VANGELO
SECONDO MARCO
"Rari
e felici i tempi in cui è permesso di pensare ciò che si vuole, e di dire ciò
che si pensa" (Tacito, Historiae, I,1)
LA CRITICA NON CONOSCE TESTI INFALLIBILI (Ernest Renan)
LA CRITICA NON CONOSCE TESTI INFALLIBILI (Ernest Renan)
Il Vangelo
secondo (cioè non di, ma attribuito a) Marco, redatto in Italia nella seconda
metà del I secolo (forse, dopo il 70, anno della distruzione di Gerusalemme e
del Tempio) in conformità a tradizioni siriane, si ritiene che sia il più
antico e quindi il più conforme alle originarie memorie tramandate dalle prime
comunità cristiane. Come i successivi vangeli, non è esente da quel processo
inevitabile di reinterpretazioni e rielaborazioni teologiche, durante la
trasmissione del messaggio originario, per avvalorare maggiormente la
narrazione dei fatti o le particolari convinzioni e finalità di una delle tante
comunità cristiane dell’epoca. Alcuni studiosi ritengono che l’apocrifo Vangelo
di Tommaso Apostolo (considerato come “Quinto Vangelo”), d’ispirazione
gnostica, possa essere la c.d. “fonte Q”, cioè l’ipotetico documento originale,
sulla base del quale sono stati in seguito elaborati i testi dei tre Vangeli
sinottici. Il Vangelo marciano, pervenuto in lingua greca, risente
dell’influenza della cultura occidentale (per la presenza di vari latinismi),
essendo destinato alla Chiesa di Roma, formata prevalentemente da “gentili” di
formazione culturale pagana (come quando fa riferimento all’adulterio commesso
da una donna che ripudia il marito, non ammissibile nella società giudaica,
dove solo l’uomo poteva ripudiare la moglie; cfr. Mc 10, 12). Ha uno stile
semplice, popolare, paradigmatico. Rimarchevole è l’insegnamento autoritario,
prescrittivo, dottrinario, che si ritiene abbia impartito Gesù di Galilea,
detto il Cristo (=Messia). I suoi esorcismi, che rivelano il suo potere di
comandare agli spiriti impuri, gli procurano fama presso il popolo (Mc 1,
27-28). L’evangelista descrive Gesù come un personaggio apolitico, astorico,
provvisto di una doppia natura, umana e divina (un’assurdità). Mancano i riferimenti
cronologici e i dettagli biografici. L’immediatezza del racconto entra nel vivo
della vicenda del Nazareno (Nazarenos),
cercando di mettere in luce l’umiltà e l’alone di mistero che lo circonda. Il
Vangelo marciano, in verità, inizia “ex abrupto” con la solenne proclamazione
della sua divina identità: egli è il Cristo, Figlio di Dio (Gesù, però, si
autodefiniva “Figlio dell’uomo"). Egli è venuto ad annunziare l’imminenza
del suo Regno (si discute se sia da realizzare in terra o in cielo), essendosi
compiuto il tempo di attesa delle profezie messianiche, e iniziato il tempo
escatologico. Come intende l’evangelista dimostrarlo? Lo dimostra appellandosi
ai miracoli da lui compiuti, alla testimonianza del Padre celeste (cioè alla
voce udita durante il rito del battesimo e alla visione descritta nell’episodio
della trasfigurazione), al riconoscimento attestato dagli spiriti impuri (i
demoni), all’esclamazione pronunciata dal centurione romano ai piedi della
croce. La divinità di Gesù la desume altresì sia dagli episodi in cui egli
giustifica la non osservanza del riposo del sabato sia dalla vantata potestà di
rimettere i peccati. Secondo alcuni studiosi (Unterbrink, Donnini, Cascioli e
altri), la vicenda di Gesù è la ricostruzione storica (la controfigura) del
patriota galileo Giuda di Gamala, stante le scarse notizie biografiche su di
lui.
Marco (sotto
il cui nome si cela l’anonimo redattore del vangelo) era il soprannome di
Giovanni di Gerusalemme, figlio di quella Maria nella cui casa si radunavano i
primi cristiani (At 12, 12. 25). Fu compagno di Paolo e Barnaba (At 12, 25), ma
anche collaboratore di Pietro (1 Pt 5, 13), del quale, secondo la tradizione
cristiana (Papia), avrebbe utilizzato la predicazione come fonte principale
della sua testimonianza. In verità, nulla si conosce della predicazione di
Pietro, salvo quanto riportato dagli Atti degli Apostoli, dalle due lettere cattoliche
a lui attribuite (dove indica Marco come suo figlio, cfr. 1 Pt 5,13),
dall’apocrifo Vangelo di Pietro (databile alla fine del II sec.). Il Vangelo
marciano (come anche quelli lucano e giovanneo) non riporta il riconoscimento
del primato ecclesiale di Pietro (cfr. Mt 16, 17 seg.) né presenta affinità con
il “vangelo” predicato da Paolo. Omette inoltre la polemica anti-farisaica di
Gesù e il discorso sulle beatitudini. Manca la genealogia di Gesù. L’autore,
che si cela sotto lo pseudonimo di Marco, non è stato un testimone oculare
della vicenda di cui narra. Egli è un pagano convertito e ha redatto il vangelo
interpretando e sistemando in modo organico antiche testimonianze,
raccordandole alla mentalità dei suoi lettori. Marco, infatti, mostra di avere
scarse conoscenze geografiche della Palestina e dei luoghi cui gli episodi
narrati si riferiscono (cfr. Mc 5, 1 seg. e 7, 31). La mobilità di Gesù è
descritta come un peregrinare continuo da un luogo all’altro. L’evangelista
ignora gli usi ebraici in materia di divorzio (cfr. Mc 10, 12). Cita una
profezia dal libro di Isaia (Is 29, 13), non secondo la versione della Bibbia
ebraica, bensì nella posteriore traduzione greca della Bibbia dei Settanta (Mc
7, 7).
La breve
vita pubblica di Gesù, rappresentata dall’evangelista, inizia con l’investitura
messianica, mediante il battesimo somministrato dall’asceta Giovanni Battista,
e termina con la condanna a morte e la successiva resurrezione. A differenza
degli altri vangeli sinottici (Matteo e Luca), quello secondo Marco non
descrive né la genealogia di Gesù (la presunta discendenza dal re Davide) né la
miracolosa natività né la supposta verginità della madre né le generalità del
padre putativo (Giuseppe, il falegname). Questo vangelo tace riguardo alla
Sacra Famiglia, della quale gli altri due evangelisti divagheranno con storie
inverosimili. Marco, negando la discendenza di Gesù da Davide (Mc 12, 35 seg.),
si discosta dall’attesa messianica dei giudei, che attendevano un messia
politico, restauratore della potenza di Israele. In Marco, il carattere di Gesù
appare non esente da intemperanze (come la maledizione del fico) e da
comportamenti riprovevoli (come la cacciata dei mercanti dal Tempio). Del
resto, lui non è buono come il Padre (Mc 10, 18). Marco non riporta le
“beatitudini” proclamate da Gesù nel “discorso della montagna” (cfr. Mt 5).
Quanto all’epilogo concernente l’apparizione del Risorto (Mc 16, 9-20),
verosimilmente si tratta di un falso letterario, aggiunto posteriormente, dato
che nei più antichi manoscritti questo vangelo si chiude con la fuga delle
donne dal sepolcro di Gesù trovato vuoto. La testimonianza del soggiorno di
Gesù in terra pagana (Mc 7, 24-37), può spiegarsi con la tardiva redazione del
vangelo in un’epoca in cui l’attività missionaria si svolgeva anche tra i non
giudei. Marco insiste sul segreto messianico e sulla necessità del sacrificio
di Cristo per l’umana salvezza, giacché egli non permetteva ai demoni di
svelare la sua identità (Mc 1, 25.34; 3, 12). Egli proibiva a chi assisteva ai
suoi prodigi, e soprattutto ai miracolati, di propagandare quanto avevano visto
riguardo alle guarigioni, apparentemente miracolose, a beneficio di pochi,
meritevoli del suo beneplacito (Mc 1, 44 e 5, 43 e 7, 36 e 8, 26). Forse perché
tali guarigioni, mostrando la soprannaturale potenza del Cristo, avrebbero
potuto renderlo sospetto di stregoneria, mettendolo nei guai. Forse perché
aveva scarsa considerazione della sua attività taumaturgica, non paragonabile
con le opere benefiche elargite dal Padre celeste, degne di pubblico
riconoscimento (cfr. Tb 12, 7). Persino agli apostoli intimava di non
raccontare a nessuno la sua divina identità messianica (Mc 8, 30), almeno fino
a quando non fosse risorto dalla morte (Mc 9, 9). I discepoli, del resto,
temevano la sua potenza e non sempre comprendevano l’insegnamento delle
parabole, le predizioni apocalittiche riguardo alla città santa (che sono,
verosimilmente, predizioni “post eventum”, in quanto redatte dopo la
distruzione di Gerusalemme nel 70) e quelle inerenti al suo triste destino per
riscattare i peccati degli uomini (Mc 4, 13.41; 6, 49-52; 8, 17-21; 9, 32). Non
le comprendevano neanche i tre apostoli più intimi di Gesù, ai quali rivelò,
durante l’episodio della trasfigurazione, la sua pretesa entità divina (Mc 5,
37; 9, 2; 14, 33). Dopotutto, solo a loro Gesù insegnava i misteri del regno di
Dio (Mc 4, 10-12), svelando cose nascoste fin dall’origine del mondo (Mt 13,
10-11.35; Lc 8, 9-10). Come potevano però i suoi discepoli comprendere, mentre
consumavano il pasto dell’ultima cena, che stavano mangiando il suo corpo (un
grave sacrilegio per la concezione ebraica) e bevendo il suo sangue, che stava
per versare per molti a suggello della nuova alleanza? Del resto, neanche Gesù
conosceva tutti i misteri del Padre celeste (Mc 13, 32). Gli apostoli, per
giunta, lo abbandonarono, quando fu arrestato, e non credettero all’annuncio
della sua resurrezione. Marco pone in risalto la potenza carismatica di Gesù,
della quale beneficerebbe il credente, dando ascolto con fede salda alla verità
da lui annunciata (16, 16-18). I segnati dalla potenza della fede saranno,
parola di Gesù, provetti guaritori, esorcisti, poliglotti, indenni ai veleni.
Ne consegue che chi non manifesterà questi carismi sarà persona di debole fede?
Ai giorni nostri, i fedeli in Cristo non sembrano possedere segni carismatici.
Chiunque però, secondo la decisione sancita dai padri conciliari durante la
sessione del Concilio di Costantinopoli dell’anno 543, non darà ascolto alla
verità annunciata nel vangelo, sarà condannato irrimediabilmente all’eterna
sofferenza nel fuoco inestinguibile dell’inferno (della cui esistenza si è
pronunciato il Concilio Primo Lateranense nel 1123). Le pene minacciate dal
Cristo Gesù, per chi non crede al suo vangelo, sono eterne, non più
circoscritte a qualche generazione, come aveva stabilito Dio Padre, facendo
scontare ingiustamente ai figli la colpa dei padri (Es. 20, 5).
La mistica
trasmissione della potenza e sapienza divina, avvolta nel mistero, l’apostolo
Paolo, ministro di Gesù e amministratore dei misteri di Dio, annunziava ai
perfetti: gli iniziati all’arcano salvifico di Cristo (1 Co 2, 6-7; 4, 1, Rm
16, 25-27). Il cristianesimo, infatti, presenta molte analogie con le religioni
misteriche diffuse nell’impero romano (soprattutto con il mitraismo).
Concorrente del cristianesimo era la religione misterica del dio della luce,
Mitra, assimilato al Sole Invitto, venerato di domenica (giorno del sole). Il
mitraismo presentava non solo analogie cultuali (banchetto sacro, purificazione,
celebrazione del natale del dio, sua incarnazione tramite il ventre di una
vergine, nascita in una grotta, morte del dio all’età di trentatré anni,
assunzione in cielo) e iconografiche (rappresentazione del triplice Mitra con
l’aureola), ma anche attese di salvezza dei seguaci alla fine dei tempi
(risuscitazione dalla morte). L’iniziato ai misteri di Mitra, dopo aver
raggiunto il settimo grado di perfezione (quello di Padre), rappresentava il
dio in terra, indossava paramenti e copricapo rossi (come i cardinali) e
portava (come porterà l’alta gerarchia clericale cristiana) un bastone pastorale
ricurvo, simbolo di potere. Si ritiene plausibile che il cristianesimo abbia
assorbito caratteri e riti cultuali propri della religione mitraica allora in
voga nel mondo ellenistico-romano.
Marco
riporta il discorso apocalittico sulla fine sconvolgente e dolorosa dei tempi
(escatologia) e l’avvertimento di Gesù a non credere ai falsi cristi portatori
di segni e prodigi. I segni di costoro sono opera del maligno, non segni
divini, come erano invece accreditati i presunti carismi degli apostoli.
Clemente Alessandrino testimonia (secondo un manoscritto della cui autenticità
si discute) la tradizione esoterica della chiesa d’Alessandria e l’esistenza di
un Vangelo segreto di Marco, accessibile solo agli iniziati ai grandi misteri.
Chi ha fede in Dio può compiere miracoli, perché tutto è possibile a chi crede
(9, 23): basta un minimo d’autentica fede (Lc 17, 5-6). Dio può ogni cosa (10,
27). Tutto ciò che a lui si chiede con fede, mediante la preghiera, si ottiene
(11, 22-24). Nulla è impossibile a Dio (Mt 17, 20; 21, 22). Inoltre, chi crede
nel Figlio, farà opere anche più grandi di lui (Gv 14, 12-14). Nei santuari
cristiani molti infelici pregano e sperano di essere esauditi. Invano versano
lacrime all’impietoso dio! Gesù conferirà agli apostoli addirittura il potere
(giudiziario) di perdonare o condannare i peccati degli uomini (Gv 20, 22-23).
La Chiesa presume di aver ereditato tale potere. I cristiani, al tempo di
Marco, credevano imminente il ritorno di Cristo risorto (parusia) e la
conseguente fine del mondo. La pia illusione dell’imminente accadimento
escatologico si ritorse presto in cocente delusione e fu rimandato a tempo
indeterminato.
Secondo la
tradizione (Eusebio di Cesarea, Jacopo da Varagine), Marco fu eletto vescovo di
Alessandria d’Egitto, dove subì il martirio sotto il regno di Nerone. Delle
spoglie del santo non si seppe più nulla dopo il quarto secolo. Nell’anno 828
il suo presunto cadavere fu trasportato segretamente da Alessandria a Venezia
da due mercanti intenzionati a trafugare la preziosa reliquia con ogni mezzo
per dare lustro all’emergente città lagunare e alla nuova basilica realizzata.
Lucio Apulo Daunio
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