mercoledì 3 agosto 2011


L’ANNUNCIO DELLA PASSIONE E RESURREZIONE DI GESU’

 

Una cupa afflizione oppresse gli apostoli, allorché appresero l’imminente “passione” cui doveva soccombere il loro Maestro. Non servì a rinfrancarli l’annuncio di Gesù concernente la sua risurrezione (Mt 16, 21; 17, 22-23). Non compresero le meste parole di lui, l’ennesimo mistero del dio che soffre, muore e risorge, e che ritornerà nella gloria alla fine dei tempi per giudicare i vivi e i morti. Sgomenti, preferirono non approfondire l’arcano (Mc 9, 32; Lc 9, 45). Nemmeno noi, liberi pensatori, possiamo comprendere che il Figlio di Dio, onnipotente più di qualsiasi stregone di questo mondo, si sia lasciato fare la pelle da una masnada di miscredenti per riscattare dall’ira dell’implacabile Padre i peccati dell’umanità. Figuriamoci poi se possiamo credere che dopo esser morto e sepolto sia risorto come la mitica araba fenice, il favoloso uccello che risorgeva dalle sue ceneri. Solamente la cieca fede può far credere al mistero insondabile del Cristo Gesù, invenzione della religione cristiana.

Il baldanzoso Pietro reagì all’annuncio delle sofferenze di Cristo. Cercò di dissuaderlo da quei propositi di sventura, invocando la protezione del Padre celeste. Non l’avesse mai avuto tutto quel riguardo per il burbero Figlio del celeste impero, suo idolo! Questi, infatti, non gradì il premuroso atteggiamento del granitico pupillo, scacciandolo da sé con rimbrotti, perché lo tentava come un dannato satanasso. Il suo destino era ormai segnato e non c’era nessun Pietro di questo mondo che potesse cambiarlo. Quelli di Pietro, del resto, erano umani sentimenti, non conciliabili con i divini disegni (Mt 16, 22-23; Mc 8, 32-33): quelli del Padre, capoccia dell’olimpo cristiano, degno successore degli Elohim, creatori dell’universo, e di Jahvè, dio tremendo degli eserciti d’Israele. Tutte queste divinità, comunque si vogliano concepire, sono sempre entità illusorie, immagini scaturite dalla fervida, sublime fantasia umana, cui addossare responsabilità e giustificare proprie ambizioni di potere. N’è prova il fatto che anche la divinità cristiana, una o trina che sia, è assetata di sangue non meno degli Elohim e di Jahvè. Prima di glorificare il Figlio e la sua accolita apostolica, il Padre volle dissetarsi del loro sangue, gustandosi la scena finale del martirio dell’uno e degli altri. Non da meno furono i suoi vicari. Questi, presumendo d’interpretare la divina volontà, hanno trasformato la religione in strumento di potere, proponendosi come garanti dell’ordine mondiale, determinando i destini dei popoli.

Un giorno Gesù salì lungo la china di un monte per cercare un luogo isolato dove pregare il dio d’Israele, suo Padre (Mt 17, 1 seg., Mc 9, 2 seg., Lc 9, 28 seg.). E’ concepibile credere che Gesù, dio presso dio, possa pregare se stesso? Si fece accompagnare da tre suoi apostoli: Pietro, Giacomo e Giovanni. Durante la preghiera, il suo volto s’illuminò e le vesti risplendettero di un candido bagliore. I tre apostoli videro (in fede loro) la mitica trasfigurazione di Gesù (quarto mistero luminoso, in cui si contempla la gloria del Cristo). Sulla fantasmagorica scena apparve Mosè, accompagnato dal profeta Elia, in atto di conversare con Gesù. Come abbiano potuto i tre apostoli riconoscere, senza averli mai visti prima, i due pellegrini discesi in tutta la loro gloria dall'alto dei cieli, è un mistero (erano, forse, in stato d’ipnosi). I due spiriti apparsi si soffermarono a conversare con Gesù, rammentandogli la sua prossima dipartita dalla santa (ma non troppo) città di Gerusalemme. A Gesù piaceva fare le ore piccole per pregare e, in quella circostanza, i tre discepoli, quantunque oppressi dal sonno, si sforzavano di restare svegli. Complice quel dormiveglia, se scartiamo l’ipotesi dello stato d’ipnosi, possiamo supporre che presero un abbaglio, sembrando loro di vedere (nel dormiveglia) venerabili figure umane animare la scena. Pietro, addirittura, voleva predisporre tre tende per accogliere degnamente le spettrali figure. Non sapeva quel che diceva. Parlava a vanvera. Dove avrebbe potuto trovare delle tende su quel monte? Intanto, mentre perdurava quella visione, apparve un’abbagliante nube che li avvolse con la sua ombra. Tra abbagli e umbratili foschie di nubi splendenti, la paura raggelò gli apostoli appena udirono una misteriosa, profonda voce proclamare che Gesù era il figlio diletto del Padre celeste (tanto per chiarire ai presenti la divina paternità di Gesù). Il Padre venerabile si compiaceva di avere un cotale Figlio (“alter ego” di sé), disposto ad accettare (in vece sua) il patibolo del calvario per amore degli uomini, ancorché impenitenti peccatori. L’autorevole voce del trismegisto dio, tre volte se stesso, intimò di ascoltare il suo prediletto sostituto, indiscusso campione delle olimpiche vette cristiane. Quando la visione cessò, Gesù intimò ai tre apostoli di tacere: non dovevano spifferare a nessuno quanto avevano visto (cioè sognato), perlomeno fintantoché lui, apparentemente sconfitto nella giostra del mondo, non si sarebbe preso la rivincita con una mirabile risurrezione dal regno dei morti. Chi vuol berla la storiella della trasfigurazione la tracanni pure a garganella. Noi altri, liberi pensatori, gradiamo dissetarci con bevande che deliziano il palato e ristorano la mente.

Pietro e i restanti apostoli dubitavano che Gesù potesse resuscitare dal sonno della morte. Né comprendevano perché doveva soffrire (le pene del calvario) per salvare l’umanità dall’ira del Padre, a causa dell’offesa arrecategli con il peccato originale da due sprovveduti. In verità, nel mondo, solamente l'atavico popolo degli ebrei conosceva il burbero dio Jahvè. Dunque, come poteva il resto dell'umanità offendere chi non conosceva? Se a oltraggiarlo furono due remoti antenati, che colpa avevano da spartire con loro le future generazioni? Questo permaloso e rancoroso dio giudaico-cristiano, impercettibile fino a svanire nell’inconsistenza del nulla, faccia il sacrosanto piacere di lasciarci godere in pace le parche gioie della nostra singolare esistenza nel mondo, tormentata da dubbi, angosciata da problematiche esistenziali, stimolata dall'insaziabile sete di conoscere le ultime ragioni delle cose! Quando, Dio volendo, arriverà l’ora, l’ultima, voglia lasciarci dormire in pace l'eterno sonno della morte. Così sia!

Un giorno, molti suoi discepoli, dopo aver ascoltato nella sinagoga di Cafarnao una predica di Gesù intrisa di crude parole, trovandola alquanto indigesta, non appetirono più di sdraiarsi al suo desco per ascoltare il simposio della “buona novella”, perciò lo abbandonarono (Gv 6, 26-71). Dopo che costoro si tirarono indietro, ritornando sui propri passi e ai loro materiali interessi, Gesù chiese ai fedelissimi (ma non troppo) da che parte volevano stare, se dalla sua o da quella del mondo. Gli rispose il solito scorzone di Pietro, assicurandolo che tutti loro tifavano per lui. Del resto, non sapevano più dove andare a parare e dove sbattere la testa, dopo aver abbandonato ogni cosa per seguirlo e servirlo, ascoltando quelle incantevoli favole sull’invisibile mondo dell’aldilà. Protestarono perciò la loro fede al santo di Dio, che a sua volta accordò loro la sua fiducia. Egli li aveva scelti tra tanti, accreditandoli presso il Padre. Su di loro non si era sbagliato (tranne che per uno; anche quello, però, gli serviva, affinché s’adempisse il suo fatale destino).

La favola che maggiormente sbalordì gli apostoli fu certamente quella riguardante la risurrezione dei morti nel giorno del Giudizio Universale (Mt 16, 27, 25, 31-46, Ap 20, 11-15, Gv 5, 24-30). In quel tremendo giorno della resa dei conti, in cui si scatenerà l’ira di dio, Adamo ed Eva risorgeranno con tutta l’umana discendenza ed assieme ai viventi superstiti tutti passeranno sotto il giogo del giudizio insindacabile del divo Gesù, la cui giustizia, conforme alla volontà del Padre, è garantita dai lumi dello Spirito Santo. In quel giorno apocalittico nessun mortale redivivo potrà fare il morto. Il destino delle anime non sarà sorteggiato in un’urna da Minosse, come si racconta nei miti dell’antichità. Sarà invece celebrato un processo, che non prevede garanzie per gli imputati: né il diritto di difesa né quello d’appello all’autorità del Padre, e mancherà persino l’aiuto del Paracleto. Insomma, saremo soli ad affrontare un dio potentissimo, un giustiziere non misericordioso. Le sue sentenze d’assoluzione o di condanna, saranno definitive, inappellabili, eterne, inesorabili ed inspiegabilmente giuste. Erano fole da far rabbrividire quelle anime semplici degli apostoli. Le apocalittiche, esiziali predizioni di Gesù atterrivano e annichilavano il loro senno. Ogni fibra del loro corpo vibrava di un gelido fremito al pensiero del terrificante dio. Un dio che appariva sommamente ingiusto, avendo voluto trasmettere a generazioni innocenti la colpa imputabile ai primi avi. Questo dio singolare giudaico-cristiano non si scandalizza per la prostituzione, per l’incesto, per la poligamia, per l’omicidio e per altre nefandezze del suo popolo, ma soltanto per la sodomia praticata nei villaggi di Sodoma e Gomorra, che rade al suolo, arroventando tra le fiamme gli abitanti, bambini compresi. Da questo dio, insomma, non possiamo attenderci nessuna umana giustizia, se non quella, inesorabile, divina. Possa il passatore acheronteo traghettare gli esclusi dalla pia consorteria cristiana verso la reggia di Ade, Signore dell’oltretomba, soggiorno dell’umana aurea stirpe! Laggiù, nel mortifero luogo senza Dio, noi reietti incontreremo l’umanità più nobile, la pia gente dell’età dell’oro!

Il nudo e crudo discorso, che fece allontanare molti discepoli da Gesù, riguardava la sua incarnazione, quella della nascita di un dio, figlio di un altro dio, tramite un terzo dio, che metteva incinta una vergine ragazza immacolata, promessa sposa dell’ebreo Giuseppe, presunto discendente della reale casa di Davide. Gesù, sedicente Messia, inviato di Dio, pane di vita eterna, si vuole salvatore di tutti quelli che si cibano della sua carne e si dissetano del suo sangue. Per salvarsi, nutrendosi di quel ben di dio, occorreva avere un gagliardo appetito. Del resto, nessuno poteva essere attratto da cotanta grazia di dio, se non per grazia ricevuta dal Padre. L’amorevole e strampalato padreterno volle nascondere ai nostri primi avi l’albero della vita in una valle recondita dell’Eden, affinché non mangiassero alcuni frutti, il cui nutrimento dava la vita eterna, divenendo simili a lui. Poi, pentitosi, volle in qualche modo riparare il male fatto all’umanità, concedendo agli eletti la possibilità di ottenere la vita eterna. Non poteva riflettere l’Invisibile onnisciente, prima d’immettere sulla scena del creato gli atti tragici della condizione umana? Che senso hanno il suo tardivo pentimento e la misericordiosa venuta del Figlio vivandiere, per mezzo del quale sperare nella salvezza, saziandosi col pane della sua vita e dissetandosi col vino della sua vite? Questo sacro cibo d’inestimabile valore, che la cristiana comunione impartisce anche ad incalliti vegetariani, si trasforma in carne e sangue di Cristo in virtù della magica consacrazione operata dal prete: miracolo della transustanziazione! Sacrosanta assurdità cristiana!

Un giorno Gesù tenne una lezione d’umiltà, che fu mal digerita dai suoi allievi e ben presto dimenticata. Ciascuno di loro, a detta di Gesù, doveva farsi servo degli altri, evitando di primeggiare (Mc 10, 43-45). Non era facile mettere in pratica l’insegnamento del Maestro, che mostrava comportamenti improntati alla modestia, facendosi servo di tutti (Mt 10, 24-25, Lc 6, 40, Gv 15, 20). Capitava spesso che gli apostoli si beccassero tra loro come i capponi che Renzo portava all’Azzeccagarbugli. Discutevano animosamente per stabilire chi tra loro fosse il più grande (Mt 18, 1 seg., Mc 9, 33 seg., Lc 9, 46 seg.). Gesù reagiva nell’ascoltare quelle diatribe, raffreddando i loro animi infuocati, esortandoli a più umili atteggiamenti, a diventare semplici come bambini. Regola aurea doveva essere quella del vivere in comunità con spirito di fratellanza, l’uno amando l’altro (facile a dirsi). Uno solo era il loro maestro e precettore: Cristo. Uno solo era il loro padre: Dio (Mt 23, 8-11).  E lo Spirito Santo, l’eccelso Paracleto, cos’era? Al riguardo, Gesù non si pronunciò.

Un giorno, secondo l’evangelista Matteo (Mt 20, 20-28), si avvicinarono a Gesù, accompagnati dalla madre, i figli di Zebedeo, Giacomo e Giovanni, divenuti pescatori d’uomini e non più di pesci, per chiedergli un favore. Prostrati ai suoi piedi, prese la parola per prima la madre, raccomandando i suoi ragazzi, pupilli del Messia, affinché concedesse loro un posto d’onore nel regno che si pensava che stesse per realizzare nella città santa, a Gerusalemme. Di diverso avviso, al riguardo, è l’evangelista Marco (Mc 10, 35-45), il quale attesta che la richiesta fu fatta a Gesù direttamente dai due apostoli, che volevano sedersi l’uno alla sua destra e l’altro alla sua sinistra, quand’egli avrebbe realizzato la sua gloria. Gesù, in un caso o nell’altro, li avvertì che non c’erano rose senza spine. Fuori di metafora, non c’è gloria immune da sofferenze. Se volevano veramente conquistare l’alloro insieme a lui, non dovevano temere il martirio. Questa cupa prospettiva non spaventò gli intrepidi pupilli. Temerariamente, confessarono che erano disposti a tutto pur d'avere quei primi posti. Per non far torto agli altri apostoli, Gesù rispose, menando il can per l’aia, che non era in suo potere (dunque, non si riteneva pari a Dio) concedere quei posti d’onore, essendo stati riservati a coloro per i quali il Padre, lungimirante, li aveva già predisposti. Il Figlio non poteva interferire, ostacolando la volontà paterna (riconoscendo in tal modo la sua dipendenza dal Padre). Dio sarà pure uno e trino, tuttavia la persona del Padre qui appare dotata di supremazia su quelle del Figlio e dello Spirito Santo (come afferma la cristologia subordinazionistica), salvo ammettere che Gesù, pur avendo la medesima autorità del Padre, abbia cercato una scusa per non recare un dispiacere ai due apostoli. Sui divini misteri non è dato sapere altro. Salvo il fatto che gli altri apostoli ne furono indignati, avvelenandosi il sangue. Cominciarono a mugugnare tra loro. La lezione d’umiltà: farsi piccoli come bambini, perché in ciò è vera grandezza (Mt, 18, 3-4), l’avevano già dimenticata. Ci pensò Gesù a rammentargliela, cercando di acquietare i bollenti spiriti dei pescatori d’uomini, ridimensionando la loro smania di grandezza, addolcendo gli animi rancorosi, redarguendo i più riottosi. Li esortò a seguire il suo esempio: vivere in povertà e umiltà, l'una, vera ricchezza, l'altra, vera grandezza. Altro che voler diventare grandi, ognuno doveva farsi servo degli altri. Lui stesso era venuto a servire il prossimo, compiendo la sua missione fino a immolare la propria vita in riscatto di molti, liberandoli dalla schiavitù del peccato (asservendoli, però, all’autorità della sua accolita clericale).
Lucio Apulo Daunio

 

 

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