L’ANNUNCIO DELLA PASSIONE E RESURREZIONE DI GESU’
Una cupa
afflizione oppresse gli apostoli, allorché appresero l’imminente “passione” cui
doveva soccombere il loro Maestro. Non servì a rinfrancarli l’annuncio di Gesù
concernente la sua risurrezione (Mt 16, 21; 17, 22-23). Non compresero le meste
parole di lui, l’ennesimo mistero del dio che soffre, muore e risorge, e che
ritornerà nella gloria alla fine dei tempi per giudicare i vivi e i morti.
Sgomenti, preferirono non approfondire l’arcano (Mc 9, 32; Lc 9, 45). Nemmeno
noi, liberi pensatori, possiamo comprendere che il Figlio di Dio, onnipotente
più di qualsiasi stregone di questo mondo, si sia lasciato fare la pelle da una
masnada di miscredenti per riscattare dall’ira dell’implacabile Padre i peccati
dell’umanità. Figuriamoci poi se possiamo credere che dopo esser morto e
sepolto sia risorto come la mitica araba fenice, il favoloso uccello che
risorgeva dalle sue ceneri. Solamente la cieca fede può far credere al mistero
insondabile del Cristo Gesù, invenzione della religione cristiana.
Il baldanzoso
Pietro reagì all’annuncio delle sofferenze di Cristo. Cercò di dissuaderlo da
quei propositi di sventura, invocando la protezione del Padre celeste. Non
l’avesse mai avuto tutto quel riguardo per il burbero Figlio del celeste
impero, suo idolo! Questi, infatti, non gradì il premuroso atteggiamento del
granitico pupillo, scacciandolo da sé con rimbrotti, perché lo tentava come un
dannato satanasso. Il suo destino era ormai segnato e non c’era nessun Pietro di
questo mondo che potesse cambiarlo. Quelli di Pietro, del resto, erano umani
sentimenti, non conciliabili con i divini disegni (Mt 16, 22-23; Mc 8, 32-33): quelli
del Padre, capoccia dell’olimpo cristiano, degno successore degli Elohim,
creatori dell’universo, e di Jahvè, dio tremendo degli eserciti d’Israele.
Tutte queste divinità, comunque si vogliano concepire, sono sempre entità
illusorie, immagini scaturite dalla fervida, sublime fantasia umana, cui
addossare responsabilità e giustificare proprie ambizioni di potere. N’è prova
il fatto che anche la divinità cristiana, una o trina che sia, è assetata di
sangue non meno degli Elohim e di Jahvè. Prima di glorificare il Figlio e la
sua accolita apostolica, il Padre volle dissetarsi del loro sangue, gustandosi
la scena finale del martirio dell’uno e degli altri. Non da meno furono i suoi
vicari. Questi, presumendo d’interpretare la divina volontà, hanno trasformato
la religione in strumento di potere, proponendosi come garanti dell’ordine
mondiale, determinando i destini dei popoli.
Un giorno Gesù
salì lungo la china di un monte per cercare un luogo isolato dove pregare il
dio d’Israele, suo Padre (Mt 17, 1 seg., Mc 9, 2 seg., Lc 9, 28 seg.). E’
concepibile credere che Gesù, dio presso dio, possa pregare se stesso? Si fece
accompagnare da tre suoi apostoli: Pietro, Giacomo e Giovanni. Durante la
preghiera, il suo volto s’illuminò e le vesti risplendettero di un candido
bagliore. I tre apostoli videro (in fede loro) la mitica trasfigurazione di
Gesù (quarto mistero luminoso, in cui si contempla la gloria del Cristo). Sulla
fantasmagorica scena apparve Mosè, accompagnato dal profeta Elia, in atto di
conversare con Gesù. Come abbiano potuto i tre apostoli riconoscere, senza
averli mai visti prima, i due pellegrini discesi in tutta la loro gloria
dall'alto dei cieli, è un mistero (erano, forse, in stato d’ipnosi). I due
spiriti apparsi si soffermarono a conversare con Gesù, rammentandogli la sua
prossima dipartita dalla santa (ma non troppo) città di Gerusalemme. A Gesù
piaceva fare le ore piccole per pregare e, in quella circostanza, i tre
discepoli, quantunque oppressi dal sonno, si sforzavano di restare svegli.
Complice quel dormiveglia, se scartiamo l’ipotesi dello stato d’ipnosi,
possiamo supporre che presero un abbaglio, sembrando loro di vedere (nel
dormiveglia) venerabili figure umane animare la scena. Pietro, addirittura,
voleva predisporre tre tende per accogliere degnamente le spettrali figure. Non
sapeva quel che diceva. Parlava a vanvera. Dove avrebbe potuto trovare delle
tende su quel monte? Intanto, mentre perdurava quella visione, apparve
un’abbagliante nube che li avvolse con la sua ombra. Tra abbagli e umbratili
foschie di nubi splendenti, la paura raggelò gli apostoli appena udirono una
misteriosa, profonda voce proclamare che Gesù era il figlio diletto del Padre
celeste (tanto per chiarire ai presenti la divina paternità di Gesù). Il Padre
venerabile si compiaceva di avere un cotale Figlio (“alter ego” di sé), disposto ad accettare (in vece sua) il patibolo
del calvario per amore degli uomini, ancorché impenitenti peccatori.
L’autorevole voce del trismegisto dio, tre volte se stesso, intimò di ascoltare
il suo prediletto sostituto, indiscusso campione delle olimpiche vette
cristiane. Quando la visione cessò, Gesù intimò ai tre apostoli di tacere: non
dovevano spifferare a nessuno quanto avevano visto (cioè sognato), perlomeno
fintantoché lui, apparentemente sconfitto nella giostra del mondo, non si
sarebbe preso la rivincita con una mirabile risurrezione dal regno dei morti.
Chi vuol berla la storiella della trasfigurazione la tracanni pure a
garganella. Noi altri, liberi pensatori, gradiamo dissetarci con bevande che
deliziano il palato e ristorano la mente.
Pietro e i
restanti apostoli dubitavano che Gesù potesse resuscitare dal sonno della
morte. Né comprendevano perché doveva soffrire (le pene del calvario) per
salvare l’umanità dall’ira del Padre, a causa dell’offesa arrecategli con il
peccato originale da due sprovveduti. In verità, nel mondo, solamente l'atavico
popolo degli ebrei conosceva il burbero dio Jahvè. Dunque, come poteva il resto
dell'umanità offendere chi non conosceva? Se a oltraggiarlo furono due remoti
antenati, che colpa avevano da spartire con loro le future generazioni? Questo
permaloso e rancoroso dio giudaico-cristiano, impercettibile fino a svanire
nell’inconsistenza del nulla, faccia il sacrosanto piacere di lasciarci godere
in pace le parche gioie della nostra singolare esistenza nel mondo, tormentata
da dubbi, angosciata da problematiche esistenziali, stimolata dall'insaziabile
sete di conoscere le ultime ragioni delle cose! Quando, Dio volendo, arriverà
l’ora, l’ultima, voglia lasciarci dormire in pace l'eterno sonno della morte.
Così sia!
Un giorno,
molti suoi discepoli, dopo aver ascoltato nella sinagoga di Cafarnao una
predica di Gesù intrisa di crude parole, trovandola alquanto indigesta, non
appetirono più di sdraiarsi al suo desco per ascoltare il simposio della “buona
novella”, perciò lo abbandonarono (Gv 6, 26-71). Dopo che costoro si tirarono
indietro, ritornando sui propri passi e ai loro materiali interessi, Gesù
chiese ai fedelissimi (ma non troppo) da che parte volevano stare, se dalla sua
o da quella del mondo. Gli rispose il solito scorzone di Pietro, assicurandolo
che tutti loro tifavano per lui. Del resto, non sapevano più dove andare a
parare e dove sbattere la testa, dopo aver abbandonato ogni cosa per seguirlo e
servirlo, ascoltando quelle incantevoli favole sull’invisibile mondo
dell’aldilà. Protestarono perciò la loro fede al santo di Dio, che a sua volta
accordò loro la sua fiducia. Egli li aveva scelti tra tanti, accreditandoli
presso il Padre. Su di loro non si era sbagliato (tranne che per uno; anche
quello, però, gli serviva, affinché s’adempisse il suo fatale destino).
La favola che
maggiormente sbalordì gli apostoli fu certamente quella riguardante la
risurrezione dei morti nel giorno del Giudizio Universale (Mt 16, 27, 25,
31-46, Ap 20, 11-15, Gv 5, 24-30). In quel tremendo giorno della resa dei
conti, in cui si scatenerà l’ira di dio, Adamo ed Eva risorgeranno con tutta
l’umana discendenza ed assieme ai viventi superstiti tutti passeranno sotto il
giogo del giudizio insindacabile del divo Gesù, la cui giustizia, conforme alla
volontà del Padre, è garantita dai lumi dello Spirito Santo. In quel giorno
apocalittico nessun mortale redivivo potrà fare il morto. Il destino delle
anime non sarà sorteggiato in un’urna da Minosse, come si racconta nei miti
dell’antichità. Sarà invece celebrato un processo, che non prevede garanzie per
gli imputati: né il diritto di difesa né quello d’appello all’autorità del
Padre, e mancherà persino l’aiuto del Paracleto. Insomma, saremo soli ad
affrontare un dio potentissimo, un giustiziere non misericordioso. Le sue
sentenze d’assoluzione o di condanna, saranno definitive, inappellabili,
eterne, inesorabili ed inspiegabilmente giuste. Erano fole da far rabbrividire
quelle anime semplici degli apostoli. Le apocalittiche, esiziali predizioni di
Gesù atterrivano e annichilavano il loro senno. Ogni fibra del loro corpo
vibrava di un gelido fremito al pensiero del terrificante dio. Un dio che
appariva sommamente ingiusto, avendo voluto trasmettere a generazioni innocenti
la colpa imputabile ai primi avi. Questo dio singolare giudaico-cristiano non si
scandalizza per la prostituzione, per l’incesto, per la poligamia, per
l’omicidio e per altre nefandezze del suo popolo, ma soltanto per la sodomia
praticata nei villaggi di Sodoma e Gomorra, che rade al suolo, arroventando tra
le fiamme gli abitanti, bambini compresi. Da questo dio, insomma, non possiamo
attenderci nessuna umana giustizia, se non quella, inesorabile, divina. Possa
il passatore acheronteo traghettare gli esclusi dalla pia consorteria cristiana
verso la reggia di Ade, Signore dell’oltretomba, soggiorno dell’umana aurea
stirpe! Laggiù, nel mortifero luogo senza Dio, noi reietti incontreremo
l’umanità più nobile, la pia gente dell’età dell’oro!
Il nudo e
crudo discorso, che fece allontanare molti discepoli da Gesù, riguardava la sua
incarnazione, quella della nascita di un dio, figlio di un altro dio, tramite
un terzo dio, che metteva incinta una vergine ragazza immacolata, promessa
sposa dell’ebreo Giuseppe, presunto discendente della reale casa di Davide.
Gesù, sedicente Messia, inviato di Dio, pane di vita eterna, si vuole salvatore
di tutti quelli che si cibano della sua carne e si dissetano del suo sangue.
Per salvarsi, nutrendosi di quel ben di dio, occorreva avere un gagliardo
appetito. Del resto, nessuno poteva essere attratto da cotanta grazia di dio,
se non per grazia ricevuta dal Padre. L’amorevole e strampalato padreterno
volle nascondere ai nostri primi avi l’albero della vita in una valle recondita
dell’Eden, affinché non mangiassero alcuni frutti, il cui nutrimento dava la
vita eterna, divenendo simili a lui. Poi, pentitosi, volle in qualche modo
riparare il male fatto all’umanità, concedendo agli eletti la possibilità di
ottenere la vita eterna. Non poteva riflettere l’Invisibile onnisciente, prima
d’immettere sulla scena del creato gli atti tragici della condizione umana? Che
senso hanno il suo tardivo pentimento e la misericordiosa venuta del Figlio
vivandiere, per mezzo del quale sperare nella salvezza, saziandosi col pane
della sua vita e dissetandosi col vino della sua vite? Questo sacro cibo
d’inestimabile valore, che la cristiana comunione impartisce anche ad incalliti
vegetariani, si trasforma in carne e sangue di Cristo in virtù della magica
consacrazione operata dal prete: miracolo della transustanziazione! Sacrosanta
assurdità cristiana!
Un giorno Gesù
tenne una lezione d’umiltà, che fu mal digerita dai suoi allievi e ben presto
dimenticata. Ciascuno di loro, a detta di Gesù, doveva farsi servo degli altri,
evitando di primeggiare (Mc 10, 43-45). Non era facile mettere in pratica
l’insegnamento del Maestro, che mostrava comportamenti improntati alla
modestia, facendosi servo di tutti (Mt 10, 24-25, Lc 6, 40, Gv 15, 20).
Capitava spesso che gli apostoli si beccassero tra loro come i capponi che
Renzo portava all’Azzeccagarbugli. Discutevano animosamente per stabilire chi
tra loro fosse il più grande (Mt 18, 1 seg., Mc 9, 33 seg., Lc 9, 46 seg.).
Gesù reagiva nell’ascoltare quelle diatribe, raffreddando i loro animi
infuocati, esortandoli a più umili atteggiamenti, a diventare semplici come
bambini. Regola aurea doveva essere quella del vivere in comunità con spirito
di fratellanza, l’uno amando l’altro (facile a dirsi). Uno solo era il loro
maestro e precettore: Cristo. Uno solo era il loro padre: Dio (Mt 23, 8-11). E lo Spirito Santo, l’eccelso Paracleto,
cos’era? Al riguardo, Gesù non si pronunciò.
Un giorno,
secondo l’evangelista Matteo (Mt 20, 20-28), si avvicinarono a Gesù,
accompagnati dalla madre, i figli di Zebedeo, Giacomo e Giovanni, divenuti
pescatori d’uomini e non più di pesci, per chiedergli un favore. Prostrati ai
suoi piedi, prese la parola per prima la madre, raccomandando i suoi ragazzi,
pupilli del Messia, affinché concedesse loro un posto d’onore nel regno che si
pensava che stesse per realizzare nella città santa, a Gerusalemme. Di diverso
avviso, al riguardo, è l’evangelista Marco (Mc 10, 35-45), il quale attesta che
la richiesta fu fatta a Gesù direttamente dai due apostoli, che volevano
sedersi l’uno alla sua destra e l’altro alla sua sinistra, quand’egli avrebbe
realizzato la sua gloria. Gesù, in un caso o nell’altro, li avvertì che non
c’erano rose senza spine. Fuori di metafora, non c’è gloria immune da
sofferenze. Se volevano veramente conquistare l’alloro insieme a lui, non
dovevano temere il martirio. Questa cupa prospettiva non spaventò gli intrepidi
pupilli. Temerariamente, confessarono che erano disposti a tutto pur d'avere
quei primi posti. Per non far torto agli altri apostoli, Gesù rispose, menando
il can per l’aia, che non era in suo potere (dunque, non si riteneva pari a
Dio) concedere quei posti d’onore, essendo stati riservati a coloro per i quali
il Padre, lungimirante, li aveva già predisposti. Il Figlio non poteva
interferire, ostacolando la volontà paterna (riconoscendo in tal modo la sua
dipendenza dal Padre). Dio sarà pure uno e trino, tuttavia la persona del Padre
qui appare dotata di supremazia su quelle del Figlio e dello Spirito Santo
(come afferma la cristologia subordinazionistica), salvo ammettere che Gesù,
pur avendo la medesima autorità del Padre, abbia cercato una scusa per non
recare un dispiacere ai due apostoli. Sui divini misteri non è dato sapere
altro. Salvo il fatto che gli altri apostoli ne furono indignati, avvelenandosi
il sangue. Cominciarono a mugugnare tra loro. La lezione d’umiltà: farsi
piccoli come bambini, perché in ciò è vera grandezza (Mt, 18, 3-4), l’avevano
già dimenticata. Ci pensò Gesù a rammentargliela, cercando di acquietare i
bollenti spiriti dei pescatori d’uomini, ridimensionando la loro smania di grandezza,
addolcendo gli animi rancorosi, redarguendo i più riottosi. Li esortò a seguire
il suo esempio: vivere in povertà e umiltà, l'una, vera ricchezza, l'altra,
vera grandezza. Altro che voler diventare grandi, ognuno doveva farsi servo
degli altri. Lui stesso era venuto a servire il prossimo, compiendo la sua
missione fino a immolare la propria vita in riscatto di molti, liberandoli
dalla schiavitù del peccato (asservendoli, però, all’autorità della sua
accolita clericale).
Lucio Apulo Daunio
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