I
DODICI APOSTOLI
Gesù scelse i suoi primi discepoli, i
pescatori d’uomini, all’inizio del suo ministero pubblico, dopo aver lasciato
Giovanni Battista, di cui fu probabilmente suo seguace. Più tardi, quando la
sua fama si diffuse e il numero dei discepoli si accrebbe, egli nominò dodici
“apostoli” per la militanza missionaria, novelli caporioni delle dodici mitiche
tribù d’Israele, inviandoli per le contrade della terra abitata dagli ebrei a
predicare la “buona novella” (il credo cristiano) e a scacciare i demoni (cioè
a guarire gli infermi). Li scelse dopo aver trascorso la notte in bianco,
pregando il Padre su una montagna nei dintorni del lago di Galilea (Lc 6,
12-16, Mc 3, 13-19, Mt 10, 1-4). La notte, infatti, porta consiglio. Lo Spirito
Santo gli suggerì di non arruolare le donne nel manipolo apostolico. Anche
Mosè, come Gesù, si ritirò sul monte Sinai per ascoltare i consigli di Jahvè,
che gli incise su tavole la Legge da imporre, volente o nolente, ai rozzi
nomadi ebrei, da Lui eletti a suo popolo (Es 19, 3 e 24, 1 seg; 34, 2 seg).
L’evangelista
Luca (Lc 6, 12-16) indica i seguenti nomi degli apostoli:
- Simone,
detto Pietro, e suo fratello Andrea (Andreas è nome greco, non certamente
consueto per un ebreo; inoltre, era discepolo di Giovanni Battista, cfr. Gv 1,
35 seg).
- Giacomo
(detto il Maggiore, per distinguerlo dall’apostolo omonimo, detto il Minore) e
suo fratello Giovanni (verosimilmente, erano combattenti zeloti, giacché
soprannominati “figli del tuono” o “del tumulto” o “dell’ira”, ma il loro padre
non era Giove tonante, bensì un tale Zebedeo). Giacomo fu ucciso di spada su
ordine di Erode Agrippa. L’autore degli Atti (At 12, 1-2), che ne riporta la
notizia, non ne indica la motivazione.
- Filippo
(di Betsaida, secondo l’evangelista Giovanni) e Bar-tolomeo (cioè, figlio di
Tolomeo?).
- Matteo
(che si è voluto identificarlo con il pubblicano Levi) e Tommaso (chiamato
Didimo o Gemello; cfr. Gv 20, 24).
- Giacomo,
detto il Minore, figlio d’Alfeo (un altro Giacomo, detto il Giusto, indicato
come figlio di Maria e fratello di Gesù, svolse un ruolo preminente nella
Chiesa di Gerusalemme), e Simone, lo Zelota, che gli evangelisti Marco e Matteo
denominano “il Cananeo”, (soprannomi che indicano l’appartenenza alla setta dei
nazionalisti giudei, avversari dei romani, e da loro chiamati sicari, cioè
briganti, fautori della resistenza armata contro gli invasori).
- Giuda,
figlio (secondo Luca) o fratello di Giacomo (secondo l’autore della Lettera
omonima). Non sappiamo se questo Giacomo sia il Maggiore o il Minore o il
fratello di Gesù, detto il Giusto. Gli evangelisti Marco e Matteo non indicano
Giuda ma Taddeo (forse è un soprannome, in quanto Taddeo significa magnanimo).
In un altro codice è chiamato Lebbeo (che significa coraggioso), anziché
Taddeo.
- Giuda
detto Iscariota (si discute se derivi dal nome di un omonimo villaggio della
Giudea da cui proveniva, o nasconda il significato di zelota o sicario).
Alcuni
studiosi ipotizzano che gli apostoli fossero una setta di zeloti originari
della Galilea (ad eccezione di Giuda iscariota, unico giudeo). Lo deducono dai
loro soprannomi, dai libri apocrifi e dalle opere storiche di Giuseppe Flavio.
Si sospetta che gli evangelisti abbiano voluto mascherare la violenza politica
della setta dei patrioti facenti capo a Gesù, sostituendola con la comunità
messianica dei nazareni, non più combattiva, e innalzando Gesù a Salvatore
universale e, addirittura, a Verbo (Logos) divino. I nazareni sono generalmente
raffigurati come persone pacifiche, predicatori di fratellanza e amore. In
verità, la figura di Gesù, come appare descritta nei Vangeli, presenta analogie
con la setta degli esseni (una delle tre principali correnti filosofico-religiose
degli ebrei). L’interpretazione paolina di Gesù sarà poi quella che prevarrà
sulle altre e soppianterà quella originaria dei giudeo-cristiani di
Gerusalemme, guidati da Giacomo, fratello di Gesù. Gesù, dunque, accoglie nelle
sue file discepoli zeloti, fautori della libertà politica della nazione. Spiega
lo scopo della sua missione: compiere tragici eventi. Egli è venuto sulla terra
a portare il fuoco (Lc 12, 49) e la spada (Mt 10, 34), non la pace. L’apostolo
Giacomo e suo fratello Giovanni, infatti, volevano distruggere un villaggio con
il fuoco, perché gli abitanti si erano rifiutati di accoglierli (Lc 9, 54).
Nella parabola delle mine, l’evangelista (Lc 19, 27) esprime un tremendo
giudizio contro tutti quelli che rifiutano Gesù. Prima di recarsi sul Monte
degli Ulivi, Gesù ordina alla brigata apostolica di armarsi (Lc 22, 36-38).
Durante il suo arresto, i discepoli sfoderarono le spade per approntare una
resistenza. Uno di loro colpì il servo del sommo sacerdote (Lc 22, 49-51; Mt
26, 51; Mc 14, 47; Gv 18, 10). Due fedeli, sospettati di frode per non aver
donato alla comunità l’intero ricavo conseguito da una vendita, subirono la
morte (At 5). Giuseppe Flavio descrive nella Guerra Giudaica i tumulti
verificatisi in Giudea al tempo di Gesù (sia quello causato dall’esposizione
dell’effigie di Cesare a Gerusalemme sia quelli causati da Pilato in seguito
alla sottrazione dal Tempio del tesoro sacro per impieghi civili). Il testo
russo antico della Guerra Giudaica (Testimonium Slavorum) racconta che
si aggregarono a Gesù 150 seguaci e una quantità di gente del popolo, che lo
esortavano a entrare in Gerusalemme per sterminare i romani e regnare su di
loro. I capi dei giudei, temendo che le aspettative politiche createsi intorno
alla figura carismatica di Gesù sfociassero in una rivolta antiromana,
reagirono, denunciandolo a Pilato, che inviò una spedizione punitiva.
Ritornando
alla chiamata degli apostoli della prim’ora, nella dozzina indicata nei Vangeli
secondo Marco e Matteo, non compare il nome di Giuda di Giacomo, ma quello di
Taddeo (che significa coraggioso) e, in altre versioni, quello di Lebbeo. Si
ritiene, da taluni studiosi, che siano soprannomi di Giuda di Giacomo. Nel
Vangelo secondo Matteo si racconta la vocazione dell’apostolo omonimo,
designandolo con l’appellativo di pubblicano. Gli evangelisti Marco e Luca
narrano il medesimo episodio, denominando il pubblicano con il nome di Levi,
figlio d’Alfeo (secondo Marco). Se il nome di Levi e quello di Matteo indicano
la stessa persona, perché gli autori dei Vangeli non lo hanno specificato, come
hanno fatto con Simon Pietro? Sia Levi sia Giacomo il Minore sono indicati come
figli d’Alfeo. Alfeo è lo stesso padre dei due apostoli o questi hanno due
padri diversi con lo stesso nome? Non è dato saperlo. L’evangelista Giovanni,
pur accennando all’eletta dozzina (6, 70-71; 20, 24), prudentemente non
s’impantana nella loro identificazione. Si limita a nominarne alcuni: come
Tommaso, soprannominato “Didimo”, cioè “Gemello”, o come Natanaele, sconosciuto
dagli altri evangelisti, o come Giuda, figlio di Simone Iscariota, o come un
non ben identificato discepolo che Gesù amava. In seguito, anche altri
discepoli, come Paolo e Barnaba, furono chiamati apostoli, perché “inviati” in
missione tra i “gentili” (cfr At 14, 4.14). Discordanti e incerte sono dunque
le generalità degli apostoli, che invece avrebbero dovuto essere arcinoti. Lo
Spirito Santo, che, secondo la Chiesa, non può errare né avere l’intenzione
d’ingannare, allorquando ispirò i redattori dei sacri testi, non diede
particolare importanza agli aspetti secondari della vicenda di Cristo e dei
suoi seguaci. Del resto, non sono i nomi degli apostoli che possono dare
sostegno all’assoluta e sacrosanta verità della fede evangelica. L’onestà
intellettuale, allora come ora, vorrebbe che si parli con franchezza e
coerenza, non offuscando la verità dei fatti, aborrendo fantasiose invenzioni,
evitando interpretazioni allegoriche e tipologiche per avvalorare o prefigurare
inesistenti verità, restando invece con i piedi per terra e con la mente libera
da pregiudizi e sacri indottrinamenti. Certo è che l’elezione degli apostoli
non ebbe carattere democratico. La scelta autoritaria conferì loro
un’investitura di diritto divino, che trasmisero nella successione apostolica a
tutti gli eminenti pastori della gerarchia ecclesiastica, il più autorevole dei
quali si è autoproclamato infallibile, abbagliando il mondo con la luce dei
dogmi, che desume da una (presunta) ispirazioni divina.
Gesù, pur
essendo un rabbi preclaro e, secondo la dottrina della Chiesa, Dio onnisciente
e presciente, chiamò a far parte dei suoi fedelissimi anche chi era destinato a
tradirlo: Giuda Iscariota. Tra i tanti discepoli che lo seguivano, perché
scelse proprio un rinnegato? Non presagiva di che pasta egli era fatto e quale
danno ne sarebbe derivato? Il fatalismo di Gesù è un mistero inesplicabile.
Fatto sta che di quella “dozzina” faceva parte anche un fedifrago. Tanti ne
scelse quante erano le tribù d’Israele, volendo con ciò significare, secondo
l’esegesi teologica, che i dodici apostoli avrebbero dovuto costituire le
colonne del nuovo popolo di Dio, in sostituzione delle tribù discendenti dai
dodici patriarchi ebrei, figli di Giacobbe, cui Jahvè nomò Israele. Gesù sarà
dal nascente cristianesimo raffigurato come novello Helios, il dio Sole
Invitto, che transita attraverso i dodici segni dello zodiaco (simbolo degli
apostoli), donando la luce a ogni mese dell’anno. Il “dodici” è un numero
rappresentativo e ricorrente nella mitologia greca e in quella ebraica, come le
dodici fatiche del semidio redentore Ercole o come le dodici coppie di buoi,
che Eliseo abbandonò per seguire e servire il profeta Elia. Dodici erano anche
le massime divinità romane e quelle olimpiche della religione greca (le
divinità minori pagane saranno sostituite dai santi dell’olimpo politeistico
cristiano). Come il dio sole, anche il Cristo si farà nascere nel solstizio
d’inverno e sarà adorato la domenica. La cerchia dei Dodici fedelissimi (ma non
troppo) vivrà assieme a lui, indottrinata e ammaestrata alla propaganda fides e
alla pratica dell’esorcismo e del miracolismo. Compito principale degli
apostoli consisteva nell’annunciare al popolo la “buona novella” del Cristo
Gesù, allo scopo di far proseliti per il Regno di Dio. A loro Gesù concesse il
potere di scacciare demoni e di guarire ogni sorta di malanni, senza alcun
limite (un’evidente esagerazione). Limitata era invece la terra di missione che
gli apprendisti stregoni dovevano percorrere: annunciare il messaggio evangelico
solamente alle pecore disperse della casa d’Israele (Mt 10, 5 seg.). Gesù,
infatti, proibì di predicare la buona novella anche ai “gentili” (i non ebrei)
e ai Samaritani (scismatici ebrei che, pur fiduciosi nell’attesa della venuta
di un Messia restauratore, riconoscevano Mosè come unico profeta e i libri del
Pentateuco come unico testo sacro). Bisognerà attendere la conversione di Paolo
per non discriminare i gentili dal messaggio salvifico. Saranno poi i cristiani
a discriminare e disprezzare gli ebrei (antigiudaismo), accusandoli di non aver
riconosciuto in Gesù l’atteso messia e di averlo fatto condannare alla pena di
morte per crocifissione.
Gesù impartì
ai “dodici” precise disposizioni riguardo alla loro missione. Lungo il cammino
dovevano predicare l’annuncio che il Regno di Dio stava per arrivare (la
solita, illusoria nenia, mai realizzata) e, all’occasione, fornire prova di
aver appreso l’arte dello stregone: guarire gli infermi, esorcizzare gli
indemoniati, mondare i lebbrosi e persino (manco a dirlo!) risuscitare i morti.
Questo, santiddio, è davvero troppo! Una gratuita esagerazione! Nessuno finora
ha fornito prova di essere risuscitato dalla morte. Rianimare defunti o
risuscitare dal sonno della morte sono fantasie di antichi mitici racconti.
Quanto agli apostoli, qualora fosse vero che guarissero chi era afflitto da
malanni e si prodigassero in strabilianti miracoli, gratis et amore Dei,
cosa avranno pensato i professionisti della nobile arte medica, osservando la
sleale concorrenza a loro danno messa in atto dai santoni nazareni? Gesù,
infatti, aveva raccomandato loro di non mercanteggiare predicozzi e prodigi con
oro, argento o pecunia. Non dovevano elemosinare, perché al loro sostentamento
avrebbe badato la Divina Provvidenza (l’inope Francesco, il santo poverello
d’Assisi, si piegò a elemosinare la carità del prossimo per sopravvivere,
quando la Divina Provvidenza si dimenticava di sfamarlo). Come avrebbe dovuto
provvedere la Provvidenza? Gesù suggerì di ricorrere all’ospitalità dei beneficiati
per compensare l’opera apostolica. Ordinò dunque ai “dodici” di mettersi in
viaggio, ricoperti di una sola tunica, senza portare né calzari né bastone.
Questo rigoroso equipaggiamento fu poi il modello seguito dai rigorosi frati
cappuccini. Entrando in una città, gli apostoli dovevano informarsi se c’era
una persona proba, cui chiedere ospitalità in cambio delle loro opere salutari
e salvifiche. Potevano restare a scrocco dell’ospite fino a loro piacimento e
poi ripartire. Sempre che l’ospitalità fosse stata di loro gradimento, potevano
lasciare quella casa, concedendo il segno di saluto e di pace; in caso
contrario, nessuna concessione augurale. Il segno di pace, già annunciato
dall’armata celeste alla nascita del Redentore, rappresenta la benevolenza
(leggi riappacificazione) di Dio Padre verso l’umana gente, offerta per il
tramite del Cristo Gesù (Lc 2, 13-14). Case e villaggi, che rifiutavano di
accogliere e ascoltare l’apostolico predicozzo, l’avrebbero vista brutta, anzi
terrificante, non tanto per il gesto plateale dei missionari, consistente nello
scuotimento della polvere dai piedi (viaggiavano senza calzari), prima di
allontanarsi dai luoghi ingrati, quanto per le maledizioni divine che avrebbero
gratuitamente ricevuto. “A dir qual fosse la pena, è cosa dura”: Dio sarebbe
stato più magnanimo verso Sodoma e Gomorra che verso chi osava negare
accoglienza agli apostoli. Chi disprezzava i suoi discepoli, non ascoltandoli,
non ospitandoli, non solo disprezzava anche il loro Maestro, ma pure il Padre
celeste, perciò per costoro il divo Gesù minacciò atroci sofferenze.
Siamo alle solite: se non ti converti alla fede di chi vomita
sentenze in nome di una supposta divinità, sarai castigato con malevoli
anatemi. Delle due l’una: o sei con lui o sei contro di lui, ma se sei contro
di lui, quello ti minaccia pene d’inferno (Mt 12, 30, Mc 9, 40). Non da meno
sono i suoi discepoli, quelli della prim’ora (Lc 9, 51-56) e quelli
dell’ultima. No, dio santo, questo dilemma non si può proprio accettare! E
non si accetta perché si può non avere alcun bisogno d’imbonimenti fideistici,
che figli di padri altolocati propinano al mondo con moralizzanti paternali e
aprioristiche verità. Non essere d’accordo con qualcuno non implica che siamo contro
di lui, ma, semplicemente, che non siamo interessati alle sue prediche. Né ci
lasceremo intimorire da chi si arroga meriti divini, in forza dei quali si
ritiene in diritto di minacciare e biasimare il prossimo dissenziente. Chi non
è tollerante verso chi dissente, non è neanche rispettoso, e il suo preteso
amore incondizionato del prossimo è falso. Minacciare pene d’inferno verso chi
non si converte al “verbo” di un sedicente dio, che non fornisce prove
incontrovertibili della sua esistenza (se non la fede, come dono esclusivo per
gli eletti), potrà intimorire persone incolte e sprovvedute, non certamente chi
fa uso critico della ragione. Fino a che punto, santa pazienza, si può essere
tolleranti con chi è intollerante? Una persona proba, con la testa sulle spalle,
non ha alcun obbligo, perdio, di accogliere, ascoltare e credere alle fandonie
di accattoni, che bussano alla sua porta per annunciare il “verbo” divino, né
tantomeno di ospitarli fin quando a loro piacendo. Per tutti gli dei del cielo
e della terra, nessuno ha diritto d’intimorire il prossimo con maledizioni e
dannazioni pendenti sulla testa come spade di Damocle! Sacrosanto è il diritto
di chi rifiuta, ieri come oggi, l’ospitalità ai missionari del Cristo Gesù.
Intollerabile è obbligare il prossimo a fare la scelta tra l’uno o l’altro
corno del dilemma evangelico: accogliere la buona novella e meritarsi il premio
delle gioie paradisiache; oppure rifiutarla e dannarsi per l’eternità,
arroventati nelle fiamme dell’inferno. La libertà umana resta così condizionata
da due sole possibilità: o subire le inevitabili tristissime conseguenze del
rifiuto alla conversione o, viceversa, meritare l’ambito premio nel celeste
impero promesso da Gesù.
Parola del
Cristo Gesù: chi accoglie, ospita e ascolta i suoi apostoli, ancorché si
presentino alle nostre porte simili a dei miseri straccioni, è come se
accogliesse lui e il Padre celeste. Gesù, parola degli evangelisti, è stato
inviato sulla terra in missione, come figlio adottivo di Dio, ma non a portare
la pace, bensì la spada con cui recidere gli umani sentimenti, gli affetti
familiari e i rapporti sociali. Chi ama i propri cari più di Lui, non è degno
di Lui; né lo è chi non accetta con gioia (!) la sofferenza del calvario,
rinnegando la propria vita per sobbarcarsi la “passione” di Cristo. Su questi
presupposti di sofferenza e abnegazione si è sviluppato l’ideale del
monachesimo, caratterizzato da un esasperato ascetismo. Chi si sentiva
“vocato”, si ritirava nel deserto, vivendo da eremita e aspirando alla santità.
In quei luoghi tristi e desolati, abbandonati da Dio, gli anacoreti vagolavano
in cerca del miraggio del regno celeste. Quelle ombre dolorose, parvenze umane,
avendo perduto il ben dell’intelletto, furono persuasi di seguire le orme di
Cristo, e da uomini che furono una volta, si ridussero simili a sterpi, aridi
come il luogo dove vivevano.
Lucio Apulo
Daunio
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