VANGELO SECONDO MATTEO
PARTE PRIMA
Gli
evangelisti Matteo e Luca, in buona sostanza, attingono parte delle loro
narrazioni dal testo di Marco, accentuandone il miracolismo e integrandolo con
citazioni prelevate da una comune fonte. Non sono testimoni oculari della
vicenda di Cristo. L’uno e l’altro introducono, contraddicendosi frequentemente
(come sul tempo della nascita e sul luogo di residenza della sacra famiglia),
elementi biografici leggendari (invenzioni), attingendo a mitologie pagane ed
ebraiche, integrandole con il mito della nascita soprannaturale di Gesù,
creduto Figlio di Dio, fattosi uomo (divina incarnazione) per salvarci da una
biblica, mitica colpa originale. Luca s’inventa anche la nascita miracolosa di
Giovanni Battista, un profeta precursore del Messia e di lui probabile parente.
Il concepimento per intervento divino è un tema ricorrente nei racconti
mitologici, di cui non sono esenti neanche i libri dell’A.T. (come la nascita
miracolosa d’Isacco dalla sterile Sara, moglie d’Abramo, cfr. Gn 21, 1-4, e la
nascita di Sansone, che si sacrifica per salvare il suo popolo, cfr. Gdc 13, 1
seg. e 16, 27-31). La tradizione culturale ebraica disdegnava il celibato e il
nubilato. La Legge, infatti, sollecitava tutti gli individui al matrimonio.
Rimanere vergine e nubile, per una donna, era un segno di maledizione divina.
Anche per la donna coniugata ma sterile, valeva il medesimo pregiudizio. La
concezione della sterilità come castigo di Dio ebbe ripercussioni sui costumi
sessuali giudaici. Nell’antica tradizione ebraica, infatti, si riscontrano:
poligamia, concubinato, prostituzione e incesto. Pare che il serraglio del re
Salomone racchiudesse 700 regine e 300 concubine, e che lo stesso, oltre a
spassarsela con l’infedele regina di Saba, tollerasse culti stranieri. Nel
tempio di Jahvè si praticava la prostituzione sacra (Dt 23, 18, 1Re 14, 24 e
15, 12 e 22, 47, 2Re 23, 7, Ger 5, 7, ecc.). Il “Cantico dei Cantici” è la
testimonianza della vita gaia e sensuale d’Israele in quei tempi. Questi
costumi non scandalizzavano Jahvè, che invece si accese d’ira per le
depravazioni di Sodoma e Gomorra. Si riteneva, inoltre, che il concepimento di
una donna sterile fosse causato da un intervento divino, perciò il figlio da
lei partorito si considerava sacro. In verità, poteva essere sterile l’uomo, anziché
la donna; ma in quei tempi s’ignorava la sterilità maschile. Quanto al
concepimento miracoloso, è più realistico credere a una relazione adulterina.
La verginità, maschile o femminile, solo con il cristianesimo assurgerà a virtù
d'ordine religioso. Un privilegio esclusivo sarà conferito dai padri conciliari
alla madre di Gesù, Maria, designata a concepire il Figlio di Dio per
intervento dello Spirito Santo, pur rimanendo sempre vergine, prima durante e
dopo il parto, per decreto conciliare. Già l’evangelista Luca, nel racconto
della natività, aveva posto in risalto il ruolo di Maria, alla quale le
successive generazioni avrebbero attribuito l’appellativo di beata per aver
remissivamente accolto l’annuncio di Dio. In Matteo, invece, è Giuseppe (il cui
ruolo nella vicenda di Cristo sarà del tutto secondario) che riceve l’annuncio
della nascita divina, dopo essersi accorto dello stato di gravidanza della
giovane promessa sposa. L’importanza di Maria assurgerà a dignità cultuale con
la nascita e lo sviluppo della mariologia, fino a diventare una vera e propria
mariolatria con l’invenzione delle innumerevoli “madonne”. La beata vergine
immacolata, madre di un uomo chiamato Gesù, elevata dormiente dalla terra,
accolta nella gloria di Dio, è festeggiata dai cristiani il giorno 15 agosto.
Incoronata e proclamata Regina dei cieli (novella Iside), avvocata dei
peccatori presso Dio sovrano, redentrice del mondo, liberatrice dalla morte,
consolatrice e maestra, è sommamente venerata come Madre di Dio. La sua mitica
casa natale, miracolosamente trasportata dalla Palestina a Loreto, è tuttora
idolatrata come Santa Casa (che sia o non quella originaria, trasportata dai
templari, è argomento di secondaria importanza per i cristiani). Il Concilio di
Efeso, nell’anno 431, decreterà Maria vera Madre di Dio. Un altro privilegio
sarà attribuito più tardi: quello dell’immunità dalla colpa del peccato
originale sin dal momento del suo concepimento, nonostante che due eminenti
dotti cristiani (Bernardo di Chiaravalle nel XII secolo e Tommaso d’Aquino nel
XIII sec.) abbiano negato il suo immacolato concepimento. Il dogma
dell’Immacolata Concezione sarà proclamato per afflato divino da Pio IX l’8
dicembre del 1854 (giorno di festa comandata). Il beato (!) Pio IX, esattamente
dieci anni dopo, con la pubblicazione del Sillabo, condannerà tutte le dottrine
moderniste del tempo, ritenute anticattoliche. Il Concilio Vaticano I, nel
1870, decreterà il primato della giurisdizione del Papa su tutta la Chiesa e la
conseguente infallibilità del papa, per quanto concerne le definizioni “ex
cathedra”, sulle dottrine riguardanti la fede e alla morale. Lo stesso Concilio
proclamerà l’autenticità della dottrina cattolica in virtù della Rivelazione e
della Fede. San Pio X, nel 1907, condannerà il modernismo (movimento di
rinnovamento del cattolicesimo) come eresia, confermando l’immutabilità
dottrinaria della Chiesa. Egli pretese altresì la sottomissione dei
dottori esegeti della Sacra Scrittura alle decisioni della Santa Sede e della
pontificia commissione biblica non solo riguardo alle decisioni già formulate
sulle verità di fede, ma anche di quelle da formularsi in avvenire
(irriformabilità della tradizione dogmatica). Il Concilio Vaticano II
proclamerà l’inerranza (impossibilità di errore) della Sacra Scrittura, in
quanto ispirata da Dio nella persona dello Spirito Santo. Il Magistero della
Chiesa, insomma, avoca a sé l’ufficio dell’autentica interpretazione della
parola di Dio, scritta nella Bibbia o trasmessa dall’afflato divino ai
sedicenti vicari di Dio.
PARTE
SECONDA
Il Vangelo
c.d. “secondo Matteo”, pervenuto nella traduzione in lingua greca (si discute
se l’originale sia stato scritto in lingua ebraica e se la copia pervenuta fino
a noi sia un rimaneggiamento del perduto Vangelo degli Ebrei, vicino ai testi
della comunità essena di Qumran). Differisce da quello di Marco, non solo
perché riporta (come il Vangelo di Luca) i detti (logia) di Gesù, ma
soprattutto per le amplificazioni miracolistiche, le aggiunte leggendarie, il
tono ieratico e il carattere ecclesiastico che lo contraddistingue. Redatto
intorno agli anni 90 in ambiente giudaico-cristiano (forse da un maestro
residente ad Antiochia), gli si attribuisce somma importanza teologica, giacché
da esso si desume sia il primato della catechesi, fonte di principi dottrinari,
sia il primato di Pietro, fondante l’autorità vicaria del pontefice.
L’evangelista elabora una genealogia di Gesù finalizzata a dimostrare la sua
presunta discendenza dalla reale dinastia di Davide. Attesta che Gesù è il
Messia degli ebrei, che porta a compimento l’ebraismo, come ritiene annunciato
dalle profezie bibliche. Lo presenta come un Rabbi (maestro), critico del
formalismo dei Farisei e portatore di una rinnovata “legge”, finalizzata alla
fondazione di un nuovo popolo di Dio (cfr. la parabola degli amministratori
malvagi in 21, 33-43). Gesù è chiamato Nazoreo (nazoraios è l’uomo della verità, secondo il Vangelo gnostico di
Filippo) in adempimento di una profezia biblica (non riscontrabile in nessun
passo dell’Antico Testamento). Così è anche chiamato nei Vangeli secondo
Giovanni e negli Atti degli Apostoli. Nei Vangeli secondo Marco e Luca, invece,
è chiamato Nazareno. Il termine nazarenos
è stato interpretato come abitante di Nazareth, villaggio individuato in tempi
successivi a quello di Gesù. Taluni studiosi lo pongono in relazione al termine
naziyr, cioè al voto di nazireato,
oppure al termine netser, che in
senso figurato può significare colui che germoglia dalla discendenza del re
Davide, (cfr. oracolo di Isaia 11, 1). L’appellativo Nazoreo o Nazareno non è
utilizzato nelle lettere di Paolo e nell’Apocalisse. Nazaret, villaggio della
Galilea, è menzionato per la prima volta nelle perdute “Cronografie” di Sesto
Giulio Africano (183-256 e.v.), profondo conoscitore della Palestina, citate da
Eusebio di Cesarea (265-340 e.v.). Eusebio, peraltro, appare storico
inattendibile, essendo fautore dell’uso della menzogna come medicina, come
scrive nella sua opera “Storia ecclesiastica”.
Il Vangelo
matteano inizia introducendo una discutibile genealogia di Gesù per
evidenziarne l’aspetto regale: la sua identità ebraica e la discendenza dal re
Davide (in contrasto sia con la successiva affermazione della sua figliolanza
divina, sia con l’umiltà della nascita in una stalla, da un padre putativo, di
mestiere falegname, sia con il suo insegnamento teso a imitare un ideale di
vita fatto di remissività e povertà). Segue il racconto della nascita a
Betlemme per attestare che egli è il messia atteso dagli ebrei (secondo le
Scritture, il Messia sarebbe dovuto nascere a Betlemme, città di Davide). La
mitica nascita da una vergine lo accredita come Figlio di Dio. La leggendaria
visita dei Magi (forse sacerdoti di religione mitraica), che guidati da una
stella vengono ad adorarlo in una grotta a Betlemme, attesterebbe il suo
riconoscimento anche da parte dei non giudei. La fuga in Egitto della sacra
famiglia e il successivo ritorno intendono richiamare la sofferenza del popolo
d’Israele durante la cattività in Egitto e il susseguente esodo. La dubbia
persecuzione d’Erode il Grande anticipa il tema dell’ostilità dei giudei per il
Cristo Gesù e per i suoi seguaci. L’elenco delle beatitudini (c.d. “Discorso
della Montagna”) designa il codice della morale evangelica: una morale non
schietta e disinteressata, bensì condizionata da premi e castighi nell’aldilà.
Il discorso escatologico annuncia l’inizio delle tribolazioni per l’umanità,
preda di Satana, prima della fine violenta del mondo. Altri episodi leggendari
sono concentrati negli ultimi due capitoli del Vangelo. Il racconto della
passione presenta diverse interruzioni per porre in evidenza la morte tragica
di Giuda Iscariota (27, 3-10), la leggendaria visione della moglie di Pilato
(27, 19), l’improbabile rito del lavaggio delle mani di Pilato (27, 24-25), i
segni apocalittici apparsi mentre Gesù spirava (27, 51-54). L’episodio
concernente l’apparizione del Risorto agli apostoli, investendoli di poteri
carismatici ed esortandoli a esercitare in perpetuo la missione di annunciare
il vangelo a tutte le genti del mondo, battezzando i neofiti nel nome della
divina Trinità (Mt 28, 16-20) è, secondo la maggior parte degli studiosi,
un’aggiunta posteriore, dunque una mistificazione (atteso che Gesù stesso aveva
profetizzato l’imminente fine dei tempi, ancor prima che gli apostoli potessero
ammaestrare tutte le genti - cfr. Mt 10, 23; 24, 34; 26, 64). Divine Trinità
erano già note nel paganesimo, come il mito della triplice luna, la Trimurti
degli Indù, l’Ermete trismegisto (cioè tre volte grande), il gruppo trinitario
egizio di Osiride, Iside e Horus, la variante ellenistica di Serapide, Iside e
Arpocrate, la potentissima trinità greca di Zeus, Atena ed Ermes, quella
capitolina di Giove, Giunone e Minerva, quella arcaica di Giove, Marte e
Quirino. Secondo la scuola pitagorica, il numero tre era il numero dell’armonia
e della perfezione, composto di unità e diversità, perciò si considerava
espressione della divinità. Numerose sono le citazioni profetiche (un
espediente letterario volto ad avvalorare una verità teologica) per mostrare
(infondatamente) che gli eventi della vicenda di Gesù sono stati predetti dalle
antiche Scritture e che non vi è rottura tra il Vangelo e il giudaismo, tra la
nuova legge e quella di Mosè (Mt 5, 17-20). Gesù, insomma, professa la sua fede
nelle promesse divine, dichiarando d’essere venuto nel mondo per attuarle,
portando però non la pace, ma la spada (Mt 10, 34).
Il Vangelo
secondo Matteo, espressione delle comunità giudaiche convertite al
cristianesimo, riflette le attese religiose del giudaismo messianico, che si
collegano alla credenza dell’imminente fine del mondo, accompagnata da un
rinnovamento universale. Nel Vangelo domina il tema della realizzazione delle
promesse messianiche di Gesù, identificato con vari appellativi: Cristo
(Messia), Figlio di Davide, Figlio di Dio. Segno della nuova Alleanza non è più
la circoncisione, ma il battesimo con acqua e con Spirito. L’annuncio del regno
di Dio e della nuova fede, ancorché predicato entro i confini del giudaismo (Mt
10, 5-6), porterà alla rottura con la tradizione giudaica e alla conseguente
apertura del messaggio salvifico ai gentili (Mt 28, 19-20). L’antica tradizione
ecclesiastica attribuiva il Vangelo in questione all’apostolo Matteo, detto
anche Levi, un pubblicano convertito da Gesù (Mt 9, 9-13). La recente indagine
critica, invece, ha stabilito che si tratta di un differente autore, un
giudeo-cristiano, che ha consultato diverse fonti, tra cui il vangelo di Marco.
Né l’uno né l’altro autore, però, sono stati testimoni oculari delle vicende
del Nazareno. La redazione definitiva è fatta risalire al periodo successivo
alla distruzione di Gerusalemme (70 d.C.). Una variante del Vangelo secondo
Matteo è l’apocrifo “Vangelo degli Ebrei”, citato dai Padri della Chiesa,
redatto in ambiente giudeo-cristiano dai c.d. Nazareni, che adottarono la nuova
fede senza rinunciare all’osservanza della Legge. Il “Vangelo degli Ebrei” era
accettato anche dagli Ebioniti, che respingevano l’insegnamento paolino e
negavano la divinità di Cristo. L’evangelista Matteo andò a predicare il
vangelo in Etiopia, dove subì il martirio. Le reliquie dell’apostolo,
trasferite dall’Etiopia in diverse regioni, trovarono definitiva sistemazione
nella cattedrale di Salerno.
Lucio Apulo Daunio
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