERIO RIPUDIO

                L’adulterio è un’offesa fatta a Dio, condannata dal codice mosaico (Es 20, 14; Dt 5, 18). Il diritto romano sanciva pene severissime per l’adulterio. Nel codice mosaico i rapporti carnali tra un uomo, che sia o non sposato, e una donna maritata erano passibili di morte. Il biblico Giuseppe, figlio del patriarca Giacobbe, temendo di commettere peccato, non si lasciò sedurre dalla moglie del suo padrone, il quale, essendo eunuco, non era nella condizione di poterla adeguatamente soddisfare (Gn 39, 1 seg.). L’astuto patriarca Abramo, pur di mettere in salvo la pellaccia, indusse la moglie Sara, spacciandola per sua sorella, a prostituirsi prima al faraone, poi al re Abimelech (Gn 12, 10 seg.; 20, 1 seg.). Suo figlio Isacco non fu da meno del padre: spacciò per sua sorella l’astuta moglie Rebecca, inducendo i Filistei ad amoreggiare con essa (Gn 26,7 seg.). Un vizio di famiglia! Dio, manco a dirlo, si offese, ma non per l’inganno perpetrato dai suoi pupilli, bensì per l’adulterio commesso (inconsapevolmente) e dal faraone e dall’altro re. In quei remoti tempi, il popolo di Dio praticava la poligamia (Dt 21, 15), ma non la poliandria. Un uomo sposato poteva avere relazioni carnali con più donne, purché nubili. La donna maritata, invece, non poteva azzardarsi ad amoreggiare con altri uomini, pena la morte dei due amanti (Lv 20, 10; Dt 22, 22). Era proibito desiderare la donna maritata (Es 20, 17; Dt 5, 21), che era considerata al pari di un qualsiasi bene di proprietà del marito, come la casa, il campo, le bestie e i servi. Giobbe rasentò l’idiozia, proibendo ai suoi occhi di fissare persino le ragazze nubili (Gb 31, 1). Anche per Gesù, il solo desiderare la donna d’altri (la sola intenzione) è peccato di adulterio (Mt 5, 27-28). Riguardo alle donne che desiderano uomini ammogliati, Gesù tace. Il pio Davide, re d’Israele, riverito dal suo popolo e amato da Jahvè, dalla cui stirpe si è fatto discendere Gesù, non solo commise adulterio con Betsabea, moglie d'Uria l’Hittita, mettendola incinta, ma si macchiò anche d’omicidio, d’inganno, di perfidia, di malvagità e d'altre turpitudini (2 Sm 11. 12). Quale rimedio suggerisce Gesù per non peccare nei desideri impuri? Un rimedio doloroso: l’amputazione del membro che è motivo di scandalo (Mc 9, 43-48; Mt 5, 29-30). Consiglia appunto di cavarsi un occhio o di troncarsi una mano o di recidersi un piede, rimanendo così orbo di un occhio o monco di un braccio o zoppo, piuttosto che essere condannato con il corpo integro a bruciacchiare nel fuoco inestinguibile dell’inferno. Anche nel caso in cui ci si limiti al solo desiderio impuro della donna, oppure va in bianco il tentativo di un approccio amoroso, non resta che un’ardua scelta: il mozzamento del membro nell’aldiquà o l’eterna pena del rogo nell’aldilà. Il teologo Origene non ebbe dubbi: prese alla lettera l’insegnamento di Gesù (Mt 19, 12), tagliandosi i genitali per non peccare, facendosi eunuco per il regno dei cieli.

L’unione matrimoniale tra parenti era illegittima (Lv 18) ed era severamente sanzionata (Lv 20). La legge mosaica (Dt 24, 1 seg.) consentiva al marito, ma non anche alla moglie, di ripudiare la consorte. Gesù, invece, negava questo diritto maritale, eccetto il caso in cui il ripudio dipendeva dall’impudicizia della donna (non anche dell’uomo). Il divieto del ripudio posto da Gesù, fermo restando l’indissolubilità del matrimonio, era motivato da una doppia preoccupazione: di non esporre la donna all’adulterio (in seguito al ripudio) e di evitare all’uomo, che sposava una donna ripudiata, o che, dopo aver ripudiato la propria moglie, si risposava, di commettere adulterio (Mt 5, 31-32; Lc 6, 18). L’evangelista Marco (10, 12) aggiunge che commetteva adulterio anche la donna che divorziava di sua iniziativa dal proprio marito per sposarne un altro, secondo la costumanza dei popoli pagani (1 Co 7, 10-11). L’unica eccezione alla regola suddetta era l’impudicizia. Una donna maritata, che per lascivia o per lussuria o per libidine fornicava, infrangendo la fedeltà coniugale, poteva essere lecitamente ripudiata dal legittimo consorte. Neanche allora il marito sopportava di essere becco! Pure il falegname Giuseppe trovò insopportabile tale disonore, perciò ripudiò Maria, anche se in tutta segretezza (Mt 1, 18 seg.). Quando però l’angelo del Signore gli riferì che a mettere incinta la sua promessa sposa era stato nientemeno che il padreterno, nella persona dello Spirito Santo, e che Maria avrebbe dato alla luce il Messia, Salvatore dei Giudei, si tenne la sposa e il disonore.

Un giorno, alcuni farisei misero alla prova Gesù domandandogli se liceva ripudiare la moglie per qualsiasi motivo (Mt 19, 3 seg.; Mc 10, 2 seg.). La Legge, infatti, prescriveva che il marito poteva ripudiare la moglie, qualora avesse riscontrato in lei qualcosa di sconveniente (Dt 24, 1). Gesù rispose appellandosi al libro biblico “Genesi” (1, 27; 2, 23-24), secondo il quale Elohim (atavica divinità giudaica espressa in forma plurale) creò l’umanità, distinguendola in maschi e femmine. La diversità sessuale fa sì che l’uomo abbandoni il padre e la madre per unirsi alla sua donna, divenendo i due, per volere di Dio, una sola carne; perciò l’uomo non può separare ciò che Dio ha unito (salvo l’eccezione dell’impudicizia, quale motivazione di divorzio). In verità, nel libro “Genesi” si racconta che Elohim divise l’umanità in due individui opposti e complementari per consentire che dalla loro reciproca attrazione (non si fa cenno all’amore) ne derivasse la continuità della specie umana (Gn 1, 28). Jahvè-Elohim (secondo un’altra versione biblica) modellò prima l’uomo con la terra (Gn 2, 7) e poi creò la donna da una costola dell’uomo (Gn 2, 21-23). Adamo, primo uomo, quando si accorse dell’altra presenza vivente, carne della sua carne, la chiamò Eva e ne fu attratto. L’uomo si unì carnalmente alla donna e la coppia procreò figli, salvaguardando la conservazione della razza umana. Si trattò di un’unione monogamica, nonché indissolubile, per mancanza d'altre umane creature. In seguito, con la moltiplicazione degli esseri umani, i rapporti di coppia si complicarono. Comparvero l’istituto della poligamia (nella varietà della poliginia e della poliandria) e quello del ripudio e del divorzio. Nel libro biblico “Genesi”, peraltro, Dio (uno o trino o moltitudine che sia) non dice nulla riguardo al matrimonio monogamico e indissolubile. Prova di ciò è che il patriarca Abramo fu bigamo e il nipote Giacobbe poligamo. Gesù, invece, non ha dubbi circa la volontà del Padre in materia matrimoniale: unione fermamente monogamica e indissolubile, vita naturale durando. Quanto alla legge di Mosè, Gesù lascia intendere che essa non ha valore assoluto, bensì contingente, relativo ad un periodo storico. Infatti, nella disputa con i farisei, questi osservarono che Mosè aveva concesso il divorzio. Gesù ribatté che lo concesse a causa della durezza del loro comprendonio. Mosè, probabilmente, ebbe non poche difficoltà nel convincere quel grezzo popolo di pastori a non ripudiare con un pretesto la consorte, quando diventava poco attraente. Giacobbe, cui Dio si manifestava faccia a faccia (Gn 32, 31), non divorziò per possedere altre donne. Egli però non solo era bigamo, avendo contratto matrimonio con due sorelle, ma anche poligamo, essendo giaciuto con le servette delle mogli (Gn 30, 1 seg.). Il nonno di Giacobbe, Abramo, cui Dio parlava confidenzialmente, giacque con la schiava di sua moglie (Gn 16, 1 seg.). A questi suoi beniamini, Dio permise ciò che agli altri proibì per bocca del suo Messia.

I discepoli di Gesù, presenti ad una disputa con dei farisei (favorevoli al divorzio), rimasero esterrefatti nell’udire gli argomenti addotti dal loro Maestro a favore dell’indissolubilità dell’unione matrimoniale (asserita anche dalla rigida setta degli Esseni, con cui Gesù pare abbia avuto a che fare). L’idea di un legame duraturo con una sola donna era una novità dura da accettare per quei tempi. Gli chiesero se fosse preferibile rimanere scapoli (Mt 19, 10-12). Affermativa fu la risposta di Gesù, che considerava il celibato (lo stato verginale) un dono di Dio. Gli apostoli rimasero alquanto perplessi (non però i loro successori, che santificheranno lo stato verginale, ritenendolo superiore alla vita coniugale). Del resto, nel libro “Genesi” (2, 18), Dio era contrario a lasciare l’uomo privo di una sposa. Gli procurò, infatti, una degna compagna, e i due, istigati da quella serpe di Lucifero, smisero di fare gli ingenui e si diedero a procreare una loro discendenza. Per un giudeo, insomma, è un dovere religioso prendere moglie. Per Gesù, invece, (in fede dei redattori dei vangeli) è un onore diventare eunuchi per meritarsi il regno dei cieli (Origene, come già detto, prese alla lettera il consiglio, castrandosi). Paolo è dell’avviso che il cristiano deve essere pudìco, perché nel suo corpo dimora lo Spirito di Dio. Chi si unisce ad una meretrice, unisce a lei anche il corpo di Cristo che è in lui. La dissacrante unione fa inorridire Paolo (1 Co 6, 12 seg.). Egli condanna particolarmente i vizi sessuali, che scatenano l’ira divina (Col 3, 5 seg.). Fornicatori, impuri, libidinosi, lascivi, adulteri, effeminati e depravati sono votati all’eterna rovina (1 Co 6, 9-10). Essi, schiavi dei desideri della carne, offendono Dio (Ga 5, 16 seg.). Il cristiano, che ha crocefisso la carne con le sue passioni e i suoi desideri, è protetto (pia illusione) dalle bramosie della carne mediante l’usbergo dello Spirito di Dio. Paolo consiglia al cristiano di sesso maschile di non avere contatti con donne (1 Co 7, 1 seg.); tuttavia, a causa delle impudicizie, ritiene che sia preferibile convolare a nozze. Chi non sa contenersi dagli ardori sessuali, può rimediare con il matrimonio, piuttosto che ardere di concupiscenza. La coppia può legittimamente soddisfare il desiderio sessuale, privandosene solo temporaneamente e di comune accordo per attendere alla preghiera. Far l’amore è un buon antidoto contro il peccato della lussuria. Quel briccone di Satana sta sempre in agguato verso chi si vota ad una prolungata continenza. Paolo è dunque consapevole che la natura umana è stata predisposta da Dio per la vita sessuale, salvo i casi, come il suo, in cui, in virtù di un dono (!) concesso dall’Onnipotente, si può resistere alle tentazioni sataniche, rimanendo vergini e casti. Ognuno ha (e se li tenga!) i doni che riceve da Dio. Paolo ordina alle coppie, in nome di Dio, di non separarsi. Alla donna separata (e non anche all’uomo separato) ordina di non risposarsi; anzi, le consiglia di riconciliarsi con il marito. La donna maritata, inoltre, deve essere soggetta al marito, perché l’uomo è capo della donna, come Cristo (e il suo vicario sulla terra, sommo pontefice) è capo della Chiesa, sua sposa (Ef 5, 21-33, Col 3, 18, Ap 19, 7). Il rapporto di dipendenza-amore tra la donna e l’uomo è giustificato da Paolo sul presupposto biblico che l’uomo è creato ad immagine e per la gloria di Dio, mentre la donna, poiché derivante dall’uomo e creata per essergli compagna, è gloria dell’uomo (1 Co 11, 7-9). Al fine di non urtare la suscettibilità delle femministe di là da venire, Paolo cerca di attenuare il giudizio sulla preminenza dell’autorità maschile. Da che mondo è mondo - afferma - la vita dell’uomo proviene dalle donne e i due provengono entrambi da Dio (1 Co 11, 11-12). Ne consegue che i due sessi sono tra loro complementari ed ambedue uguali di fronte a Dio (Ga 3, 26-28). Ritiene che, come tutti i membri della Chiesa formano un sol corpo (spirituale) in unione con Cristo, che resta pur sempre suo capo indiscusso (vicari compresi), così, “sic et simpliciter”, sul modello della Chiesa, deve uniformarsi quello della coppia, nella quale resta ferma la preminenza dell’uomo. Pietro (1Pt 3, 1 seg.) è più accomodante, ma non meno maschilista di Paolo. Egli consiglia alla maritata di sottomettersi al suo uomo, mediante ubbidienza e rettitudine di vita conforme al Vangelo, per conquistarlo e convertirlo alla fede cristiana. Più che adornarsi con esteriori abbigliamenti, la donna sposata deve curare la sua interiore personalità, ornandola di dolcezza, tranquillità e remissività, elementi preziosi al cospetto di Dio (e ancor più a quello del marito-padrone). Paolo, dopo aver ordinato alla coppia cosa fare su disposizione del Signore, dispone come deve comportarsi, a parer suo, su certe questioni non rivelategli da Gesù, quando lo catturò alla fede sulla via per Damasco (At 9, 1 seg.). La conversione di un coniuge non invalida il matrimonio pagano, che invece è santificato dalla presenza del coniuge cristiano (1Co 7, 12 seg.). Qualora invece venga meno la coabitazione, perché il coniuge pagano vuole separarsi, il cristiano deve ritenersi non più vincolato ed il suo matrimonio va sciolto. La conversione al cristianesimo, parola di Paolo, è prima di tutto un rinnovamento interiore, che non implica un mutamento della propria condizione sociale. E’ la fede, l’ubbidienza ai comandamenti di Dio ciò che ha valore. Lo schiavo che si converte, per esempio, deve continuare ad ubbidire e servire con premura il suo padrone, anche se perverso, come se costui fosse Cristo (Col 3, 22 seg., Ef 6, 5 seg., 1 Pt 2, 18 seg.). Quanto alla verginità, benché Gesù abbia dimenticato d’istruirlo (1 Co 7, 25 seg.), Paolo non difetta di consigli da elargire a piene mani. Egli pretende di essere ascoltato per la fiducia di cui lo stimò degno Gesù, che lo insignì dell’alto onore di “apostolo delle genti” (1 Tm 1, 12). Esorta l’uomo legato ad una donna a non separarsi; se invece l’uomo è scapolo, lo esorta a non cercarsi una compagna, ma se lo fa, nulla di male: se la tenga! La vergine che vuole maritarsi, si può sposare, perché ciò non le fa male. Avverte però gli incauti, che convolano a nozze, che avranno da patire tribolazioni nella carne (caso mai sarà vero il contrario, perché a bruciare di desiderio sono proprio quelli che non lo soddisfano). Egli desidera risparmiare ai suoi accoliti le sofferenze d’amore, consigliandoli di perseverare nello stato verginale fino a raggiungere la pace dei sensi. Ne consegue che chi ha moglie stia come chi non ne ha. Chi ha marito... Paolo tace al riguardo, ma si suppone che anche per le maritate debba valere il medesimo criterio vigente per gli ammogliati; in altre parole, che anche per loro è meglio che la voglia se la facciano passare. La persona casta, infatti, propende ad abbandonarsi alla voluttà spirituale, a contemplare le gioie dell’Eden, l’estatico nirvana di Dio. Chi si mantiene vergine, parola di Paolo, essendosi liberato dalle passioni della carne, si affranca altresì dalle preoccupazioni e dalle distrazioni che ne derivano. Il casto cristiano, confessore esemplare della fede, parola della Chiesa, potrà aspirare, con l’aiuto di qualche miracolo, all’onore dell’altare, dopo l’estenuante trafila dei processi di beatificazione e canonizzazione. La fugacità dei piaceri del mondo non deve distogliere il pio e casto cristiano da come rendersi piacevole e accetto a Dio. Paolo, l'illuminato dallo Spirito Santo, finisce le sue spassionate raccomandazioni consigliando, a chi si fidanza con una verginella, di resistere al desiderio sessuale, sposandola e conservandola allo stato naturale (senza spolverarle la ragnatela in mezzo alle gambe). Quanto alla vedova, meglio è per lei struggersi d’amore per il Signore, piuttosto che risposarsi. Le monache ascetiche, sante o beate (Teresa d’Avila, Angela da Foligno, Margherita Maria Alacoque, Maria dell’Incarnazione e altre), a causa della forzata astinenza sessuale, vivranno languide estasi d’amore con lo sposo Gesù.
Lucio Apulo Daunio

 

 

 

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