domenica 11 settembre 2011

AMOREVOLI PRECETTI CRISTIANI



AMOREVOLI PRECETTI CTISTIANI




Il dio giudaico (Elohim – Jahvè) non pare che abbia le idee chiare. Secondo una mitica tradizione, Elohim allettò Adamo dandogli una compagna, affinché egli, indotto dallo stimolo sessuale, perpetuasse la specie umana. Elohim, dunque, creò l’umanità, distinguendola in maschio e femmina, affinché l’uomo fecondasse la donna e perpetuasse la specie. Jahvè, invece, secondo un’altra mitica tradizione, alloggiò la coppia in Eden (una specie di paradiso), dove un perfido precettore, demone tentatore, sotto le spoglie di un serpente, turbò la loro innocenza, inducendoli ai piaceri della carne. I due primitivi si piacquero, si concupirono e s’accoppiarono. Elohim benedì la loro unione; Jahvè, invece, la maledì, perché, disubbidendo a una sua proibizione, le due creature avevano perso la loro innocenza. Scacciati dal Paradiso terrestre, ubicato sulla Terra ad oriente, i nostri primi presunti parenti furono destinati ad un’infausta vita di sofferenze e di duro lavoro. La donna fu condannata a sgravare figli con doglie e a farsi dominare dalla prepotenza dell’uomo, verso il quale, suo malgrado, la spingerà la passione amorosa (ben presto però apprenderà l’arte della seduzione, con la quale conquisterà la preminenza sull’uomo). L’uomo fu condannato a faticare, zappando l’incolta terra giorno dopo l’altro, per ricavare col sudore della fronte il nutrimento per sé e la sua famiglia.

Paolo, illuminato da Gesù, consigliava di vivere in stato d’innocenza, come Adamo ed Eva nell’idilliaco Eden. Ciò significa dover vivere contro natura, perché non siamo esseri asessuali. Avendo assaporato il seducente frutto dell’albero della conoscenza, non possiamo privarci di vivere come natura comanda. La verginità non può essere un dono di Dio, ma un castigo che l’uomo infligge a se stesso sotto le mentite spoglie di una supposta virtù.

Dopo secoli e millenni di patimenti, un ebreo si rivela agli uomini di un minuscolo popolo, come Messia di Elohim - Jahvè, venuto nel mondo per riscattarli da una colpa originale, commessa dai nostri primi avi. Egli è il Cristo Gesù, proclamato in seguito dalla Chiesa “Figlio di Dio”, seconda ipostasi dell’uni-trina divinità cristiana, Signore della terra per diritto di nascita. Disceso dal regno (invisibile) dei cieli (quelli che, secondo un’antica ipotesi astronomica, circonderebbero i sette pianeti del sistema solare) e venuto a compiere una divina missione sulla terra: riscattare noi mortali da una presunta colpa, sacrificando se stesso tramite l’ignominiosa morte sulla croce. Ben presto, però, risorge dalla morte per ascendere nel suo mitico regno extragalattico in virtù della grazia concessagli dal Padre. I visionari redattori dei sacri testi biblici hanno spacciato queste fole, scaturite dalle ebbre menti dei teologi, come divina ispirazione. I loro seguaci, eletti interpreti del Verbo divino, hanno divulgato fiumane di sacre parole, miranti a plagiare la credula gente. Diffidiamo di questi apprendisti stregoni, imbonitori d’ingannevoli verità, che si mascherano con fogge e ornamenti démodé, ostentando paramenti, manti talari di porpora, tonache corvine, ruvidi sai, pedi pastorali, mitre e triregni.

Le prime comunità cristiane erano rette, oltre che da apostoli e profeti carismatici, anche da persone che svolgevano funzioni complementari: amministratori (denominati anziani), presbiteri (sacerdoti), episcopi, diaconi, maestri di dottrina. Per costoro era indispensabile “in primis et ante omnia” l’esemplarità di vita personale e familiare (At 14, 23, 1 Tm 3, 1 seg. e 5, 17 seg., Tt 1, 5 seg., 1 Pt 5, 1 seg.). L’episcopato (vale a dire il vescovo), con l’andar del tempo, assurse a dignità superiore a quella degli altri funzionari, assumendo un ruolo egemone sulla comunità, che assunse un’organizzazione strutturale gerarchica. Vi erano poi chierici, senza ordinazione sacramentale, addetti ad altri servizi ecclesiastici (c.d. ordini minori). Il vescovo di Roma, supposto successore dell’apostolo Pietro e preteso vicario di Cristo-Dio sulla terra, assunse il massimo potere, configurandosi come un monarca assoluto, sapiente in sacre funzioni e ultraterrene verità. I sacerdoti, fratelli in Cristo, nei primi tempi potevano sposarsi o farsi coadiuvare da donne nel loro ministero, cui demandavano vari incarichi (1Tm 3, 11). Originariamente, la loro condotta fu disciplinata dalle prescrizioni, contenute nel libro del Levitico (21, 1 seg.), che prevedeva la consacrazione, la gerarchizzazione, la santità di vita e il matrimonio con una vergine. Paolo stesso approvò tali norme, stimandole conformi alla fede in Cristo, anche se considerava la verginità dono (!) di Dio. I sacerdoti, dunque, piuttosto che rendersi simili a eunuchi, potevano anelare il regno dei cieli, anche se convivevano con una sposa sorella. All’epoca dei riformatori monastici, nel secolo XI, la Chiesa si conformò, non senza difficoltà, al principio del celibato ecclesiastico, nel vano tentativo di porre un freno alla corruzione del clero (colpevole di nicolaismo, nepotismo, simonia, ecc.).

I seguaci di Aristotele giuravano sulle parole del venerato maestro (in verba magistri), usando la locuzione “ipse dixit” a garanzia della veridicità delle loro asserzioni. Gesù, invece, proibì il giuramento a garanzia della verità (Mt 5, 33-37), contrariamente a quanto disciplinato in proposito dal Pentateuco (Lv 19, 12; Nm 30, 2). Si potrebbe obiettare che agli angeli di Jahvè era consentito giurare sulla testa di Dio a conferma degli oracoli profetici da loro pronunciati per conto del signore-padrone (Gn 22, 15 seg.). In verità, ciò che a Dio e agli angeli è consentito fare, all’uomo non sempre è lecito, parola di Gesù. Il linguaggio del cristiano doveva essere franco: un sì o un no. Superfluo perciò era giurare per il cielo, trono di Dio, o per la terra, sgabello dei suoi piedi, o per Gerusalemme, città santa, o per la testa di chicchessia, priva d’alcun potere e tanto meno di rendere nero o bianco un capello. I cristiani, insomma, devono esprimersi francamente, dicendo pane al pane e vino al vino, se non vogliono buscarle nel giorno dell’ira divina (Gc 5, 12). Un linguaggio non limpido, sottende l’inganno o la menzogna, ed è tipico del maligno, che rifugge dalla verità (Gv 8, 44). La cristiana franchezza (parresia), dunque, non ha bisogno di successive garanzie, perché non c’è differenza tra ciò che si pensa e ciò che si dice con coraggio, contrariamente all’astuzia (phronesis).

Elemosine, preghiere, digiuni sono opere meritorie agli occhi di Dio, che i pii cristiani devono praticare, senza sbandierarle ai quattro venti, senza cercare l’ammirazione degli uomini (Mt 6, 1 seg.). Squacquerarle con squilli di tromba sulle pubbliche piazze o nelle sinagoghe, alla farisaica maniera, significa precludersi il bene dell’aldilà, barattato con il plauso dell’aldiquà. Caso mai è da sbraitare sulle pubbliche piazze l’inospitalità della gente, che rifiuta di accogliere i missionari inviati da Cristo. L’inospite giudeo, parola di vangelo, doveva essere disprezzato, squadernandogli anatemi a non finire, voltandogli le spalle, allontanandosi dall’infausto luogo, scotendosi la polvere dai piedi. Una messa in scena, che poco si confaceva allo spirito cristiano (Mt 10, 14-15, Mc 6, 11, Lc 9, 5, At 13, 51 e 18, 16). Le pie opere, dunque, devono essere praticate dai cristiani in tutta segretezza, nascondendole persino a loro stessi. La pratica del digiuno non deve ostentarsi, assumendo un triste e funereo aspetto, com’era costume degli ipocriti giudei. Il cristiano, al contrario, quando digiuna deve farsi bello, celando (dissimulando) i patimenti della fame (Mt 6, 16-18). Le mistiche anoressiche sante teopatiche (Teresa d’Avila, Chiara d’Assisi, Chiara da Montefalco, Caterina da Siena, Angela da Foligno e altre) si pascevano di cibo celeste, disdegnando quello terrestre. In verità, il digiunare (ma anche la flagellazione e le altre sofferenze corporali, come modalità di accesso al divino) debilita il corpo e rende l’individuo fisicamente e psicologicamente debole (a pancia piena si ragiona meglio). La sofferenza che consegue alle mortificazioni corporali si accompagna a tristezza. Il cristiano, però, deve soffrire nel suo intimo, simulando contentezza all’esterno (atteggiamento ipocrita, non dissimile da quello farisaico). I doni ai fratelli bisognosi devono essere elargiti “gratis et amore dei”. La preghiera serve per ingraziarsi Dio (commuoverlo a pietà, anche attraverso un santo intercessore) e ottenere i suoi favori. Gli insinceri, che pregano con vacuità interiore, mettendosi in bella mostra, non possono sperare nelle celesti ricompense, avendo già ottenuto quelle terrene (Mt 6, 5 seg.). Al pio cristiano si addice un’intima preghiera, nel segreto della propria camera, senza pecca di verbosità e senza perdersi in chiacchiere. Dio, parola di suo Figlio, conosce le nostre necessità, perciò non va stancato oltre il necessario, ossessionandolo con l’insistenza delle richieste (preghiera correlata ai bisogni). Questo precetto di Gesù è ormai caduto in disuso, sostituito dall’enfatica spettacolarizzazione del rituale liturgico cattolico (dramma sacro che integra l’emotività dell’orazione con la gestualità) e da una preghiera ripetitiva e acritica, che tranquillizza la coscienza, ottunde l’intelletto, rafforza la coesione sociale e il sentimento di appartenenza ad una collettività, di cui si condividono i valori. La Chiesa è maestra nell’uso della preghiera e del digiuno come pratiche di soggezione dei fedeli, subordinati al dominio clericale, terrificati da presunti divini castighi. La preghiera, similmente ad un placebo, produce effetti benefici e antidepressivi, in virtù della fede dell’orante e in funzione al grado di suggestionabilità dello steso (preghiera lenitiva della sofferenza). 

La croce, che ogni cristiano deve sobbarcarsi per seguire Gesù e la sua Chiesa, è simbolo di sottomissione e obbedienza. A ogni modo, nell'attesa della parusia, cioè del ritorno del Cristo Gesù alla fine dei tempi, è consigliabile una strenua vigilanza. Il cristiano deve, alla stregua di un buon servo, vegliare nell'attesa del ritorno del dio padrone (Mc 13, 32-37; Lc 12, 35 seg.). Durante l’ansiosa, stressante aspettazione del dio giustiziere, bisogna pregare sempre, senza sosta, invocandolo giorno e notte per assicurarsi che faccia quanto prima giustizia a favore dei suoi devoti fedeli (Lc 18, 1-8). Un avvertimento incombe: chi ha molto ricevuto, di molto dovrà rendere conto, a comprova della sua fedeltà al dio dominatore (Lc 12, 41-48), deciso a fare a pezzi i suoi fedifraghi servi, destinandoli ad eterno pianto e stridore di denti (Mt 24, 45-51). I servi fedeli e perseveranti, invece, convoleranno con lui alle nozze celesti (Mt 25, 1-13). A Dio piace ascoltare un paternostro, purché recitato con la fede nel cuore, con umiltà e sincerità (Lc 18, 9-14, Mt 6, 9 seg. e 7, 7-11). A chi chiede sarà dato…lo Spirito Santo (Lc 11, 5-13). Tutto ciò che si chiede a Dio, senza alcun dubbio, si ottiene (Mc 11, 24), anche se chiesto in compagnia di altri (Mt 18, 19-20). La teatralità e le formalità del culto giudaico (non saranno da meno l’esteriorità e la sfarzosità del culto cristiano) e la preghiera fatta con le labbra, anziché nel segreto del cuore, sono condannate in conformità ad una profezia d’Isaia (Mt 15, 7-9). Il Dio trinitario ha natura spirituale, evanescente, perciò gradisce un culto d’uguale natura. Egli non abita nei templi edificati dagli uomini (i cristiani, tuttavia, l’adorano in sontuose e maestose chiese), ma è sovrano in ogni luogo; né riceve servizi dalle mani degli uomini, perché non ha bisogno di loro (il clero è di contrario avviso). Non vuole essere onorato per mezzo delle immagini fabbricate dagli uomini (l’eresia iconoclastica non ebbe duraturo successo). Ogni suo fedele è tempio di Dio, ed egli vi dimora con il suo spirito, perciò punirà chiunque, uccidendo un uomo, distruggerà anche il suo tempio (Mt 18, 20, At 7, 48-50 e 17, 24-29, 1 Co 3, 16-17, 1 Gv 5, 21). Figuriamoci i pianti e lo stridore di denti di quei carnefici che ebbero l’ardire di distruggere il santuario del corpo del Cristo Gesù, crocifiggendolo!

Un giorno, un discepolo invitò Gesù ad insegnare loro a pregare, come aveva fatto Giovanni Battista per i suoi seguaci (Lc 11, 1 seg.). Poche e sobrie parole erano più che sufficienti, a parere di Gesù (Mt 6, 7 seg.). La preghiera doveva iniziare invocando e onorando la santità, non di Gesù (evidentemente non si sentiva pari a Dio, come poi sarà proclamato dalla Chiesa trionfante), bensì del Padre suo e nostro, dimorante in cielo. Si proseguiva la preghiera auspicando l’avvento (mai realizzato) del suo regno sulla terra e facendo atto di sottomissione alla divina volontà (fiat voluntas tua). Bisognava implorare Dio (caso mai fosse distratto), affinché provvedesse al quotidiano e materiale sostentamento dei suoi fedeli e assolvesse (perdonasse) i quotidiani peccatucci da loro commessi. Anche i fedeli dovevano impegnarsi (cosa ardua) a perdonare peccatucci e vizietti del prossimo (Lc 11, 3-4). Bisognava implorarlo affinché condonasse i nostri debiti, come noi li dobbiamo condonare ai nostri debitori (Mt 6, 11-12). L’invocazione della remissione (cancellazione) dei debiti era auspicata per non incorrere nello stato di schiavitù, conseguente alla mancata restituzione del prestito, oppure per riacquistare la perduta libertà. La preghiera del paternoster si concludeva con l’esortazione a Dio di non essere messi continuamente alla prova delle tentazioni perpetrate dal maligno, allontanando il ribaldo con tutta la sua malevola, indiavolata combriccola. Dunque, se per commuovere Dio occorre recitare il paternostro, per il diavolo non bisogna sprecare neanche una candela, perché lui, pur di esaudire i nostri umani desideri, si precipita a rotta di collo a mettere a soqquadro mezzo mondo e finanche l’universo intero. La richiesta di liberazione dal male satanico, tuttavia, si pone in contraddizione con l’aspirazione dei fedeli a sottomettersi al volere di Dio, che, invece di liberarli dal male, può indurli in tentazione per metterli alla prova. Padre Pio da Pietrelcina confessava al padre spirituale che Gesù permetteva ai demoni capeggiati da Satana di percuoterlo di notte, costringendolo a lottare contro il Maligno. Satana, però, non poté possederlo, giacché il frate era stato già posseduto da Cristo, abbandonandosi alle sofferenze della croce e ricevendo impresse sul corpo le stigmate, misteriosamente scomparse alla sua morte.

Quanto alle ricchezze, il pio cristiano non deve affannarsi ad accumularle sulla terra, dove ladri matricolati rubano a man bassa, e ruggine e tignole le consumano. Egli, invece, deve guadagnarsi, mediante una vita irreprensibile, il bene imperituro dell’eternità (Mt 6, 19-21). Egli non deve servire contemporaneamente due padroni: Dio e mammona; non deve essere paladino di Cristo e servo del denaro, cosa priva di valore agli occhi di Dio. Unica ed univoca è la scelta da fare: legare il proprio cuore al servizio dell’uni-trino dio, Padre, Figlio e Spirito Santo (Mt 6, 24, Lc 16, 13-15). Stolti sono coloro che, servendo mammona, godono nell’aldiquà, ma perdono il bene dell’aldilà (Lc 12, 13-21). Chi vuol essere perfetto deve vendere ciò che possiede e donarlo ai poveri: la perdita dei beni terreni troverà un’adeguata ricompensa nell’aldilà (Mt 19, 21). Il regno dei cieli, parola di Gesù, è simile ad un tesoro nascosto in un campo (Mt 13, 44-46). Chi lo trova, lo nasconde di nuovo (perché, invece, non portarselo via subito?); poi, pieno di gioia, va a vendersi tutto quello che ha per acquistare il campo e godersi il tesoro (la sua futile gioia, però, la sconterà poi lassù). Questo fantomatico regno celeste è paragonato ad un mercante che va in cerca di perle preziose. Trovata una di gran valore, si vende tutto il patrimonio per acquistarla (sperando, forse, di rivenderla per ricavarne un maggior guadagno, ma perdendosi irrimediabilmente l’anima). Per usare proficuamente i beni terreni è sufficiente adempiere gli insegnamenti di Gesù (Lc 16, 1-15; 19-31). Paolo, infatti, degno discepolo di Gesù, deprecherà l’esecrabile cupidigia e la brama di ricchezze (auri sacra fames). Esorterà ad accontentarsi di quanto può bastare per nutrirsi e vestirsi, rinunciando al superfluo, fonte di mali (1 Tm 6, 6-10). Precetti, in verità, già insegnati da Socrate, da Epicuro, dai filosofi stoici, dai filosofi cinici. Nudi veniamo in questo mondo con la nascita e nudi arriveremo alla meta, poiché nulla di materiale possiamo portare con noi nell’oltretomba (con buona pace delle antiche credenze religiose). Guardarsi dai pericoli della ricchezza è d’obbligo per i cristiani. I loro beni materiali devono spartirli (fiato sprecato) con il prossimo, al fine di acquistare la vera vita (1 Tm 6, 17-19). L’apostolo Giacomo (Gc 4, 13-17; 5, 1-7) non è da meno di Paolo nel condannare la vanità e l’immoralità delle ricchezze, che la morte vanificherà. Guai poi ad arricchirsi in modo illecito e ingiusto, spremendo e opprimendo i lavoratori! Per questi capitalisti farabutti, sfruttatori e schiavisti, non ci sarà scampo, quando sopraggiungerà il “dies irae” del compagno Gesù. Riceveranno il medesimo trattamento che si riserva alle bestie che s’ingrassano per il giorno del macello. Il pio cristiano, che vende i suoi beni terreni conformemente all’insegnamento evangelico, deve vivere alla giornata e non preoccuparsi del domani (carpe diem, quam minimum credula postero). Egli, abbandonandosi con speranzosa fiducia tra le braccia della Divina Provvidenza, della cui cura persino gli uccelli e i fiori beneficiano, può cogliere serenamente l’attimo fuggente. Il Padre celeste, parola di Gesù, provvede ai bisogni di coloro che cercano il suo giusto regno e non stanno ad angustiarsi per le necessità del domani (Mt 6, 25-34 e 10, 29-31, Lc 12, 22-34). Se delle necessità sorgono, basta manifestarle a Dio, pregando e invocando il suo soccorso e scaricando su di lui ogni nostra preoccupazione (Fl 4, 6; 1 Pt 5, 7). A ciascun giorno basta la sua pena. Domani sarà un altro giorno. Alleluia!

 Lucio Apulo Daunio

Nessun commento:

Posta un commento