CATASTROFI
APOCALITTICHE
Apocalisse è
la rivelazione delle cose che devono accadere nel futuro, in prossimità della
fine del mondo (catastrofismo), che sarà preceduta da un periodo di
tribolazioni, espiazione finale di un’atavica colpa umana nei confronti della
divinità. L’annunzio della fine dei tempi, già profetizzata nel libro biblico
“Daniele”, poi dallo stesso Gesù, sarebbe stato in seguito rivelato
all’apostolo Giovani durante il suo esilio sull’isola di Patmos. Queste oscure
profezie, contenute nel libro “Apocalisse” attribuito a Giovanni, appaiono in
sintonia con i misteri elaborati dal cristianesimo. La non realizzazione della
predizione di Cristo, relativa all’imminenza della fine dei tempi, ha posto la
condizione per dilazionare l’avvento in un futuro imprecisato e spostare
l’attenzione sull’opera di redenzione dell’uomo, mediante l’apostolato
missionario, nell’attesa della parusia. Essa consiste nel ritorno glorioso di
Cristo sulle nubi del cielo, giudice supremo, nel giorno del giudizio
universale, temuto dai suoi nemici, atteso dai fedeli cristiani per ascendere
verso l’eterno regno di beatitudine.
Scribi e
farisei erano maestri ed esegeti della Legge, raggruppati in un partito
politico democratico, formanti la maggioranza dei membri del Sinedrio, organo
religioso con potere legislativo e giurisdizionale. Gesù, ritenendosi unico,
sublime maestro, polemizzava con loro nel Tempio di Gerusalemme. Non esitava
dal ricoprirli di vituperi, quando lo scambio d’idee degenerava in alterco. Un
giorno perse la pazienza. A suo insindacabile giudizio, quei falsi maestri
predicavano bene, ma razzolavano male (Mt 23, 13). A giudizio dei suoi
avversari, invece, egli razzolava come predicava, vale a dire da blasfematore,
perciò cercavano l’occasione per ripagarlo con eguale moneta. Quel giorno Gesù,
avendo forse un diavolo per capello, da Cristo benedicente si trasformò in
maledicente profeta di sventura, aggredendo i suoi connazionali con parole
malaugurose, minacciandoli di guai a non finire e, per di più, dell’imminente
tremendo castigo dell’uni-trino Dio (Padre, Figlio e Spirito Santo). Per quanto
è dato riscontrare, è lecito al Cristo deificato sentir livore e maledire le
sue creature. L’ira divina, a suo dire, avrebbe colpito anche la città santa e,
per giunta, l’intera nazione, essendo gli ebrei colpevoli del sangue innocente
sparso sulla terra a causa dei crimini commessi “ab aeterno” (Mt 23,
13-39). Gesù, in verità, era indignato per l’ingratitudine dei suoi
connazionali, avendo costoro rifiutato l’annuncio della salvezza, l’invito a
credere in lui (ovverosia, a pensare con la sua testa). Imbronciato, con
l’animo corrucciato e lo sguardo bieco, voltò i tacchi e si allontanò dalla
casa di Dio e da quella triste genia. I discepoli cercarono di distrarlo dai
suoi malevoli pensieri, invitandolo a osservare la magnificenza del santissimo
Tempio, rappresentativo in Gerusalemme del potere regale di Jahvè. Gesù,
essendo ancora adirato, rivolse lo sguardo di sbieco, osservandolo con occhi
torvi. Incattivitosi ancor più di prima, ne preconizzò l’imminente rovina (Mt
24, 1 seg., Mc 13, 1 seg., Lc 21, 5 seg.). Così avvenne (si tratta però di una
profezia scritta “post eventum”). La profanazione del Tempio per opera
dei Romani fu più devastante di quella descritta dal profeta Daniele (Dn 9,27).
Allontanatosi
dal Tempio, seguito dal codazzo dei discepoli, Gesù raggiunse il monte degli
ulivi, poco distante, e vi sostò, rimuginando pensieri astiosi. Già qualche
tempo prima, durante la messa in scena del suo ingresso trionfale in
Gerusalemme, aveva versato lacrime amare alla vista della città santa,
profetizzando la sua distruzione (Lc 19, 41 seg.). Alcuni discepoli, in
disparte, gli chiesero di rivelare il tempo in cui sarebbe dovuta accadere la
distruzione da lui presagita e il segno premonitore. Secondo l’evangelista
Matteo, i discepoli gli chiesero d’indicare (“ad abundantiam”) anche i
segni e della parusia (del suo ritorno glorioso alla fine dei tempi) e
dell’escatologia (della fine del mondo). Gesù non stette sulle sue. Sbottò il
suo risentimento, anziché far tesoro del detto secondo il quale ogni eccesso è
vizioso. Dimentico della promessa fatta da Jahvè (suo “alter ego”) a
Noè, il prediletto salvato dalle acque del diluvio universale (Gn 9, 8-17),
Gesù preannunziò imminenti catastrofi, prospettando apocalittiche visioni, di
cui i sacri testi ebraici non difettavano (come il libro di Daniele). Diede
libero sfogo e sfoggio della sua lugubre, fervida fantasia riguardo ai
“novissimi” (gli estremi avvenimenti alla fine dei tempi: morte e
risuscitamenti, giudizio universale inappellabile, inflizioni di pene eterne
negli inferi agli infedeli, premi paradisiaci agli eletti). Il discorso
escatologico, come riportato nei Vangeli, appare oscuro, senza capo né coda,
pervaso da farraginose e aggrovigliate credenze giudaiche. Si annuncia la
venuta di falsi cristi, i quali froderebbero la buona fede dei credenti
(infatti, d’impostori ne sono venuti tanti e molte sono state le eresie che
attentano alla purezza di una pretesa ortodossia; senza contare poi la moltitudine
di confessioni, comunità, movimenti, sette e correnti dottrinarie, che hanno
diviso l’unità dei cristiani). Paolo, nelle sue lettere, farnetica che Satana,
il seduttore, indurrà all’apostasia (2 Ts 2, 1 seg), mettendo a soqquadro il
mondo e usurpando il trono di Dio (apostati, di fatto, ce ne sono stati
tantissimi e ce ne saranno ancora, in virtù dell’intelligenza critica, che
libera la mente dalla superstizione religiosa, assimilata dall’ambiente
culturale in cui si vive). Paolo non si esime da sputar sentenze contro coloro
che rifiutano di credere alla verità annunciata dal suo personalissimo
“vangelo”. Costoro, parola sua, indotti da Dio nell’errore (predestinati?),
presteranno fede alle menzogne di Satana e si compiaceranno dell’ingiustizia,
perciò saranno condannati nel fuoco ardente alla fine dei tempi (2Ts 1, 6-10).
Si è giusti solamente accogliendo la pretesa Verità predicata da Paolo? Una
coscienza critica, aconfessionale, non dominata dall’emotività della fede,
respinge ogni pretesa verità, che sia assurda, inverosimile, inverificabile.
Figuriamoci poi se si lascia impressionare dalle farneticazioni apocalittiche.
Abbondano i
deliri dell’apocalittico Cristo nei quattro Vangeli canonici. Preconizza
l’insorgenza di guerre tra regni e nazioni (in verità, i cristiani si sono
menati tra loro, dandosele di santa ragione). Questi truculenti eventi, però,
non sono i segni della fine (vi pare poco?). I dolori veri e propri
cominceranno, secondo i pronostici di Gesù, con l’avvento di carestie,
pestilenze e terremoti. Non saranno tuttavia queste sofferenze, dovute a
scannamenti e a catastrofici eventi che dovranno turbarci, poiché saremo appena
agli inizi d’immani sofferenze. Neanche i discepoli di Gesù sarebbero rimasti
indenni; anche per loro Gesù riservò una buona dose di bastonate. In aggiunta
alle percosse, predisse loro anche il martirio a causa della fede in lui. Anche
le incipienti comunità cristiane non avrebbero avuto requie. Esse soccomberanno
a causa dell’odio da parte di tutte le genti (in verità, le chiese si sono
odiate fra loro, soccombendo a chi più le sonava a dovere per imporre le
proprie pretese ortodosse convinzioni). I cristiani, parola premonitrice di
Gesù, arriveranno persino a tradirsi fra loro e a odiarsi vicendevolmente (è
quello che hanno fatto). Saranno denunciati persino dai loro genitori o
fratelli o parenti o amici. Non vi sarà scampo per loro. Tuttavia, pur
rimettendoci la pelle, non dovranno preoccuparsi del corpo, perché,
perseverando nella sofferenza, salveranno l’anima (parola di Gesù). Non
dovranno temere, inoltre, di comparire davanti ai tribunali, poiché alla loro
difesa provvederà lo Spirito Santo (in verità, l’arringa del divino Boccadoro
non ha brillato per eloquenza, garantendo agli imputati la salvezza dal
martirio). Tutto qui? Possiamo lodare Dio per aver risparmiato la posterità da
altri mali? Non sia mai detto! Dunque, non sia neanche benedetto! Il peggio,
infatti, dovrà ancora arrivare. Ogni festa che si rispetti cessa con fuochi
d’artificio! Il buon Dio, infatti, ha intenzione, quando meno ce lo aspettiamo,
di far la festa al mondo, mettendolo a ferro e fuoco, in balia delle potenze
celesti. I giorni della tribolazione si manifesteranno con sconvolgimenti
cosmici (Ap 6, 12-17). Segni spaventosi e grandiosi appariranno nel cielo e
sulla terra, dove si vedrà l’abominio della desolazione. Sette trombe
squilleranno per annunciare lo scatenarsi dei flagelli (Ap 8, 1 seg.). Il
Tempio di Gerusalemme sarà profanato e la città distrutta, devastata dagli
eserciti e calpestata dai gentili (Ap 11, 2). I Romani, infatti, demolirono il
Tempio nell’anno 70, mentre nel 135 rasero al suolo Gerusalemme, ponendo fine
allo stato ebraico. L’effetto conseguente fu la migrazione (diaspora) degli
ebrei, popolo eletto nella sventura delle persecuzioni da cui è stato segnato.
L’epilogo della diaspora si ebbe secoli dopo, in seguito all’espansione
dell’islamismo.
La sinistra
profezia di Gesù sulla distruzione della città santa (in verità, ciò è da
considerare “vaticinium ex eventu”) prevede che in quei giorni cruenti,
apocalittici, molti cadranno trafitti a fil di spada. Altri saranno
schiavizzati e Gerusalemme calpestata dai pagani. Meglio darsela a gambe (è il
suo consiglio), fuggendo sui vicini monti (con quale garanzia di farla
franca?), senza preoccuparsi di correre alle proprie case per racimolare
viveri, indumenti e oggetti preziosi. In quei tristi giorni, in cui si
scatenerà la vendetta divina, neanche le partorienti e le lattanti troveranno
scampo. Così è scritto e così sarà per buona pace di tutti. Le epoche della
storia sono state preordinate da Dio e non c’è modo per fargli cambiare idea.
Strano che, per addolcire il marasma di quei tempi penosi, egli ci esorta a
pregare, affinché il soqquadro generale non accada né d’inverno (perché, d’estate
si tribolerà meno?) né di sabato (giorno di assoluto riposo per gli ebrei,
nonostante il cataclisma universale). Pregare, poi, a cosa serve, se il tempo
in cui accadrà il finimondo (At, 17, 26; 2 Ts 2, 6 Rm 5, 6), come tutte le
epoche della storia umana, sono state già predeterminate? I divini misteri sono
inesplicabili! Il buon Dio, peraltro, per amore degli eletti, ha ridotto i
giorni dell’apocalittico tribolamento (un magro conforto). In quei giorni
dolorosi non mancheranno i soliti pseudo-profeti (impostori), che predicheranno
castronerie, e i falsi cristi (come Apollonio di Tiana, il Cristo pagano,
contemporaneo di Gesù, o come l’attuale santone indiano, Sai Baba, cui si
attribuiscono origini divine e facoltà sovraumane), che daranno a vedere segni
e prodigi per sedurre gli eletti (Ap 13, 13). Queste magie, però, non saranno
opere di Dio, come quelle attuate da Gesù, ma del maligno (anche lui destinato
a fare la sua comparsa nella scena finale del dramma cristiano). In quei tempi
turbolenti, allorquando le dolenti note inizieranno a farsi sentire, maghi
turlupinatori e imbonitori d’ogni specie s’aggireranno per le case.
Sproloquiando con tono ispirato, cercheranno di accalappiare donnicciole
cariche di peccati, sballottate da voglie d’ogni sorta, curiose di apprendere
la stoltezza di quei cialtroni, anziché perseverare nella ricerca della verità
(2 Tm 3, 1 seg.). I servi di Dio, tuttavia, non dovranno preoccuparsi, perché
(beati loro!) saranno preservati dai flagelli (Ap 7, 1 seg.). Il colpo di grazia,
infine, sarà dato dalla catastrofe universale: il sole e la luna s’oscureranno,
gli astri del firmamento precipiteranno e i popoli della terra saranno in preda
allo smarrimento per il fragore del mare e dei flutti. Al culmine della
tragedia, ecco apparire sulla scena del mondo il “deus ex machina” nelle
sembianze d’un Figlio d’uomo (secondo la visione del profeta Daniele 7, 13-14)
per salvare gli eletti (Lc 17, 20-37). Il prode, divino Lancillotto, guizzando
come un fulmine, balenerà sulla scena del mondo assiso sul groppo di una nube
(Mc 13, 26; 14, 62; 1 Ts 4, 17), circondato da una schiera d’angeli
trombettieri. Simile a un avvoltoio, si lancerà sulle carcasse umane per
carpire le anime prave. Gli angeli, intanto, a suon di trombonate, chiameranno
a raccolta gli eletti, radunandoli dai quattro venti. Sullo sfondo della scena,
nel gran parapiglia, un’immane folla apparirà correndo all’impazzata fra
villaggi e fortezze dirute per non farsi acchiappare. Questi, dunque, sarebbero
i segni che annunciano, come fa il fico in primavera, quando mette le foglie
foriere dell’incipiente estate, l’imminenza della fine dei tempi e la parusia
del prode divino Lancillotto, annunciato da scudieri trombatori. Il finimondo,
secondo le incredibili predizioni del Cristo Gesù, sarebbe dovuto accadere nel
corso di quella dissoluta generazione (Mc 9, 1; 13, 30. 32). Per nostra
fortuna, invece, ritarda ancora:
“Deo
gratias”!
Restiamo
guardinghi da chi vuole indurci a bere il nettare velenoso distillato da sputasentenze.
Lucio Apulo Daunio
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