L’EDUCAZIONE
RELIGIOSA
Il sistema
educativo religioso famigliare, in concomitanza con i professionisti clericali
della catechesi, si dà cura nel formare in modo acritico la mente ancor vergine
di pudibonde educande e d’ingenui giovinetti, durante la prima infanzia e
l’adolescenza, quando più facilmente può essere accolta e radicarsi nella mente
l’immagine della divinità. La religione cristiana, ereditata dalla famiglia e
dal costume sociale, si ritiene degna di fede, perché è testimoniata dall’auctoritas della
Chiesa, istituzione legittimata e sacrosanta. L’educazione religiosa, inculcata
in tenera età (cfr. Dt 6, 4-9), si fissa nella coscienza come un marchio
indelebile che condiziona l’agire umano, spesso degenerando in fanatismo e
intolleranza. Il sistema educativo, egemonizzato dal cristianesimo, determina,
tramite l’influenza della famiglia d’appartenenza dell’educando, la supina
accettazione della credenza religiosa. La formazione acritica suscita
nell'animo atteggiamenti di compunzione e devozione, ma anche di timore
reverenziale verso i simulacri del sacro ed i suoi rappresentanti,
gerarchizzati e istituzionalizzati nell’ecclesia universale. Il sacro,
artatamente circonfuso di mistero, incute inquietudine. La Chiesa cattolica
romana, in quanto istituzione religiosa dogmatica della “christianitas”,
depositaria dell’unica pretesa Verità, della gnosi divina, esercita un assoluto
potere sulle coscienze, soffocando il libero pensiero, mortificando la
neutralità dello Stato laico. L’invenzione del Dio, uno e trino, fa sì che ogni
storia che lo riguardi sia ritenuta fede-degna, purché riferibile, direttamente
o indirettamente, alla “auctoritas” di una sacra scrittura, che ne
attesta tautologicamente l’esistenza soprannaturale. Suo sedicente
rappresentante e vicario è il “pontifex maior”, eletto per cooptazione
dall'alto clero di una sacra istituzione, legittimata a propagandare
(evangelizzare) credenze illusorie con teatralizzazioni rituali, a sostegno del
suo dominio mondano e di quello sovra-terreno dell’uni-trina deità. In realtà,
qualunque idea, che non possa essere dimostrata vera, o è falsa o è probabile.
L’ipotesi relativa all'esistenza di un essere divino, giacché assolutamente
inverificabile, appare del tutto improbabile, e come tale è in odore di falsità.
Ciò che di lui si racconta è pura congettura, derivante da speculazioni
teologiche, arzigogolate da raffigurazioni immaginifiche, che si vogliono
spacciare per Verità. La divinità è dunque un concetto ingannevole, giacché
ipotizza inconsistenti presenze spirituali, che trascendono il reale.
L’esigenza di credere nell’esistenza di un misterioso divino artefice, creatore
dell’universo (supposto come sua concreta teofania), riflette i limiti della
natura umana riguardo alla conoscenza del mondo. La finitezza umana non
consente di attingere verità e certezze assolute. La fede in Dio, perciò, si
giustifica come antidoto contro l’insicurezza derivante dalla consapevolezza
dei nostri limiti. L’aspirazione a credere in entità soprannaturali, da cui
attingere verità, che sopperiscono al desiderio di conoscere l’ignoto, ci
rassicura nel cammino della nostra labile esistenza, donandoci la speranza di
una vita incorruttibile oltre la morte. Il sovrano dell’ecclesia universale,
sedicente Santo Padre, che si arroga d’essere vicario di un dio incarnatosi nel
mitico pastore d’uomini Gesù, l’atteso re messia dei giudei, archetipo del
politico, pretende di poter governare in suo nome le coscienze degli uomini. Lo
scopo preminente delle istituzioni religiose è quello di perpetuare la loro
ragion d’essere, invadendo prepotentemente gli spazi pubblici e condizionando
pesantemente la coscienza dei credenti (plagio), soggiogandola al loro dominio.
I consacrati gerarchi della cattolicità, non essendo immuni dai vizi dei non consacrati,
si presentano al mondo anche nel degrado della corruzione e dell’avidità
mondana di beni e poteri. Come una pianta si riconosce dai frutti, così la
storia del cristianesimo documenta ricorrenti risse e frequenti scismi, orrendi
e abominevoli delitti, spettacoli ripugnanti di criminalità clericale e
corruzione politica. Il ricco e scandaloso impero clericale, camuffato
dall'impostura della sacralità e dall'ostentata carità, non ha attuato il Regno
di Dio, bensì quello mondano, non immune da nequizie e falsità. La chiave
dell’apostolo Pietro, che aprirebbe le porte del Paradiso, è servita per aprire
i depositi della banca vaticana, foraggiata non solo dall'obolo generoso dei
fedeli, ma soprattutto da speculatori finanziari. La croce di Cristo è storicamente
degenerata nella psicosi ossessiva delle guerre religiose, che hanno
insanguinato l’Europa per secoli. La storia testimonia, tra l’altro, di un papa
plaudente il massacro degli Ugonotti (protestanti calvinisti) nell'infausta e
cruenta notte di san Bartolomeo. La cattolicissima pseudo-santa istituzione
clericale, retaggio di un’epoca di superstizioni, governa una Chiesa
gerarchizzata, al vertice della quale un monarca, dichiaratosi infallibile,
impera sulla coscienza dei fedeli, propalando una fede delirante, giacché
valorizza il culto del dolore, dell’abnegazione e del sacrificio, al fine del
raggiungimento d’inumane mete spirituali. Egli, ligio al suo Signore
ultraterreno, da cui presume di ricevere l’ispirazione per redigere dogmi
dottrinari, esorta i fedeli alla lotta contro il peccato, anziché contro la
sofferenza fisica e l’infelicità. Il fatalismo del cristianesimo giustifica
nella misteriosa volontà di Dio l’accadimento di sventure che si abbattono sul
genere umano, su cui graverebbe il peso del peccato originale. Le disgrazie,
cui l’implacabile divinità cristiana sottoporrebbe l’umana gente, sono
considerate prove per saggiare la nostra fede e l’aspirazione a meritarci il
bene dell’aldilà. Il male, che alligna e perseguita la specie umana, è concepito
come pena da scontare per l’affronto a Dio, causato dall'offesa arrecatagli dai
nostri primi avi. Geloso dei suoi paradisiaci privilegi, egli avrebbe relegato
le sue disobbedienti creature a soffrire i malanni della vita sulla terra. Ciò
appare inammissibile e assurdo, sia perché Dio, concepito come essere
perfettissimo, immune dal male, non si curi di sopprimerlo, sia perché si serva
del male per redimere l’uomo, castigandolo.
La religione
cristiana, sorretta dalle ambizioni di una cultura metafisica e teologica di
stampo medievale, ostile ad accogliere i progressi della ricerca scientifica,
persiste a spiegare la complessità del mondo fenomenico con il ricorso a un
Ente supremo, a una supposta causa prima, la cui esistenza, indimostrabile, è
priva di consistenza oggettiva. Le asserzioni del cristianesimo, infatti, in
quanto non sperimentabili, non possono essere né verificate né falsificate.
L’ideologia cristiana, essendo fallace, è socialmente dannosa, giacché
assolutizza concetti che conducono fuori dalla realtà effettiva. Essa è fonte
di sciagure, poiché genera intolleranza nei folli invasati visionari di Dio,
rapiti da estatici furori del divino amore. Il dogmatismo, sotto qualunque
forma si presenta (religiosa, ideologica, politica), in quanto prospetta
principi assoluti (absolutus = sciolto da qualsiasi contingenza e
dai vincoli della critica), genera intolleranza. La piena rivalutazione
dell’umanità, del suo spirito di tolleranza, del suo senso critico, della sua
indomita natura, non più inibita da una moralità cristallizzata nei canoni
ecclesiastici, potrà essere un efficace antidoto contro l’avvelenamento causato
dall'atavico retaggio della religione cristiana e da quello delle altre fedi
religiose, fondate sulla falsa idea della divinità, che stravolge il senso
della realtà. La mistica fede totalitaria della Chiesa cattolica romana
mortifica la ragione, asservendola all'arbitrio metafisico di una delirante
teologia. Il vino, che si produce con l’uva della vigna di Dio, dà un’ebbrezza
effimera, l’illusione dell’improbabile esistenza di un essere trascendente.
Sarebbe preferibile cercare in noi stessi, nella concretezza della nostra
tormentosa esistenza, consapevoli dei limiti dell’umana natura e della precaria
felicità, la ragion d’essere della vita nel mondo. La nobiltà dei sentimenti e
l’elevatezza dell’intelletto non sono prerogativa di un’educazione religiosa,
né tanto meno di un clero circoncinto da un’aureola di sacralità. Il futuro
dell’umanità non giace sulle ginocchia di un dio, perché dipende
dall'intelligenza e dall'agire responsabile dell’uomo, dalla sua capacità di
districarsi dalle pastoie al libero pensiero, poste dalla protervia
dell’oscurantismo clericale. Il sapere, acquisito un passo dopo l’altro lungo
l’erta strada della conoscenza, è un prodotto del dubbio, non della verità
assoluta, conclamata da una fede dogmatica, atavica, esclusiva, focolaio
d’intolleranze e malesseri sociali. Il vero paradiso dell’uomo è nella sua
mente, nell'intelligente capacità di godere i prodotti culturali e scientifici
finalizzati al progresso e al benessere dell’umanità. La religione cattolica,
nonostante il fervore missionario, non potrà mai diventare universale, data
l’irrazionalità (alla fede manca l’esercizio critico della ragione), la non sperimentabilità
e la non falsificabilità di ciò che teorizza come verità unica e assoluta,
rivelata da un essere trascendente, da cui deriverebbero norme di vita di
diritto divino, superiori alle norme civili. Essa non potrà mai convincere chi,
educato al senso critico e al metodo logico-scientifico, rifiuta di credere a
supposizioni teologiche, che non potranno mai essere oggetto né di verifica né
di confutazione. Oltre i confini della ragione, regna l’onnipotenza assoluta di
Dio, incredibile invenzione sorta dall'immaginazione di menti aduse alle
speculazioni metafisiche.
Lucio Apulo Daunio
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