AMOREVOLI
PRECETTI CTISTIANI
Il dio
giudaico (Elohim – Jahvè) non pare che abbia le idee chiare. Secondo una mitica
tradizione, Elohim allettò Adamo dandogli una compagna, affinché egli, indotto
dallo stimolo sessuale, perpetuasse la specie umana. Elohim, dunque, creò
l’umanità, distinguendola in maschio e femmina, affinché l’uomo fecondasse la
donna e perpetuasse la specie. Jahvè, invece, secondo un’altra mitica
tradizione, alloggiò la coppia in Eden (una specie di paradiso), dove un
perfido precettore, demone tentatore, sotto le spoglie di un serpente, turbò la
loro innocenza, inducendoli ai piaceri della carne. I due primitivi si
piacquero, si concupirono e s’accoppiarono. Elohim benedì la loro unione;
Jahvè, invece, la maledì, perché, disubbidendo a una sua proibizione, le due
creature avevano perso la loro innocenza. Scacciati dal Paradiso terrestre,
ubicato sulla Terra ad oriente, i nostri primi presunti parenti furono
destinati ad un’infausta vita di sofferenze e di duro lavoro. La donna fu condannata
a sgravare figli con doglie e a farsi dominare dalla prepotenza dell’uomo,
verso il quale, suo malgrado, la spingerà la passione amorosa (ben presto però
apprenderà l’arte della seduzione, con la quale conquisterà la preminenza
sull’uomo). L’uomo fu condannato a faticare, zappando l’incolta terra giorno
dopo l’altro, per ricavare col sudore della fronte il nutrimento per sé e la
sua famiglia.
Paolo,
illuminato da Gesù, consigliava di vivere in stato d’innocenza, come Adamo ed
Eva nell’idilliaco Eden. Ciò significa dover vivere contro natura, perché non
siamo esseri asessuali. Avendo assaporato il seducente frutto dell’albero della
conoscenza, non possiamo privarci di vivere come natura comanda. La verginità
non può essere un dono di Dio, ma un castigo che l’uomo infligge a se stesso
sotto le mentite spoglie di una supposta virtù.
Dopo secoli
e millenni di patimenti, un ebreo si rivela agli uomini di un minuscolo popolo,
come Messia di Elohim - Jahvè, venuto nel mondo per riscattarli da una colpa
originale, commessa dai nostri primi avi. Egli è il Cristo Gesù, proclamato in
seguito dalla Chiesa “Figlio di Dio”, seconda ipostasi dell’uni-trina divinità
cristiana, Signore della terra per diritto di nascita. Disceso dal regno
(invisibile) dei cieli (quelli che, secondo un’antica ipotesi astronomica,
circonderebbero i sette pianeti del sistema solare) e venuto a compiere una
divina missione sulla terra: riscattare noi mortali da una presunta colpa,
sacrificando se stesso tramite l’ignominiosa morte sulla croce. Ben presto,
però, risorge dalla morte per ascendere nel suo mitico regno extragalattico in
virtù della grazia concessagli dal Padre. I visionari redattori dei sacri testi
biblici hanno spacciato queste fole, scaturite dalle ebbre menti dei teologi, come
divina ispirazione. I loro seguaci, eletti interpreti del Verbo divino, hanno
divulgato fiumane di sacre parole, miranti a plagiare la credula gente.
Diffidiamo di questi apprendisti stregoni, imbonitori d’ingannevoli verità, che
si mascherano con fogge e ornamenti démodé, ostentando paramenti,
manti talari di porpora, tonache corvine, ruvidi sai, pedi pastorali, mitre
e triregni.
Le prime
comunità cristiane erano rette, oltre che da apostoli e profeti carismatici,
anche da persone che svolgevano funzioni complementari: amministratori
(denominati anziani), presbiteri (sacerdoti), episcopi, diaconi, maestri di
dottrina. Per costoro era indispensabile “in primis et ante omnia”
l’esemplarità di vita personale e familiare (At 14, 23, 1 Tm 3, 1 seg. e 5, 17 seg.,
Tt 1, 5 seg., 1 Pt 5, 1 seg.). L’episcopato (vale a dire il vescovo), con
l’andar del tempo, assurse a dignità superiore a quella degli altri funzionari,
assumendo un ruolo egemone sulla comunità, che assunse un’organizzazione
strutturale gerarchica. Vi erano poi chierici, senza ordinazione sacramentale,
addetti ad altri servizi ecclesiastici (c.d. ordini minori). Il vescovo di
Roma, supposto successore dell’apostolo Pietro e preteso vicario di Cristo-Dio
sulla terra, assunse il massimo potere, configurandosi come un monarca
assoluto, sapiente in sacre funzioni e ultraterrene verità. I sacerdoti,
fratelli in Cristo, nei primi tempi potevano sposarsi o farsi coadiuvare da
donne nel loro ministero, cui demandavano vari incarichi (1Tm 3, 11).
Originariamente, la loro condotta fu disciplinata dalle prescrizioni, contenute
nel libro del Levitico (21, 1 seg.), che prevedeva la consacrazione, la
gerarchizzazione, la santità di vita e il matrimonio con una vergine. Paolo
stesso approvò tali norme, stimandole conformi alla fede in Cristo, anche se
considerava la verginità dono (!) di Dio. I sacerdoti, dunque, piuttosto che
rendersi simili a eunuchi, potevano anelare il regno dei cieli, anche se
convivevano con una sposa sorella. All’epoca dei riformatori monastici, nel
secolo XI, la Chiesa si conformò, non senza difficoltà, al principio del
celibato ecclesiastico, nel vano tentativo di porre un freno alla corruzione
del clero (colpevole di nicolaismo, nepotismo, simonia, ecc.).
I seguaci di
Aristotele giuravano sulle parole del venerato maestro (in verba magistri),
usando la locuzione “ipse dixit” a garanzia della veridicità delle loro
asserzioni. Gesù, invece, proibì il giuramento a garanzia della verità (Mt 5,
33-37), contrariamente a quanto disciplinato in proposito dal Pentateuco (Lv
19, 12; Nm 30, 2). Si potrebbe obiettare che agli angeli di Jahvè era
consentito giurare sulla testa di Dio a conferma degli oracoli profetici da
loro pronunciati per conto del signore-padrone (Gn 22, 15 seg.). In verità, ciò
che a Dio e agli angeli è consentito fare, all’uomo non sempre è lecito, parola
di Gesù. Il linguaggio del cristiano doveva essere franco: un sì o un no.
Superfluo perciò era giurare per il cielo, trono di Dio, o per la terra,
sgabello dei suoi piedi, o per Gerusalemme, città santa, o per la testa di
chicchessia, priva d’alcun potere e tanto meno di rendere nero o bianco un
capello. I cristiani, insomma, devono esprimersi francamente, dicendo pane al
pane e vino al vino, se non vogliono buscarle nel giorno dell’ira divina (Gc 5,
12). Un linguaggio non limpido, sottende l’inganno o la menzogna, ed è tipico
del maligno, che rifugge dalla verità (Gv 8, 44). La cristiana franchezza (parresia),
dunque, non ha bisogno di successive garanzie, perché non c’è differenza tra
ciò che si pensa e ciò che si dice con coraggio, contrariamente all’astuzia (phronesis).
Elemosine,
preghiere, digiuni sono opere meritorie agli occhi di Dio, che i pii cristiani
devono praticare, senza sbandierarle ai quattro venti, senza cercare l’ammirazione
degli uomini (Mt 6, 1 seg.). Squacquerarle con squilli di tromba sulle
pubbliche piazze o nelle sinagoghe, alla farisaica maniera, significa
precludersi il bene dell’aldilà, barattato con il plauso dell’aldiquà. Caso mai
è da sbraitare sulle pubbliche piazze l’inospitalità della gente, che rifiuta
di accogliere i missionari inviati da Cristo. L’inospite giudeo, parola di
vangelo, doveva essere disprezzato, squadernandogli anatemi a non finire,
voltandogli le spalle, allontanandosi dall’infausto luogo, scotendosi la
polvere dai piedi. Una messa in scena, che poco si confaceva allo spirito
cristiano (Mt 10, 14-15, Mc 6, 11, Lc 9, 5, At 13, 51 e 18, 16). Le pie opere,
dunque, devono essere praticate dai cristiani in tutta segretezza,
nascondendole persino a loro stessi. La pratica del digiuno non deve
ostentarsi, assumendo un triste e funereo aspetto, com’era costume degli
ipocriti giudei. Il cristiano, al contrario, quando digiuna deve farsi bello,
celando (dissimulando) i patimenti della fame (Mt 6, 16-18). Le mistiche
anoressiche sante teopatiche (Teresa d’Avila, Chiara d’Assisi, Chiara da
Montefalco, Caterina da Siena, Angela da Foligno e altre) si pascevano di cibo
celeste, disdegnando quello terrestre. In verità, il digiunare (ma anche la
flagellazione e le altre sofferenze corporali, come modalità di accesso al
divino) debilita il corpo e rende l’individuo fisicamente e psicologicamente
debole (a pancia piena si ragiona meglio). La sofferenza che consegue alle
mortificazioni corporali si accompagna a tristezza. Il cristiano, però, deve
soffrire nel suo intimo, simulando contentezza all’esterno (atteggiamento
ipocrita, non dissimile da quello farisaico). I doni ai fratelli bisognosi
devono essere elargiti “gratis et amore dei”. La preghiera serve per
ingraziarsi Dio (commuoverlo a pietà, anche attraverso un santo intercessore) e
ottenere i suoi favori. Gli insinceri, che pregano con vacuità interiore,
mettendosi in bella mostra, non possono sperare nelle celesti ricompense,
avendo già ottenuto quelle terrene (Mt 6, 5 seg.). Al pio cristiano si addice
un’intima preghiera, nel segreto della propria camera, senza pecca di verbosità
e senza perdersi in chiacchiere. Dio, parola di suo Figlio, conosce le nostre
necessità, perciò non va stancato oltre il necessario, ossessionandolo con
l’insistenza delle richieste (preghiera correlata ai bisogni). Questo precetto
di Gesù è ormai caduto in disuso, sostituito dall’enfatica spettacolarizzazione
del rituale liturgico cattolico (dramma sacro che integra l’emotività
dell’orazione con la gestualità) e da una preghiera ripetitiva e acritica, che
tranquillizza la coscienza, ottunde l’intelletto, rafforza la coesione sociale
e il sentimento di appartenenza ad una collettività, di cui si condividono i
valori. La Chiesa è maestra nell’uso della preghiera e del digiuno come
pratiche di soggezione dei fedeli, subordinati al dominio clericale,
terrificati da presunti divini castighi. La preghiera, similmente ad un
placebo, produce effetti benefici e antidepressivi, in virtù della fede
dell’orante e in funzione al grado di suggestionabilità dello steso (preghiera
lenitiva della sofferenza).
La croce,
che ogni cristiano deve sobbarcarsi per seguire Gesù e la sua Chiesa, è simbolo
di sottomissione e obbedienza. A ogni modo, nell'attesa della parusia, cioè del
ritorno del Cristo Gesù alla fine dei tempi, è consigliabile una strenua
vigilanza. Il cristiano deve, alla stregua di un buon servo, vegliare
nell'attesa del ritorno del dio padrone (Mc 13, 32-37; Lc 12, 35 seg.). Durante
l’ansiosa, stressante aspettazione del dio giustiziere, bisogna pregare sempre,
senza sosta, invocandolo giorno e notte per assicurarsi che faccia quanto prima
giustizia a favore dei suoi devoti fedeli (Lc 18, 1-8). Un avvertimento
incombe: chi ha molto ricevuto, di molto dovrà rendere conto, a comprova della
sua fedeltà al dio dominatore (Lc 12, 41-48), deciso a fare a pezzi i suoi
fedifraghi servi, destinandoli ad eterno pianto e stridore di denti (Mt 24,
45-51). I servi fedeli e perseveranti, invece, convoleranno con lui alle nozze
celesti (Mt 25, 1-13). A Dio piace ascoltare un paternostro, purché recitato
con la fede nel cuore, con umiltà e sincerità (Lc 18, 9-14, Mt 6, 9 seg. e 7,
7-11). A chi chiede sarà dato…lo Spirito Santo (Lc 11, 5-13). Tutto ciò che si
chiede a Dio, senza alcun dubbio, si ottiene (Mc 11, 24), anche se chiesto in
compagnia di altri (Mt 18, 19-20). La teatralità e le formalità del culto
giudaico (non saranno da meno l’esteriorità e la sfarzosità del culto
cristiano) e la preghiera fatta con le labbra, anziché nel segreto del cuore,
sono condannate in conformità ad una profezia d’Isaia (Mt 15, 7-9). Il Dio
trinitario ha natura spirituale, evanescente, perciò gradisce un culto d’uguale
natura. Egli non abita nei templi edificati dagli uomini (i cristiani,
tuttavia, l’adorano in sontuose e maestose chiese), ma è sovrano in ogni luogo;
né riceve servizi dalle mani degli uomini, perché non ha bisogno di loro (il
clero è di contrario avviso). Non vuole essere onorato per mezzo delle immagini
fabbricate dagli uomini (l’eresia iconoclastica non ebbe duraturo successo).
Ogni suo fedele è tempio di Dio, ed egli vi dimora con il suo spirito, perciò
punirà chiunque, uccidendo un uomo, distruggerà anche il suo tempio (Mt 18, 20,
At 7, 48-50 e 17, 24-29, 1 Co 3, 16-17, 1 Gv 5, 21). Figuriamoci i pianti e lo
stridore di denti di quei carnefici che ebbero l’ardire di distruggere il
santuario del corpo del Cristo Gesù, crocifiggendolo!
Un giorno,
un discepolo invitò Gesù ad insegnare loro a pregare, come aveva fatto Giovanni
Battista per i suoi seguaci (Lc 11, 1 seg.). Poche e sobrie parole erano più
che sufficienti, a parere di Gesù (Mt 6, 7 seg.). La preghiera doveva iniziare
invocando e onorando la santità, non di Gesù (evidentemente non si sentiva pari
a Dio, come poi sarà proclamato dalla Chiesa trionfante), bensì del Padre suo e
nostro, dimorante in cielo. Si proseguiva la preghiera auspicando l’avvento
(mai realizzato) del suo regno sulla terra e facendo atto di sottomissione alla
divina volontà (fiat voluntas tua). Bisognava implorare Dio (caso mai
fosse distratto), affinché provvedesse al quotidiano e materiale sostentamento
dei suoi fedeli e assolvesse (perdonasse) i quotidiani peccatucci da loro
commessi. Anche i fedeli dovevano impegnarsi (cosa ardua) a perdonare
peccatucci e vizietti del prossimo (Lc 11, 3-4). Bisognava implorarlo affinché
condonasse i nostri debiti, come noi li dobbiamo condonare ai nostri debitori
(Mt 6, 11-12). L’invocazione della remissione (cancellazione) dei debiti era auspicata
per non incorrere nello stato di schiavitù, conseguente alla mancata
restituzione del prestito, oppure per riacquistare la perduta libertà. La
preghiera del paternoster si concludeva con l’esortazione a
Dio di non essere messi continuamente alla prova delle tentazioni perpetrate
dal maligno, allontanando il ribaldo con tutta la sua malevola, indiavolata
combriccola. Dunque, se per commuovere Dio occorre recitare il paternostro, per
il diavolo non bisogna sprecare neanche una candela, perché lui, pur di
esaudire i nostri umani desideri, si precipita a rotta di collo a mettere a
soqquadro mezzo mondo e finanche l’universo intero. La richiesta di liberazione
dal male satanico, tuttavia, si pone in contraddizione con l’aspirazione dei
fedeli a sottomettersi al volere di Dio, che, invece di liberarli dal male, può
indurli in tentazione per metterli alla prova. Padre Pio da Pietrelcina
confessava al padre spirituale che Gesù permetteva ai demoni capeggiati da
Satana di percuoterlo di notte, costringendolo a lottare contro il Maligno.
Satana, però, non poté possederlo, giacché il frate era stato già posseduto da
Cristo, abbandonandosi alle sofferenze della croce e ricevendo impresse sul
corpo le stigmate, misteriosamente scomparse alla sua morte.
Quanto alle
ricchezze, il pio cristiano non deve affannarsi ad accumularle sulla terra,
dove ladri matricolati rubano a man bassa, e ruggine e tignole le consumano.
Egli, invece, deve guadagnarsi, mediante una vita irreprensibile, il bene
imperituro dell’eternità (Mt 6, 19-21). Egli non deve servire
contemporaneamente due padroni: Dio e mammona; non deve essere paladino di
Cristo e servo del denaro, cosa priva di valore agli occhi di Dio. Unica ed
univoca è la scelta da fare: legare il proprio cuore al servizio dell’uni-trino
dio, Padre, Figlio e Spirito Santo (Mt 6, 24, Lc 16, 13-15). Stolti sono coloro
che, servendo mammona, godono nell’aldiquà, ma perdono il bene dell’aldilà (Lc
12, 13-21). Chi vuol essere perfetto deve vendere ciò che possiede e donarlo ai
poveri: la perdita dei beni terreni troverà un’adeguata ricompensa nell’aldilà
(Mt 19, 21). Il regno dei cieli, parola di Gesù, è simile ad un tesoro nascosto
in un campo (Mt 13, 44-46). Chi lo trova, lo nasconde di nuovo (perché, invece,
non portarselo via subito?); poi, pieno di gioia, va a vendersi tutto quello
che ha per acquistare il campo e godersi il tesoro (la sua futile gioia, però,
la sconterà poi lassù). Questo fantomatico regno celeste è paragonato ad un
mercante che va in cerca di perle preziose. Trovata una di gran valore, si
vende tutto il patrimonio per acquistarla (sperando, forse, di rivenderla per
ricavarne un maggior guadagno, ma perdendosi irrimediabilmente l’anima). Per
usare proficuamente i beni terreni è sufficiente adempiere gli insegnamenti di
Gesù (Lc 16, 1-15; 19-31). Paolo, infatti, degno discepolo di Gesù, deprecherà
l’esecrabile cupidigia e la brama di ricchezze (auri sacra fames).
Esorterà ad accontentarsi di quanto può bastare per nutrirsi e vestirsi,
rinunciando al superfluo, fonte di mali (1 Tm 6, 6-10). Precetti, in verità,
già insegnati da Socrate, da Epicuro, dai filosofi stoici, dai filosofi cinici.
Nudi veniamo in questo mondo con la nascita e nudi arriveremo alla meta, poiché
nulla di materiale possiamo portare con noi nell’oltretomba (con buona pace
delle antiche credenze religiose). Guardarsi dai pericoli della ricchezza è
d’obbligo per i cristiani. I loro beni materiali devono spartirli (fiato
sprecato) con il prossimo, al fine di acquistare la vera vita (1 Tm 6, 17-19).
L’apostolo Giacomo (Gc 4, 13-17; 5, 1-7) non è da meno di Paolo nel condannare
la vanità e l’immoralità delle ricchezze, che la morte vanificherà. Guai poi ad
arricchirsi in modo illecito e ingiusto, spremendo e opprimendo i lavoratori!
Per questi capitalisti farabutti, sfruttatori e schiavisti, non ci sarà scampo,
quando sopraggiungerà il “dies irae” del compagno Gesù. Riceveranno il
medesimo trattamento che si riserva alle bestie che s’ingrassano per il giorno
del macello. Il pio cristiano, che vende i suoi beni terreni conformemente
all’insegnamento evangelico, deve vivere alla giornata e non preoccuparsi del
domani (carpe diem, quam minimum credula postero). Egli, abbandonandosi
con speranzosa fiducia tra le braccia della Divina Provvidenza, della cui cura
persino gli uccelli e i fiori beneficiano, può cogliere serenamente l’attimo
fuggente. Il Padre celeste, parola di Gesù, provvede ai bisogni di coloro che
cercano il suo giusto regno e non stanno ad angustiarsi per le necessità del
domani (Mt 6, 25-34 e 10, 29-31, Lc 12, 22-34). Se delle necessità sorgono,
basta manifestarle a Dio, pregando e invocando il suo soccorso e scaricando su
di lui ogni nostra preoccupazione (Fl 4, 6; 1 Pt 5, 7). A ciascun giorno basta
la sua pena. Domani sarà un altro giorno. Alleluia!
Lucio Apulo Daunio
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