IL REGNO MESSIANICO
Il
cristianesimo, in quanto espressione religiosa del giudaismo, ha attinto i
concetti riguardanti la dottrina escatologica (cioè la vita dopo la morte e la
condizione finale del mondo) dalle tradizioni religiose e culturali giudaiche.
I vetusti profeti, infatti, annunciarono l’attesa di un salvatore proveniente
dalla stirpe di Davide. La stessa predicazione di Gesù rifletteva le concezioni
del mondo culturale ebraico. La storia del cosmo e quella degli uomini erano
concepite come se fossero scandite da una successione di fasi temporali, che
iniziavano con la creazione del mondo e terminavano con la sua fine. Il
passaggio alla fase finale era costituito da un momento cruciale: l’attesa di
un evento imminente, di un nuovo ordine. Si attendeva l’intervento di Dio, che
avrebbe realizzato una situazione radicalmente diversa dal presente transeunte.
Egli avrebbe imposto la sua sovranità, ponendo fine, per mezzo di un
cataclisma, all’oppressione del mondo. La nuova realtà, dopo la sconfitta del
Principe del male, sarà perfetta, beata, indolore (come la mitica età dell’oro
delle culture pagane). Il movimento millenaristico (chiliasmo) impegnava i suoi
seguaci ad affrettarne l'attuazione, anche mediante un’attività politica. Si
credeva che la fine dell’attuale condizione umana comportasse necessariamente
anche il cambiamento della realtà politica. In termini religiosi, occorreva
sconfiggere le forze del male che si contrapponevano ai disegni di Dio. Il
dominio di potenze straniere si supponeva derivante dal potere di Satana. L’avvento
del regno messianico avrebbe determinato la vittoria di Cristo sulle potenze
malefiche.
L’uomo Gesù,
negli scritti canonici del N.T., è trasfigurato in un essere super-umano. Egli
è il Cristo che ha vinto la morte; è il Figlio del Dio vivente che siede alla
destra del Padre, ed è (come sarà decretato dal Concilio di Nicea agli inizi
del sec. IV) consustanziale al Padre. La sua morte assume, nel “vangelo” di
Paolo di Tarso, il significato di liberazione dal giogo del peccato, non solo
per i figli d’Israele, ma anche per l’intera umanità (dottrina soteriologica,
cioè della salvezza). Paolo estende la salvezza ad ogni singolo uomo, mediante
la fede in Cristo, senza implicare legami con la legge ebraica. Gesù, il
profeta della fine dei tempi, diviene il redentore dell’umanità, che muore non
per liberare la nazione ebraica dalla sopraffazione del dominio romano, ma per
liberare tutte le nazioni dall’oppressione del peccato. Egli si muove in una
dimensione spirituale, non temporale. Paolo identifica la prospettiva
escatologica nell’imminente attuazione dell’epoca della salvezza,
caratterizzata dalla parusia, ossia dal ritorno di Cristo risorto e dalla
completa sconfitta di Satana. Il tempo dell’attesa è finito e con il ministero
pubblico di Gesù inizia un periodo nuovo. Già il suo precursore, Giovanni,
predicava un battesimo di penitenza per la remissione dei peccati. Gesù stesso
si fa battezzare da lui. Dopo il suo arresto, Gesù s’identifica in una figura
messianica ed inizia a predicare il vangelo di Dio, convinto che il suo regno è
giunto. Esorta gli uomini alla conversione, che non implica solo il pentimento,
ma anche un radicale cambiamento interiore nello spirito del Vangelo. Assume la
potestà di rimettere i peccati sulla terra e di concedere il suo perdono a chi
ha fede in lui. Dona il sacrificio della sua vita in remissione dei peccati di
molti. Insegna come pregare Dio-Padre, senza ricorrere alla mediazione del
Figlio, al fine di ottenere la remissione dei peccati. Unica condizione è la
preventiva ed assoluta disponibilità a perdonare il prossimo. L’invito al
perdono è convincente, giacché accompagnato dalla minaccia della punizione
della colpa nel fuoco infernale, lontano dalla beatitudine divina. Insegna alle
folle, mediante parabole, il cui significato può essere compreso solo dagli
eletti, cioè da chi avrà parte nel regno di Dio, ormai imminente. Intraprende,
mediante le pratiche esorcistiche, una lotta contro le potenze demoniache,
causa del male nel mondo. Fiducioso nell’imminenza del regno di Dio, invia i
Dodici ad annunziare il Vangelo e a scacciare i demoni. Avverte loro che non
termineranno di percorrere tutte le città d’Israele, perché saranno preceduti
dall’arrivo dell’evento escatologico atteso (Mt 10, 7. 23). Molti suoi
discepoli avrebbero potuto vedere l’attuazione del Regno prima d’essere colti
dalla morte (Mt 16, 27-28). E’ evidente che Gesù, uomo o dio che fosse,
s’ingannò riguardo all’attesa dell’incombente fine del mondo. Dio però, a
parere dei teologi, non può ingannarsi né ingannare; dunque, Gesù non può
essere Dio.
Diversamente
da Gesù e dalla sua missione di conversione degli uomini, gli Zeloti avevano
scelto la lotta armata e l’uccisione per motivi religiosi, al fine di
combattere l’oppressione romana in Israele e affrettare il compimento del tempo
messianico. Lo stesso Gesù sembra alludere a loro quando si lamenta che il
regno dei cieli è fatto oggetto di violenza da chi vorrebbe eliminarlo (Mt 11,
12-13). Egli riteneva che la fine del regno di Satana fosse ormai vicina e che
si potesse affrettarla con la conversione, piuttosto che con le armi. Da
Giovanni in poi, infatti, il regno di Dio era stato annunziato e ognuno faceva
di tutto per entrarci (Lc 16, 16). I Farisei, a differenza dei Sadducei, che
rifiutavano qualsiasi prospettiva escatologica, seguivano un’altra strada per
affrettare la venuta della nuova era: l’osservanza rigorosa dei precetti. La
prassi osservata dai Farisei, desunta dall’interpretazione della Legge, veniva
non solo a sovrapporsi a questa, ma spesso anche a sostituirla. Insieme alla
Torah assunse quindi valore anche la tradizione orale, che Gesù condannò,
perché tramandava precetti d’uomini, non di Dio. Egli rimproverava i Farisei
d’essere legati all’uniforme, costante, esteriore osservanza degli atti
cultuali tramandati, antitetici ai comandamenti divini (Mc 7, 5-16).
L’orto-prassi (ossia l’uniformità dell’atto cultuale all’uso tradizionale), che
i Farisei osservavano, era ritenuto il modo per condizionare la volontà di Dio,
affinché instaurasse il suo Regno. Gesù, invece, intendeva favorire le
condizioni che avrebbero anticipato l’intervento divino mediante la conversione
degli uomini al Vangelo, all’accettazione di una nuova ortodossia. In questa
direzione si poneva il suo trionfale ingresso in Gerusalemme, in prossimità
della Pasqua, a cavalcioni di un’asina, perché così era stata profetizzata la
venuta del re messianico. L’allestimento della trionfale scena era un’evidente
allusione alla profezia di Zaccaria (cfr. Zc 9, 9), interpretata come avvento
del messia nella città santa e sua solenne investitura regale. In realtà, la
profezia intendeva riferirsi all’umile ritorno del re giudeo dopo l’esilio.
Gesù è
accomunato al Messia atteso, il re giusto, vittorioso e mite, che secondo le
profezie sarebbe entrato in Gerusalemme sul dorso di un’asina, durante una
fastosa solennità liturgica, per instaurare un regno di giustizia e di pace
universale, dopo aver sottomesso al Dio d’Israele re e popoli della terra (Sl
72). Chi non servirà Dio in timore e tremore, baciandogli i piedi e
omaggiandolo, subirà la sua tremenda ira. Il timore di Dio è il primo passo per
la salvezza (Sl 67). Un re messianico, discendente di Davide, figlio simbolico
di Dio, da lui generato e consacrato, avrebbe realizzato la monarchia
universale teocratica (Sl 2, 2 Sm 7, 14, Eb 1, 3. 5, Rm 1, 4). In lui, sommo re
e sacerdote (Sl 110), si sarebbe compiuta la profezia di Zaccaria (Zc 9, 9-10,
Mt 21, 4-5, Gv 12, 12 seg.). Egli avrebbe segnato l’inizio dell’era
escatologica, della pienezza (compimento) dei tempi, in cui tutti i nemici di
Dio sarebbero scomparsi. Isaia si consola durante l’esilio, vagheggiando un
idilliaco regno messianico della pace, in cui il lupo abiterà insieme
all’agnello (Is 11, 1-9). E’ il ritorno allo stato paradisiaco, dopo la caduta
dell’uomo nel peccato e le nefaste conseguenze della maledizione di Dio (Gn 3,
17-19). Il Messia, re divinizzato, è rappresentato da un oracolo profetico col
simbolo della stella e dello scettro (Nm 24, 17; Mt 2, 2). Egli è un profeta
come Mosè, che dirà e farà tutto ciò che Dio gli ordinerà (Dt 18, 18, At 3,
20-22, 7, 37). La sua sofferenza era stata annunciata da Dio per bocca di tutti
i profeti (At 3, 18); dunque, se il Messia era destinato a morire, qualcuno
doveva svolgere il ruolo d'accusatore e qualche altro quello di carnefice. Si
può addebitare la colpa a costoro? La cospirazione contro Dio e il suo
consacrato (Sl 2) si è rinnovata nella congiura dei potenti contro Cristo (At
4, 25-27). La nascita del Messia da una vergine (Mt 1, 23) si vuole quale conferma
della profezia d'Isaia (7, 14), che invece si riferiva ad una giovine donna.
Nel nuovo ordine messianico compariranno segni messianici (Is 35, 3-7, Mt 11,
5, Lc 7, 22). In verità, quanto ai segni, tutta la storia sacra dell’A.T. n’è
stracolma: prodigi, miracoli (per es. Dn 3, 1 seg.) e persino morti che
risuscitano ornano episodi leggendari (cfr. 2 Re 4, 32-37; 1 Re 17, 17-24).
I fedeli
seguaci di Gesù credevano nell’imminente manifestazione del regno di Dio (Lc
19, 11). Gesù, infatti, si mostrò ai giudei apertamente come l’atteso messia,
inviato da Dio per iniziare una nuova era, preannunciata dal suo precursore
Giovanni. Questa sua decisa presa di posizione lo metterà definitivamente e
irrimediabilmente in contrasto con il partito religioso dei farisei. La sua
condanna a morte la firmò con la rissa che accese nel cortile del Tempio,
cacciando a suon di frustate mercanti e cambiavalute che a suo dire lo
profanavano. In quel luogo sacro si fece acclamare messia persino dai ragazzi
(Mt 21, 1-17 e paralleli). Il turbamento dell’ordine pubblico, derivante dal
temerario comportamento di Gesù e dal suo ascendente sulle folle di pellegrini,
sollevò le proteste delle autorità giudaiche, che temevano le implicazioni
messianiche ed escatologiche dei suoi gesti e delle sue prediche. Nella
parabola dei cattivi vignaioli (Lc 20, 9-18) e in quella delle mine (Lc 19,
12-28) si riflette un tremendo giudizio contro i giudei, per non aver prestato
ascolto al vangelo, cui consegue il rigetto del popolo d’Israele (la vigna di
Dio) e la sua sostituzione con un altro popolo. Il Sinedrio, responsabile
dell’ordine pubblico, paventando un intervento delle truppe romane per sedare
probabili disordini, che i numerosi seguaci del Nazareno avrebbero potuto
causare, decise di stroncare il capo di quella setta, accusandolo di sedizione
presso l’autorità romana. I Vangeli raccontano che Gesù subì un doppio
processo. Fu accusato prima dal Sinedrio per il reato di blasfemia, essendosi
proclamato messia, e consegnato poi al procuratore romano con l’imputazione
d’essere fomentatore di torbidi politici. Fu giudicato ribelle (a torto o a
ragione) e condannato a morte ignominiosa sulla croce. L’integralismo della
nuova fede rese i cristiani invisi all’aristocrazia ebraica. Sospettati di
rivolta contro l’autorità sovrana di Roma, furono accusati di fomentare
disordini e di essere responsabili di gravi reati, subendo l’azione repressiva
del potere romano. Svetonio racconta che i giudeo-cristiani, istigati dal loro
capo, erano portatori di una malefica superstizione che turbava l’ordine
pubblico, perciò furono scacciati da Roma su disposizione dell’imperatore
Claudio.
Quanto al
tempo d’attuazione e al luogo dove sarà instaurato il “Regno di Dio”, non vi è
chiarezza nei sacri libri.
E’ un regno
che si trova nei cieli e per entrarci non è facile (Mc 10, 23-27. 13-16). Con
l’arrivo del Messia, il regno è giunto anche sulla Terra, dove Dio intende
esercitare la sua sovranità (Mc 1, 15). Forse, è un regno di tipo spirituale,
che il cristiano deve gradualmente coltivare nel suo intimo, rinnovandosi. La
storia della comunità dei cristiani, però, non pare che l’abbia attuato, anche
se i santi cristiani hanno martoriato il loro corpo per godere le gioie dello
spirito.
Gli esorcismi
operati da Gesù testimoniano che realmente è giunto il regno di Dio (Mt 12,
28). Questo è già una realtà (Lc 17, 20). La sua manifestazione è imminente (Lc
19, 11). Tutte queste cose dovranno accadere durante la generazione di Cristo,
anche se egli ammette di non sapere né il giorno né l’ora (Mc 13, 32; Mt 24,
34-36). Prima, però, il Vangelo dovrà essere predicato in tutta la terra
abitata, quale testimonianza a tutte le genti (Mt 24, 14; Mc 13, 10). Compito
degli apostoli è testimoniare Cristo fino all’estremità della terra, invece che
conoscere quando Dio restaurerà la teocrazia in Israele (At 1, 6-8).
In altri passi
si legge che l regno non è ancora arrivato, ma è vicino (Mt 4, 17). Gesù
insegna a pregare il Padre, affinché instauri sulla terra il regno promesso (Mt
6, 10). Egli preferisce denominarsi con la circonlocuzione “Figlio dell’uomo” (Mc
2, 10), evocando un misterioso personaggio della letteratura apocalittica, che
annuncia l’avvento del regno escatologico di Dio sulla terra e la pienezza
(compimento) dei tempi, a conclusione della storica lotta contro il male (Dn 7,
1 seg.; 7, 13-14). I suoi discepoli lo riverivano con l’epiteto di Cristo:
l’unto, il consacrato, l’eletto di Dio, il Messia atteso secondo le antiche
profezie (Mc 8, 29; 14, 61). Il misterioso “consacrato” aveva il compito di
salvare il suo popolo e portarlo al possesso del Regno eterno. Il movimento dei
messianisti zeloti (nel quale erano coinvolti anche alcuni apostoli, come
Simone lo Zelota) voleva affrettarne la venuta del regno di Dio con
l’interventismo armato.
Il Regno dei
cieli, annunziato da tutti i profeti e dalla Legge mosaica, è oggetto di
violenza dal tempo di Giovanni Battista (Mt 11, 12-13). Egli è l’ultimo profeta
atteso, prima che si scateni l’apocalisse (Ml 3, 23; Mt 11, 14. 17, 10-13).
Gesù, invece, è il salvatore escatologico, la porta della salvezza (Sl 118,
20-21), il Cristo psicopompo, accompagnatore delle anime defunte graziate.
Tutti quelli che arrivarono prima di lui sono o ladri o briganti (Gv 10, 8).
Il regno è il
premio che i predestinati alla salvezza prenderanno possesso alla fine dei
tempi (Mt 25, 24), quando il Risorto ritornerà nel mondo, facendosi precedere
da tribolazioni apocalittiche (Mt 24, 29-31).
Nelle Lettere
di Pietro si cerca una giustificazione al ritardo della parusia, sostenendo che
i tempi di Dio non sono quelli degli uomini. Luca giustifica il ritardo con la
preventiva attuazione dell’attività missionaria della Chiesa. La comunità
cristiana, divenuta oggetto dell’epifania del sacro, dovrebbe rappresentare
l’annientamento del male e il trionfo del bene, evidenziando ai credenti
l’attuazione del Regno di Dio sulla Terra (in realtà, mai avverato). La storia
della Chiesa è pregna di delusioni, segnata da crimini e nefandezze proprie di
quel mondo di cui si agognava la fine, mediante la panacea del regno
messianico.
Le
espressioni allusive, enigmatiche, apocalittiche della Bibbia la rendono più
terrificante delle inaudite violenze narrate e ispirano al lettore sprovveduto
profondi turbamenti e brividi di paura, che minano la sua relativa tranquillità.
La concezione pessimistica del cristianesimo, riguardo alla natura dell’uomo ed
alle conseguenze della caduta nel peccato, si vuole riscattare con la pia
illusione di un (improbabile) ritorno nel mitico regno di Dio, dove l’uomo
potrà riprendere a coltivare gli ameni orti paradisiaci, estasiandosi nelle ore
d’ozio con la vista dell’Eccelso, sorvolando prati d’asfodelo.
Amen! ...per
chi ci crede.
Lucio Apulo Daunio
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