LA
RIVELAZIONE DI PIETRO
Sfuggiva
all’onnisciente dio Gesù l’opinione della gente sul suo conto, tanto che un
giorno interrogò in proposito gli apostoli per conoscere le chiacchiere che
circolavano intorno al “figlio dell’uomo” (Mt 16, 13 seg.). I discepoli
riferirono le dicerie correnti su di lui. C’era chi lo scambiava per Giovanni,
il Battista; altri credevano che fosse Elia o Geremia o un profeta messianico,
pronto a liberare Israele dal dominio romano. Gesù volle conoscere anche cosa
loro pensavano su di lui. Gli rispose Simon Pietro, protestando la sua fede con
fermezza. Gli disse che era il Cristo, il Figlio del Dio vivente. Soddisfatto,
Gesù glorificò seduta stante Pietro, chiamandolo “figlio di Giona” (forse
voleva dire che era un “patriota combattente”, uno zelota). Solamente lo
Spirito Santo, secondo Gesù (cioè secondo l’evangelista), avrebbe potuto
illuminare Pietro circa l’identità del Cristo. L’illuminazione di Pietro, però,
ebbe breve durata, il guizzo di un lampo. Ben presto gli apostoli dimenticarono
l’identità e la paternità di Gesù, né credettero alla sua resurrezione (Mc 16,
12-14; Lc 24, 11-12), nonostante che fosse scritto (non si sa bene in quale
sacrosanta Scrittura) che dopo la morte sarebbe risuscitato (Gv 20, 9), come si
credeva accadesse all’araba fenice, il mitico uccello che rinasceva dalle sue
ceneri. Eppure, qualche tempo prima, Pietro e gli altri apostoli avevano
creduto in lui, riconoscendolo come il santo di Dio, datore di vita eterna (Gv
6, 66-69). I misteri della fede cristiana, per buona pace di molti, sono
comprensibili solamente alla progenie di pochi eletti, che si arrogano la
missione di illuminare il mondo (“asinus portans mysteria”, secondo il
giudizio dei pagani). La rivelazione (cioè l’adulazione) di Pietro, comunque,
fu premiata da Gesù: egli ricevette l’incarico di capocordata della nascente
comunità cristiana, prona a sottomettersi all’autorità vicaria per ascendere
lungo l’erta via che conduce al regno (illusorio) delle beatitudini. A Pietro,
promosso maggiordomo del regno paradisiaco, Gesù concesse il possesso delle
chiavi d’accesso, che la Chiesa consegnò ai suoi successori, autoproclamatasi
vicari di Dio sulla terra. Gesù volle contare sulla roccia dell’apostolo Pietro
per edificare la sua accolta ecclesiale, salvaguardandola da maligni satanassi,
che, dopo essere stati precipitati nel fondo degli Inferi, di tanto in tanto,
di soppiatto, erano autorizzati a risalire sulla terra per predare le anime
dell’umana gente. Non gli bastò farlo capoccia e maggiordomo, Gesù concesse al
suo Pietrone anche altri poteri (Mt 16, 18-19), che estese poi a tutti gli
apostoli (Mt 18, 18; Gv 20, 23), memore di quel precetto che aveva loro
insegnato, che vietava a ciascuno di primeggiare sugli altri. Subito dopo
l’enfasi pietrina, avendo Gesù profetizzato l’imminente passione in obbedienza
alla volontà del Padre (Mt 16, 20-23), lo stesso Pietro cercò di dissuaderlo
dall’incombente fatidico doloroso destino. Non l’avesse mai fatto! Gesù lo
scacciò da sé, sospettando che in lui parlasse Satana. Qualche tempo dopo,
trovandosi Gesù in cattive acque con le autorità a causa della predica
evangelica, l’irsuto Pietro, la roccia (friabile) di Dio, si sgretolò e la sua
fede vacillò. In quella notte atroce, funesta, in cui Cristo fu arrestato,
Pietro ebbe paura e rinnegò per ben tre volte il suo Maestro (Mt 26, 69 seg.),
rivelandosi indegno del riconoscimento di capo della Chiesa e custode del regno
celeste, autorità conferitagli dall’improvvido Messia, servitore di Dio. Gli
apostoli prima, i loro successori dopo, si arrogarono il sacrosanto diritto di
condannare o assolvere, legare o sciogliere, vietare o permettere, ammettere o
escludere a loro insindacabile giudizio l’accesso al regno dei cieli. Con
l’andar del tempo, i capi della Chiesa cattolica romana, come la storia
documenta, vollero primeggiare su tutti, ritenendosi legittimi successori di
Pietro e vicari di Cristo re. Né ebbero scrupoli di produrre falsificazioni né
di compiere soprusi e nefandezze, proclamando persino l’infallibilità dei loro
ispirati “diktat”, pronunciati o non “ex cathedra”. Il vescovo
Liutprando di Cremona, vissuto nel X sec. e.v., nella sua opera
"Antapodosis" (Ritorsione), descrive l'increscioso periodo della
cosiddetta "pornocrazia" del papato, controllato dalle corrotte
matrone delle influenti famiglie romane (c.d. "governo delle
prostitute"), che inizia con Sergio III e termina con Giovanni XII. Per
non parlare di altri poco edificanti presunti successori di Pietro, corrotti,
nepotisti e pornocrati che la storia documenta.
L’evangelista
Giovanni attesta che Pietro ricevette da Gesù l’incarico di accudire al suo
gregge (Gv 21, 15 seg.). Altrove, invece, chiarisce che il magistero
dottrinario proveniva esclusivamente dai lumi che lo Spirito Santo effondeva a
tutti gli apostoli, indistintamente (Gv 14, 25-26; 16, 12-15). Nelle epistole
attribuite a Pietro, questi, infatti, non fa alcun cenno al presunto
conferimento di una primazia, cioè di un potere assoluto. L’elenco degli
apostoli, inoltre, non ha un ordine gerarchico: nessuno di loro ha preminenza
sugli altri. Nei Vangeli e negli Atti, Pietro si distingue solo come portavoce
degli apostoli. Giacomo, parente di Gesù, assume una posizione di rilievo nella
Chiesa di Gerusalemme, pur non essendo uno dei “dodici” (At 12, 17; 15, 13
seg.). Giovanni, poi, non era il discepolo amato da Gesù? Non era proprio lui
adagiato sul triclinio vicino al Cristo nell’ultima cena? (Cfr. Gv 13, 23 e 19,
26-27 e 20, 2 e 21, 7. 20). In verità, nella Lettera attribuita a Pietro (1 Pt 2,
1 seg.), è scritto che solo Gesù è l’unica pietra vivente scelta da Dio per
edificare la sua chiesa. Secondo l’opinione di Paolo (Ga 2, 9), le colonne
della chiesa erano Giacomo, Cefa (Pietro) e Giovanni, anche se poi non si fa
scrupolo di accusare Pietro d'ipocrisia, a causa del suo comportamento
giudaizzante, contrario allo spirito del vangelo che Paolo andava predicando
alle genti (Ga 2, 11). Del resto, anche Paolo non fu da meno di Pietro quanto
ad ipocrisia ed incoerenza, avendo anche lui giudaizzato (At 21, 23-26). Paolo,
inoltre, asserisce di aver appreso il vangelo direttamente dai lumi di Cristo
(Ga 1, 11 seg.), non quindi dal magistero di Pietro o di un altro apostolo.
Egli asserisce che non vi è altro fondamento fuori di Cristo Gesù (1 Co 3, 9-17),
unica roccia spirituale (1, Co 10, 4), unica pietra angolare sulla quale cresce
l’edificio della Chiesa (Ef 2, 20-22). A Paolo (non a Pietro) Gesù affidò sulla
via per Damasco la missione di evangelizzare i “gentili”, resosi conto del
fallimento dell’annuncio della buona novella presso il popolo eletto (Ef 2, 11
– 3, 13). Questo ripensamento di Cristo fu propizio per il futuro missionario e
imperialistico della Chiesa cattolica. Agli apostoli, infatti, Gesù durante il
suo ministero aveva proibito di evangelizzare i pagani (Mt 10, 5-6; 15, 24).
Del resto, da buon ebreo, figlio di Jahvè, Gesù era ligio alle leggi
(discriminatorie) sancite dal Padre a favore esclusivo degli Israeliti.
Non si può
negare che il seme del razzismo, della xenofobia, del disprezzo verso il
diverso, verso l’infedele, verso l’eretico, verso l’ateo, sia attecchito - come
la storia documenta - anche nel fertile terreno della religione
giudaico-cristiana. Non da meno è l’islamismo, che discrimina chi non risponde
alla chiamata del loro esclusivo dio, Allah, e dove la rappresentanza politica
ha valore sacrale (ierocrazia) e la normativa giuridica si conforma al verbo
coranico divinizzato. La discriminazione praticata dagli Ebrei nei riguardi dei
gentili, come si rileva nella Bibbia, era motivata dalla conservazione della
purezza genetica e religiosa e dalla considerazione di essere un popolo eletto,
superiore agli altri popoli. Dio stesso non ebbe scrupoli nel maledire il
genere umano per una banalità commessa dai nostri primi avi, facendo ricadere
la vendetta su generazioni incolpevoli. Noè non fu da meno del padreterno,
quando maledì la discendenza del figlio Cam, da lui umiliato per averlo visto
nudo (Gn 9, 20-27). Egli, infatti, si vendicò, condannando i Cananei (cioè i
discendenti di Canaan, figlio di Cam) alla schiavitù dei semiti. Questo mito
biblico servì a giustificare la riduzione in schiavitù del popolo nero. In
Isaia si riscontra la massima esaltazione del popolo eletto, la cui prosperità
avverrà a danno della ricchezza delle altre nazioni, i grandi delle quali
dovranno prostrarsi dinanzi alla potenza d’Israele, mentre i loro popoli
saranno resi servi (Is 49, 22-26; 61, 5-6). Il dio ebraico autorizzava il suo
popolo a schiavizzare gli stranieri e a lasciarli in eredità ai propri figli,
affinché li prendessero in possesso eterno (Lv 25, 44-46). Jahvè non
considerava un misfatto possedere schiavi. Nel Decalogo, inciso su tavole di
pietra, aveva sancito come colpa grave desiderare gli schiavi altrui e, a
carico degli schiavi, non santificare il giorno di riposo settimanale. Era
lecito, per suo ordine, votare all’anatema, ossia allo sterminio sacro, i
popoli stranieri, nei riguardi dei quali aveva proibito i matrimoni misti (Dt
7, 1-6). L’interdizione aveva lo scopo di difendere la purezza della razza
ebraica dal pericolo di contaminazioni, religiose e genetiche, con differenti
etnie (Esd 9 e 10; Ne 10 e 13). Dio stesso guidava il popolo ebreo, eletto per
amore, nella guerra santa contro i suoi nemici (Dt 20), giustificando eccidi, razzie,
distruzioni e la messa in schiavitù dei superstiti (Nm 31). Il suo eletto
popolo non doveva mangiare le carni degli animali morti naturalmente, ma darle
ai forestieri (Dt 14, 21). Questo popolo singolare, non doveva estendere agli
stranieri tutti i diritti di cui godeva un Israelita (Dt 15, 3), ma poteva
concedere loro prestiti ad usura (Dt 15, 6; 23, 20-21). Indigesti appaiono i
divini precetti di Jahvè!
Gli
evangelisti Marco (8, 27 seg.) e Luca (9, 18 seg.) presentano una diversa
versione dell’episodio concernente la divinità di Gesù rivelata da Pietro.
Secondo i due evangelisti, Pietro riconobbe in Gesù il Messia, servitore di
Dio, non anche la sua divinità. Comunque, che fosse o non il Figlio del Dio
vivente, di ciò che l’ispirato Pietro aveva rivelato, Gesù non volle che i suoi
andassero a spifferarlo ai quattro venti. Bastavano già i pettegolezzi che il
popolo andava dicendo sul suo conto. Tuttavia, perché, se era proprio lui il
messia atteso per la salvezza di Israele, non lo diceva apertamente, provandolo
con fatti convincenti. Perché, se proprio lui era il Figlio di Dio e si era
presa la briga di venire dal suo misterioso regno ultra-galattico, incarnandosi
tramite una vergine, destinato a soffrire per la salvezza del suo popolo, si
teneva nascosto? Era o non era Dio onnipotente? Si spacciava, forse, per quello
che non era? Furono i suoi seguaci a rivestirlo d'attributi e poteri divini per
avvalorare i loro mitici racconti? I divini misteri cristiani sono
inestricabili. I profeti, del resto, non avevano annunciato la venuta di un
messia che fosse Figlio di Dio, consustanziale al Padre nella natura divina. La
venuta di un santo, di un re della dinastia davidica, questo era stato predetto
dai profeti, non la nascita di un dio misterioso, fazioso, patetico,
contestatore delle avite tradizioni d’Israele, attore di una tragica vicenda
terrena. Gesù, forse, s’identificò con il servo sofferente di cui parlava Isaia
(Is 53): un comune mortale, non un dio incarnato. Egli si fece profeta delle
sue sventure, annunciando il suo martirio per espiare i peccati degli uomini.
Espiare i peccati altrui è un’idea che deriva dall’antica pratica del capro
espiatorio: la vittima (hostia) che si faceva carico dei mali della
comunità, scacciata e abbandonata a un triste destino.
Lucio Apulo Daunio
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