domenica 7 agosto 2011


LA POTENZA DEL MALE

              

           Satana, l’avversario di Dio, pur essendo consapevole della potenza suprema del suo creatore, si vuole suo acerrimo nemico. Solo un folle può ribellarsi all’Onnipotente. Il diavolo rappresenta la scissione del Male dal sommo Bene, della Falsità dalla Verità, della Nullità dalla Totalità, del Non-Essere dall’Essere, del negativo dal positivo. Può Dio generare un anti-Dio? Se Dio non può concepire il male né volerlo, allora da dove proviene il male? Delle due l’una: o esso è indipendente da Dio (dualismo), o Dio e il suo opposto sono espressioni incoerenti, nonsensi. Se Egli è l’Essere Assoluto, non può contenere in sé principi antagonistici, che invece caratterizzano il mondo fenomenico. La dualistica concezione cristiana, caratterizzata dall’antagonismo tra Dio e Satana, in verità, è servita a giustificare il mito della salvezza e dell’avvento del Redentore. Secondo l’esegesi giudaico-cristiana, quando la serpe satanica, espressione del Male, simbolo dell’insidia e dell’inganno, apparve a Eva, consenziente il padreterno, essa approfittò dell’ingenuità della donna e la indusse alla disobbedienza verso il Creatore. In verità, Eva, vivendo in stato d’innocenza, come avrebbe potuto essere consapevole di ciò che è bene e di ciò che è male? Dunque, se non era consapevole, non poteva essere responsabile del male conseguente alla disobbedienza. Viveva spensierata, accanto ad Adamo, nel giardino delle delizie in Eden, nel mezzo del quale c’erano due alberi, i cui frutti erano apportatori, l’uno, della conoscenza del bene e del male, l’altro, della vita eterna (avevano quindi delle proprietà indipendenti dalla volontà di Dio?). Il perfido Satana, perciò, poté facilmente indurla in tentazione, solleticando la sua curiosità, insinuandole l’acquisizione di una conoscenza uguale al Creatore. Bastava che cogliesse e mangiasse il frutto dell’albero proibito per essere simile a Dio. Eva abboccò, non avendo la consapevolezza del rischio che correva, disubbidendo all’ordine di Dio. Peccò e indusse a peccare (a disobbedire) anche Adamo. I due improvvidi disubbidienti, persa l’innocenza, si vergognarono della loro nudità (il che è del tutto inverosimile). Dio, anziché perdonarli, li punì, scacciandoli dalle beatitudini edeniche, dopo averli rivestiti di tuniche, condannandoli a subire le fatiche della vita mortale. A guardia del giardino in Eden mise la schiera dei cherubini e la fiamma della spada folgorante. Egli temeva che le sue creature, dopo aver acquisito la conoscenza del bene e del male, mangiassero anche il frutto dell’albero della vita, vivendo così in eterno. Ciò che non si comprende è perché il dio giudaico-cristiano abbia voluto piantare in Eden due alberi magici, continuando a proteggerli, anziché distruggerli, dopo la cacciata dei due rei. Il biblico dio, onnipotente e geloso delle sue prerogative, condannò l’essere umano a guadagnarsi con il sudore della fronte la propria esistenza, penosa e mortale (facendo ricadere sui figli le colpe dei padri). Dall’errore dei nostri primi avi, dunque, il cristianesimo fa discendere il mutamento in peggio della condizione umana (caduta dalla mitica età dell’oro). Tuttavia, in virtù del peccato originale, tutta l’umanità può ora conoscere e distinguere il bene dal male, la verità dalla falsità, il volere di Dio (l’imperatività morale delle norme etiche) dalle tentazioni di Satana (l’imperfezione e la debolezza della natura umana). L’uomo, però, anche se cosciente della responsabilità delle proprie azioni, continua a compiere il male, a causa della sua fragile natura. Forse il bene e il male sono concetti relativi, frutto di convenzioni sociali, stabilite dagli ordinamenti umani, aventi differenti valori secondo le epoche e i luoghi in cui gli uomini vivono.

I nostri primi avi, dunque, non furono responsabili dei loro atti commessi in stato d’innocenza durante la permanenza in Eden, non avendo né conoscenza né esperienza per distinguere il bene dal male; perciò non furono colpevoli di disobbedienza, in virtù della quale, tuttavia, acquisirono la conoscenza dell’eticità. La specie umana, inoltre, non avrebbe conosciuto la morte, se avesse potuto mangiare anche i frutti dell’altro albero magico, datrice d’immortalità. Dio, invece, appare il vero responsabile delle disgrazie umane, sia per aver consentito a Satana, suo perfido nemico, di tentare Eva, sia perché, avendo conoscenza dell’esistenza del male, non ha fatto tutto il possibile per impedire che ne fosse contaminata l’umanità. Se il diavolo è l’assoluto mentitore, che dice sempre il falso (Gv 8,44), ne consegue, paradossalmente, che ogni sua menzogna è vera. Egli, infatti, non ha ingannato Eva; Dio, invece, ha ingannato l’uomo, lasciandolo inerme, in balia del potente Tentatore. Deluso dalle sue deboli creature, Dio ha placato la sua immensa ira castigandole e perseguitandole con lo Spirito del Male, cui consente di operare ogni tipo di sventura a danno degli umani. Se egli non avesse creato il Demonio, nessun uomo avrebbe potuto peccare, parola del geniale Origene, teologo e scrittore ecclesiastico vissuto a cavallo del II-III secolo.

Dio, quantunque concepito onnipotente, non può contraddirsi. Benché tutto a lui sia possibile fare, non può essere irrazionale. Dio, infatti, poiché è pensato come quintessenza della nostra razionalità, non può essere illogico, passionale, capriccioso, sentimentale, volubile. Non può ingannare né volere la turpitudine. Dio, in quanto pensato assolutamente buono, non può essere malvagio né irascibile. Un Dio contraddittorio non può essere accettato. Perché dunque esiste il male nel mondo? Perché il male è personificato in un principio assoluto, sovrumano, negativo? Se riconosciamo il male soggettivo in comportamenti, azioni, atteggiamenti, pensieri non conformi ai canoni di ciò che stimiamo bene, dobbiamo convenire che esso è un modo d’essere, indipendente da una presunta colpa originale. Quanto al male oggettivo, esso dipende dalle forze naturali. L’uomo però può opporsi alla realtà del male soggettivo, educandosi ai principi del bene, e può prevenire o contrastare il male oggettivo in base al progresso delle conoscenze. Irreale, invece, è la personificazione del male in un essere sovrumano, raffigurato nel cristianesimo da Satana, il diavolo opposto a Dio, personificazione altrettanto irreale del sommo bene. Secondo la dottrina cristiana, le forze del male non prevarranno; tuttavia, la vittoria sul male si avrà definitivamente alla fine dei tempi, ossia, quando ormai non vi sarà più ragione della sua esistenza. Satana dunque, per quanto ciurmatore, rappresenta sulla scena del mondo una rilevante funzione (finzione): separare l’uomo da Dio, insidiando l’uno in opposizione all’altro. La sua immane, perdurante fatica, è utile per la gloria degli eletti cristiani, ma sarà esente da ricompense per lui, necessario capro espiatorio per la salvezza delle colpe altrui. Satana e tutti i suoi accoliti hanno potere solamente nel regno dell’eterno supplizio, dove un fuoco inestinguibile consuma in perpetua agonia spiriti pravi. Speriamo quanto prima che la Chiesa, su divina ispirazione, santifichi Belzebù, dio delle mosche, e con lui anche lo sciame, indiavolato e fastidioso, della sua numerosa brigata, a causa dei servizi resi a Dio per l’altrui gloria.

Il cristianesimo fa derivare la morte fisica dall’imperfezione morale dell’uomo, conseguenza di una colpa originale. Da questa colpa deriverebbe altresì la schiavitù interiore dell’uomo nei confronti del male. La volontà, corrotta dal peccato, non può da sé liberarsi dalla schiavitù. Solo mediante l’intervento divino, operato dalla grazia, l’uomo può liberarsi dal male e rigenerarsi nello spirito. Il cristiano, mediante la fede, rinunce inumane e opere di bene (non per altruismo o per nobiltà d’animo, ma per ottenere in cambio qualcos’altro), spera di riguadagnare nell’aldilà la stima di Dio e ottenere la vita immortale. Egli ha tramutato l’antica concezione dell’eterno ritorno, il tempo ciclico che annulla la definitività della morte, con la credenza nella resurrezione e nella vita eterna nell’altro mondo. Solo negando l’arbitrio della ragione di Dio, che sottende l’ideologia assolutizzata e conservatrice della Chiesa, l’uomo innalza se stesso, imponendosi valori aconfessionali in base al principio d’autodeterminazione. Solo rinunciando ad essere oggetto di un dio, l’uomo riacquista la sua soggettività e la totale umanità. Solo rifiutando la religiosità legata ad astratte divinità e criticando le pretese di chi spaccia per divine rivelazioni false verità, dogmatici assunti e irreali regni ultraterreni, l’uomo riscatta la sua ragione e la libertà d’indagine sul mondo, non per conseguire verità assolute, ma per scoprire utili conoscenze reali. La ricerca scientifica non pretende di spiegare tutto e lascia sempre aperta un’alternativa alle sue ipotesi. Occorre diffidare di chi ha la pretesa d’elaborare un sapere universale, sempre valido e mai smentibile, giustificabile sempre con nuove congetture e arbitrarie conclusioni. L’uomo deve rieducarsi ad assumere le proprie decisioni in piena autonomia di giudizio, regolandosi con l’autorevolezza della propria intelligenza e con l’esperienza acquisita dal patrimonio collettivo dell’umanità, anziché subire l’autorità di un sedicente vicario di Dio sulla Terra. Occorre contrastare la pretenziosità melliflua di chi predica l’attuazione di una società perfetta, di chi sogna ideali romantici di perfezione assoluta, d’irrealizzabili utopie. Occorre concretare il bene del prossimo, impegnandosi ad eliminare, per quanto possibile, la povertà, l’ignoranza, le miserie e i mali che affliggono il mondo. Occorre indirizzare la politica ad attivarsi per disinnescare la bomba demografica, sostenere l’equa distribuzione delle scarse risorse del pianeta, contrastare lo scempio ecologico e lo spreco del consumismo (indotti dall’insostenibile, irrefrenabile sviluppo del sistema di produzione capitalistico). Occorre prevenire la devastazione di una guerra atomica mediante l’autorevolezza di un organismo internazionale. Solo una fattiva, graduale e perseverante ricerca di una pace universale e di valori condivisi, che uniscono i vari popoli secondo ragione e scienza, si potrà favorire la crescita di una civile convivenza dell’umanità nel reciproco rispetto delle diversità culturali di ciascun popolo vivente nell’ambito del proprio territorio nazionale. Occorre altresì laicizzare la formazione educativa e culturale dei giovani, relegando la religiosità all’ambito del privato e delegittimando l’atavico retaggio di una chiesa missionaria, istituzionalizzata. L’insieme dei pensieri interagenti con le azioni degli uomini, determina la coscienza collettiva della società in un determinato periodo storico e ne caratterizza il grado di civiltà. Le spirituali esigenze dell’uomo, in quanto realtà pensante e cosciente, non sono prerogativa esclusiva della religiosità di una fede. L’intelletto umano, educato al ragionamento critico e libero, al metodo della ricerca scientifica, all’acquisizione di conoscenze con riserva di dubbio, è la fonte da cui attingere valori, estetismi e principi etici avulsi da imposizioni religiose assolutistiche. Un sistema formativo aconfessionale, che educa l’intelligenza al senso critico, a dubitare delle affermazioni apodittiche, delle verità dogmatiche fondate su certezze assolute di una fede o di una “auctoritas”, è un antidoto contro i veleni instillati nella mente da vicari esecutori di presunti dettami divini, ossia d’illusorie speranze che inducono a credere in false convinzioni, indimostrabili sul piano della logica scientifica.

Il regno di Dio non è visibile. Ciò che non si può vedere neanche può descriversi, perciò ogni credente se lo immagina dipingendolo con il pennello della fantasia. Se ogni bene è lassù, il male è al suo estremo opposto, quaggiù. Se Dio è positivo, il male è negativo. Il cristiano deve guadagnarsi l’aldilà, vincendo il male che intralcia il suo percorso nell’aldiquà. Il male è il castigo di Dio per l’offesa fattagli dall’uomo. La macchia originale dei nostri primi avi (una presunta e discutibile disubbidienza a Dio) si ripercuote su tutta la discendenza, trasmettendosi di generazione in generazione: il concetto divino della colpa non è individuale ma collettivo, e costituisce un impedimento al compimento del bene. Tutta l’umanità deve espiare e purificarsi per ristabilire la giustizia e riguadagnare la beatitudine celeste. La collera di Dio si placa con la preghiera e la penitenza. Il Cristo Gesù, capro espiatorio votato al sacrificio, si è caricato di tutte le colpe dell’umanità per redimerla dall’ira del Padre. In verità, l’umanità non deve essere riscattata da alcuna colpa atavica, a nulla rilevando il sacrificio di un supposto dio fattosi uomo. Non c’è nessun marchio indelebile nella coscienza degli uomini, nella loro libera volontà, che li induce a compiere il male piuttosto che il bene. Il valore dell’uomo non deriva dall’essere stato creato ad immagine e somiglianza di un ente divino, ma dalla sua umanità, intelligenza e responsabilità. L’uomo può far valere la propria superiorità, migliorando le sue umane caratteristiche. La verità prodotta dall’uomo è immanente alla sua ragione e limitata dalle sue conoscenze effettive. La verità desunta da un atto di fede non può che portare ad una conoscenza illusoria. Dio, simbolo della totalità, è la sintesi di una dicotomia: del tutto e del nulla, del sommo bene e dell’infimo male, della giustizia e del peccato, del vero e del falso, del positivo e del negativo, dell’unione e della scissione. Il suo opposto, l’avversario, è il diavolo (il demonio, calunniatore, privo di qualsiasi valore, retaggio di antiche divinità degradate al rango di spiriti malvagi). Lo spirito maligno, personificato da Satana, potenza infernale, tenta l’uomo e persino Cristo. Dio, in verità, è una contraddizione assoluta. E’ un Tutto che genera da sé un altro se stesso (il Figlio) e da entrambi procede un terzo se stesso (lo Spirito Santo). A queste tre ipostasi si contrappone Satana, spirito maligno, nemico di Dio e dell’uomo. Dio si fa uomo ingravidando una donna, che è, nello stesso tempo, madre e sposa di lui. Da Ente immortale diventa mortale, debole come un uomo, destinato alla morte.  Risorge dal suo cadavere (come la mitica fenice) con sembianze umane e ascende al cielo per raggiungere il suo trono celeste. Predica una sapienza comprensibile solo dai semplici intronati dalla fede. Si rivela al suo popolo prediletto, che da secoli attende il Messia, ma riesce solo a farsi conoscere come seminatore di scandali e deviazioni dottrinarie, che porteranno alla scissione dei cristiani dagli ebrei. Gli stessi cristiani si pesteranno fra loro per far prevalere le loro ambizioni e pesteranno di santa ragione chi non si adeguerà all’ortodossia dominante. Se Dio è responsabile del male e dell’ingiustizia, non può essere somma giustizia e farsi arbitro di ciò che è bene e di ciò che è male. Se il male è nel mondo e questo dipende dalla creazione di Dio, ne consegue che il male era prevedibile dall’Onnisciente prima della creazione, perciò egli n’è responsabile. Se Dio ha voluto la sofferenza, non può essere pietoso e compassionevole, ma sadico. Il dio dei cristiani non è dissimile dal dio degli ebrei, in luttuose guerre, tremendo. E’ un dio crudele, capace di far del male se le azioni umane non corrispondono alla sua idea di giustizia. Egli maschera la sua malvagità sotto il manto dell’amore e della giustizia. Questo dio giudaico-cristiano, uno e trino, ricolmo d’amore ad uso esclusivo di un popolo ignobilmente peccaminoso, ha addebitato ingiustamente a due fragili esseri umani un assurdo peccato di disubbidienza, perseguitando nei figli la colpa presunta dei padri. Ha inviato il Figlio al sacrificio della croce per redimere l’umanità da una colpa infame che lui stesso ha determinato. L’ambiguità di questo dio si svela moralmente inferiore alle sue creature. Egli, in vero, risiede con lo spirito sul colle Vaticano, dall’alto del quale vede e provvede sulle cose del mondo ad uso esclusivo del dominio di una Chiesa totalitaria, fonte di menzogne legittimate, che si giustifica con il mistero della fede e che si difende dalle critiche incisive con l’usbergo della legge civile e penale dello Stato.

            

Lucio Apulo Daunio

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