domenica 4 settembre 2011


LA CHIESA DI CRISTO

               Lo scrittore che racconta fatti, ancorché testimone oculare, li interpreta secondo il suo vaglio, subendo il condizionamento storico-culturale del tempo in cui vive. A maggior ragione, se i fatti di cui indaga riguardano un passato remoto, l’obiettività storica può cogliere solo in minima parte la comprensione dei fatti, essendo questi velati dalla patina del tempo trascorso. I vangeli non sono stati redatti da testimoni oculari. Gli autori hanno riportato ed elaborato fatti e leggende, tratte da fonti e tradizioni divergenti, circolanti tra le varie comunità cristiane sparse nell’ecumene. Dai testi (a noi pervenuti come trascrizioni di copie di copie) non è possibile decifrare l’autentico e originario messaggio di un supposto Cristo, l’ebreo Gesù, di dubbia esistenza storica, ma di evidente drammatizzazione cultuale e fabulazione mitica. Le “verità” evangeliche s’intersecano con fantasticherie visionarie e con episodi inverosimili, che descrivono presunti fatti miracolosi. L’etica si intreccia con la religione in un rapporto di reciproca dipendenza. I comportamenti umani sono sottoposti a giudizi moralistici, rapportati alle prescrizioni divine. La moralità cristiana è fatta derivare dall’autorità di un dio trinitario, preteso unico e vero, la cui esistenza ultraterrena è fondata sulla credenza nella Rivelazione, testimoniata da sacre scritture, redatte su ispirazione dell’Essere di cui le medesime scritture rendono testimonianza. Questo ragionamento circolare non dimostra un bel niente. Ciò che il dio uni-trino ha rivelato, tramite i suoi profeti e i suoi apostoli, è creduto vero perché trascritto in sacri testi da lui ispirati. Si suppone, infatti, che la divina ispirazione non possa aver ingannato i sacri autori. Si vuole far credere che gli evangelisti siano stati istruiti dallo Spirito di Dio e che nulla abbiano descritto secondo l’umana ragione, ma tutto secondo la misteriosa sapienza dell’Altissimo (cfr. Lc 12, 12, Gv 14, 26), il quale insegnò loro cosa scrivere (purtroppo, con scarsa obiettività di giudizio) e cosa tacere (per scopi ideologici). In verità, il programmatico proposito tacitiano di narrare spassionatamente la storia “sine ira et studio” (Annali) o “neque amore et sine odio” (Storie) non pare di facile attuazione, tanto per l’umana ragione quanto per la pretesa divina ispirazione. Dai Vangeli e dalle altre scritture bibliche, che appaiono artefatte “ad hoc”, la Chiesa trae giustificazione al proprio imperialismo ideologico. Le azioni e i comportamenti dei cristiani devono conformarsi all’ammaestramento impartito “urbi et orbi” dall’autorità del papa, presunto vicario (spesso indegno, come la storia documenta) di Cristo Dio sulla Terra (deus in terris), nonché agli insegnamenti dottrinari sintetizzati nella summa catechistica. Fino a metà del secolo scorso, si reputava che gli evangelisti fossero i testimoni oculari della vicenda di Cristo. Studi susseguenti hanno messo in luce che i Vangeli sono il risultato di successivi modellamenti, tratti da una precedente massa di materiali, tramandati dalle varie comunità cristiane. La loro prima stesura si fa risalire a dopo la distruzione del Tempio (70 d.C.) da parte dell’esercito romano vittorioso e riflette, quanto al contenuto, la situazione storica relativa di quel periodo (ultimi decenni del I secolo). Essi, al pari delle antiche mitologie, sono intrisi di discorsi sulla potenza di esseri divini e sulle gesta (non bellicose, come quelle narrate nell’A.T.) di un preteso eroe, figlio divino, che sopporta umane sofferenze per riscattare la vita eterna agli uomini di buona volontà. Vi si descrivono diatribe con cui il Cristo Gesù mette i suoi nemici a tacere e i prodigi da lui compiuti. Trasfigurazioni, visioni e viaggi estatici del divino eroe nell’altro mondo sono ricorrenti. Le Sacre Scritture cristiane si protendono nel presente, includendo la precedente tradizione biblica giudaica, i suoi miti cosmogonici, le divine epifanie, le profezie, gli atti cultuali, la sua storia sacra e bellicosa per la conquista di una terra. Il tutto è riproposto in una nuova forma, pregna di citazioni, raffigurazioni ed immagini del passato, con le quali il cristianesimo presume di portare a perfezione un antico patto con Dio. In quest’ambito mitologico s’innesta la “buona novella”, l’annuncio di una pretesa “rivelazione”, una nuova alleanza trascritta nei libri del Nuovo Testamento. Parabole e allegorie sottendono l’insegnamento morale, gli obblighi e i doveri imposti da Dio al governo degli uomini. Del Nuovo Testamento fanno parte le lettere attribuite a Paolo e ad altri apostoli (o agli autori che hanno utilizzato i loro nomi). Tutti i libri che fanno parte del canone del N.T., in quanto creduti redatti su ispirazione dello Spirito Santo (in realtà, riflettono i vitali interessi del nuovo popolo di Dio), non possono essere oggetto di critica, salvo “imprimatur” del Vaticano, deputato esclusivo all’interpretazione autentica dei sacri libri. Il rifiuto a credere quanto testimoniano le Sacre Scritture, secondo l’interpretazione del magistero ecclesiastico, esclude l’appartenenza alla Chiesa di Cristo. Solo chi ha fede in Dio può comprenderne il messaggio (Gv 8, 43. 47). Paolo, che ha la presunzione di dire il vero e d'essere strumento scelto dall’Onnipotente per annunciare il Vangelo alle genti (At 9, 15), scrisse alla comunità cristiana di Corinto (2 Cor 4, 3-4) che il Vangelo di Cristo è oscuro solo per chi non ha fede, perché ha la mente accecata da Satana. Non c’è dunque da meravigliarsi, a detta di Paolo, se la parola di Dio scandalizzi per la sua oscurità, poiché solo chi nasce dallo Spirito potrà comprendere le cose dello Spirito, la cui verità è impenetrabile a causa della limitazione del nostro intelletto. Per Paolo, dunque, il Vangelo è fonte di verità solo per gli illuminati dallo Spirito di Dio. La parola di Cristo può essere accolta e trasmessa solo da chi, ricolmo di Spirito Santo, non vive secondo la carne (Rm 8, 1 seg.). Chi vive secondo la propria natura, dunque, non può intendere i misteri di Cristo (pastura per soli eletti iniziati). Per costoro le verità vanno annunciate con il velo delle parabole e le frasi allegoriche, misteriose, spesso contraddittorie, affinché guardando non vedano e ascoltando non intendano (Lc 8, 10). Chi vive in modo materiale, non può apprezzare le sacre perle di Dio (Mt 7, 6). Le Sacre Scritture svilirebbero, se fossero svelate a tutti (culto esoterico?). Cristo è l’unico lume che illumina l’intelletto umano (Gv 8, 44). Conoscendo la Verità, gli uomini possono distinguere il vero dal falso, respingendo il male e scegliendo il bene (Is 7, 15-16). Il lume di Cristo, però, rischiara solamente la mente degli eletti. I pupilli di Dio (cioè i cristiani e non più i giudei) saranno giustificati e nessuno oserà condannarli (Rm 8, 31). Quale merito ha l'eletto, se il suo destino è stato già tracciato? Ha senso condannare chi invece ha ereditato un triste destino? Può l’uomo riscattarsi dall’incombente fatalità, agendo liberamente a suo arbitrio, guidato da umano e responsabile criterio? Che senso ha la paradossale libertà dalla soggezione alla Legge mosaica, dalla schiavitù biologica del corpo, dall’oppressione del peccato originale, per rendersi poi schiavi di un preteso dio e di chi si arroga sulla Terra la pretesa d’interpretarne la volontà? L’uomo non ha bisogno di mistiche folgorazioni, di una carità che obbliga a dei sacrifici, al servilismo, a un amore universale spesso immeritato, a un bene che non distingue chi n’è degno e chi non. E’ sufficiente, invece, il rispetto del prossimo e della dignità della persona umana, soccorrendo le necessità, tutelando i diritti e le libertà, compatibilmente con i diritti e le libertà altrui. La storia criminale del cristianesimo ha denotato una Chiesa possessiva, che ha coartato l’autonomia delle coscienze, ha ostacolato la libertà individuale, ha impedito la libera espressione del pensiero tramite il confessionale e la pratica sacramentale, ma soprattutto ricorrendo alla scomunica, all’inquisizione persecutoria, alla tortura e ad altre forme di repressione. La Chiesa non si è rivelata al mondo come modello di un supremo amore, che abbraccia tutti e tutto, come fattiva attuazione del Regno di Dio (che invece ha relegato nell’utopico aldilà), bensì come ingloriosa istituzione mondana, viziata d’eccesso di potere nell’ostinato perseguimento del dominio temporale e dell’assoggettamento delle coscienze. Sotto l’egida della pace, della carità, della solidarietà, il clero ha perpetrato abusi, tariffando peccati e vendendo preghiere e cerimonie religiose, inventando il Purgatorio per il riscatto a pagamento delle anime defunte, mercificando reliquie a fini di prestigio, violando il precetto biblico di non possedere beni materiali, essendo Dio l’unico retaggio. L’esaltazione fideistica induce l’infallibile e intransigente candido vicario di Dio a pontificare verità dogmatiche, come l’immacolata concezione della Madonna e la sua assunzione in cielo. Il Bianco Pastore, che dal colle Vaticano veglia il suo armento, s’arroga l’antico diritto, autoritario e impositivo, d’essere l’unico ed esclusivo rappresentante ed interprete della volontà divina. Il Padre santo giudica e condanna la cultura contemporanea, improntata d’umanesimo laico e di visione scientifica e non metafisica del mondo, pastura nociva per la salvezza del suo gregge, cui propina l’ingannevole suggestione di un bengodi ultramondano. Pastore ubiquo, divo massmediale, predicatore itinerante, può ancora suggestionare in credenze ataviche incolte masse devotamente subordinate, assoggettandole alla prepotenza di una dottrina involuta e di un’autorità morale falsa. Questa supina sottomissione all’arbitrio autoritario della Chiesa, sacralizzata dall’egida di un presunto dio creatore, non aiuta l’uomo a pensare, bensì ad offuscare la sua intelligenza, annichilendo la ragione nella fede. Il fedele cristiano, ad imitazione di Cristo martirizzato, sopporta le dure prove dell’esistenza con l’unico conforto della preghiera. Si rassegna alle quotidiane afflizioni per meritarsi l’accesso nell’illusorio regno ultramondano. L’annullamento dell’identità umana ha caratterizzato la nevrosi dei mistici santi del primo monachesimo cristiano, votati ad una singolare vita ascetica nell’asociale solitudine, rannicchiati in meditazione su colonne isolate tra vecchi ruderi (santi stiliti) o in caverne sparse in aridi luoghi. Ben ravvisarono la barbara superstizione della religione cristiana quei pagani che provarono a contrastarla (le cui opere sono state condannate alla “damnatio memoriae”), ritenendola incompatibile con il “mos maiorum”, le norme severe dell’antica tradizione romana, cui il probo cittadino rispettava. Per il modo di vivere, che si prestava a fraintendimenti, i cristiani erano accusati di perpetrare delitti (flagitia), come l’infanticidio durante il rito eucaristico, e di praticare l’incesto, perché si consideravano tutti fratelli e sorelle. Erano altresì sospettati di odiare il genere umano, in quanto si rifiutavano di partecipare alla vita pubblica e di assumerne incarichi politici. Ancora più grave era il rifiuto del culto dovuto agli dei di Roma (impietas) e all’imperatore, “dominus et deus”. Per questo furono perseguitati. All’ostilità dei Giudei si aggiunse quella dei Romani.

                  Lucio Apulo Daunio



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