mercoledì 21 settembre 2011


VANGELO SECONDO LUCA



All’evangelista Luca sono stati attribuiti sia l’omonimo Vangelo sia gli Atti degli Apostoli, databili entrambi (prima stesura originale) verso la fine del primo secolo. Luca, medico pagano, nato ad Antiochia, di cultura classica, non è stato testimone oculare delle vicende di Cristo. Il suo vangelo (dedicato a un personaggio illustre, come d’uso presso gli scrittori ellenistici) ha qualche affinità con il messaggio annunciato da Paolo, di cui, secondo la tradizione, era suo collaboratore (Col 4, 14). Egli, prestando eccessiva fiducia alle testimonianze raccolte (trasmesse prevalentemente in forma orale), si rivela narratore fantasioso e inattendibile. Del resto, sia lui che il suo maestro Paolo non furono testimoni oculari dei fatti di cui narrano. Scambia le leggende, desunte dalla tradizione e da anonime testimonianze tramandate dalle comunità cristiane, con la concretezza storica, travisando la verità a fini apologetici. Egli, imbevuto di fede, non ha dubbi sull’autenticità degli eventi narrati e sulla loro rispondenza alla realtà, dimostrando scarsa valutazione critica delle fonti consultate. Luca diventerà una figura leggendaria. Secondo la tradizione, subì il martirio in Beozia (o in Bitinia, secondo san Girolamo) e il suo corpo, sepolto a Tebe, fu in seguito traslato a Costantinopoli e poi a Padova. Vantano di possedere il suo cranio, la città di Praga e quella di Roma. Una leggenda lo vuole pittore di molti ritratti della Madonna.

Si discute tra gli studiosi se sia l’autore del vangelo omonimo, senz’altro rimaneggiato nella redazione a noi pervenuta. Scritto in lingua greca, il vangelo risente dell’ambiente culturale ellenistico. Redatto con stile elegante e forbito, era destinato alle comunità pagane convertite al cristianesimo. Luca dà un’immagine dell’autorità romana meno sfavorevole rispetto a quella con cui raffigura i persecutori giudei di Gesù. Inquadra i misteri della vita di Cristo in una cornice storica, collegandoli alle antiche Scritture e interpretandoli secondo una visione teologica. Fa nascere Gesù, conosciuto come il Nazareno (probabile seguace di un particolare ideale religioso, simile a quello praticato dalla comunità degli Esseni di Qumran), a Betlemme, in Giudea, la città di Davide, da cui secondo le profezie si attendeva la venuta del Messia, liberatore d’Israele. Poiché la sacra famiglia viveva in Galilea, adduce il pretesto di un censimento a fini fiscali, imposto dall’autorità romana, per trasferirla in Giudea, a Betlemme, città natia di Giuseppe, per adempiere l’obbligo censuario (ciò non pare veritiero, stante la consuetudine romana di far registrare la gente nei luoghi di residenza, non di nascita). Inquadra la vicenda della nascita di Gesù al tempo in cui Quirino era governatore della Siria e della Giudea (con la deposizione di Archelao nel 6 d.C., Giudea e Samaria divennero provincia senatoria con capitale a Cesarea Marittima; la Galilea, invece, restò nelle mani di Erode Antipa, sotto tutela romana, fino al 39). Secondo i calcoli di Luca, Gesù sarebbe nato intorno al 6-7 d. C. (in contraddizione con il Vangelo di Matteo, che colloca la nascita di Gesù al tempo di Erode il Grande, morto nel 4 a.C.). In quegli anni (come narra Giuseppe Flavio in Guerra giudaica e Antichità giudaiche) esplode la rivolta anti romana, capeggiata da Giuda il Galileo, fondatore del movimento nazionalista degli Zeloti. Alcuni studiosi, sulla base di taluni passi dei Vangeli, ipotizzano un collegamento di Gesù e degli apostoli con questo movimento politico.

Luca attribuisce a Gesù, divinizzandolo ancor prima della nascita, i titoli di “Maestro” e di “Signore” e lo designa come il “Salvatore”, che redime l’umanità dai peccati con il sacrificio cruento di se stesso. S’inventa la parentela fra la madre di Gesù e quella di Giovanni Battista, il profeta di una setta millenaristica, precursore di Gesù, che andava predicando il battesimo di penitenza in remissione dei peccati. Riporta il leggendario episodio (ignorato dagli altri evangelisti) del ritrovamento di Gesù adolescente, che dialoga con i dottori nel Tempio. Colloca l’ascensione in cielo di Gesù il giorno stesso della risurrezione (in contraddizione con gli “Atti degli Apostoli”, a lui attribuiti, dove l’ascensione sarebbe avvenuta quaranta giorni dopo la risurrezione, durante i quali vi sono state innumerevoli apparizioni del risorto). In Marco, sia il racconto della risurrezione sia quello dell’ascensione in cielo sono considerati dagli studiosi un’aggiunta posticcia. Su questa verità cardine del cristianesimo gli evangelisti presentano versioni difformi. Paolo non è da meno, e aggiunge che il Risorto è apparso persino a lui, l’ultimo degli apostoli, un aborto (1 Co 15, 5-8).
               
          Il Vangelo secondo Luca racconta con parabole (più di quaranta esposizioni allegoriche, con intenti morali e dottrinari, veri e propri artifizi retorici) le verità di fede e gli insegnamenti attribuiti a Gesù. La parabola del mendicante Lazzaro e del ricco Epulone (16, 19 seg.), dove si racconta che alla loro morte l’uno va in Paradiso e l’atro nell’abisso infernale (simboleggiato dalla Geenna, luogo di rovine e immondezzaio di Gerusalemme, cfr. 12, 5), tormentato dal fuoco inestinguibile (cfr. 3, 17), intende rappresentare, per un verso, la misericordia e la ricompensa per i poveri, per un altro verso, la radicale condanna della ricchezza. La parabola delle mine (19, 11-27) vuole significare che per entrare nel regno celeste occorre attivarsi per far fruttare gli insegnamenti ricevuti dall’annuncio del vangelo: la ricompensa sarà proporzionata ai risultati ottenuti. La parabola del buon samaritano (10, 25-37) intende dimostrare che non basta l’osservanza della Legge per meritare la vita eterna, se, indipendentemente dall’appartenenza a una religione, manca la carità verso il prossimo. La parabola della moneta smarrita (15, 8-10) vuole significare che un peccatore che ha perso la fede è più importante di quelli che non l’hanno persa. La parabola della pecora smarrita (15, 3-7) vuole significare che Dio gioisce più per un peccatore smarrito e ritrovato nella fede che per i giusti che non hanno perso la fede. La parabola del figlio perso e ritrovato (15, 11-32) esprime l’amore del padre per il pentimento del figlio prodigo. La parabola del fariseo e del pubblicano (18, 9-14) fa notare che chi si esalta davanti a Dio sarà umiliato e, viceversa, che si umilia sarà esaltato. Le parabole degli invitati al banchetto di nozze (14, 16-24) e quella dei vignaioli omicidi (20, 9-19) condannano inesorabilmente chi rifiuta la parola annunciata nel Vangelo. La parabola del seminatore (8, 4-15) vuole intendere che la parola di Dio fruttifica solo nei cuori che lo accolgono senza remore. La parabola del granello di senape (13, 18-19) vuole significare che una volta seminata la parola di Dio in animi che sanno comprenderla, potrà crescere e farsi grande. Dio non voglia!
            
            Secondo la distorta logica degli evangelisti, l’artificio retorico della parabola nascondeva il significato del mistero della fede a chi non era in grado di comprenderlo, essendo riservato agli eletti ricolmi di Spirito Santo, spettro invisibile, apportatore di carismi. Così sia, per chi voglia credere.


 Lucio Apulo Daunio

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