lunedì 1 agosto 2011


I DODICI APOSTOLI


                
         Gesù scelse i suoi primi discepoli, i pescatori d’uomini, all’inizio del suo ministero pubblico, dopo aver lasciato Giovanni Battista, di cui fu probabilmente suo seguace. Più tardi, quando la sua fama si diffuse e il numero dei discepoli si accrebbe, egli nominò dodici “apostoli” per la militanza missionaria, novelli caporioni delle dodici mitiche tribù d’Israele, inviandoli per le contrade della terra abitata dagli ebrei a predicare la “buona novella” (il credo cristiano) e a scacciare i demoni (cioè a guarire gli infermi). Li scelse dopo aver trascorso la notte in bianco, pregando il Padre su una montagna nei dintorni del lago di Galilea (Lc 6, 12-16, Mc 3, 13-19, Mt 10, 1-4). La notte, infatti, porta consiglio. Lo Spirito Santo gli suggerì di non arruolare le donne nel manipolo apostolico. Anche Mosè, come Gesù, si ritirò sul monte Sinai per ascoltare i consigli di Jahvè, che gli incise su tavole la Legge da imporre, volente o nolente, ai rozzi nomadi ebrei, da Lui eletti a suo popolo (Es 19, 3 e 24, 1 seg; 34, 2 seg).

L’evangelista Luca (Lc 6, 12-16) indica i seguenti nomi degli apostoli:

- Simone, detto Pietro, e suo fratello Andrea (Andreas è nome greco, non certamente consueto per un ebreo; inoltre, era discepolo di Giovanni Battista, cfr. Gv 1, 35 seg).

- Giacomo (detto il Maggiore, per distinguerlo dall’apostolo omonimo, detto il Minore) e suo fratello Giovanni (verosimilmente, erano combattenti zeloti, giacché soprannominati “figli del tuono” o “del tumulto” o “dell’ira”, ma il loro padre non era Giove tonante, bensì un tale Zebedeo). Giacomo fu ucciso di spada su ordine di Erode Agrippa. L’autore degli Atti (At 12, 1-2), che ne riporta la notizia, non ne indica la motivazione.

- Filippo (di Betsaida, secondo l’evangelista Giovanni) e Bar-tolomeo (cioè, figlio di Tolomeo?).

- Matteo (che si è voluto identificarlo con il pubblicano Levi) e Tommaso (chiamato Didimo o Gemello; cfr. Gv 20, 24).

- Giacomo, detto il Minore, figlio d’Alfeo (un altro Giacomo, detto il Giusto, indicato come figlio di Maria e fratello di Gesù, svolse un ruolo preminente nella Chiesa di Gerusalemme), e Simone, lo Zelota, che gli evangelisti Marco e Matteo denominano “il Cananeo”, (soprannomi che indicano l’appartenenza alla setta dei nazionalisti giudei, avversari dei romani, e da loro chiamati sicari, cioè briganti, fautori della resistenza armata contro gli invasori).

- Giuda, figlio (secondo Luca) o fratello di Giacomo (secondo l’autore della Lettera omonima). Non sappiamo se questo Giacomo sia il Maggiore o il Minore o il fratello di Gesù, detto il Giusto. Gli evangelisti Marco e Matteo non indicano Giuda ma Taddeo (forse è un soprannome, in quanto Taddeo significa magnanimo). In un altro codice è chiamato Lebbeo (che significa coraggioso), anziché Taddeo. 

- Giuda detto Iscariota (si discute se derivi dal nome di un omonimo villaggio della Giudea da cui proveniva, o nasconda il significato di zelota o sicario).

Alcuni studiosi ipotizzano che gli apostoli fossero una setta di zeloti originari della Galilea (ad eccezione di Giuda iscariota, unico giudeo). Lo deducono dai loro soprannomi, dai libri apocrifi e dalle opere storiche di Giuseppe Flavio. Si sospetta che gli evangelisti abbiano voluto mascherare la violenza politica della setta dei patrioti facenti capo a Gesù, sostituendola con la comunità messianica dei nazareni, non più combattiva, e innalzando Gesù a Salvatore universale e, addirittura, a Verbo (Logos) divino. I nazareni sono generalmente raffigurati come persone pacifiche, predicatori di fratellanza e amore. In verità, la figura di Gesù, come appare descritta nei Vangeli, presenta analogie con la setta degli esseni (una delle tre principali correnti filosofico-religiose degli ebrei). L’interpretazione paolina di Gesù sarà poi quella che prevarrà sulle altre e soppianterà quella originaria dei giudeo-cristiani di Gerusalemme, guidati da Giacomo, fratello di Gesù. Gesù, dunque, accoglie nelle sue file discepoli zeloti, fautori della libertà politica della nazione. Spiega lo scopo della sua missione: compiere tragici eventi. Egli è venuto sulla terra a portare il fuoco (Lc 12, 49) e la spada (Mt 10, 34), non la pace. L’apostolo Giacomo e suo fratello Giovanni, infatti, volevano distruggere un villaggio con il fuoco, perché gli abitanti si erano rifiutati di accoglierli (Lc 9, 54). Nella parabola delle mine, l’evangelista (Lc 19, 27) esprime un tremendo giudizio contro tutti quelli che rifiutano Gesù. Prima di recarsi sul Monte degli Ulivi, Gesù ordina alla brigata apostolica di armarsi (Lc 22, 36-38). Durante il suo arresto, i discepoli sfoderarono le spade per approntare una resistenza. Uno di loro colpì il servo del sommo sacerdote (Lc 22, 49-51; Mt 26, 51; Mc 14, 47; Gv 18, 10). Due fedeli, sospettati di frode per non aver donato alla comunità l’intero ricavo conseguito da una vendita, subirono la morte (At 5). Giuseppe Flavio descrive nella Guerra Giudaica i tumulti verificatisi in Giudea al tempo di Gesù (sia quello causato dall’esposizione dell’effigie di Cesare a Gerusalemme sia quelli causati da Pilato in seguito alla sottrazione dal Tempio del tesoro sacro per impieghi civili). Il testo russo antico della Guerra Giudaica (Testimonium Slavorum) racconta che si aggregarono a Gesù 150 seguaci e una quantità di gente del popolo, che lo esortavano a entrare in Gerusalemme per sterminare i romani e regnare su di loro. I capi dei giudei, temendo che le aspettative politiche createsi intorno alla figura carismatica di Gesù sfociassero in una rivolta antiromana, reagirono, denunciandolo a Pilato, che inviò una spedizione punitiva.

Ritornando alla chiamata degli apostoli della prim’ora, nella dozzina indicata nei Vangeli secondo Marco e Matteo, non compare il nome di Giuda di Giacomo, ma quello di Taddeo (che significa coraggioso) e, in altre versioni, quello di Lebbeo. Si ritiene, da taluni studiosi, che siano soprannomi di Giuda di Giacomo. Nel Vangelo secondo Matteo si racconta la vocazione dell’apostolo omonimo, designandolo con l’appellativo di pubblicano. Gli evangelisti Marco e Luca narrano il medesimo episodio, denominando il pubblicano con il nome di Levi, figlio d’Alfeo (secondo Marco). Se il nome di Levi e quello di Matteo indicano la stessa persona, perché gli autori dei Vangeli non lo hanno specificato, come hanno fatto con Simon Pietro? Sia Levi sia Giacomo il Minore sono indicati come figli d’Alfeo. Alfeo è lo stesso padre dei due apostoli o questi hanno due padri diversi con lo stesso nome? Non è dato saperlo. L’evangelista Giovanni, pur accennando all’eletta dozzina (6, 70-71; 20, 24), prudentemente non s’impantana nella loro identificazione. Si limita a nominarne alcuni: come Tommaso, soprannominato “Didimo”, cioè “Gemello”, o come Natanaele, sconosciuto dagli altri evangelisti, o come Giuda, figlio di Simone Iscariota, o come un non ben identificato discepolo che Gesù amava. In seguito, anche altri discepoli, come Paolo e Barnaba, furono chiamati apostoli, perché “inviati” in missione tra i “gentili” (cfr At 14, 4.14). Discordanti e incerte sono dunque le generalità degli apostoli, che invece avrebbero dovuto essere arcinoti. Lo Spirito Santo, che, secondo la Chiesa, non può errare né avere l’intenzione d’ingannare, allorquando ispirò i redattori dei sacri testi, non diede particolare importanza agli aspetti secondari della vicenda di Cristo e dei suoi seguaci. Del resto, non sono i nomi degli apostoli che possono dare sostegno all’assoluta e sacrosanta verità della fede evangelica. L’onestà intellettuale, allora come ora, vorrebbe che si parli con franchezza e coerenza, non offuscando la verità dei fatti, aborrendo fantasiose invenzioni, evitando interpretazioni allegoriche e tipologiche per avvalorare o prefigurare inesistenti verità, restando invece con i piedi per terra e con la mente libera da pregiudizi e sacri indottrinamenti. Certo è che l’elezione degli apostoli non ebbe carattere democratico. La scelta autoritaria conferì loro un’investitura di diritto divino, che trasmisero nella successione apostolica a tutti gli eminenti pastori della gerarchia ecclesiastica, il più autorevole dei quali si è autoproclamato infallibile, abbagliando il mondo con la luce dei dogmi, che desume da una (presunta) ispirazioni divina.

Gesù, pur essendo un rabbi preclaro e, secondo la dottrina della Chiesa, Dio onnisciente e presciente, chiamò a far parte dei suoi fedelissimi anche chi era destinato a tradirlo: Giuda Iscariota. Tra i tanti discepoli che lo seguivano, perché scelse proprio un rinnegato? Non presagiva di che pasta egli era fatto e quale danno ne sarebbe derivato? Il fatalismo di Gesù è un mistero inesplicabile. Fatto sta che di quella “dozzina” faceva parte anche un fedifrago. Tanti ne scelse quante erano le tribù d’Israele, volendo con ciò significare, secondo l’esegesi teologica, che i dodici apostoli avrebbero dovuto costituire le colonne del nuovo popolo di Dio, in sostituzione delle tribù discendenti dai dodici patriarchi ebrei, figli di Giacobbe, cui Jahvè nomò Israele. Gesù sarà dal nascente cristianesimo raffigurato come novello Helios, il dio Sole Invitto, che transita attraverso i dodici segni dello zodiaco (simbolo degli apostoli), donando la luce a ogni mese dell’anno. Il “dodici” è un numero rappresentativo e ricorrente nella mitologia greca e in quella ebraica, come le dodici fatiche del semidio redentore Ercole o come le dodici coppie di buoi, che Eliseo abbandonò per seguire e servire il profeta Elia. Dodici erano anche le massime divinità romane e quelle olimpiche della religione greca (le divinità minori pagane saranno sostituite dai santi dell’olimpo politeistico cristiano). Come il dio sole, anche il Cristo si farà nascere nel solstizio d’inverno e sarà adorato la domenica. La cerchia dei Dodici fedelissimi (ma non troppo) vivrà assieme a lui, indottrinata e ammaestrata alla propaganda fides e alla pratica dell’esorcismo e del miracolismo. Compito principale degli apostoli consisteva nell’annunciare al popolo la “buona novella” del Cristo Gesù, allo scopo di far proseliti per il Regno di Dio. A loro Gesù concesse il potere di scacciare demoni e di guarire ogni sorta di malanni, senza alcun limite (un’evidente esagerazione). Limitata era invece la terra di missione che gli apprendisti stregoni dovevano percorrere: annunciare il messaggio evangelico solamente alle pecore disperse della casa d’Israele (Mt 10, 5 seg.). Gesù, infatti, proibì di predicare la buona novella anche ai “gentili” (i non ebrei) e ai Samaritani (scismatici ebrei che, pur fiduciosi nell’attesa della venuta di un Messia restauratore, riconoscevano Mosè come unico profeta e i libri del Pentateuco come unico testo sacro). Bisognerà attendere la conversione di Paolo per non discriminare i gentili dal messaggio salvifico. Saranno poi i cristiani a discriminare e disprezzare gli ebrei (antigiudaismo), accusandoli di non aver riconosciuto in Gesù l’atteso messia e di averlo fatto condannare alla pena di morte per crocifissione.

Gesù impartì ai “dodici” precise disposizioni riguardo alla loro missione. Lungo il cammino dovevano predicare l’annuncio che il Regno di Dio stava per arrivare (la solita, illusoria nenia, mai realizzata) e, all’occasione, fornire prova di aver appreso l’arte dello stregone: guarire gli infermi, esorcizzare gli indemoniati, mondare i lebbrosi e persino (manco a dirlo!) risuscitare i morti. Questo, santiddio, è davvero troppo! Una gratuita esagerazione! Nessuno finora ha fornito prova di essere risuscitato dalla morte. Rianimare defunti o risuscitare dal sonno della morte sono fantasie di antichi mitici racconti. Quanto agli apostoli, qualora fosse vero che guarissero chi era afflitto da malanni e si prodigassero in strabilianti miracoli, gratis et amore Dei, cosa avranno pensato i professionisti della nobile arte medica, osservando la sleale concorrenza a loro danno messa in atto dai santoni nazareni? Gesù, infatti, aveva raccomandato loro di non mercanteggiare predicozzi e prodigi con oro, argento o pecunia. Non dovevano elemosinare, perché al loro sostentamento avrebbe badato la Divina Provvidenza (l’inope Francesco, il santo poverello d’Assisi, si piegò a elemosinare la carità del prossimo per sopravvivere, quando la Divina Provvidenza si dimenticava di sfamarlo). Come avrebbe dovuto provvedere la Provvidenza? Gesù suggerì di ricorrere all’ospitalità dei beneficiati per compensare l’opera apostolica. Ordinò dunque ai “dodici” di mettersi in viaggio, ricoperti di una sola tunica, senza portare né calzari né bastone. Questo rigoroso equipaggiamento fu poi il modello seguito dai rigorosi frati cappuccini. Entrando in una città, gli apostoli dovevano informarsi se c’era una persona proba, cui chiedere ospitalità in cambio delle loro opere salutari e salvifiche. Potevano restare a scrocco dell’ospite fino a loro piacimento e poi ripartire. Sempre che l’ospitalità fosse stata di loro gradimento, potevano lasciare quella casa, concedendo il segno di saluto e di pace; in caso contrario, nessuna concessione augurale. Il segno di pace, già annunciato dall’armata celeste alla nascita del Redentore, rappresenta la benevolenza (leggi riappacificazione) di Dio Padre verso l’umana gente, offerta per il tramite del Cristo Gesù (Lc 2, 13-14). Case e villaggi, che rifiutavano di accogliere e ascoltare l’apostolico predicozzo, l’avrebbero vista brutta, anzi terrificante, non tanto per il gesto plateale dei missionari, consistente nello scuotimento della polvere dai piedi (viaggiavano senza calzari), prima di allontanarsi dai luoghi ingrati, quanto per le maledizioni divine che avrebbero gratuitamente ricevuto. “A dir qual fosse la pena, è cosa dura”: Dio sarebbe stato più magnanimo verso Sodoma e Gomorra che verso chi osava negare accoglienza agli apostoli. Chi disprezzava i suoi discepoli, non ascoltandoli, non ospitandoli, non solo disprezzava anche il loro Maestro, ma pure il Padre celeste, perciò per costoro il divo Gesù minacciò atroci sofferenze.

             Siamo alle solite: se non ti converti alla fede di chi vomita sentenze in nome di una supposta divinità, sarai castigato con malevoli anatemi. Delle due l’una: o sei con lui o sei contro di lui, ma se sei contro di lui, quello ti minaccia pene d’inferno (Mt 12, 30, Mc 9, 40). Non da meno sono i suoi discepoli, quelli della prim’ora (Lc 9, 51-56) e quelli dell’ultima. No, dio santo, questo dilemma non si può proprio accettare!  E non si accetta perché si può non avere alcun bisogno d’imbonimenti fideistici, che figli di padri altolocati propinano al mondo con moralizzanti paternali e aprioristiche verità. Non essere d’accordo con qualcuno non implica che siamo contro di lui, ma, semplicemente, che non siamo interessati alle sue prediche. Né ci lasceremo intimorire da chi si arroga meriti divini, in forza dei quali si ritiene in diritto di minacciare e biasimare il prossimo dissenziente. Chi non è tollerante verso chi dissente, non è neanche rispettoso, e il suo preteso amore incondizionato del prossimo è falso. Minacciare pene d’inferno verso chi non si converte al “verbo” di un sedicente dio, che non fornisce prove incontrovertibili della sua esistenza (se non la fede, come dono esclusivo per gli eletti), potrà intimorire persone incolte e sprovvedute, non certamente chi fa uso critico della ragione. Fino a che punto, santa pazienza, si può essere tolleranti con chi è intollerante? Una persona proba, con la testa sulle spalle, non ha alcun obbligo, perdio, di accogliere, ascoltare e credere alle fandonie di accattoni, che bussano alla sua porta per annunciare il “verbo” divino, né tantomeno di ospitarli fin quando a loro piacendo. Per tutti gli dei del cielo e della terra, nessuno ha diritto d’intimorire il prossimo con maledizioni e dannazioni pendenti sulla testa come spade di Damocle! Sacrosanto è il diritto di chi rifiuta, ieri come oggi, l’ospitalità ai missionari del Cristo Gesù. Intollerabile è obbligare il prossimo a fare la scelta tra l’uno o l’altro corno del dilemma evangelico: accogliere la buona novella e meritarsi il premio delle gioie paradisiache; oppure rifiutarla e dannarsi per l’eternità, arroventati nelle fiamme dell’inferno. La libertà umana resta così condizionata da due sole possibilità: o subire le inevitabili tristissime conseguenze del rifiuto alla conversione o, viceversa, meritare l’ambito premio nel celeste impero promesso da Gesù.

Parola del Cristo Gesù: chi accoglie, ospita e ascolta i suoi apostoli, ancorché si presentino alle nostre porte simili a dei miseri straccioni, è come se accogliesse lui e il Padre celeste. Gesù, parola degli evangelisti, è stato inviato sulla terra in missione, come figlio adottivo di Dio, ma non a portare la pace, bensì la spada con cui recidere gli umani sentimenti, gli affetti familiari e i rapporti sociali. Chi ama i propri cari più di Lui, non è degno di Lui; né lo è chi non accetta con gioia (!) la sofferenza del calvario, rinnegando la propria vita per sobbarcarsi la “passione” di Cristo. Su questi presupposti di sofferenza e abnegazione si è sviluppato l’ideale del monachesimo, caratterizzato da un esasperato ascetismo. Chi si sentiva “vocato”, si ritirava nel deserto, vivendo da eremita e aspirando alla santità. In quei luoghi tristi e desolati, abbandonati da Dio, gli anacoreti vagolavano in cerca del miraggio del regno celeste. Quelle ombre dolorose, parvenze umane, avendo perduto il ben dell’intelletto, furono persuasi di seguire le orme di Cristo, e da uomini che furono una volta, si ridussero simili a sterpi, aridi come il luogo dove vivevano.


Lucio Apulo Daunio


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