lunedì 8 agosto 2011


LA RELIGIONE CRISTIANA

              


           Il cristianesimo è la religione fondata essenzialmente sul Vangelo, su uno scritto preminentemente assertivo, finalizzato alla propaganda di un credo, il cui testo canonico è pervenuto in quattro differenti esemplari, che sono copie tradotte da altre copie, non esenti da errori e interpolazioni. Gli autori dei Vangeli narrano detti e fatti attribuiti all’ebreo Gesù, il Cristo divinizzato, e ai suoi discepoli. Si crede che sia un dio presso dio, che ha lasciato le celesti dimore per venire come uomo nel mondo a redimere gli uomini. Il complesso delle Sacre Scritture cristiane, Nuovo e Antico Testamento, è un insieme di libri canonici, che si crede siano stati redatti su divina ispirazione. Il Nuovo Testamento è collegato all’Antico per mezzo della figura di Giovanni Battista, il precursore di Cristo, che ha profetizzato l’avvento del Messia. Al patto (testamento) stretto da Jahvè con il popolo d’Israele e perfezionato (rettificato) in seguito dal Cristo Gesù, occorre aggiungere la successiva elaborazione teologica e dottrinaria della Chiesa, che si è valsa anche di un'artata esegesi dei testi biblici. La “traditio vivens” su cui si fonda la Chiesa, rende possibili gli aggiornamenti e le correzioni dottrinarie, in virtù dell’ispirazione che lo Spirito Santo elargisce agli eminenti gerarchi ecclesiastici. Applicando l’interpretazione allegorico-tipologica, la Chiesa ha preteso di prefigurare nelle profezie e nelle vicende dell’A.T. l’avvento del Messia e l’annuncio della lieta novella. Il procedimento consiste nel riunire in una corrispondenza tipologica le realtà storiche di due epoche diverse (per es. la figura di Davide nell’A.T. con quella di Cristo nel N.T.). I dogmi proclamati dalla Chiesa in virtù della divina ispirazione, sono articoli di fede, verità credute certe, aventi forza di sacra prescrizione. Si afferma, ad esempio, che Dio è uno e che rimane tale, pur essendo trino, cioè distinto in tre ipostasi. Si afferma che il Cristo Gesù è un dio che si è fatto uomo, senza rinunciare alla sua natura divina, ed è morto come uomo pur restando vivo come Dio. Si afferma che Gesù è nato da una vergine donna immacolata (concepita senza peccato originale), intensamente venerata come Madre di Dio (iperdulia). Si afferma che Maria ha concepito il figlio Gesù in virtù dello Spirito Santo (come decretato dai padri conciliari, dopo concitate diatribe) e che dopo averlo partorito, è rimasta sempre vergine. Si afferma che la Madonna è stata assunta in cielo e accolta nel regno di Dio con il titolo di Regina. Si afferma che durante il rito della messa, con il quale si rinnova simbolicamente il sacrificio di Cristo, le sostanze del pane (ostia) e del vino offerte a Dio si tramutano nel corpo e nel sangue di Cristo (c.d. transustanziazione).

Il mito cristologico è un’elaborazione politico-teologica, creata nel corso dei secoli da un clero dominante di una Chiesa che si afferma sovrapponendosi all’autorità di un impero in rovina e in degrado. L’etica umana, utilitaristica e naturalistica, fondata sulla solidarietà e centralità del valore e onore dell’uomo, è rimpiazzata dall’opposta etica, alienante e mistificante, dell’agape cristiana, del sacrificio, della dedizione, dell’abnegazione, dell’accettazione della sofferenza, della santificazione per amore e in obbedienza a Dio ed ai suoi sacri servi, deputati sulla terra ad agire in suo nome. L’ecumenismo cattolico maschera il latente imperialismo papale-clericale, l’egemonia di una Chiesa che tende a subordinare stati e fedi religiose al suo dominio spirituale, al potere coercitivo di un credo, fatto pretestuosamente derivare da un supposto ente soprannaturale, e finalizzato alla salvezza universale oltremondana degli uomini. La pretesa “cattolicità” (universalità) della Chiesa apostolica romana è in contraddizione con le sue verità indimostrabili e misteriose, perciò non accettabili ovunque. La religiosità cristiana è in funzione della mitizzazione di Gesù, un ebreo dissidente dall’ortodossia farisaica, predominante nella Palestina di quei tempi, della cui storica esistenza si dubita, come si dubita della sua rappresentazione teologica ad opera degli evangelisti.

Il desiderio d'immortalità, indotto nell’uomo primitivo dalla sconvolgente emozione della morte, ha portato gli esseri umani a immaginare un mondo irreale, a travalicare l’immanenza per agognare la trascendenza, a credere in una vita ultraterrena. La religione ebraica arriverà tardivamente al concetto di resurrezione, ancorché non condiviso da tutti.  La religione cristiana (come l’egiziana), sarà invece fondata soprattutto sulla credenza nell’immortalità, dopo la resurrezione dalla morte. Ne è prova il fatto che il primo uomo a risorgere dalla morte è stato il Cristo deificato (rappresentato con il simbolo della fenice, il mitico uccello che risorgeva dalle proprie ceneri). I cristiani sperano anche loro di resuscitare dalla morte per conseguire l’immortalità nel giorno del giudizio universale, quando per ognuno verrà il “redde rationem”. Durante la loro esistenza, essi si cibano del pane dell’eterna vita (l’ostia consacrata), concreta significazione del corpo di Cristo risorto, ambrosia e nettare per assurgere agli onori del celeste Eden. Per i “graeculos” era inconcepibile la resurrezione di un uomo dopo la morte. Paolo, l’apostolo delle “genti”, fu canzonato dagli Ateniesi, quando tenne il suo discorso nell’Areopago, dove tirò in ballo la risurrezione di Cristo (At 17,16-33). Anche il governatore Festo reagì al discorso di Paolo sul medesimo argomento (At 26, 23-24). A lui sembrò che Paolo delirasse, che si fosse bevuto il cervello per il troppo sapere circa i divini misteri, ascoltandolo farneticare riguardo ai morti che risuscitano.

La religione cristiana adora un uomo morto, che presuppone risorto e asceso alla maestà divina. Di lui testimonia, mussando notizie inverificabili, la natura divina. Lo ha eletto Figlio di Dio-Padre, ipostasi di un altro se stesso. Egli è il Cristo Gesù, il Messia atteso e promesso da Dio al suo popolo prediletto, immolato sull’ara del mondo al fine di riscattare l’umanità da una presunta colpa. Un terzo dio, lo Spirito Santo, è la terza ipostasi che procede da entrambi. L’annuncio della sua “buona novella” sul Regno di Dio è pervenuto tramite le testimonianze delle comunità cristiane, successivamente redatte in documenti, di cui solo alcuni (copie di copie) sono stati dichiarati canonici (i libri e le epistole che formano il N.T.). La pretesa divina “rivelazione”, in quanto non corroborata da valide prove, è inattendibile, giacché indimostrabile. Né può addursi come prova il fatto che molti sono quelli che credono nella divinità del Cristo Gesù. Né può considerarsi tale la testimonianza degli evangelisti o degli apostoli, perché le loro affermazioni, attestanti presunte verità rivelate da Dio, sotto le spoglie dell’uomo Gesù, sono prive di obiettivo storico riscontro. Priva di fondamento è la pretesa, sostenuta dalla Chiesa, secondo la quale gli avvenimenti, le testimonianze e le profezie riportate nella Bibbia sono frutto della divina ispirazione. Se talune cose possono apparire vere e giuste, non per questo tutto il resto deve essere vero e giusto. I Giudei condannarono la “buona novella” come dottrina sacrilega (dunque “cattiva”), giudicando il promotore come blasfemo mentecatto. Del resto, come dar credito a testimonianze inattendibili e contraddittorie, a dottrine misteriose ed empie, a parabole allusive e ambigue, a predizioni apocalittiche, a maledizioni e minacce, a inverosimili miracoli e prodigi, a impossibili risuscitazioni? Come dar credito a un dio che, pur di mettere alla prova la fedeltà d’Abramo, comandandogli l’assassinio dell’unico figlio, sospende l’osservanza del suo comandamento di non uccidere? A quello stesso dio che consente al suo popolo eletto (cfr. il libro di Giosuè) lo sterminio d’altri popoli per conquistare un pezzo di terra che ha loro promesso? A un dio che sospende le leggi della fisica (cfr. Gs 10, 12-14), ritardando il tramonto del sole, per consentire ai suoi protetti lo sterminio dei nemici? A un dio che impone a un suo fedele servo (cfr. Os 1, 2) di sposare una prostituta, per fare figli marchiati da infamia, pur di conseguire determinati scopi? A un dio che rende onore a quelli che lo onorano (cfr. 1 Sm 2, 30) e accorda la sua protezione a chi è ligio ai suoi comandamenti, ma disprezza, ingiuria e maledice quelli che disonorano lui e il suo clan di pastori nomadi? Appare dunque assurdo credere alla giustizia di un dio bellicoso, che parteggia per un popolo di predoni e non ha pietà per i suoi nemici, infliggendo loro malattie, tormenti e lapidazioni, condannandoli a subire razzie, massacri e stragi. Un dio tiranno, sanguinario, che si macchia di delittuose atrocità, si rivela peggiore degli uomini. La sua saggezza è moralmente ripugnante.

I libri dell’A.T., in vero, connotano l’antica cultura letteraria di un popolo, in seguito reinterpretata dalla leadership rabbinica in senso religioso-ideologico. Quanto al dio cristiano, concepito uno e trino, siamo in balìa di un vero e proprio rebus teologico. Egli è sovrano autoritario di un fantomatico regno ultraterreno e despota nel mondo reale, dove impera per mezzo del suo vicario sul colle Vaticano. Governa il suo regno come un monarca assoluto e implacabile, assistito in cielo da una potente corte angelica, che fa quadrato attorno al suo trono glorioso, prona ad ogni suo comando. Lo coadiuvano il Cristo Gesù, lo Spirito Santo, la Regina Madre e i dodici Apostoli, giudici implacabili delle tribù d’Israele. Sulla terra il suo vicario è assistito dalla consorteria clericale, ed è spalleggiato dagli amorosi drudi della fede cristiana, guidati da un codazzo d’intellettuali pseudo-laici, devoti tutori degli inganni clericali nella società civile. L’arengo degli Eroi della Fede, predestinati sudditi del suo dispotico regno, lo adora in permanenza in cielo e in terra per i secoli dei secoli. Amen? Amen un corno, stante la noiosa prospettiva che ci attende lassù, vale a dire o l’eterna beatitudine contemplativa della gloriosa trinitaria deità cristiana o l’eterno tormento nelle fiamme inestinguibili dell’inferno. Non da meno è il pericolo perenne che imperversa quaggiù, ossia il fanatismo fideista della casta sacerdotale e dei suoi accoliti, che la storia documenta come missionari infaticabili e fautori ostinati di conversioni coatte, indottrinamenti sistematici, terrorismi psicologici, plagi e arroganze dogmatiche. Non c’è di che rallegrarsi dell’una e dell’altra prospettiva, lassù e quaggiù.

La pienezza di Dio contrasta con la limitatezza dell’essere umano. Ciò che proviene da lui, perfettissimo, è sempre inferiore in tutto, manchevole in qualcosa. Da un principio generale, astratto e indimostrabile, la teologia deduce l’esistente. Ne consegue che, se ciò che è reale è vero, anche la causa prima, origine della realtà, deve essere vera e reale. La teologia non ha bisogno di sperimentare, di controllare e confermare la validità delle ipotesi o di confutarle, se più non reggono ai successivi controlli. Non si dà premura di scoprire le leggi statistiche che determinano gli avvenimenti naturali, di formulare una teoria della probabilità, come fa la scienza, che non ha la pretesa di affermare verità assolute. La scienza è empirica, sperimentale, critica. Impara dai propri errori. Indaga sui fatti, dichiarandoli veri o falsi, fino a prova contraria. La teologia, invece, enuncia giudizi soggettivi di valore e perviene a soluzioni che sono già implicite nelle premesse (cioè sono tautologie). Le sue verità, indimostrabili, sono assolute. Il suo pensiero è “forte”, in contrasto con il relativismo, con il pensiero “debole”. La pretesa verità rivelata da Dio alla Chiesa è creduta assoluta, immutabile, eterna, indiscutibile, dogmatica. La scienza, invece, è obiettiva e si avvale dell’autonomia della ragione, da cui desume una provvisoria verità, che sottopone a successivi controlli di validità. L’esaltazione della fede nella credenza di una verità dogmatica assieme al sonno della ragione possono generare fanatismi e intolleranze. La religione cristiana suggestiona e avvince la massa dei credenti mediante l’illusione di un essere soprannaturale, giudice implacabile, che ci attende al varco dello Stige, dopo il pagamento dell’obolo a Caronte. L’animo del credente è contagiato fin dall’infanzia dal virus ideologico del catechismo cristiano (cfr. Codice di diritto canonico, parte II, sez. I, cap. I). Il cristiano, creatura di Dio, appartiene totalmente alla Chiesa, che serve con fedeltà. Ribellarsi alla sua autorità equivale a offendere Dio e a precludersi la salvezza (extra ecclesiam nulla salus). Depositaria sulla terra della divina verità, la Chiesa, in quanto corpo mistico di Cristo, si configura come potenza sacerdotale, legittimata alla gestione del sacro e al dominio sulle coscienze. Se tutto il creato, compreso l’uomo, appartiene a Dio, ne consegue che ogni potestà proviene da lui (omnis potestas a Deo), inclusa quella della Chiesa (ovviamente, ritenuta superiore alla potestà dello Stato). Vertice della gerarchia clericale è il papa (summus sacerdos), eletto vicario di un dio tetro, massima autorità teatrante di una spettacolare superstizione istituzionalizzata, divo in moto perpetuo e superstar di fans raccattati tra puri di spirito trasognanti. Il pontefice, sedicente vicario di Dio, insignito di poteri assoluti e prerogative onorifiche, capo indiscusso della gerarchia clericale, impera dall’alto della presunta cattedra di Pietro. Titolare di un carisma superiore agli altri vescovi (per diritto umano, non divino), svolge la funzione di guardiano infallibile della fede dogmatica cattolica romana, nel timore che possa venir meno l’attaccamento perenne dei fedeli alla verità di Cristo ed alla sua promessa (cfr. Mt 16, 18: verosimilmente una pericope spuria, aggiunta in tempi successivi). Di questo prete la storia documenta un’istituzione immemore dell’umiltà e povertà cristiana, dell’esortazione alla rinuncia della ricchezza per salvare l’anima (Lc 18, 18-30), dell’utopia fraterna ed egualitaria tanto decantata dall’uomo-dio Gesù. Il papa promulga le sue leggi avallandole con l’autorità divina, di cui pretende d’esserne l’unico infallibile interprete. Il suo magistero in materia di fede e di morale è inappellabile e condiziona non solo la vita religiosa dei fedeli, ma anche quella civile dei laici. Il magistero della Chiesa cattolica ha prevaricato quello di Cristo (cfr. Mt 23, 8-10). Le sacre prescrizioni, in quanto credute impartite da Dio, tramite l’ispirazione che infonde alla sua Chiesa, sono considerate superiori a qualsiasi legge profana. Ne consegue che uno Stato, dove predomina la tradizione religiosa cattolica romana, acriticamente accettata, non può sottrarsi alle continue pressioni del potere clericale, che induce ad accogliere nell’ordinamento giuridico, sotto la parvenza di norme positive, prescrizioni clericali valide “erga omnes”. I diritti dei laici alla libertà di pensiero, di parola, di coscienza, sono esecrati come deliri. Si recita contro i nemici di Dio la solita litania: “Libera nos Domine”. L’esclusivismo del cristianesimo è antidemocratico, antimodernista, conservatore, illiberale. Inneggia alla supremazia spirituale, ma vuole subdolamente anche quella politica (plenitudo potestatis). Difende i suoi bimillenari privilegi, egemonizzando ampi spazi nella società civile. Spalleggia i partiti che riflettono concezioni ideologiche cristiane. Espande nel mondo la prosopopea della parola attribuita all’uomo di Nazareth, presunto Cristo e Dio, mediante il proselitismo missionario, supportato con potenti mezzi finanziari e con l’ausilio di strumenti di comunicazione di massa. La missione universalistica della Chiesa romana, guidata da un’ideologia assolutista e totalitaria, si oppone al pluralismo religioso, non più sopprimendolo con la croce e la spada, ma circuendolo con il dialogo interculturale, sotteso a incanalare pluralismo e politeismo verso la concezione religiosa monoteistica cristiana. La Chiesa, mediante la Sacra Congregazione per la Dottrina della Fede (ex Sant’Uffizio), strumento di manipolazione delle coscienze in sostituzione della Santa Inquisizione, controlla l’ortodossia dei fedeli tenendoli in soggezione. Essa fa concorrenza allo Stato con l’attivismo del volontariato e con l’opera di organismi pseudo-laici per l’assistenza, l’educazione, la cultura. L’invadenza della Chiesa nella società civile soffoca la laicità, costringendo lo Stato a scendere a patti, mediante leggi concordatarie. Non sorprende l’avvilente ossequio alla Chiesa regale da parte dei poteri laici istituzionali. La legittimazione del rappresentante politico è in funzione del consenso popolare, suggestionato dalla sacralità della religione dominante e dal buonismo di un’agiata casta sacerdotale, che gode prestigio di guida morale e intellettuale all’ombra vigile della madre Chiesa, garante del bene della fede (bonum fidei).

               
Lucio Apulo Daunio


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