domenica 7 agosto 2011


L’EDUCAZIONE RELIGIOSA



Il sistema educativo religioso famigliare, in concomitanza con i professionisti clericali della catechesi, si dà cura nel formare in modo acritico la mente ancor vergine di pudibonde educande e d’ingenui giovinetti, durante la prima infanzia e l’adolescenza, quando più facilmente può essere accolta e radicarsi nella mente l’immagine della divinità. La religione cristiana, ereditata dalla famiglia e dal costume sociale, si ritiene degna di fede, perché è testimoniata dall’auctoritas della Chiesa, istituzione legittimata e sacrosanta. L’educazione religiosa, inculcata in tenera età (cfr. Dt 6, 4-9), si fissa nella coscienza come un marchio indelebile che condiziona l’agire umano, spesso degenerando in fanatismo e intolleranza. Il sistema educativo, egemonizzato dal cristianesimo, determina, tramite l’influenza della famiglia d’appartenenza dell’educando, la supina accettazione della credenza religiosa. La formazione acritica suscita nell'animo atteggiamenti di compunzione e devozione, ma anche di timore reverenziale verso i simulacri del sacro ed i suoi rappresentanti, gerarchizzati e istituzionalizzati nell’ecclesia universale. Il sacro, artatamente circonfuso di mistero, incute inquietudine. La Chiesa cattolica romana, in quanto istituzione religiosa dogmatica della “christianitas”, depositaria dell’unica pretesa Verità, della gnosi divina, esercita un assoluto potere sulle coscienze, soffocando il libero pensiero, mortificando la neutralità dello Stato laico. L’invenzione del Dio, uno e trino, fa sì che ogni storia che lo riguardi sia ritenuta fede-degna, purché riferibile, direttamente o indirettamente, alla “auctoritas” di una sacra scrittura, che ne attesta tautologicamente l’esistenza soprannaturale. Suo sedicente rappresentante e vicario è il “pontifex maior”, eletto per cooptazione dall'alto clero di una sacra istituzione, legittimata a propagandare (evangelizzare) credenze illusorie con teatralizzazioni rituali, a sostegno del suo dominio mondano e di quello sovra-terreno dell’uni-trina deità. In realtà, qualunque idea, che non possa essere dimostrata vera, o è falsa o è probabile. L’ipotesi relativa all'esistenza di un essere divino, giacché assolutamente inverificabile, appare del tutto improbabile, e come tale è in odore di falsità. Ciò che di lui si racconta è pura congettura, derivante da speculazioni teologiche, arzigogolate da raffigurazioni immaginifiche, che si vogliono spacciare per Verità. La divinità è dunque un concetto ingannevole, giacché ipotizza inconsistenti presenze spirituali, che trascendono il reale. L’esigenza di credere nell’esistenza di un misterioso divino artefice, creatore dell’universo (supposto come sua concreta teofania), riflette i limiti della natura umana riguardo alla conoscenza del mondo. La finitezza umana non consente di attingere verità e certezze assolute. La fede in Dio, perciò, si giustifica come antidoto contro l’insicurezza derivante dalla consapevolezza dei nostri limiti. L’aspirazione a credere in entità soprannaturali, da cui attingere verità, che sopperiscono al desiderio di conoscere l’ignoto, ci rassicura nel cammino della nostra labile esistenza, donandoci la speranza di una vita incorruttibile oltre la morte. Il sovrano dell’ecclesia universale, sedicente Santo Padre, che si arroga d’essere vicario di un dio incarnatosi nel mitico pastore d’uomini Gesù, l’atteso re messia dei giudei, archetipo del politico, pretende di poter governare in suo nome le coscienze degli uomini. Lo scopo preminente delle istituzioni religiose è quello di perpetuare la loro ragion d’essere, invadendo prepotentemente gli spazi pubblici e condizionando pesantemente la coscienza dei credenti (plagio), soggiogandola al loro dominio. I consacrati gerarchi della cattolicità, non essendo immuni dai vizi dei non consacrati, si presentano al mondo anche nel degrado della corruzione e dell’avidità mondana di beni e poteri. Come una pianta si riconosce dai frutti, così la storia del cristianesimo documenta ricorrenti risse e frequenti scismi, orrendi e abominevoli delitti, spettacoli ripugnanti di criminalità clericale e corruzione politica. Il ricco e scandaloso impero clericale, camuffato dall'impostura della sacralità e dall'ostentata carità, non ha attuato il Regno di Dio, bensì quello mondano, non immune da nequizie e falsità. La chiave dell’apostolo Pietro, che aprirebbe le porte del Paradiso, è servita per aprire i depositi della banca vaticana, foraggiata non solo dall'obolo generoso dei fedeli, ma soprattutto da speculatori finanziari. La croce di Cristo è storicamente degenerata nella psicosi ossessiva delle guerre religiose, che hanno insanguinato l’Europa per secoli. La storia testimonia, tra l’altro, di un papa plaudente il massacro degli Ugonotti (protestanti calvinisti) nell'infausta e cruenta notte di san Bartolomeo. La cattolicissima pseudo-santa istituzione clericale, retaggio di un’epoca di superstizioni, governa una Chiesa gerarchizzata, al vertice della quale un monarca, dichiaratosi infallibile, impera sulla coscienza dei fedeli, propalando una fede delirante, giacché valorizza il culto del dolore, dell’abnegazione e del sacrificio, al fine del raggiungimento d’inumane mete spirituali. Egli, ligio al suo Signore ultraterreno, da cui presume di ricevere l’ispirazione per redigere dogmi dottrinari, esorta i fedeli alla lotta contro il peccato, anziché contro la sofferenza fisica e l’infelicità. Il fatalismo del cristianesimo giustifica nella misteriosa volontà di Dio l’accadimento di sventure che si abbattono sul genere umano, su cui graverebbe il peso del peccato originale. Le disgrazie, cui l’implacabile divinità cristiana sottoporrebbe l’umana gente, sono considerate prove per saggiare la nostra fede e l’aspirazione a meritarci il bene dell’aldilà. Il male, che alligna e perseguita la specie umana, è concepito come pena da scontare per l’affronto a Dio, causato dall'offesa arrecatagli dai nostri primi avi. Geloso dei suoi paradisiaci privilegi, egli avrebbe relegato le sue disobbedienti creature a soffrire i malanni della vita sulla terra. Ciò appare inammissibile e assurdo, sia perché Dio, concepito come essere perfettissimo, immune dal male, non si curi di sopprimerlo, sia perché si serva del male per redimere l’uomo, castigandolo.

La religione cristiana, sorretta dalle ambizioni di una cultura metafisica e teologica di stampo medievale, ostile ad accogliere i progressi della ricerca scientifica, persiste a spiegare la complessità del mondo fenomenico con il ricorso a un Ente supremo, a una supposta causa prima, la cui esistenza, indimostrabile, è priva di consistenza oggettiva. Le asserzioni del cristianesimo, infatti, in quanto non sperimentabili, non possono essere né verificate né falsificate. L’ideologia cristiana, essendo fallace, è socialmente dannosa, giacché assolutizza concetti che conducono fuori dalla realtà effettiva. Essa è fonte di sciagure, poiché genera intolleranza nei folli invasati visionari di Dio, rapiti da estatici furori del divino amore. Il dogmatismo, sotto qualunque forma si presenta (religiosa, ideologica, politica), in quanto prospetta principi assoluti (absolutus = sciolto da qualsiasi contingenza e dai vincoli della critica), genera intolleranza. La piena rivalutazione dell’umanità, del suo spirito di tolleranza, del suo senso critico, della sua indomita natura, non più inibita da una moralità cristallizzata nei canoni ecclesiastici, potrà essere un efficace antidoto contro l’avvelenamento causato dall'atavico retaggio della religione cristiana e da quello delle altre fedi religiose, fondate sulla falsa idea della divinità, che stravolge il senso della realtà. La mistica fede totalitaria della Chiesa cattolica romana mortifica la ragione, asservendola all'arbitrio metafisico di una delirante teologia. Il vino, che si produce con l’uva della vigna di Dio, dà un’ebbrezza effimera, l’illusione dell’improbabile esistenza di un essere trascendente. Sarebbe preferibile cercare in noi stessi, nella concretezza della nostra tormentosa esistenza, consapevoli dei limiti dell’umana natura e della precaria felicità, la ragion d’essere della vita nel mondo. La nobiltà dei sentimenti e l’elevatezza dell’intelletto non sono prerogativa di un’educazione religiosa, né tanto meno di un clero circoncinto da un’aureola di sacralità. Il futuro dell’umanità non giace sulle ginocchia di un dio, perché dipende dall'intelligenza e dall'agire responsabile dell’uomo, dalla sua capacità di districarsi dalle pastoie al libero pensiero, poste dalla protervia dell’oscurantismo clericale. Il sapere, acquisito un passo dopo l’altro lungo l’erta strada della conoscenza, è un prodotto del dubbio, non della verità assoluta, conclamata da una fede dogmatica, atavica, esclusiva, focolaio d’intolleranze e malesseri sociali. Il vero paradiso dell’uomo è nella sua mente, nell'intelligente capacità di godere i prodotti culturali e scientifici finalizzati al progresso e al benessere dell’umanità. La religione cattolica, nonostante il fervore missionario, non potrà mai diventare universale, data l’irrazionalità (alla fede manca l’esercizio critico della ragione), la non sperimentabilità e la non falsificabilità di ciò che teorizza come verità unica e assoluta, rivelata da un essere trascendente, da cui deriverebbero norme di vita di diritto divino, superiori alle norme civili. Essa non potrà mai convincere chi, educato al senso critico e al metodo logico-scientifico, rifiuta di credere a supposizioni teologiche, che non potranno mai essere oggetto né di verifica né di confutazione. Oltre i confini della ragione, regna l’onnipotenza assoluta di Dio, incredibile invenzione sorta dall'immaginazione di menti aduse alle speculazioni metafisiche.


Lucio Apulo Daunio


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