sabato 17 settembre 2011


VANGELO SECONDO MARCO

"Rari e felici i tempi in cui è permesso di pensare ciò che si vuole, e di dire ciò che si pensa" (Tacito, Historiae, I,1)

LA CRITICA NON CONOSCE TESTI INFALLIBILI (Ernest Renan)




Il Vangelo secondo (cioè non di, ma attribuito a) Marco, redatto in Italia nella seconda metà del I secolo (forse, dopo il 70, anno della distruzione di Gerusalemme e del Tempio) in conformità a tradizioni siriane, si ritiene che sia il più antico e quindi il più conforme alle originarie memorie tramandate dalle prime comunità cristiane. Come i successivi vangeli, non è esente da quel processo inevitabile di reinterpretazioni e rielaborazioni teologiche, durante la trasmissione del messaggio originario, per avvalorare maggiormente la narrazione dei fatti o le particolari convinzioni e finalità di una delle tante comunità cristiane dell’epoca. Alcuni studiosi ritengono che l’apocrifo Vangelo di Tommaso Apostolo (considerato come “Quinto Vangelo”), d’ispirazione gnostica, possa essere la c.d. “fonte Q”, cioè l’ipotetico documento originale, sulla base del quale sono stati in seguito elaborati i testi dei tre Vangeli sinottici. Il Vangelo marciano, pervenuto in lingua greca, risente dell’influenza della cultura occidentale (per la presenza di vari latinismi), essendo destinato alla Chiesa di Roma, formata prevalentemente da “gentili” di formazione culturale pagana (come quando fa riferimento all’adulterio commesso da una donna che ripudia il marito, non ammissibile nella società giudaica, dove solo l’uomo poteva ripudiare la moglie; cfr. Mc 10, 12). Ha uno stile semplice, popolare, paradigmatico. Rimarchevole è l’insegnamento autoritario, prescrittivo, dottrinario, che si ritiene abbia impartito Gesù di Galilea, detto il Cristo (=Messia). I suoi esorcismi, che rivelano il suo potere di comandare agli spiriti impuri, gli procurano fama presso il popolo (Mc 1, 27-28). L’evangelista descrive Gesù come un personaggio apolitico, astorico, provvisto di una doppia natura, umana e divina (un’assurdità). Mancano i riferimenti cronologici e i dettagli biografici. L’immediatezza del racconto entra nel vivo della vicenda del Nazareno (Nazarenos), cercando di mettere in luce l’umiltà e l’alone di mistero che lo circonda. Il Vangelo marciano, in verità, inizia “ex abrupto” con la solenne proclamazione della sua divina identità: egli è il Cristo, Figlio di Dio (Gesù, però, si autodefiniva “Figlio dell’uomo"). Egli è venuto ad annunziare l’imminenza del suo Regno (si discute se sia da realizzare in terra o in cielo), essendosi compiuto il tempo di attesa delle profezie messianiche, e iniziato il tempo escatologico. Come intende l’evangelista dimostrarlo? Lo dimostra appellandosi ai miracoli da lui compiuti, alla testimonianza del Padre celeste (cioè alla voce udita durante il rito del battesimo e alla visione descritta nell’episodio della trasfigurazione), al riconoscimento attestato dagli spiriti impuri (i demoni), all’esclamazione pronunciata dal centurione romano ai piedi della croce. La divinità di Gesù la desume altresì sia dagli episodi in cui egli giustifica la non osservanza del riposo del sabato sia dalla vantata potestà di rimettere i peccati. Secondo alcuni studiosi (Unterbrink, Donnini, Cascioli e altri), la vicenda di Gesù è la ricostruzione storica (la controfigura) del patriota galileo Giuda di Gamala, stante le scarse notizie biografiche su di lui.

Marco (sotto il cui nome si cela l’anonimo redattore del vangelo) era il soprannome di Giovanni di Gerusalemme, figlio di quella Maria nella cui casa si radunavano i primi cristiani (At 12, 12. 25). Fu compagno di Paolo e Barnaba (At 12, 25), ma anche collaboratore di Pietro (1 Pt 5, 13), del quale, secondo la tradizione cristiana (Papia), avrebbe utilizzato la predicazione come fonte principale della sua testimonianza. In verità, nulla si conosce della predicazione di Pietro, salvo quanto riportato dagli Atti degli Apostoli, dalle due lettere cattoliche a lui attribuite (dove indica Marco come suo figlio, cfr. 1 Pt 5,13), dall’apocrifo Vangelo di Pietro (databile alla fine del II sec.). Il Vangelo marciano (come anche quelli lucano e giovanneo) non riporta il riconoscimento del primato ecclesiale di Pietro (cfr. Mt 16, 17 seg.) né presenta affinità con il “vangelo” predicato da Paolo. Omette inoltre la polemica anti-farisaica di Gesù e il discorso sulle beatitudini. Manca la genealogia di Gesù. L’autore, che si cela sotto lo pseudonimo di Marco, non è stato un testimone oculare della vicenda di cui narra. Egli è un pagano convertito e ha redatto il vangelo interpretando e sistemando in modo organico antiche testimonianze, raccordandole alla mentalità dei suoi lettori. Marco, infatti, mostra di avere scarse conoscenze geografiche della Palestina e dei luoghi cui gli episodi narrati si riferiscono (cfr. Mc 5, 1 seg. e 7, 31). La mobilità di Gesù è descritta come un peregrinare continuo da un luogo all’altro. L’evangelista ignora gli usi ebraici in materia di divorzio (cfr. Mc 10, 12). Cita una profezia dal libro di Isaia (Is 29, 13), non secondo la versione della Bibbia ebraica, bensì nella posteriore traduzione greca della Bibbia dei Settanta (Mc 7, 7).

La breve vita pubblica di Gesù, rappresentata dall’evangelista, inizia con l’investitura messianica, mediante il battesimo somministrato dall’asceta Giovanni Battista, e termina con la condanna a morte e la successiva resurrezione. A differenza degli altri vangeli sinottici (Matteo e Luca), quello secondo Marco non descrive né la genealogia di Gesù (la presunta discendenza dal re Davide) né la miracolosa natività né la supposta verginità della madre né le generalità del padre putativo (Giuseppe, il falegname). Questo vangelo tace riguardo alla Sacra Famiglia, della quale gli altri due evangelisti divagheranno con storie inverosimili. Marco, negando la discendenza di Gesù da Davide (Mc 12, 35 seg.), si discosta dall’attesa messianica dei giudei, che attendevano un messia politico, restauratore della potenza di Israele. In Marco, il carattere di Gesù appare non esente da intemperanze (come la maledizione del fico) e da comportamenti riprovevoli (come la cacciata dei mercanti dal Tempio). Del resto, lui non è buono come il Padre (Mc 10, 18). Marco non riporta le “beatitudini” proclamate da Gesù nel “discorso della montagna” (cfr. Mt 5). Quanto all’epilogo concernente l’apparizione del Risorto (Mc 16, 9-20), verosimilmente si tratta di un falso letterario, aggiunto posteriormente, dato che nei più antichi manoscritti questo vangelo si chiude con la fuga delle donne dal sepolcro di Gesù trovato vuoto. La testimonianza del soggiorno di Gesù in terra pagana (Mc 7, 24-37), può spiegarsi con la tardiva redazione del vangelo in un’epoca in cui l’attività missionaria si svolgeva anche tra i non giudei. Marco insiste sul segreto messianico e sulla necessità del sacrificio di Cristo per l’umana salvezza, giacché egli non permetteva ai demoni di svelare la sua identità (Mc 1, 25.34; 3, 12). Egli proibiva a chi assisteva ai suoi prodigi, e soprattutto ai miracolati, di propagandare quanto avevano visto riguardo alle guarigioni, apparentemente miracolose, a beneficio di pochi, meritevoli del suo beneplacito (Mc 1, 44 e 5, 43 e 7, 36 e 8, 26). Forse perché tali guarigioni, mostrando la soprannaturale potenza del Cristo, avrebbero potuto renderlo sospetto di stregoneria, mettendolo nei guai. Forse perché aveva scarsa considerazione della sua attività taumaturgica, non paragonabile con le opere benefiche elargite dal Padre celeste, degne di pubblico riconoscimento (cfr. Tb 12, 7). Persino agli apostoli intimava di non raccontare a nessuno la sua divina identità messianica (Mc 8, 30), almeno fino a quando non fosse risorto dalla morte (Mc 9, 9). I discepoli, del resto, temevano la sua potenza e non sempre comprendevano l’insegnamento delle parabole, le predizioni apocalittiche riguardo alla città santa (che sono, verosimilmente, predizioni “post eventum”, in quanto redatte dopo la distruzione di Gerusalemme nel 70) e quelle inerenti al suo triste destino per riscattare i peccati degli uomini (Mc 4, 13.41; 6, 49-52; 8, 17-21; 9, 32). Non le comprendevano neanche i tre apostoli più intimi di Gesù, ai quali rivelò, durante l’episodio della trasfigurazione, la sua pretesa entità divina (Mc 5, 37; 9, 2; 14, 33). Dopotutto, solo a loro Gesù insegnava i misteri del regno di Dio (Mc 4, 10-12), svelando cose nascoste fin dall’origine del mondo (Mt 13, 10-11.35; Lc 8, 9-10). Come potevano però i suoi discepoli comprendere, mentre consumavano il pasto dell’ultima cena, che stavano mangiando il suo corpo (un grave sacrilegio per la concezione ebraica) e bevendo il suo sangue, che stava per versare per molti a suggello della nuova alleanza? Del resto, neanche Gesù conosceva tutti i misteri del Padre celeste (Mc 13, 32). Gli apostoli, per giunta, lo abbandonarono, quando fu arrestato, e non credettero all’annuncio della sua resurrezione. Marco pone in risalto la potenza carismatica di Gesù, della quale beneficerebbe il credente, dando ascolto con fede salda alla verità da lui annunciata (16, 16-18). I segnati dalla potenza della fede saranno, parola di Gesù, provetti guaritori, esorcisti, poliglotti, indenni ai veleni. Ne consegue che chi non manifesterà questi carismi sarà persona di debole fede? Ai giorni nostri, i fedeli in Cristo non sembrano possedere segni carismatici. Chiunque però, secondo la decisione sancita dai padri conciliari durante la sessione del Concilio di Costantinopoli dell’anno 543, non darà ascolto alla verità annunciata nel vangelo, sarà condannato irrimediabilmente all’eterna sofferenza nel fuoco inestinguibile dell’inferno (della cui esistenza si è pronunciato il Concilio Primo Lateranense nel 1123). Le pene minacciate dal Cristo Gesù, per chi non crede al suo vangelo, sono eterne, non più circoscritte a qualche generazione, come aveva stabilito Dio Padre, facendo scontare ingiustamente ai figli la colpa dei padri (Es. 20, 5).

La mistica trasmissione della potenza e sapienza divina, avvolta nel mistero, l’apostolo Paolo, ministro di Gesù e amministratore dei misteri di Dio, annunziava ai perfetti: gli iniziati all’arcano salvifico di Cristo (1 Co 2, 6-7; 4, 1, Rm 16, 25-27). Il cristianesimo, infatti, presenta molte analogie con le religioni misteriche diffuse nell’impero romano (soprattutto con il mitraismo). Concorrente del cristianesimo era la religione misterica del dio della luce, Mitra, assimilato al Sole Invitto, venerato di domenica (giorno del sole). Il mitraismo presentava non solo analogie cultuali (banchetto sacro, purificazione, celebrazione del natale del dio, sua incarnazione tramite il ventre di una vergine, nascita in una grotta, morte del dio all’età di trentatré anni, assunzione in cielo) e iconografiche (rappresentazione del triplice Mitra con l’aureola), ma anche attese di salvezza dei seguaci alla fine dei tempi (risuscitazione dalla morte). L’iniziato ai misteri di Mitra, dopo aver raggiunto il settimo grado di perfezione (quello di Padre), rappresentava il dio in terra, indossava paramenti e copricapo rossi (come i cardinali) e portava (come porterà l’alta gerarchia clericale cristiana) un bastone pastorale ricurvo, simbolo di potere. Si ritiene plausibile che il cristianesimo abbia assorbito caratteri e riti cultuali propri della religione mitraica allora in voga nel mondo ellenistico-romano.

Marco riporta il discorso apocalittico sulla fine sconvolgente e dolorosa dei tempi (escatologia) e l’avvertimento di Gesù a non credere ai falsi cristi portatori di segni e prodigi. I segni di costoro sono opera del maligno, non segni divini, come erano invece accreditati i presunti carismi degli apostoli. Clemente Alessandrino testimonia (secondo un manoscritto della cui autenticità si discute) la tradizione esoterica della chiesa d’Alessandria e l’esistenza di un Vangelo segreto di Marco, accessibile solo agli iniziati ai grandi misteri. Chi ha fede in Dio può compiere miracoli, perché tutto è possibile a chi crede (9, 23): basta un minimo d’autentica fede (Lc 17, 5-6). Dio può ogni cosa (10, 27). Tutto ciò che a lui si chiede con fede, mediante la preghiera, si ottiene (11, 22-24). Nulla è impossibile a Dio (Mt 17, 20; 21, 22). Inoltre, chi crede nel Figlio, farà opere anche più grandi di lui (Gv 14, 12-14). Nei santuari cristiani molti infelici pregano e sperano di essere esauditi. Invano versano lacrime all’impietoso dio! Gesù conferirà agli apostoli addirittura il potere (giudiziario) di perdonare o condannare i peccati degli uomini (Gv 20, 22-23). La Chiesa presume di aver ereditato tale potere. I cristiani, al tempo di Marco, credevano imminente il ritorno di Cristo risorto (parusia) e la conseguente fine del mondo. La pia illusione dell’imminente accadimento escatologico si ritorse presto in cocente delusione e fu rimandato a tempo indeterminato.

Secondo la tradizione (Eusebio di Cesarea, Jacopo da Varagine), Marco fu eletto vescovo di Alessandria d’Egitto, dove subì il martirio sotto il regno di Nerone. Delle spoglie del santo non si seppe più nulla dopo il quarto secolo. Nell’anno 828 il suo presunto cadavere fu trasportato segretamente da Alessandria a Venezia da due mercanti intenzionati a trafugare la preziosa reliquia con ogni mezzo per dare lustro all’emergente città lagunare e alla nuova basilica realizzata.


Lucio Apulo Daunio


Nessun commento:

Posta un commento