LA FEDE
CRISTIANA
L’uomo
proietta fuori di sé il suo ideale, personificandolo in un essere divino, cui
attribuisce razionalità e sentimenti.
Il Cristo
Gesù, l’ebreo divinizzato dei cristiani, adorato come Dio uno e trino (latria), in realtà è una costruzione
teologica, non una verità storica. Il dio degli eserciti d'Israele, in luttuose
guerre, tremendo, combatte a fianco del suo eletto popolo. Al dio bellicoso
d’Israele, i cristiani hanno aggiunto due altre divinità: il semidio Cristo
Gesù, un uomo divinizzato come Figlio Unigenito del Padre, e l’evanescente
Spirito Santo, che procede (Dio sa come!) e dal Padre e dal Figlio. La
derivazione delle tre ipostasi è un concetto sancito come verità di fede nel
concilio niceno (325) e in quello costantinopolitano (381). Sintesi della fede
cristiana è il “credo” apostolico. Il Figlio e lo Spirito Santo sarebbero
dunque ipostasi di un unico Dio, che è tre volte se stesso, “clonazioni” del
Padre, generate “ab aeterno”, senza fecondazione (basta la parola!). Il
Figlio, fattosi “carne” con il nome di Gesù, tramite il ventre di una vergine
donna, fecondata (miracolosamente) dallo Spirito Santo, padre di un figlio di
cui è figlio (un vero e proprio assurdo rompicapo teologico), vive, soffre e muore
come un uomo, ma risorge dalla morte nel terzo giorno per assurgere a dignità
divina (apoteosi). Egli è re, ma il suo regno non è di questo mondo, perché è
posto fuori del tempo e dello spazio, dove la vita, immutabile, non ha fine
(dunque, irreale; quindi, illusoria). Questo regno trascendente è destinato
come premio agli eletti, gli eroici cristiani che hanno diligentemente
esercitato le virtù evangeliche ed hanno scrupolosamente osservato i precetti
decretati dal Dio trinitario tramite la Chiesa, sua rappresentante legale sulla
terra. Per il resto dell’umanità peccatrice, il dio famiglia, Padre, Figlio e
Spirito Santo, si dimostra poco cristiano, condannandola a un’infernale e
interminabile pena: assurda espiazione, non correlata all’offesa.
La plurima
divinità cristiana, distinta in tre sostanze individuali trascendenti aventi
unica natura, crea dal nulla l’universo in un periodo limitato, concedendosi al
termine del lavoro creativo un meritato riposo (lavorare stanca!).
L’inconoscibile divinità è stata immaginata in innumerevoli modi. Come essere
onnipotente, può eludere il principio di non contraddizione, ponendo in essere
ciò che non può essere. Come sovrano che governa l’universo, prescinde dalle
leggi della fisica, quando opera miracoli. Questo dio inaccessibile, che rende
possibile l’impossibile, è un’idea assurda quanto fantasiosa. L’unica realtà
che l’umanità conosce, durante il breve periodo della sua storia sopra un
pianeta collocato in un luogo periferico del cosmo, è quella concreta della sua
esperienza. La limitatezza della nostra memoria storica e l’inadeguatezza della
scienza non ci consentono di conoscere né il nostro passato remoto, né la
genesi dell’universo, né il futuro dell’evoluzione cosmica, su cui possiamo
solo formulare ipotesi. Indipendentemente dal sapere se siamo stati creati da
un essere increato, o se siamo un prodotto dell’evoluzione della natura, ciò
che appare certo è che esistiamo nel mondo e che questo non è stato creato
esclusivamente per noi. L’uomo non rappresenta il centro e lo scopo
dell’universo. Se l’uomo vorrà sopravvivere come specie non dovrà né affidarsi
alla provvidenza di fantomatiche divinità né tantomeno fidarsi di chi pretende
di rappresentarle in terra, pontificando pretese divine, assolute verità. Dobbiamo
far conto soltanto sulla nostra intelligenza e responsabilità, facendo buon uso
delle scarse risorse del mondo per soddisfare i nostri illimitati desideri.
Dobbiamo imparare a vivere in sintonia con la natura, che ci ospita durante il
breve viaggio della vita, rispettando le sue leggi. Il paradiso va realizzato,
per quanto possibile, sulla terra, non immaginarlo tra le nuvole volatili del
cielo. Sull’origine e i limiti dell’universo, sulla sua espansione o
contrazione, sul futuro del mondo e dell’uomo, la scienza continua a indagare e
a illuminarci. “Ad maiora semper!”.
La fede
cristiana crede in modo assoluto nella certezza storica della rivelazione e
incarnazione di un essere trascendente, avente doppia natura, umana e divina.
Questa credenza è opinabile, non essendo supportata da prove incontrovertibili.
Una fede che non dubita, non essendo certezza fondata sull’esperienza, è
follia. Se la fede fosse fondata sulla concretezza, non elaborerebbe truismi
dogmatici e teologumeni (speculazioni teologiche spacciate per verità
storiche), che moltiplicano gli insondabili misteri della religione e
ingarbugliano le idee dei credenti. L’assurdità della fede cristiana consiste
nel presumere di conoscere l’assoluta verità, avendo eliminato il dubbio. Ciò
che è vero una volta, lo è per sempre. La fede cristiana è ambigua, giacché
implica contrapposte verità: quella fallace delle opinioni umane e quella
immaginifica di una supposta divina rivelazione, tramandata dall’auctoritas della
Chiesa docente. Essa ha la pretesa di tracciare la via sicura per raggiungere
un superiore sapere, ostacolando il progresso dell’umanità nella conoscenza
effettiva del mondo. Il Concilio di Trento maledì con l’anatema chi contestava
le sacre dichiarazioni del magistero della Chiesa. Il Vaticano II ha sancito
l’infallibilità del magistero del corpo episcopale riunito in concilio con il
papa (nonostante le palesi contraddizioni che rendono inaffidabili sia i
decreti dei concili sia i disposti dogmatici del successore di Pietro). Papi e
vescovi, in virtù della loro consacrazione, pretendono di possedere: il “munus
docendi”, il “munus sanctificandi”, il “munus regendi”. Il
sapere del cristianesimo rende l’uomo degno di far parte dei servi di Dio, cioè
della gerarchia ecclesiale, casta santificata, legittimata da governi
pseudo-laici.
La fede
cristiana è un’emozione fondata su di un’assurda credenza (pìstis):
quella di ritenere per verità storica il contenuto di fede delle Sacre
Scritture. La realtà sensibile è l’unica che possiamo conoscere. Asserire che
oltre la realtà sensibile esista un’altra realtà, un aldilà rivelato da
ispirati profeti, è illogico, in quanto porta a sconfinare i limiti della
concretezza, addentrandosi nell’eroica follia dell’immaginazione, che ipotizza
mondi impossibili. La fede suggestiona la mente oltre i limiti della
razionalità. Esalta l’immaginazione, è compagna della temerarietà e sfocia
spesso nell’intolleranza. La fede cristiana è follia per la sapienza pagana
(1Co 1, 22-23). L’eroismo fideistico dei cristiani può tramutarsi in
esaltazione, fanatismo, intolleranza, allucinazione, delirio ascetico e persino
erotismo (sintomatico è l’amore per Gesù delle sante teo-patiche o il
matrimonio mistico di Santa Teresa d’Avila). Nella frenesia mistica dell’estasi
appare l’immagine dell’oggetto bramato. La scienza, invece, in quanto si fonda
sulla sperimentazione e sulla ricerca, non teorizza mistiche verità assolute.
Le nuove teorie acquisite, in quanto prospettano verità relative, si assumono
col beneficio del dubbio. Ciò che la scienza afferma lo dimostra. Essa non può
ammettere l’esistenza dell’anima, di una presunta sostanza spirituale, atemporale
e immortale, distinta e separabile dal corpo e che si sovrappone ad esso con la
nascita e ne fuoriesce con la morte. La fede, invece, non ha dubbi, in quanto
basata su certezze assolute, per quanto inconsistenti, dalle quali deduce pari
conclusioni. La prerogativa dell’infallibilità di una Chiesa governata dal
pontefice, monarca assoluto, s’impone ai credenti come dogma: una verità
incontrastabile che offende l’umana razionalità. La fede cristiana consola le
sofferenze nell’aldiquà, promettendo ricompense illusorie nell’aldilà. Se la
realtà ci sfugge nella sua assolutezza, non per questo occorre necessariamente
rifugiarsi nei tentacoli della fede per superare i limiti dello scibile
oggettivo. Sogni, illusioni, suggestioni, esaltazioni non aiutano la
comprensione della realtà. Il divino è un concetto indimostrabile. Si fonda su
principi assiomatici, accettabili solo in base alla fede in una credenza.
Sarebbe irragionevole voler dedurre verità assolute da una credenza
indimostrabile. Meglio essere più modesti. Aver fiducia della propria
razionalità critica. La ragione a-confessionale si apre al dialogo, al
confronto, al rispetto dell’altrui opinione, anche se in disaccordo, non
essendo vincolata da dogmi né plagiata dal credo di una religione, che impone
l’accettazione di verità assolute, indiscutibili. L’umiltà della ragione
consente il confronto con il pluralismo delle idee. La ragione umana,
storicamente determinata nel suo essere e nel suo agire, è fallibile. Il dramma
esistenziale non va affrontato con il supporto illusorio delle verità
metafisiche. L’azione assidua delle umane “virtù” deve trovare in sé il fine,
non in un aldilà da meritare. La luce della progressiva conoscenza della
realtà, piuttosto che il buio di pretese divine rivelazioni, illumina il
cammino dell’uomo razionale. La storia è testimone del lungo viaggio nel tempo,
faticosamente intrapreso dall’umanità, che, come il mitico Ulisse, oltrepassa
innumerevoli colonne d’Ercole per scoprire l’ignoto e spostare i limiti della
conoscenza verso più ampi e chiari orizzonti.
“Ad
maiora semper!”.
Lucio Apulo Daunio
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