sabato 6 agosto 2011


LA FEDE CRISTIANA



L’uomo proietta fuori di sé il suo ideale, personificandolo in un essere divino, cui attribuisce razionalità e sentimenti.

Il Cristo Gesù, l’ebreo divinizzato dei cristiani, adorato come Dio uno e trino (latria), in realtà è una costruzione teologica, non una verità storica. Il dio degli eserciti d'Israele, in luttuose guerre, tremendo, combatte a fianco del suo eletto popolo. Al dio bellicoso d’Israele, i cristiani hanno aggiunto due altre divinità: il semidio Cristo Gesù, un uomo divinizzato come Figlio Unigenito del Padre, e l’evanescente Spirito Santo, che procede (Dio sa come!) e dal Padre e dal Figlio. La derivazione delle tre ipostasi è un concetto sancito come verità di fede nel concilio niceno (325) e in quello costantinopolitano (381). Sintesi della fede cristiana è il “credo” apostolico. Il Figlio e lo Spirito Santo sarebbero dunque ipostasi di un unico Dio, che è tre volte se stesso, “clonazioni” del Padre, generate “ab aeterno”, senza fecondazione (basta la parola!). Il Figlio, fattosi “carne” con il nome di Gesù, tramite il ventre di una vergine donna, fecondata (miracolosamente) dallo Spirito Santo, padre di un figlio di cui è figlio (un vero e proprio assurdo rompicapo teologico), vive, soffre e muore come un uomo, ma risorge dalla morte nel terzo giorno per assurgere a dignità divina (apoteosi). Egli è re, ma il suo regno non è di questo mondo, perché è posto fuori del tempo e dello spazio, dove la vita, immutabile, non ha fine (dunque, irreale; quindi, illusoria). Questo regno trascendente è destinato come premio agli eletti, gli eroici cristiani che hanno diligentemente esercitato le virtù evangeliche ed hanno scrupolosamente osservato i precetti decretati dal Dio trinitario tramite la Chiesa, sua rappresentante legale sulla terra. Per il resto dell’umanità peccatrice, il dio famiglia, Padre, Figlio e Spirito Santo, si dimostra poco cristiano, condannandola a un’infernale e interminabile pena: assurda espiazione, non correlata all’offesa.

La plurima divinità cristiana, distinta in tre sostanze individuali trascendenti aventi unica natura, crea dal nulla l’universo in un periodo limitato, concedendosi al termine del lavoro creativo un meritato riposo (lavorare stanca!). L’inconoscibile divinità è stata immaginata in innumerevoli modi. Come essere onnipotente, può eludere il principio di non contraddizione, ponendo in essere ciò che non può essere. Come sovrano che governa l’universo, prescinde dalle leggi della fisica, quando opera miracoli. Questo dio inaccessibile, che rende possibile l’impossibile, è un’idea assurda quanto fantasiosa. L’unica realtà che l’umanità conosce, durante il breve periodo della sua storia sopra un pianeta collocato in un luogo periferico del cosmo, è quella concreta della sua esperienza. La limitatezza della nostra memoria storica e l’inadeguatezza della scienza non ci consentono di conoscere né il nostro passato remoto, né la genesi dell’universo, né il futuro dell’evoluzione cosmica, su cui possiamo solo formulare ipotesi. Indipendentemente dal sapere se siamo stati creati da un essere increato, o se siamo un prodotto dell’evoluzione della natura, ciò che appare certo è che esistiamo nel mondo e che questo non è stato creato esclusivamente per noi. L’uomo non rappresenta il centro e lo scopo dell’universo. Se l’uomo vorrà sopravvivere come specie non dovrà né affidarsi alla provvidenza di fantomatiche divinità né tantomeno fidarsi di chi pretende di rappresentarle in terra, pontificando pretese divine, assolute verità. Dobbiamo far conto soltanto sulla nostra intelligenza e responsabilità, facendo buon uso delle scarse risorse del mondo per soddisfare i nostri illimitati desideri. Dobbiamo imparare a vivere in sintonia con la natura, che ci ospita durante il breve viaggio della vita, rispettando le sue leggi. Il paradiso va realizzato, per quanto possibile, sulla terra, non immaginarlo tra le nuvole volatili del cielo. Sull’origine e i limiti dell’universo, sulla sua espansione o contrazione, sul futuro del mondo e dell’uomo, la scienza continua a indagare e a illuminarci. “Ad maiora semper!”.

La fede cristiana crede in modo assoluto nella certezza storica della rivelazione e incarnazione di un essere trascendente, avente doppia natura, umana e divina. Questa credenza è opinabile, non essendo supportata da prove incontrovertibili. Una fede che non dubita, non essendo certezza fondata sull’esperienza, è follia. Se la fede fosse fondata sulla concretezza, non elaborerebbe truismi dogmatici e teologumeni (speculazioni teologiche spacciate per verità storiche), che moltiplicano gli insondabili misteri della religione e ingarbugliano le idee dei credenti. L’assurdità della fede cristiana consiste nel presumere di conoscere l’assoluta verità, avendo eliminato il dubbio. Ciò che è vero una volta, lo è per sempre. La fede cristiana è ambigua, giacché implica contrapposte verità: quella fallace delle opinioni umane e quella immaginifica di una supposta divina rivelazione, tramandata dall’auctoritas della Chiesa docente. Essa ha la pretesa di tracciare la via sicura per raggiungere un superiore sapere, ostacolando il progresso dell’umanità nella conoscenza effettiva del mondo. Il Concilio di Trento maledì con l’anatema chi contestava le sacre dichiarazioni del magistero della Chiesa. Il Vaticano II ha sancito l’infallibilità del magistero del corpo episcopale riunito in concilio con il papa (nonostante le palesi contraddizioni che rendono inaffidabili sia i decreti dei concili sia i disposti dogmatici del successore di Pietro). Papi e vescovi, in virtù della loro consacrazione, pretendono di possedere: il “munus docendi”, il “munus sanctificandi”, il “munus regendi”. Il sapere del cristianesimo rende l’uomo degno di far parte dei servi di Dio, cioè della gerarchia ecclesiale, casta santificata, legittimata da governi pseudo-laici.

La fede cristiana è un’emozione fondata su di un’assurda credenza (pìstis): quella di ritenere per verità storica il contenuto di fede delle Sacre Scritture. La realtà sensibile è l’unica che possiamo conoscere. Asserire che oltre la realtà sensibile esista un’altra realtà, un aldilà rivelato da ispirati profeti, è illogico, in quanto porta a sconfinare i limiti della concretezza, addentrandosi nell’eroica follia dell’immaginazione, che ipotizza mondi impossibili. La fede suggestiona la mente oltre i limiti della razionalità. Esalta l’immaginazione, è compagna della temerarietà e sfocia spesso nell’intolleranza. La fede cristiana è follia per la sapienza pagana (1Co 1, 22-23). L’eroismo fideistico dei cristiani può tramutarsi in esaltazione, fanatismo, intolleranza, allucinazione, delirio ascetico e persino erotismo (sintomatico è l’amore per Gesù delle sante teo-patiche o il matrimonio mistico di Santa Teresa d’Avila). Nella frenesia mistica dell’estasi appare l’immagine dell’oggetto bramato. La scienza, invece, in quanto si fonda sulla sperimentazione e sulla ricerca, non teorizza mistiche verità assolute. Le nuove teorie acquisite, in quanto prospettano verità relative, si assumono col beneficio del dubbio. Ciò che la scienza afferma lo dimostra. Essa non può ammettere l’esistenza dell’anima, di una presunta sostanza spirituale, atemporale e immortale, distinta e separabile dal corpo e che si sovrappone ad esso con la nascita e ne fuoriesce con la morte. La fede, invece, non ha dubbi, in quanto basata su certezze assolute, per quanto inconsistenti, dalle quali deduce pari conclusioni. La prerogativa dell’infallibilità di una Chiesa governata dal pontefice, monarca assoluto, s’impone ai credenti come dogma: una verità incontrastabile che offende l’umana razionalità. La fede cristiana consola le sofferenze nell’aldiquà, promettendo ricompense illusorie nell’aldilà. Se la realtà ci sfugge nella sua assolutezza, non per questo occorre necessariamente rifugiarsi nei tentacoli della fede per superare i limiti dello scibile oggettivo. Sogni, illusioni, suggestioni, esaltazioni non aiutano la comprensione della realtà. Il divino è un concetto indimostrabile. Si fonda su principi assiomatici, accettabili solo in base alla fede in una credenza. Sarebbe irragionevole voler dedurre verità assolute da una credenza indimostrabile. Meglio essere più modesti. Aver fiducia della propria razionalità critica. La ragione a-confessionale si apre al dialogo, al confronto, al rispetto dell’altrui opinione, anche se in disaccordo, non essendo vincolata da dogmi né plagiata dal credo di una religione, che impone l’accettazione di verità assolute, indiscutibili. L’umiltà della ragione consente il confronto con il pluralismo delle idee. La ragione umana, storicamente determinata nel suo essere e nel suo agire, è fallibile. Il dramma esistenziale non va affrontato con il supporto illusorio delle verità metafisiche. L’azione assidua delle umane “virtù” deve trovare in sé il fine, non in un aldilà da meritare. La luce della progressiva conoscenza della realtà, piuttosto che il buio di pretese divine rivelazioni, illumina il cammino dell’uomo razionale. La storia è testimone del lungo viaggio nel tempo, faticosamente intrapreso dall’umanità, che, come il mitico Ulisse, oltrepassa innumerevoli colonne d’Ercole per scoprire l’ignoto e spostare i limiti della conoscenza verso più ampi e chiari orizzonti.

Ad maiora semper!”.

 Lucio Apulo Daunio



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