LA CHIESA DI CRISTO
Lo scrittore
che racconta fatti, ancorché testimone oculare, li interpreta secondo il suo
vaglio, subendo il condizionamento storico-culturale del tempo in cui vive. A
maggior ragione, se i fatti di cui indaga riguardano un passato remoto,
l’obiettività storica può cogliere solo in minima parte la comprensione dei
fatti, essendo questi velati dalla patina del tempo trascorso. I vangeli non
sono stati redatti da testimoni oculari. Gli autori hanno riportato ed
elaborato fatti e leggende, tratte da fonti e tradizioni divergenti, circolanti
tra le varie comunità cristiane sparse nell’ecumene. Dai testi (a noi pervenuti
come trascrizioni di copie di copie) non è possibile decifrare l’autentico e
originario messaggio di un supposto Cristo, l’ebreo Gesù, di dubbia esistenza
storica, ma di evidente drammatizzazione cultuale e fabulazione mitica. Le
“verità” evangeliche s’intersecano con fantasticherie visionarie e con episodi
inverosimili, che descrivono presunti fatti miracolosi. L’etica si intreccia
con la religione in un rapporto di reciproca dipendenza. I comportamenti umani
sono sottoposti a giudizi moralistici, rapportati alle prescrizioni divine. La
moralità cristiana è fatta derivare dall’autorità di un dio trinitario, preteso
unico e vero, la cui esistenza ultraterrena è fondata sulla credenza nella
Rivelazione, testimoniata da sacre scritture, redatte su ispirazione
dell’Essere di cui le medesime scritture rendono testimonianza. Questo
ragionamento circolare non dimostra un bel niente. Ciò che il dio uni-trino ha
rivelato, tramite i suoi profeti e i suoi apostoli, è creduto vero perché
trascritto in sacri testi da lui ispirati. Si suppone, infatti, che la divina
ispirazione non possa aver ingannato i sacri autori. Si vuole far credere che
gli evangelisti siano stati istruiti dallo Spirito di Dio e che nulla abbiano
descritto secondo l’umana ragione, ma tutto secondo la misteriosa sapienza
dell’Altissimo (cfr. Lc 12, 12, Gv 14, 26), il quale insegnò loro cosa scrivere
(purtroppo, con scarsa obiettività di giudizio) e cosa tacere (per scopi
ideologici). In verità, il programmatico proposito tacitiano di narrare
spassionatamente la storia “sine ira et
studio” (Annali) o “neque amore et
sine odio” (Storie) non pare di facile attuazione, tanto per l’umana
ragione quanto per la pretesa divina ispirazione. Dai Vangeli e dalle altre
scritture bibliche, che appaiono artefatte “ad hoc”, la Chiesa trae
giustificazione al proprio imperialismo ideologico. Le azioni e i comportamenti
dei cristiani devono conformarsi all’ammaestramento impartito “urbi et orbi” dall’autorità del papa,
presunto vicario (spesso indegno, come la storia documenta) di Cristo Dio sulla
Terra (deus in terris), nonché agli
insegnamenti dottrinari sintetizzati nella summa catechistica. Fino a metà del
secolo scorso, si reputava che gli evangelisti fossero i testimoni oculari
della vicenda di Cristo. Studi susseguenti hanno messo in luce che i Vangeli
sono il risultato di successivi modellamenti, tratti da una precedente massa di
materiali, tramandati dalle varie comunità cristiane. La loro prima stesura si
fa risalire a dopo la distruzione del Tempio (70 d.C.) da parte dell’esercito
romano vittorioso e riflette, quanto al contenuto, la situazione storica
relativa di quel periodo (ultimi decenni del I secolo). Essi, al pari delle
antiche mitologie, sono intrisi di discorsi sulla potenza di esseri divini e
sulle gesta (non bellicose, come quelle narrate nell’A.T.) di un preteso eroe,
figlio divino, che sopporta umane sofferenze per riscattare la vita eterna agli
uomini di buona volontà. Vi si descrivono diatribe con cui il Cristo Gesù mette
i suoi nemici a tacere e i prodigi da lui compiuti. Trasfigurazioni, visioni e
viaggi estatici del divino eroe nell’altro mondo sono ricorrenti. Le Sacre
Scritture cristiane si protendono nel presente, includendo la precedente
tradizione biblica giudaica, i suoi miti cosmogonici, le divine epifanie, le
profezie, gli atti cultuali, la sua storia sacra e bellicosa per la conquista
di una terra. Il tutto è riproposto in una nuova forma, pregna di citazioni,
raffigurazioni ed immagini del passato, con le quali il cristianesimo presume
di portare a perfezione un antico patto con Dio. In quest’ambito mitologico
s’innesta la “buona novella”, l’annuncio di una pretesa “rivelazione”, una
nuova alleanza trascritta nei libri del Nuovo Testamento. Parabole e allegorie
sottendono l’insegnamento morale, gli obblighi e i doveri imposti da Dio al
governo degli uomini. Del Nuovo Testamento fanno parte le lettere attribuite a
Paolo e ad altri apostoli (o agli autori che hanno utilizzato i loro nomi).
Tutti i libri che fanno parte del canone del N.T., in quanto creduti redatti su
ispirazione dello Spirito Santo (in realtà, riflettono i vitali interessi del
nuovo popolo di Dio), non possono essere oggetto di critica, salvo “imprimatur” del Vaticano, deputato
esclusivo all’interpretazione autentica dei sacri libri. Il rifiuto a credere
quanto testimoniano le Sacre Scritture, secondo l’interpretazione del magistero
ecclesiastico, esclude l’appartenenza alla Chiesa di Cristo. Solo chi ha fede
in Dio può comprenderne il messaggio (Gv 8, 43. 47). Paolo, che ha la
presunzione di dire il vero e d'essere strumento scelto dall’Onnipotente per
annunciare il Vangelo alle genti (At 9, 15), scrisse alla comunità cristiana di
Corinto (2 Cor 4, 3-4) che il Vangelo di Cristo è oscuro solo per chi non ha
fede, perché ha la mente accecata da Satana. Non c’è dunque da meravigliarsi, a
detta di Paolo, se la parola di Dio scandalizzi per la sua oscurità, poiché
solo chi nasce dallo Spirito potrà comprendere le cose dello Spirito, la cui
verità è impenetrabile a causa della limitazione del nostro intelletto. Per
Paolo, dunque, il Vangelo è fonte di verità solo per gli illuminati dallo
Spirito di Dio. La parola di Cristo può essere accolta e trasmessa solo da chi,
ricolmo di Spirito Santo, non vive secondo la carne (Rm 8, 1 seg.). Chi vive
secondo la propria natura, dunque, non può intendere i misteri di Cristo
(pastura per soli eletti iniziati). Per costoro le verità vanno annunciate con
il velo delle parabole e le frasi allegoriche, misteriose, spesso
contraddittorie, affinché guardando non vedano e ascoltando non intendano (Lc
8, 10). Chi vive in modo materiale, non può apprezzare le sacre perle di Dio
(Mt 7, 6). Le Sacre Scritture svilirebbero, se fossero svelate a tutti (culto
esoterico?). Cristo è l’unico lume che illumina l’intelletto umano (Gv 8, 44).
Conoscendo la Verità, gli uomini possono distinguere il vero dal falso,
respingendo il male e scegliendo il bene (Is 7, 15-16). Il lume di Cristo,
però, rischiara solamente la mente degli eletti. I pupilli di Dio (cioè i
cristiani e non più i giudei) saranno giustificati e nessuno oserà condannarli
(Rm 8, 31). Quale merito ha l'eletto, se il suo destino è stato già tracciato?
Ha senso condannare chi invece ha ereditato un triste destino? Può l’uomo
riscattarsi dall’incombente fatalità, agendo liberamente a suo arbitrio,
guidato da umano e responsabile criterio? Che senso ha la paradossale libertà
dalla soggezione alla Legge mosaica, dalla schiavitù biologica del corpo,
dall’oppressione del peccato originale, per rendersi poi schiavi di un preteso
dio e di chi si arroga sulla Terra la pretesa d’interpretarne la volontà?
L’uomo non ha bisogno di mistiche folgorazioni, di una carità che obbliga a dei
sacrifici, al servilismo, a un amore universale spesso immeritato, a un bene
che non distingue chi n’è degno e chi non. E’ sufficiente, invece, il rispetto
del prossimo e della dignità della persona umana, soccorrendo le necessità,
tutelando i diritti e le libertà, compatibilmente con i diritti e le libertà
altrui. La storia criminale del cristianesimo ha denotato una Chiesa
possessiva, che ha coartato l’autonomia delle coscienze, ha ostacolato la
libertà individuale, ha impedito la libera espressione del pensiero tramite il
confessionale e la pratica sacramentale, ma soprattutto ricorrendo alla
scomunica, all’inquisizione persecutoria, alla tortura e ad altre forme di
repressione. La Chiesa non si è rivelata al mondo come modello di un supremo
amore, che abbraccia tutti e tutto, come fattiva attuazione del Regno di Dio
(che invece ha relegato nell’utopico aldilà), bensì come ingloriosa istituzione
mondana, viziata d’eccesso di potere nell’ostinato perseguimento del dominio
temporale e dell’assoggettamento delle coscienze. Sotto l’egida della pace,
della carità, della solidarietà, il clero ha perpetrato abusi, tariffando
peccati e vendendo preghiere e cerimonie religiose, inventando il Purgatorio
per il riscatto a pagamento delle anime defunte, mercificando reliquie a fini
di prestigio, violando il precetto biblico di non possedere beni materiali,
essendo Dio l’unico retaggio. L’esaltazione fideistica induce l’infallibile e
intransigente candido vicario di Dio a pontificare verità dogmatiche, come
l’immacolata concezione della Madonna e la sua assunzione in cielo. Il Bianco
Pastore, che dal colle Vaticano veglia il suo armento, s’arroga l’antico
diritto, autoritario e impositivo, d’essere l’unico ed esclusivo rappresentante
ed interprete della volontà divina. Il Padre santo giudica e condanna la
cultura contemporanea, improntata d’umanesimo laico e di visione scientifica e
non metafisica del mondo, pastura nociva per la salvezza del suo gregge, cui
propina l’ingannevole suggestione di un bengodi ultramondano. Pastore ubiquo,
divo massmediale, predicatore itinerante, può ancora suggestionare in credenze
ataviche incolte masse devotamente subordinate, assoggettandole alla prepotenza
di una dottrina involuta e di un’autorità morale falsa. Questa supina
sottomissione all’arbitrio autoritario della Chiesa, sacralizzata dall’egida di
un presunto dio creatore, non aiuta l’uomo a pensare, bensì ad offuscare la sua
intelligenza, annichilendo la ragione nella fede. Il fedele cristiano, ad
imitazione di Cristo martirizzato, sopporta le dure prove dell’esistenza con
l’unico conforto della preghiera. Si rassegna alle quotidiane afflizioni per
meritarsi l’accesso nell’illusorio regno ultramondano. L’annullamento
dell’identità umana ha caratterizzato la nevrosi dei mistici santi del primo
monachesimo cristiano, votati ad una singolare vita ascetica nell’asociale
solitudine, rannicchiati in meditazione su colonne isolate tra vecchi ruderi
(santi stiliti) o in caverne sparse in aridi luoghi. Ben ravvisarono la barbara
superstizione della religione cristiana quei pagani che provarono a
contrastarla (le cui opere sono state condannate alla “damnatio memoriae”), ritenendola incompatibile con il “mos maiorum”, le norme severe
dell’antica tradizione romana, cui il probo cittadino rispettava. Per il modo
di vivere, che si prestava a fraintendimenti, i cristiani erano accusati di
perpetrare delitti (flagitia), come
l’infanticidio durante il rito eucaristico, e di praticare l’incesto, perché si
consideravano tutti fratelli e sorelle. Erano altresì sospettati di odiare il
genere umano, in quanto si rifiutavano di partecipare alla vita pubblica e di
assumerne incarichi politici. Ancora più grave era il rifiuto del culto dovuto
agli dei di Roma (impietas) e
all’imperatore, “dominus et deus”.
Per questo furono perseguitati. All’ostilità dei Giudei si aggiunse quella dei
Romani.
Lucio Apulo Daunio
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